Tutto cambia, per non cambiare nulla

Anonimo, settantenne, democristiano, meridionale. Ecco l’identikit sommario del nuovo presidente della repubblica Sergio Mattarella.

Il rottamatore di Firenze, Renzi, ha estratto dal cilindro il vecchio doroteo di Palermo, Mattarella, a riprova del fatto che tutto cambia, per non cambiare nulla.

E questo con grande gioia dei burattinai, e padroni, dell’attuale stato italiano, vale a dire Americani, NATO, Unione Europea e altri poco simpatici enti sovranazionali, quali i potentati economici, bancari e finanziari, e quelli “morali”, tra cui la Chiesa di Bergoglio.

Anche dalle parti di Gerusalemme e Tel Aviv avranno brindato: la Dc è sempre garanzia di atlanto-sionismo e compassione per i  “poveri Ebrei”, e le loro sorti.

Guarda caso, secondo voi, dove poteva recarsi Mattarella alla sua prima uscita? A Gorla? Alle foibe? A Piazza Fontana o Bologna? No, alle Fosse Ardeatine. E sicuramente ci sarà già in cantiere qualche bel pellegrinaggio nella Palestina ebraica chiamata Israele. Chiedere revisionismo su via Rasella appare ilare pensando agli intenti del capo di stato italiano.

Attenzione: non ho detto “meridionale” per disprezzo etnicista, ma per il semplice fatto che su 12 presidenti della repubblica solo 2 sono stati del Nord. La cosa è poi certamente riequilibrata dalla preponderanza di presidenti del consiglio del Centro-Nord (netta se pensiamo anche alla storia del regno), e con più mandati. Però mi sembra che ormai si sia delineata negli anni una figura canonica del capo dello stato, che appunto non è del Nord, e questo va a riflettersi sulla politica nazionale, sempre più anti-identitaria, grigia, statolatrica e purtroppo nemmeno in direzione dirigista e nazionalista ma atlantista, mondialista, americanista, dove il disprezzo per la Nazione e le sue piccole Patrie (piccole per modo di dire, la Lombardia etnica non è la provincia di Lodi) è all’ordine del giorno.

Da quando esiste questa repubblica, l’orgoglio “patrio” che ci viene propinato si esaurisce ai Tricolori francesizzanti, alle ruote dentate, ai drappi azzurri, e alla lingua toscana. Di Sangue, di Suolo, di Spirito, di esaltazione della genuina Identità italica manco per sogno. Sarebbe nazionalismo, e dunque cosa altamente sgradita a chi ha ridotto ad un cumulo di fumanti macerie l’Italia degli anni ’40 del secolo scorso, e che vuole una docile repubblichetta partigiana, cristianuccia, fatta di maschere come il buon Renzi o il buon Berlusconi. E naturalmente dei loro colleghi che hanno eletto Mattarella. Chi rappresentano costoro? Nessuno. Non sarebbe meglio optare per il presidenzialismo, facendo eleggere al popolo il suo capo, al fine anche di riunire in un’unica persona (senza più inutili sprechi di denaro e di tempo, e di energie) la carica di presidente e di primo ministro?

Di cosa dovrei essere fiero, pensando a questo stato centralista ma per nulla nazionalista? Non c’è nulla di cui rallegrarsi. E dunque appare chiara la necessità di rifondare lo stato italiano dandogli una seria ossatura identitaria. Le riforme che a me personalmente stanno a cuore sono quelle nazionaliste, irredentiste e necessariamente etno-federaliste, non per dispersione ma per creare un patto etnico tra i popoli italiani nel nome della salutare collaborazione nazionale, senza più inutili beghe che fanno contento il nemico. Il tempo del Fascismo, amici, è finito: non politiche di potenza, di imperialismo all’italiana, abbiamo bisogno, ma di serie politiche etno-nazionaliste volte all’esaltazione dell’Identità italiana a casa sua. Come è giusto che sia. E, sia chiaro: Corsica, Nizza, Svizzera italiana, Istria, sono Italia, mi raccomando.

Mi si dirà: il federalismo è nocivo perché rischia di incentivare l’egoismo e la disgregazione nazionale. Ed è qui il grave errore che molti fanno. L’Italia è un Paese policentrico, non monolitico; se uno ama l’Identità deve rispettare le fondamentali basi etniche di questo Paese, che non sono le province e le attuali regioni, beninteso, ma le grandi suddivisioni storiche, linguistiche, culturali dell’Italia, e dunque essenzialmente 5, 6 blocchi regionali: Nord, Toscana, Italia mediana, Sud, estremo Sud, Sardegna. Non entro qui nel merito delle suddivisioni amministrative da crearsi.

Quello che voglio dire è che, per via della sua grande Storia, l’Italia non può che avere un ordinamento federalista, e non per becere questioni leghiste, ossia pecuniarie, ma proprio per quel rispetto del Sangue che manda in bestia gli scherani del mondialismo e del relativismo. Ricordatevi: l’Identità è il peggior nemico della globalizzazione, ed è l’ultima resistenza che abbiamo contro di essa. Ovviamente l’Identità vera, non le pataccate padane o neapolitane.

Un salutare patto nazional-federale, che non neghi ma anzi rafforzi il concetto di Italia, è la cosa migliore per il Paese, assieme ad una robusta dose di auto-determinazione che punti radicalmente alla soluzione di annose questioni come le mafie, la corruzione, l’ingerenza vaticana, l’immigrazionismo, la colonizzazione d’Oltreoceano di una Nazione che gli Americani possono solo riverire ed invidiare, essendo figli di un moloc fondato sul nulla valoriale e sulla società multirazziale.

Scusate la digressione, ma era necessaria per contestualizzare il discorso su Mattarella, l’ennesima bigia figura di un sordo statalismo italiano che di nazionale non ha nulla. Con i residuati della Democrazia Cristiana, continua la grande tradizione di vassallaggio atlantico inaugurata nel dopoguerra, la stessa tradizione che ha calamitato nel Nord Italia masse di  poveri disgraziati del Sud per arricchire gli squali, i preti, rossi e liberali, e scatenare guerre tra poveri, settentrionali e meridionali.

Masse, in cui si sono intrufolate le mafie che hanno appestato la mia regione, la Lombardia. Contando, certamente, anche su degeneri  imprenditori locali che se ne sono approfittati, è chiaro, ma a detrimento innanzitutto del popolo indigeno. Non voglio santificare il Nord per demonizzare il Sud, la questione non è quella: la questione è lo stravolgimento del tessuto originario dell’Alta Italia seguito agli esodi meridionali, e per cosa? Per arricchire i soliti e portare avanti l’agenda di uno statalismo gretto e cieco che non segue il benessere dei cittadini, ma che finisce per attuare nichilismo bello e buono.

Meglio sarebbe stato promuovere l’industrializzazione del Sud, il commissariamento dello stesso per sradicare le mafie, e dare così la possibilità ai meridionali di rimanere nelle loro terre natie lavorando per il loro stesso benessere e per garantire un futuro ai propri figli. Invece è stato l’opposto e ci ritroviamo un Nord sconvolto e un Sud depresso e svuotato. L’immigrazione di massa, signori miei, è sempre sbagliata, e a solleticarla sono solo quelli che campano sulla schiena degli Italiani, tutti gli Italiani.

L’appello che mi sento di fare, sfruttando l’elezione del successore di Napolitano, è che ogni identitario italiano non veda nell’opzione federalista l’egoismo leghistoide miseramente basato su tasse, soldi, e divario economico (per quanto comunque anche la questione economica sia importante, e frutto anche di aspetti culturali), ma innanzitutto il giusto tributo alla ricchezza culturale italiana, che è la vera forza della Nazione, e non una sciagura o una maledizione.

Siamo un grande Paese proprio perché ricco di arte, cultura, tradizioni, comunque coese da quello che è l’irrinunciabile patrimonio comune, soprattutto dell’Italia tutta: Roma.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2015/02/tutto-cambia-per-non-cambiare-nulla.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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6 risposte a Tutto cambia, per non cambiare nulla

  1. Dario ha detto:

    Sono d’accordo sull’analisi, tranne che per un particolare: la mafia. Per mafia non si dovrebbe intendere, come fai tu, solo l’organizzazione criminale in se, ma l’intero sistema composto anche da politici e poliziotti corrotti, cittadini omertosi, imprenditori senza scrupoli… La mafia è tutto questo insieme, senza l’imprenditore squalo il cosiddetto mafioso non potrebbe esistere e viceversa.

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    • Paolo Sizzi ha detto:

      Diciamo che in questo caso per “mafia” ho proprio inteso le infiltrazioni mafiose, indubbiamente cagionate da fuoriusciti meridionali. Certo, come ho comunque specificato la mafia attecchisce dove trova terreno fertile, e in questo le colpe di certo Nord borghese, corrotto, conformista e avventuriero sono nette. Berlusconi, ahimè, è lombardo non napoletano o calabrese. Non voglio fare il piagnone che demonizza i “terroni” per scagionare le colpe della propria parte: riconosco tranquillamente che in un certo senso ha più colpa il Nord degli ‘ndranghetisti calabresi, così come del resto l’immigrazione non è colpa di chi emigra ma di chi glielo consente. Però bisogna appunto riconoscere che la mafia in Lombardia ci è arrivata con gli esodi, e che è anche stata agevolata da quello squilibrio statale che se da una parte lascia il dominio economico al Nord, dall’altra farcisce lo stesso di meridionali nel pubblico impiego, nelle forze di polizia, nella scuola, nel terziario eccetera per combattere, a malo modo a mio avviso, disoccupazione e depressione del Mezzogiorno.

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      • Dario ha detto:

        Certamente, mettiamoci anche il fatto che lo sviluppo industriale al Nord si è avuto anche grazie alle masse di meridionali oltre che all’utilizzo del Sud come discarica a cielo aperto in modo da abbattere i costi di produzione. Paradossalmente credo che senza la mafia l’Italia non avrebbe avuto questo sviluppo industriale ipertrofico.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        Lo spirito imprenditoriale in Lombardia non è mai mancato, comunque. Sicuramente c’è stato ampio sfruttamento di manodopera a basso costo (ma questo va a scapito anche degli indigeni), prima coi meridionali adesso con gli allogeni. Manca equilibrio a questo Paese, l’equilibrio che verrebbe da un armonico etno-federalismo, senza più oppressi e oppressori.

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    • Dario ha detto:

      Dipende se gli indigeni sono quelli che comandano. Il problema della manodopera a basso costo c’è in tempo di crisi, quando il lavoro non manca fa piacere un po’ a tutti avere del materiale umano da sfruttare. Poi col tempo a causa della mobilità sociale alcuni meridionali cominciano a diventare i capi, e non credo che tutti siano dei furbacchioni ladroni etc. A questo punto scatta anche l’invidia da parte degli autoctoni. È sempre stato così purtroppo.

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      • Paolo Sizzi ha detto:

        La provincia lombarda è opulenta, ma questo innanzitutto per la laboriosa mentalità degli autoctoni. La cultura del lavoro che c’è in Lombardia è rinomata direi. Quindi non credo che le masse del Sud abbiano fatto comodo alla normale popolazione settentrionale, perché hanno arricchito gli industriali. Non è che mentre i meridionali lavoravano nelle fabbriche i settentrionali battevano la fiacca, qui si è sempre lavorato. Prima nei campi, poi nelle fabbriche. Chiaro, se uno si specializza si staccherà prima dalla zappa e dalla catena di montaggio.

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