Il bergamasco

Pergamum

Pergamum

Il bergamasco è un idioma galloromanzo cisalpino (o gallo-italico), appartenente alla famiglia linguistica lombarda, formatosi in epoca medievale nel territorio bergamasco, principalmente attorno alla città di Bergamo.

È una loquela neolatina con substrato celtico ed (esiguo) superstrato germanico (praticamente longobardo), con un discreto  numero di lemmi di origine celtica e germanica, e anche con una morfologia e una sintassi che sicuramente risentono del passato proto-celtico/celto-ligure e gallico. Decisamente meno invece di quello germanico goto-longobardo-francone.

Riguardo la fonetica: il bergamasco, come ogni altra parlata lombarda, è nato da umili bocche popolari, avvezze al latino volgare, latino volgare, parlato nel territorio di Bergamo (Bergomatum Ager), caratterizzato dal riemergere del sostrato celtico, e che in un certo senso ha poi subito l’influenza delle bocche germaniche dei Longobardi, che hanno irrobustito alcuni tratti nordici già del celtico; il fenomeno più lampante è quello delle vocali turbate, probabilmente più germaniche che celtiche.

I bifolchi che ritengono la nostra parlata orobica una sorta di “ostrogoto”, si lasciano ingannare dai tipici suoni gutturali, dalla forte tendenza all’apocope, dalla spirantizzazione della sorda (caratteristica soprattutto delle valli), e dalla classica cadenza bergamasca, che può essere ritrovata anche nel Bresciano, nel Trentino occidentale, nelle Alpi lombarde centro-orientali, e oserei dire anche in Veneto, frutto probabilmente di qualche antica inflessione alpina. L’impressione aumenta tenendo in considerazione il gergo dei pastori bergamaschi, il gaì (dal gotico gawi, “villaggio” o forse dalla nota voce indoeuropea *ghaidos, “capra”), noti in tutta la Val Padana grazie alle loro transumanze.

La presunta incomprensibilità del bergamasco deriva infatti dalle sue varianti valligiane, più arcaiche e conservative della parlata cittadina, che presentano tratti rustici e irsuti non solo in direzione gallica e germanica ma anche retica. Il fenomeno dell’aspirazione della sorda intervocalica, ma non solo, tipico delle vallate bergamasche e bresciane, ricorda molto quello della gorgia toscana, ed è suggestivo pensare ad una comune origine tirrenica delle due cose. Per inciso, la famiglia tirrenica (che comprende retico, etrusco e lemnio) non deve per forza di cose essere di origine anatolica; più probabile sia autoctona d’Italia, fossile alpino, spinta poi verso est. Troppe volte si dà per scontata la trita locuzione latina ex oriente lux.

Il bergamasco di città, che fa da koinè, è abbastanza scorrevole come idioma, anche perché ormai sempre più annacquato dall’italiano, purtroppo; altro discorso per le sue varianti vernacolari che sono il valdimagnino, l’alto-brembano, lo scalvino, il camuno, il valgandinese, il trevigliese e il cremasco, varianti che esondano dall’alveo provinciale, perché in epoca longobarda il Ducato di Bergamo si estendeva dal Lario alla Val Camonica e dalle Orobie al Cremasco (fino a Casalbuttano).

La loquela orobica appartiene al ramo orientale della famiglia dialettale lombarda assieme al bresciano, al cremasco, al camuno moderno, ad alcuni dialetti valtellinesi, all’alto-mantovano, al trentino occidentale e probabilmente all’antico veronese pre-veneziano. Tradizionalmente le terre caratterizzate da questi idiomi vengono ritenute cenomani, ma ultimamente gli studiosi considerano il Bergamasco storicamente insubrico. Bisogna comunque tenere conto anche delle influenze venete, che per oltre tre secoli interessarono la Lombardia orientale.

Ricordo inoltre il già citato gergo pastorale del gaì, usato nelle valli orobiche e in Val Camonica.

Come gli altri parlari orientali, il bergamasco risente di influssi nord-etruschi (retici), da cui forse la spirantizzazione della s sorda e la trasformazione di quella sonora in d, e soprattutto veneti, che si riflettono sul lessico, sulla resa linguistica dei vocaboli, sulle espressioni idiomatiche, e sulla dizione delle parole, evidente nell’accento dell’italiano regionale. Bergamo si colloca a metà tra Milano e Venezia, in questo senso.

Anticamente, milanese e bergamasco dovevano essere più simili di ora, se Dante li accomunava per “estirparli e bruciarli” in quanto “barbarici”, a sua detta.

Sicuramente il passaggio dal Ducato di Milano/Lombardia alla Serenissima, nel 1427, ha influito sull’ambito culturale bergamasco, avvicinandolo di molto al Veneto, non solo a livello linguistico ma anche culinario e socio-economico, tanto per dire.

Ovviamente tutto ciò non fa di Bergamo una terra veneta, e quanto Brescia rimane Lombardia orientale, checché ne possa dire qualche “grappinomane” ammalato di indipendentismo veneto.

Il problema del venetismo è peraltro assai più “drammatico” in quel di Brescia, dove l’influenza serenissima è più forte e dove la vicinanza col Veneto scatena le fantasie dei venetisti e dei loro ascari bresciani. Una situazione che gioca anche sull’antico inquadramento di Brescia nella Venetia romana, pur non essendo mai stata interessata da migrazioni venetiche (gli Euganei infatti erano liguri).

Val la pena ricordare che Bergamo e il suo territorio, nei secoli, furono Orobia golasecchiana, Insubria (perché al contrario di quanto molti ancora credono nella nostra Terra non giunsero i Cenomani di Elitovio ma gli Insubri di Belloveso), Gallia Transpadana (e non Venetia, come nel caso di Brescia, Cremona e Mantova), Liguria tardo-romana, Austria longobarda, Contea Gisalbertina, Marca di Lombardia, libero territorio comunale, signoria ora ghibellina dei Suardi, ora guelfa dei Colleoni-Bonghi-Rivola, Ducato di Milano/Lombardia, Repubblica di San Marco, Lombardo-Veneto, Regione Lombardia. Naturalmente, parte integrante della millenaria Italia, non solo politica ma anche etnica.

La provincia di Bergamo ha risentito di queste dominazioni, soprattutto di quella romana, tanto che appunto il bergamasco, come ogni dialetto italiano, è primariamente neolatino, italo-romanzo nello specifico.

Rincresce solo che quello che era, anch’esso, un dialetto del latino volgare, e di area nemmeno lombarda (parlo del fiorentino letterario), oggi livelli sempre più il bergamasco, corrompendolo e snaturandolo, tanto che gli ignoranti lo credono un dialetto dell’italiano, e non un prodotto linguistico del latino volgare parlato nel municipium di Bergomum.

L’italiano, nato come toscano di Firenze emendato, è una lingua romanza orientale; la famiglia lombarda è invece occidentale, gallo-italica, separata dal romanzo orientale grazie alla linea Massa-Senigallia, quella che delimita l’antica Gallia Cisalpina insomma.

Questo comunque, non impedisce certamente di parlare di italo-romanzo, inglobando tutti i dialetti italiani, perché tecnicamente il galloromanzo puro è transalpino.

Caratteristiche dell’idioma di Bergamo sono: forte tendenza all’aferesi e all’apocope, l’evanescenza delle consonanti intervocaliche (la v soprattutto, che sparisce anche ad inizio di parola se seguita da vocale), l’esistenza di una forma interrogativa del verbo, la caratteristica, forse germanica, di avere il verbo coniugato allo stesso modo per le terze persone singolare e plurale e per la prima persona plurale, la particella pronominale me che si riduce a m’ nel caso di prima persona plurale e che si appoggia al cosiddetto “pronome universale” (in bergamasco), l’uso di -cc in fine di parola laddove in altri luoghi lombardi si usa -tt, anche nel caso del plurale.

Inoltre tipici sono l’articolo determinativo ol, l’intercalare, un tempo pornolalico, di origine germanica, pòta, l’aspirazione della s sorda, forte arcaismo ed asprezza, la tendenza a semplificare suoni articolati, e l’uso (in montagna) del cosiddetto scotöm, soprannome che distingue i vari rami di un medesimo casato. Caso curioso rappresenta l’uso della particella affermativa , che ricorda quella subalpina (piemontese) antica .

Il bergamasco è una tipica parlata da strati popolari, montanari e contadini e punta ad essere semplice, diretto, pratico, parlato più che scritto, tanto che purtroppo ha perso alcune caratteristiche che lo legavano ancor di più al lombardo occidentale come ad esempio la distinzione tra vocali lunghe e corte che affonda le proprie radici nel vocalismo celtico e latino, o alcuni fenomeni di origine germanica come il plurale asessuato e la caduta delle vocali atone finali con l’esclusione della a.

Fenomeni germanici presenti anche nel bergamasco sono invece le vocali anteriori arrotondate, la negazione post-verbale (con l’uso del tipico mia), verbi frasali, e qualche altro costrutto.

Poi c’è naturalmente il lessico, che, al di là del corpus latino (o di termini greci ed ebraici) presenta lemmi di origine ligure, retica, italica, lepontica, gallica, gotica, longobarda, francone, milanese, veneta, toscana e altri forestierismi moderni.

Chiaramente, i termini antichi non latini, o classici e biblici, trovano massimo impiego nel lessico quotidiano, soprattutto in quello rustico.

Di certo sono andati persi suoni che nel milanese sopravvivono, così come si sono persi alcuni tempi verbali.

Il milanese è il lombardo per antonomasia, ha conosciuto fiorente letteratura, è stato codificato da grandi autori ed è di indubbio prestigio.

Anche il bergamasco nel suo piccolo ha dato vita ad una discreta produzione letteraria, ed è diventato famoso (nonché famigerato) grazie alla Commedia dell’Arte, al riconoscimento cinquecentesco di essere uno dei volgari precipui d’Italia, e al film in dialetto “L’albero degli zoccoli” di Olmi.

In compenso, rispetto al milanese moderno, il bergamasco è certamente più conservativo, ma perché la realtà bergamasca non è paragonabile a quella milanese, che di milanese ha sempre meno.

Alla fama del bergamasco contribuisce anche la tivvù di stato, intrisa di meridionalismo becero e arrogante, che essendo romano-centrica se vuole ridicolizzare una macchietta la fa parlare in bergamasco; nulla di nuovo, retaggio veneziano e goldoniano, peccato però che queste prese in giro non tocchino mai le cosiddette “categorie protette” che conosciamo tutti molto bene.

Il bergamasco ha ancora tutta la forza per testimoniare il nostro celto-romanico retaggio, forza che soprattutto ha il milanese, candidato, nella sua versione classica volgare, a divenire una sorta di ipotetica lingua regionale per rafforzare il sentimento etnico dei Lombardi.

Advertisements

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
Questa voce è stata pubblicata in Bergamo, Cultura e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...