Lombardia medievale

Lombardia viscontea

Lombardia viscontea

La Lega Lombarda non mise a tacere le rivalità territoriali tra Comuni e infatti, sconfitto il Barbarossa, il carroccio fu archiviato e riemersero i campanilismi che ancora oggi, magari sotto forma di tifo calcistico, affliggono la Lombardia e l’Italia intera.

Bergamo contro Brescia, Milano contro Como, Cremona contro Piacenza, e così via.

Sicuramente, una delle principali cause della frammentazione e della debolezza lombarde è il campanilismo, l’egoismo, l’individualismo, la fobia di perdere il controllo del proprio orticello e la mania di avercela con tutti, anche se si tratta di fratelli. Ricordatevi che prima di essere italiani ed europei siamo lombardi e quindi l’armonia comincia dalla nostra regione. Non confondiamo lo sport con la vita reale.

Chi approfittò di questa situazione furono le Signorie, che solitamente parteggiavano per l’Impero e non per le autonomie comunali, essendo di origine germanica, dunque guerriera e feudale; finirono però per parteggiare unicamente per la propria causa, e si divisero in guelfi e ghibellini: i primi dalla parte del papa e del particolarismo, i secondi dalla parte dell’imperatore e dell’ideale imperiale (che avrebbe certo condotto all’unificazione).

Il libero Comune si evolvette così nella Signoria cittadina, attorno alla seconda metà del ‘200, grazie alla forza e all’egemonia territoriale del signore.

La lotta per il potere dilaniò guelfi e ghibellini, che si contesero il dominio delle città precipue. A Bergamo ad esempio, i guelfi Colleoni, Bonghi e Rivola si misurarono per il predominio con i ghibellinissimi Suardi e coi Mozzo, Terzi e Lanzi.

In Lombardia si affermò a livello regionale quella milanese dei Visconti, che sconfissero i rivali insubrici, guelfi di origine franca, dei Della Torre.

Frattanto ci fu anche la rivincita imperiale, con la schiacciante vittoria di Federico II, figlio del Barbarossa, che a Cortenuova, nel Bergamasco, sbaragliò le milizie della Lega nel 1237, contando sui dissidi “fratricidi” dei Comuni; il carroccio fu preso e spedito al papa, protettore dei guelfi, la Lega si sciolse ma il successo dell’imperatore non colse i frutti sperati, per le solite esose pretese d’Oltralpe, e la Lombardia rimase tutto sommato autonoma, con Milano in testa.

Federico II trovò la rovina a Parma (1248) e il figlio Enzo a Fossalta (1249), e con queste sconfitte svanì il sogno imperiale degli Hohenstaufen di unire l’Italia e di sbarazzarsi del papa. Nel 1268, con la Battaglia di Tagliacozzo, i guelfi Angioini conquistarono il Regno svevo di Sicilia, giustiziarono Corradino e misero fine al potere degli Hohenstaufen in Sicilia. Questa capitolazione fu letale per il desiderio unitario imperiale, e inaugurò la stagione del “Francia o Spagna, basta che se magna”

Tornando alla Lombardia, i Visconti, famiglia del Seprio di origine longobarda, ebbero nel Biscione il suo famosissimo simbolo e vessillo la cui origine è ancora dibattuta; per qualcuno, la tesi più papabile, è un antichissimo simbolo sacrale longobardo che si ricollega al culto ctonio delle vipere (i Longobardi ne portavano al collo una riproduzione azzurra come monile e amuleto), per altri è un simbolo strappato agli Arabi durante le Crociate e capovolto nel suo significato, poiché l’omino che il Biscione ingolla è un Moro, infine è da qualcuno considerato come uno dei tanti draghi acquatici delle tradizioni e leggende celto-liguri, più precisamente il drago Tarantasio del mitico Lago Gerundo (Gera d’Adda) che il capostipite mitologico dei Visconti avrebbe sconfitto liberando la terra lombarda a cavallo tra Orobia e Insubria, e guadagnandosi così Milano.

Accanto al Biscione i Visconti posero l’Aquila Imperiale, a simboleggiare la propria ghibellina fedeltà all’ideale imperiale.

Il cromatismo è d’oro per l’Aquila e d’argento per il Bisson, riprendendo così l’insegna degli Ottoni (nel primo caso), che è poi l’insegna dell’Impero, e ponendo la Biscia su uno sfondo nobile e regale.

Staccandosi dalla leggenda comunque, il capostipite reale dei Visconti fu Ottone, arcivescovo di Milano e capo del partito nobiliare e filo-ghibellino; costui nel 1277 guidò le proprie milizie contro i signori guelfi di Milano, i franchi Torriani della Valsassina, e sconfiggendo a Desio il capo della fazione opposta, Napo Della Torre, divenne nuovo signore di Milano nel 1278.

Ha così inizio la fulgida signoria dei Visconti che scalzò dal potere i primi signori di Milano, i Torriani stessi, che tra l’altro avevano esteso la loro influenza a buona parte dei territori occidentali della Lombardia.

Nel 1328, con l’aiuto degli Scaligeri veronesi, Luigi Gonzaga eliminò i Bonacolsi e iniziò a Mantova la signoria della propria famiglia.

Nel 1330 Azzone Visconti, vicario imperiale dal 1329, venne proclamato a Milano “dominus generalis”; egemone su gran parte della Lombardia, nell’arco di una decina di anni ne riconobbero formalmente la signoria tutte le principali città.

Nel 1361 Galeazzo II Visconti ottenne dall’imperatore Carlo IV un diploma che istituì a Pavia lo “Studium generale”, primo nucleo dell’Università.

Nel 1386 prese il via sotto Gian Galeazzo Visconti la lunga vicenda costruttiva del Duomo di Milano.

Nel 1395 lo stesso Gian Galeazzo ottenne dall’imperatore Venceslao il titolo di duca di Milano (5 settembre); nel 1397 (30 marzo) ha quello di duca di Lombardia; il suo ducato si stese su tutta la Lombardia, gran parte del Nord Italia, e oltre l’Appennino Tosco-Padano, su Pisa, Siena e Perugia.

Nel 1396 ebbe inizio l’edificazione della Certosa di Pavia, che il Visconti volle come mausoleo famigliare.

Nel 1402 il grande Gian Galeazzo morì, ed ebbe inizio il processo di sfaldamento che sembrò investire lo stato visconteo.

Tra il 1404 e il 1412 emersero le figure di Pandolfo III Malatesta, che si proclamò signore di Bergamo e Brescia, e di Facino Cane, che estese i suoi possedimenti dal Piemonte all’Insubria.

Tra il 1413 e il 1422, il decennio che vide Filippo Maria Visconti, figlio di Gian Galeazzo, riprendere le redini del Ducato e ricostituirne l’unità territoriale.

Il Ducato di Milano/Lombardia confinava a ovest con quello di Savoia e col Monferrato, a sud con la Repubblica di Genova e con i possedimenti degli Estensi, a est con il Ducato di Mantova, la Repubblica di San Marco veneta, il Principato di Trento, a nord con la Confederazione Elvetica e l’Impero.

Nel 1428 ci fu la Pace di Ferrara: Filippo Maria Visconti fu costretto a cedere la Lombardia orientale a Venezia, in seguito alla sconfitta di Maclodio dell’anno prima.

Il dominio marciano durerà tre secoli, ma nonostante il buongoverno della Serenissima la Lombardia orientale rimase lombarda; lapalissiano per chi ha buonsenso, mica tanto per gli ultrà moderni della “Venethia” da Bergamo a Perasto, bifolchi che confondono il Veneto con la vecchia Repubblica di San Marco.

Nel 1450, Francesco Sforza, romagnolo genero di Filippo Maria Visconti (morto senza eredi nel 1447) occupò Milano e liquidò l’effimera Aurea Repubblica ambrosiana; l’anno seguente vi chiamò, per le fabbriche della Cà Granda (l’Ospedale Maggiore), del Duomo e del futuro Castello Sforzesco, il Filarete.

1454, l’anno della Pace di Lodi, che sancì la legittimità di Francesco Sforza quale duca di Milano e il passaggio di Crema a Venezia.

Nel 1482 arrivò a Milano il grande Leonardo da Vinci, dove gli vennero commissionati diversi lavori e onorò la Lombardia con le sue opere.

Giunsero però anche le note dolenti. Nel 1499-1500 il nuovo duca di Milano, Ludovico il Moro, venne sconfitto dall’esercito francese di Luigi XII guidato dal Trivulzio, e tradotto prigioniero in Francia; il Ducato passò al re francese, la Gera d’Adda e Cremona a Venezia, Bellinzona col Canton Ticino agli Svizzeri.

Così, mentre ad ovest i Savoia consolidarono il proprio Ducato annettendo tutto il Piemonte, a sud emersero i ducati padani, dei Farnese e degli Estensi, ad est dominò la Serenissima, il nocciolo del Ducato di Lombardia di matrice viscontea finì nelle mani dei forestieri e lo sarà praticamente fino al 1859, anno dell’annessione al Regno di Sardegna.

Le vicende dal Medioevo al Risorgimento, mostrano come la Lombardia abbia perso l’occasione di farsi motore dell’unificazione partecipando all’edificazione del progetto imperiale, che alla lunga avrebbe portato l’Italia ad unirsi, a rafforzarsi e ad essere libera e sovrana, affrancata dal papa, dal suo dio straniero e dallo straniero in genere.

L’unità partì dal Piemonte sabaudo, e se da una parte fu un bene visto il ruolo storico, dall’altra fu un male perché i Savoia ereditarono all’Italia parecchie delle loro magagne post-Illuminismo (senza contare che costoro non erano certo italiani).

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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