Nazionali e federali

Non vedo contraddizione, onestamente, tra il nazionalismo italiano che difenda l’unità del Paese e l’istanza federalista, che garantisca la coesione mediante rispetto e tutela delle peculiarità regionali, checché ne possa pensare qualche leghista vecchia scuola che non si arrende ancora di fronte all’utopia indipendentista (e anti-storica).

“Italia” è l’unico etnonimo che mette tutti i popoli italiani d’accordo, perché gli altri, se non son nuovi di pacca, sono arbitrari, controversi, parziali e poco seri. Dalla Padania alla Neapolitania, dal Veneto fino a Perasto al Sud-Tirolo indipendente, e nemmeno sotto l’Austria, per dire (Austria che, peraltro, non è che una costola della Germania).

L’indipendentismo è più spesso qualcosa di meramente economico ed egoistico, e non di genuinamente identitario, perché in Europa, si sa, cavalca le tematiche progressiste demonizzando lo stato “fascista” centralista. L’identitarismo serio invece non si sogna di demolire realtà politiche che, seppur per lungo tempo frammentate, affondano le proprie radici addirittura nella storia romana e, prima di questo, partono da un solido presupposto etnico dovuto alla etno-genesi  della Nazione (ed è proprio il caso italiano).

Il problema dell’Italia sono quei 1.500 anni di frammentazione, seguiti al crollo di Roma, e fomentati dalle mafie vaticane insediatesi a Roma; eppure, se ci pensate, anche questo è vero fino ad un certo punto: i Goti e i Longobardi unirono quasi del tutto l’Italia, e il Regno d’Italia medievale, inserito nel Sacro Romano Impero, includeva almeno tutto il Centro-Nord. Lo stesso Regno di Sicilia, e poi delle Due Sicilie, inglobava tutto il Sud Italia, e il sogno unitario di Federico II fu ancora una volta frustrato dai diversamente rabbini del Vaticano.

Nonostante questo, per carità, le differenze regionali dell’Italia sono ben note: fisicamente, geneticamente, linguisticamente, culturalmente, socialmente l’Italia non può essere considerata un blocco monolitico, e questa differenziazione affonda le proprie radici nella preistoria del Paese. Questo sia detto per contraddire chi crede che il Nord sia Germania meridionale e il Sud Arabia cristiana.

Scarso l’apporto teutonico al Nord Italia e ancor più scarso quello arabo e musulmano al Sud, soprattutto alla Sicilia. In Rete poi, riguardo la Sicilia, circolano alcune gustose favolette su una sua prossimità genetica agli Aschenaziti: peccato signori che se costoro non fossero rimescolati con geni europei (anche siciliani, considerando che prima della Renania erano stanziati in Sicilia e Sud Italia) sarebbero uguali agli Ebrei yemeniti, a dimostrazione che sono gli Aschenaziti ad essere mescolati con gli Europei, e non i Siciliani con gli Ebrei.

Eppure la diversità, relativa, dell’Italia non è una maledizione, ma una ricchezza, considerando poi che questa diversità non riguarda solo l’asse Nord-Sud, ma anche quello Ovest-Est.

E quindi? In quante parti scorporiamo il nostro Paese per soddisfare ogni fregola localista incontrollata? Ha fatto più danni il campanile, del minareto, all’Italia, questo è poco ma sicuro (lo si dica per prendere in giro quell’islamofobia pacchiana da fallacianesimo incallito).

L’Italia non è mica l’India: gli indipendentisti italiani che farebbero a pezzi il nostro Paese in quanti pezzi scomporrebbero l’India? Rido alla sola idea.

Andiamo oltre le lagne, signori, e cerchiamo di lavorare concretamente per la sovranità nazionale e il federalismo. Senza la prima anche un Nord indipendente non andrebbe da nessuna parte, e senza il secondo alcuni diuturni conflitti permarrebbero con esiti disastrosi. Notorio in ambienti secessionisti il disfattismo dovuto alle vicende storiche di questo Paese unificato dal Risorgimento; eppure non è mai esistita un’Italia federalista, per dire che faccia anch’essa pena. Quindi, son sicuro, che in un Paese davvero federale le cose andrebbero per il verso giusto, e non ci sarebbe più bisogno di quel piede di guerra su cui sembrano perennemente fissati i leghisti di ogni latitudine (che poi è qualcosa di meramente virtuale, perché nessuno è disposto ad imbracciare le armi per separarsi dal resto del Paese, a dimostrazione di quanto davvero si senta oppresso da Roma e non si senta italiano…).

L’Italia è un Paese unico: troppo piccolo per essere smembrato dal campanile, troppo grande per essere un blocco unico da Nord a Sud. Non è una maledizione, è una ricchezza, una ricchezza unica che fa dell’Italia la culla della Civiltà europea occidentale. O vogliamo rinunciare a quei patrimoni collettivi degli Italiani che sono Roma, la latinità e la romanità, i Comuni, le Signorie, l’ideale imperiale, la lingua italiana, l’Umanesimo, il Rinascimento, il Risorgimento solleticato dal corso Napoleone (un Italiano dunque), ma anche il Fascismo, inteso come rivoluzione nazionale e sociale, assieme all’esperimento della RSI? Non scherziamo.

Vogliamo davvero rinunciare all’unificante ethos romano per qualche influsso celtico, germanico, slavo, greco o magari addirittura arabo?!

L’Italia ha bisogno di essere armonizzata dall’etno-federalismo, mediante cui si possano risolvere certi annosi conflitti, e l’identità nazionale sia rafforzata con la tutela di quella regionale. Lavoriamo per questo, piuttosto che giocare al disfattismo che raffigura i secessionisti come tanti piccoli Schettino intenti ad abbandonare la nave che affonda.

Pugnalare 4000 anni di Storia per fantasie ucroniche partorite dalla mente di politicanti levantini? Fantasie peraltro rinnegate da tempo ormai, a dimostrazione di quanto fossero null’altro che pretesti elettorali.

Credo sia molto, ma molto, più costruttivo impegnarsi per migliorare lo stato italiano con riforme in senso federalista, piuttosto che cianciare di cose inutili, utopiche, deleterie, che a nulla portano se non a quel classico disfattismo tutto italiano che fa ridere gli stranieri (e che nei secoli li ha portati ad approfittarsene ficcando il loro naso nei nostri affari, solleticati dal cancro temporale papista) e frustra l’ideale identitario, serio, di chi vuole un’Italia federale ma unita dall’ideale romano.

A chi l’Italia non piace non resta che andarsene: giusto per continuare ad allietare gente come Americani, Tedeschi, Francesi o Inglesi con il cliché dell’Italiano cameriere, lavapiatti e lustrascarpe.

Perché ricordatevi: essere italiani non è un’invenzione risorgimentale ma una realtà pluri-millenaria che ci rende Italia agli occhi di tutto il mondo. Ed è un vanto, non una croce. Sta a noi dimostrare che “Italia” è ancor oggi sinonimo di gloria, Storia, arte, Cultura, Identità e non di mafia, disfattismo, campanile, corruzione e pagliacciate (anche leghiste o duosiciliane).

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2014/11/nazionali-e-federali.html

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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