Lombardia alto-medievale

Regnum Italiae

Regnum Italiae

I Longobardi, “uomini dalle lunghe barbe/asce”, già Vinnili (“i combattenti vittoriosi”), si stanziarono dunque in Lombardia e le tramandarono il nome.

Questo non fa di noi dei Germanici, ma fa di noi dei Gallo-Romani germanizzati in superficie, Europei sud-occidentali con influenze centro-europee.

I Longobardi hanno corroborato la toponomastica, l’onomastica, gli usi e costumi, gli idiomi, la mentalità e naturalmente l’etnia, ma tutto sommato in maniera contenuta.

Grazie ad essi in Lombardia sorsero il complesso di Castelseprio e il monastero di San Salvatore a Brescia, capolavori dell’arte longobarda oggi patrimonio dell’Umanità (anche se non serve certo l’UNESCO per ritenerli tali). Anche la Corona Ferrea conservata a Monza è un gioiello dell’arte longobarda, corona dei re d’Italia.

Vengono convenzionalmente chiamati “barbari” ma l’appellativo è ingiusto; sebbene popolo straniero invasore, inizialmente duro conquistatore e padrone, col tempo assorbirono la cultura classica e la latinità fondendosi con gli autoctoni e guidando la Nazione, quasi, all’unità. Risaputo comunque che etnicamente parlando l’eredità germanica in genere e longobarda nello specifico si mantenne viva segnatamente grazie ai nobili.

La Lombardia divenne grande con Agilulfo e Teodolinda, e poi con Rotari (il sovranno dell’Editto del 643), Grimoaldo, Pertarito, Liutprando (con cui il regno giunse all’apogeo, annettendo i due ducati centro-meridionali di Spoleto e Benevento) anche se ormai la nostra Terra era quasi del tutto cattolicizzata; nella Battaglia di Cornate d’Adda, 689, il re cattolico Cuniperto e l’esercito sconfissero la fronda ariana del duca di Trento Alachis e dei rivoltosi dell’Austria, spianando così la strada alla conversione cattolica di tutti i Longobardi, certamente un fatale passo verso la Roma papalina.

Liutprando, il più grande sovrano longobardo, sostenendo il cattolicesimo a spada tratta spinse anche per la fusione dell’elemento longobardo con quello romanico, cosa che prima non era lecita per via di leggi longobarde mirate all’endogamia.

Con Ratchis e Astolfo l’epopea longobarda giunse ormai quasi alla fine, nonostante il valore soprattutto di quest’ultimo, fiero avversario della Chiesa, di Bisanzio e dei Franchi.

La Langobardia Maior aveva via via conquistato tutta la Val Padana, la Liguria, l’Emilia estrema, parte della Romagna, e i Longobardi si erano spinti nel Centro-Sud sconfiggendo ripetutamente i Bizantini, accaparrandosi territori italici, e unendosi alla Langobardia Minor meridionale.

Certamente avrebbero voluto riunire in maniera duratura l’antico regno di Teodorico, ma il papa impedì in ogni modo possibile l’unificazione del “Paese”, complottando e intrigando con lo straniero, affinché calasse in Italia per sconfiggere i Longobardi. Come ho già ricordato, il Vaticano ci farcisce di stranieri dal primo Medioevo.

I maneggi tra papisti e Franchi segnarono il destino del regno dei Longobardi ma non dei Longobardi che di fatto, anche con i Franchi, continuarono a tenere ben salde le redini del comando territoriale, fondendosi sempre più con i vecchi autoctoni gallo-romani e mantenendo una certa autonomia.

La fine giunse con Pipino e poi con suo figlio Carlo Magno, quando a Roma sedettero sul soglio pontificio prima Stefano II e poi Adriano I, che non fecero altro che piagnucolare verso la Francia affinché sgominasse la Langobardia e il pericolo che gravava sul Vaticano, e sul territorio che tiranneggiava, il Ducato Romano.

Grazie a Pipino, che sconfisse per primo i Longobardi rompendo i buoni rapporti che intercorrevano con essi, nacque lo Stato della Chiesa (756), e nel 773-774 scoppiò la fatale guerra tra i due popoli germanici che portò al tracollo del regno sotto Desiderio e suo figlio Adelchi; nel 774 i Franchi conquistarono Pavia e Carlo Magno, secondo vincitore dei Longobardi, è “gratia Dei rex Francorum et Langobardorum”. Egli riorganizzò l’entità statale longobarda con conti al posto dei duchi, posti nelle città già sedi di ducati.

Nel 776 fallì la ribellione anti-franca nell’Italia nord-orientale e la regalità longobarda si spostò nel Centro-Sud, a Spoleto, Benevento, Capua e Salerno.

Ciò nonostante il grosso dei Longobardi rimase al Nord, la classe dirigente rimase longobarda e il diritto longobardo rimase in vigore sino a ‘400 inoltrato, in taluni casi, chiaro segno che l’etnia longobarda non aveva perso e si era armonicamente fusa con i “vinti” di un tempo, gallo-romani. Non dimentichiamoci però che i Longobardi influirono discretamente anche a Sud, in alcune località, soprattutto del Sannio.

Nel 781 Carlo Magno riconfermò a Pavia la dignità di sede centrale del Regno Italico (o meglio, del Regno Longobardo non più sovrano che assunse il nome di Regnum Italiae, Centro-Nord italiano, già Langobardia Maior) ponendo sul trono suo figlio Pipino I. Successivamente passò a Lotario, figlio di Ludovico il Pio, nuovo imperatore dopo il padre Carlo Magno, che la strappò a Bernardo, figlio di Pipino I.

Le vicende franche prima ed imperiali poi, portarono alla calata in Lombardia di alcuni gruppi di immigrati teutischi tra cui, oltre ai Franchi, vanno ricordati Svevi, Alemanni, Bavari, tutta gente che andò a rimpolpare la nobiltà più che il popolo.

Nell’888, in seguito allo sfaldamento dell’Impero Carolingio, Berengario, marchese del Friuli, divenne il primo dei reucci italici, che battagliarono per il possesso dell’attuale nord della Repubblica Italiana.

Nell’891 nacque invece la Marca di Lombardia, per volontà dell’imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica (succeduto a quello franco) Guido da Spoleto, che riuniva i comitati di Milano, Como, Pavia, Seprio, Bergamo, Lodi, Cremona, Brescia, Mantova, Piacenza, Parma, Reggio, Modena.

Il Regno d’Italia medievale (781-1014) non fu mai una compagine statale capace di imporre la propria autorità, e la corona fu un titolo meramente formale, per quanto prestigioso e ambito potesse essere. Chi comandava era l’imperatore germanico di turno.

Nel 950-951 il re Berengario II riorganizzò il territorio del nord-ovest italiano creando 3 marche imperiali: Marca Aleramica (Liguria centro-occidentale e Piemonte centro-meridionale), Marca Arduinica, già Anscarica (resto del Piemonte, Torino e Ivrea, con Liguria occidentale), e la Marca Obertenga, che assorbì la precedente marca lombarda (Lombardia ed Emilia più la Liguria orientale e l’Apuania). Queste tre marche presero il nome dai nobili che le governarono per primi.

Gli Obertenghi erano un nobile casato longobardo di origine milanese, il cui capostipite Oberto I fu il primo reggente della marca suddetta. Da essi si generarono grandi dinastie come i Pallavicino, i Cavalcabò, i Malaspina e soprattutto gli Estensi.

Le tre marche suddette riunivano il territorio del nord-ovest italiano, che già a partire dalla tarda epoca imperiale (romana) veniva indicato come “Liguria”. Il nord-est invece come “Venetia“.

Nel 961-962 l’imperatore Ottone I unisce la Corona d’Italia-Lombardia al Sacro Romano Impero; egli investì i vescovi di poteri politici inserendoli come vescovi-conti nel sistema feudale, aprendo le famigerate lotte per le investiture e gettando il seme dei futuri scontri tra autonomia comunale (e strumentalizzazione papista) e autorità imperiale, tra guelfi e ghibellini, tra signori longobardi-lombardi (un esempio è la saga di Matilde di Canossa) e imperatori.

La corona d’Italia venne ereditata ai successori di Ottone fino al 1002. In quell’anno prese il potere Arduino d’Ivrea, desideroso di colmare il vuoto di potere lasciato dall’Impero nel Nord Italia, divenendo re d’Italia.

Ebbe filo da torcere sia dalla Germania che dalla Chiesa e proprio per questo viene romanticamente visto come primo re nazionale d’Italia, per l’affrancamento dal potere d’Oltralpe e da quello clericale.

Regnò fino al 1014, quando, circondato da nemici, alleati dell’imperatore Enrico II, depose le insegne regali e si ritirò in un’abbazia. Con la sua abdicazione finì il Regnum Italiae.

Esso cessò di fatto di esistere con l’avvento delle autonomie comunali, volte a sostituire il potere politico dei vescovi.

Abbiamo così varcato il 1000, fine convenzionale dell’Alto Medioevo (e non del mondo), e germe della stagione comunale, certamente vanto e fiore all’occhiello della Lombardia medievale.

Chiudo questo articolo con una riflessione sul nome lombardo: il susseguirsi delle vicende alto-medievali fa capire come “Lombardia” non sia che la contrazione di “Langobardia/Longobardia”, un coronimo di origine bizantina che designò i possessi longobardi sia del Centro-Nord che del Centro-Sud; mantenendo il potere, seppur simbolico, a Pavia (già capitale del Regno Longobardo), il nome “Lombardia” passò squisitamente a designare il nord-ovest d’Italia, che diventò Regno d’Italia medievale.

La frammentazione dei potentati padani portò Piemonte, Liguria, Emilia e Lombardia convenzionale a seguire strade differenti e tale nome, nell’accezione contemporanea, è passato ad indicare soltanto l’omonima regione italiana.

A ben vedere, la gran parte d’Italia potrebbe chiamarsi “Lombardia”, soprattutto il Centro-Nord, già Langobardia Maior. Per questo preferisco “Insubria” per designare la etno-regione lombarda che ho in mente: “Lombardia” è un termine ambiguo, un concetto ora allargabile, ora restringibile a seconda del punto di vista, arbitrario e vago, nonché un termine che nasce dai Bizantini, e nemmeno dai Longobardi.

Se qui lo uso è per comodità e per evitare di confondere troppo i lettori.

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Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
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