Bergamasco emendato

Antonio Tiraboschi

Antonio Tiraboschi

Il bergamasco, quanto gli altri idiomi lombardi, da secoli sta subendo la prepotente toscanizzazione, e più recentemente l’oblio dovuto all’incuria dei suoi parlanti e all’indifferenza dei giovani, che sempre più spesso ne parlano una sottospecie di brodaglia gergale inquinata da altre lingue. Quando va bene, perché quando va male lo ritengono direttamente volgarità peggio di bestemmie e turpiloquio.

I moderni grammatici, orientati esclusivamente verso Roma e Firenze, non aiutano di certo, perché comunque deve essere chiaro: il lombardo e il toscano non appartengono alla stessa sotto-famiglia romanza, sebbene catalogare il primo come galloromanzo puro risulti eccessivo. “Gallo-italico” come etichetta va più che bene.

Il bergamasco è un dialetto lombardo, non un dialetto dell’italiano (toscano), che appartiene infatti al ramo puramente italico delle lingue romanze; il termine “dialetto” non viene qui usato per degradare il bergamasco, ma per contrapporlo a quello che è divenuto lingua nazionale, ossia il fiorentino letterario. Prima della sua affermazione, sia il fiorentino che il bergamasco erano volgari d’Italia, evolutisi dal latino volgare parlato nelle loro aree di diffusione.

Il bergamasco moderno, quantomeno quello cittadino, è sempre più molle e slavato, castrato dalla toscanizzazione estrema e prontamente mischiato all’inglese, al toscano e all’orripilante linguaggio televisivo da romaneschi coatti.

Per assurdo, le grammatiche e i vocabolari bergamaschi in circolazione non si ispirano ad una grafia e ad una morfosintassi alla milanese classica, per dire, ma a quelle toscane, incuranti della comunanza gallo-italica col lombardo occidentale. Essi infatti toscanizzano i lemmi, scimmiottano i costrutti fiorentini, rendono ad ogni costo i vocaboli simili alla pronuncia, e cospargono sino alla nausea le parole di accenti tonici.

Per quanto il lavoro del Ducato di Piazza Pontida, l’associazione che si occupa della codifica e della tutela del dialetto di Bergamo, possa essere encomiabile, credo proprio sia più logico ispirarsi al vicino milanese che al prestigio del fiorentino letterario e basta, giusto per rispettare le nostre radici. Il che poi non significa certo sputare sulla lingua nazionale e sull’Italia.

Va bene, bisogna rendere il bergamasco comprensibile a chi, anche del posto, non lo conosce adeguatamente, ma il rischio è quello di snaturarlo: molto più intelligente adottare gli accorgimenti del milanese del Maggi e del Porta per codificarlo, piuttosto che prendere la tangente dell’italianizzazione a tutti i costi, finendo persino per adottare ridicolaggini come le dieresi tedesche sulle vocali turbate. Peraltro, l’ortografia classica milanese nasce da un compromesso tra quella toscana e quella francese, cosicché la lingua nazionale più fedele al latino (italiano) viene incontro alla regina delle lingue galloromanze.

Pertanto a mio modestissimo avviso, un alfabeto e una grafia bergamaschi fedeli alla Tradizione galloromanza cisalpina potrebbero essere così rappresentati:

Le vocali

che ha sempre suono aperto

i che ha sempre suono chiuso,

ú che ha suono chiuso,

e che può avere suono aperto o suono chiuso,

o che rappresenta il suono della italiana,

ó che rappresenta il suono chiuso della o italiana,

œu che rappresenta il suono turbato dellaitaliana,

u che rappresenta il suono turbato della italiana.

Osservazioni

L’accento può essere acuto (´, suono chiuso), o grave (`, suono aperto) e va solitamente usato nei casi di accento tonico in fine parola, poiché per distinguere le e aperte da quelle chiuse si raddoppierà la consonante che segue, e così per la o aperta italiana; il fonema u si rende con o, ma in fine di parola piana, e dunque si troverà ó per il suono chiuso della italiana; il grafema u si usa per il suono turbato della u italiana e il trigramma œu per quello della o; la distinzione in vocali lunghe e vocali brevi, a differenza di quanto accade in milanese, è decaduta.

Le consonanti

labiali: b, p,

dentali: d, t, s, z,

labiodentali: f, v,

nasali: m, n,

liquide: l, r,

gutturali: c, g, q,

palatali: c, g,

muta o aspirata: h.

Osservazioni

Un tempo era usata la x (es.: ixé isé); il segno j si usava come vezzo grafico fra due consonanti al posto della i; digramma gn gnòc; il digramma sc sciarpa non esiste così come gl aglio, sg sgent (milanese, suona come francese), ts zucchero (alla toscana) e dz zio (alla settentrionale); s sorda + c dolce > sc > scet; la si usa prima di u seguita da vocale (recuperando l’etimo latino, anche qualora la pronuncia sia dura, oggi graficamente resa come ch);gutturale > cq (etimologica); g gutturale > g; h da usarsi come appoggio per le due gutturali g; c palatale (suono raro, divenendo sovente sorda, che si può rendere anche con ç) > c; palatale (suono raro, divenendo sovente zsonora italiana) > g; in fine di parola, nella pronuncia, c, p, t, f; s ha sempre suono aspro; h in provincia; z suono sonoro della (eccetto ad inizio di parola seguita da consonante), tipicamente settentrionale; il bergamasco scempia le consonanti doppie, le doppie non esistono (tranne che nel caso di false doppie frutto di antiche apocopi), come in tutte le parlate alpino-padane, ma andrebbero usate per distinguere le vocali strette da quelle aperte, come in milanese: si raddoppia dunque la consonante che segue vocale aperta; la v è evanescente, a volte anteposta a parole inizianti per vocale, se precedute da consonante, per imitazione; k, w e non trovano impiego.

Accentazione

Gli accenti si usano con parole piane, per distinguere monosillabi e per distinguere ó da u, inoltre nel caso di -ú in fine parola, per distinguerla da u > ü.  Vi sono apostrofi ed elisioni ma seguono il buonsenso lombardo, e non per forza le regole del fiorentino letterario.

Quanto esposto non ha alcuna pretesa e nasce da miei personali pensieri; d’altro canto, non posso certo negare che l’attuale grammatica bergamasca sia ben codificata e affermata in vari ambienti culturali, anche grazie alla divulgazione di scrittori e cantautori, e di vocabolari ovviamente. L’ortografia bergamasca presente non mi dispiace, e la uso volontieri.

Credo però che l’attuale dialetto bergamasco sia troppo appiattito sulla linea di Firenze, e poco aderente alla sua famiglia galloromanza cisalpina, per quanto, ripeto, non sia certo considerabile alla stregua delle lingue galloromanze proprie d’Oltralpe.

Pensare di formalizzarlo con il metro del milanese classico non sarebbe certo una blasfemia. Milanese e bergamasco sono entrambi parlari lombardi, sebbene di due rami differenti. Probabilmente, tra l’altro, non è da escludere che al di là degli influssi veneti sul bergamasco o il bresciano, l’orobico si stacchi dall’insubrico per via di un substrato retico (o etrusco?) ad est.

Anche un vocabolario comune che raccolga lemmi di tutta la Lombardia sarebbe una buona idea, al pari dell’insegnamento del milanese classico volgare nelle nostre scuole. Ovviamente l’ortografia milanese sarebbe da estendere a tutti i dialetti lombardi, non solo al bergamasco, a partire da quelli occidentali.

Il milanese, a differenza del bergamasco, è il principe dei dialetti lombardi, e dovrebbe depurarsi dalle influenze esterne inutili pescando nel Seprio, un buon serbatoio di arcaismi lombardi.

Il meneghino è la vera parlata centrale di Lombardia e infatti non subisce influenze da parte di idiomi esterni come il veneto, l’emiliano, il ligure o il piemontese. E poi ha chiaramente il suo prestigio conquistato con secoli di letteratura.

Il bergamasco risulta sicuramente meno prestigioso ma si difende bene, visto che nel ‘500 era riconosciuto come uno dei principali volgari d’Italia e che può vantare testi religiosi medievali tra i primi in Lombardia, assieme ad una tradizione letteraria dialettale risalente a prima dei milanesi Lomazzo e Varese, grazie all’umanista Bressani.

Altri importanti autori furono Assonica, Rota, Ruggeri, Tiraboschi (compilatore di un voluminoso vocabolario che rimane insuperato), Gambirasio, Belotti. E naturalmente i grammatici Mora, Sanga e Zanetti.

Certo, la questione della codificazione cui ispirarsi, parlando di un dialetto, ossia di una lingua prettamente orale più che scritta, appare secondaria rispetto alla necessità di preservarla al di là dell’ortografia. Eppure, per conferirle dignità (visto che il dialetto bergamasco non è un sottoprodotto dell’italiano, fiorentino letterario, come qualche birbone vorrebbe far credere), sarebbe ideale utilizzare una grafia consona alla sua natura gallo-italica.

Nessuno mette in dubbio, oggi poi, il primato nazionale di quello che era volgare toscano, ma il miglior servigio che si può fare alla Patria è quello di onorare anche le piccole Patrie che la compongono, e dunque i loro prodotti culturali, soprattutto quelli più in vista come i dialetti.

L’Italia è varia, e la sua unicità sta proprio in questo: non debolezza bensì punto di forza, in una Nazione relativamente eterogenea ma unita dall’eterna gloria di Roma e della latinità.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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