Il Piemonte

Drapò del Piemonte

Drapò del Piemonte

In epoca lombardista consideravo come Lombardia occidentale Piemonte e Valle d’Aosta, mentre la Lombardia occidentale consueta sarebbe la cosiddetta Insubria.

Oggi credo sia meglio mantenere le denominazioni originali, per non ingenerare confusione, nonostante “Piemonte” sia solo un coronimo e non un etnonimo, e il territorio che esso designa sia stato considerato parte della Lombardia nel Medioevo (assieme alla regione lombarda attuale, Liguria, Emilia e Svizzera italiana).

Uno dice: pure la Val d’Aosta? Perché annetterla al Piemonte? Perché rientra nel bacino idrografico del Po, è cisalpina e non è null’altro che una valle con una cittadina, Aosta, ormai decisamente italianizzata; se ci fate caso inoltre ci sono Franco-Provenzali (ma ormai ben pochi) sia in valle che nella provincia torinese, nelle vallate occidentali tra cui la Val di Susa.

Ridare questo spigolo alpino alla Francia che già ha, senza alcun diritto, territori italiani come Corsica, Nizzardo, Monginevro, Valle Stretta e Moncenisio? Assolutamente no. Aosta rimane con noi, unita al Piemonte perché folle tenerla come ente regionale, e per di più autonoma, e ce la si accattiva col federalismo etnico. Sono conscio della forzata meridionalizzazione di quella valletta, e infatti penso che quel territorio andrebbe fatto respirare, a vantaggio degli indigeni, favorendo un rientro delle famiglie meridionali o venete finite lassù.

Il Piemonte comprende Torino, che ne è il centro precipuo da sempre, Ivrea, Canavese, Asti, Alessandria, Monferrato, Vercelli, Biella, Valsesia, Alba, Cuneo, Saluzzo e appunto Aosta e la sua Valle.

Al Piemonte spettano, come ricordato, anche Monginevro, Valle Stretta e Moncenisio, lembi di territorio padano assorbiti dai Francesi nel dopoguerra.

Le province sarebbero quella di Torino (con i tre lembi), Cuneo, Asti e Monferrato, Alessandria (senza Tortona, all’Emilia), Vercelli (con Biella e la Valsesia), e Aosta.

Classico simbolo del Piemonte è il Drapò sabaudo mentre per le province il toro di Torino con la bandiera dell’Assedio, la Croce di San Giovanni per Cuneo e Asti, quella di San Giorgio per Alessandria e Vercelli e il leone con il rosso-nero peculiare per Aosta.

Le minoranze ivi presenti sono quella franco-provenzale a nord-ovest e quella walser a nord; qualcuno ci aggiunge quella occitana ma stiamo parlando di Piemontesi che parlano provenzale. L’occitanismo non è che un pretesto per fare gazzarre di sinistra anti-identitarie, condite con il solito cosmopolitismo pezzente.

In Piemonte ci sono anche alcune comunità ebraiche, e così in Emilia, bassa Lombardia e Milano. Eccetto Torino e Milano si tratta ormai di poche unità.

Nella “Grande Lombardia occidentale” si parla piemontese, che comprende: torinese e cuneese (ovest), astigiano, langarolo, roerino, monferrino, alessandrino, e inoltre le parlate influenzate dal lombardo come vercellese, biellese, valsesiano (est), ed infine il canavesano parlato ad Ivrea e suo territorio. In Val d’Aosta c’è invece il patois valdostano, che è franco-provenzale.

Decenni fa in Piemonte c’era una minoranza che in breve non lo fu più, vale a dire quella meridionale; Torino è diventata la terza città meridionale d’Italia, grazie (si fa per dire) all’affarismo targato Valletta-Agnelli che ha letteralmente farcito di migranti, soprattutto calabresi, la città sabauda. Il Piemonte ospita, assieme a Liguria e Lombardia, milioni di Italiani del Sud, ormai assimilati ma che hanno comportato con il loro esodo un ovvio sconvolgimento del tessuto etno-sociale, pagato, come sempre, dalla povera gente. La colpa non è tanto degli immigrati meridionali quanto dei soliti affaristi che, ieri, sfruttavano loro e oggi i moderni migranti. Il tutto sulla pelle degli indigeni. Assieme agli esodi si sono purtroppo infiltrate le mafie che fanno affari d’oro tra Torino, Milano e Genova (anche grazie alla corruzione di taluni autoctoni, va detto).

Ai simpaticamente detti “terroni” si aggiunsero, in misura decisamente minore, Veneti, Friulani, esuli istro-dalmati sfrattati dai criminali titini, Romagnoli e gli immigrati più recenti provenienti da tutto il globo.

Essere identitari, e indigeni, in Piemonte è ormai una medaglia al valore.

L’autoctono è di stampo celto-ligure, romano e longobardo. Forte in Piemonte il tipo alpino, che comporta una statura più bassa, rispetto ai vicini lombardi, ma più diffuso è anche il tipo ligure, l’atlanto-mediterranide. La parte meridionale del Piemonte risente molto del sostrato ligure e alcune zone che costeggiano il confine meridionale andrebbero proprio cedute alla Liguria, perché parlanti il suo dialetto (pensiamo all’Oltregiogo).

Diffuso il biondismo sulle Alpi e in zone come il Canavese dove maggiormente si presentano infiltrazioni nordiche, sebbene periferiche.

Le qualità piemontesi sono però in pericolo di vita perché sempre più patrimonio di pochi, annacquate da un Risorgimento sfuggito di mano e triturate da un mondo industriale, come quello Fiat, orientato decisamente verso gli States più che verso l’Europa.

Io ho cambiato idea sull’Italia etnica, storica, geografica, geopolitica, perché abbiamo il sacrosanto dovere di difendere l’inclito nome italiano dalla corruzione imperante e, quasi, invincibile, ma riguardo la questione meridionale al Nord rimango assai critico: penso che parte di coloro che qui emigrarono nel dopoguerra dovrebbe tornare al Sud perché il Nord-Ovest sta letteralmente naufragando nel cemento, nell’inquinamento e nella sovrappopolazione. Se si vuole sopravvivere bisogna rivedere un bel po’ di cose.

Superfluo aggiungere che l’immigrazione moderna va bloccata sfoltendo mediante rimpatri gli allogeni qui presenti. Fermiamo gli esodi e cominciamo a costruire una Comunità nazionale, etno-federale, davvero solida e solidale tra i suoi membri invece di imbarcare altri immigrati, che siamo totalmente incapaci di gestire, peraltro.

L’unificazione d’Italia è partita dal Piemonte, avendo come protagonisti per lo più settentrionali ma noi, loro discendenti, ce ne siamo fregati abdicando al ruolo dirigenziale che il Nord ebbe nell’Ottocento. E le conseguenze si vedono ancora oggi: se questo stato avesse un accento settentrionale le cose andrebbero diversamente, ma non perché noi siamo migliori dei meridionali, bensì perché il cuore nevralgico del Paese è situato nel Centro-Nord e il Meridione ha bisogno di svilupparsi imparando a camminare con le proprie gambe. Certamente aiutato da noi. Finché però esisteranno clientelismo, assistenzialismo, nepotismo, familismo, e tutto quel bizantinismo tipico di Roma e dintorni, lo stato rimarrà un ente elefantiaco senza Nazione.

E le favole indipendentiste continueranno a fare danni.

Advertisements

Informazioni su Paolo Sizzi

Lombardo, Italiano, Europeo per Sangue, Suolo, Spirito.
Questa voce è stata pubblicata in Nord, Nord-Ovest e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

14 risposte a Il Piemonte

  1. Nico ha detto:

    Paolo proprio come tu affermi ,l’oltrgiogo andrebbe resistuito alla Liguria.
    Anchio penso che Aosta è da inglobare nel piemonte.
    Per quanto le riguarda le provincie della nazione ed ovviamente anche del piemonte ,penso che la “provincia” sia semplicemente un espressione geografica.Il nome di ogni provincia logicamente proviene dalla città/comune più importante.
    Assegnare un simbolo/bandiera alle provincie non ha senzo secondo me.
    SU ogni municipio cittadino della nazione vedrei bene sventolare 3 bandiere: la bandiera nazionale ,quella regionale,ed infine quella cittadina.

    Mi piace

    • Paolo Sizzi ha detto:

      Appunto, è un’emanazione territoriale della città precipua, salvo particolari casi, quindi l’insegna deve provenire dalla città. Gli stemmi provinciali son sempre inventati di recente, quelli cittadini sono anche millenari.

      Mi piace

      • Nico ha detto:

        Hai ragione ,non intendevo creare polemica.
        Come hai affermato la provincia di solito è un emanazione della città principale,ed i simboli provinciali italiani sono per la maggior parte inventati.
        Alcuni simboli cittadini possono vantere un millennio di storia.
        Per questo affermo che “secondo me” non ha mai avuto senso dotare le provincie di uno stemma ed una bandiera.
        La mia resta ovviamente un opinione.

        Mi piace

  2. Toni ha detto:

    Sei razzista contro i meridionali?

    Mi piace

  3. Bruno ha detto:

    Fa piacere che un barbaro longobardo ed ex indipendendista si interessi a mantenere l’Italia unita ed a recuperarne la sua originaria cultura. Grande stima, meriti di guidare l’Italia! Spero che un giorno condurrai l’identitarismo alla vittoria!

    Mi piace

    • Paolo Sizzi ha detto:

      Eh cala cala… Mi fa piacere l’entusiasmo ma non mi sento così speciale, diciamo. Abbandonare lo sterile handipendentismo era il minimo. Si cresce, si matura e ci si spoglia delle carnevalate ossia delle piazzate secessioniste e micro-sciovinistiche.

      Mi piace

  4. Mandi Mandi ha detto:

    Ciao Paolo, da un po’ di tempo seguo il tuo blog e praticamente sono d’ accordo con tutte le tue idee. Sicuramente bisogna attuare una politica di preservazione del patrimonio etnoculturale delle singole realtà regionali tuttavia al nord-ovest è difficilmente fattibile dal mio punto di vista. Tu sai se ci sono delle cifre che ci dicono quanti sono i non-autoctoni italiani presenti al nord (discendenti delle grandi migrazioni compresi)?

    Mi piace

    • Paolo Sizzi ha detto:

      Stime tratte dal sito di Grande Lombardia: “Popolazione allogena europea: Circa 8.000.000 Esperici (Italiani centro-sud), 500.000 Rumeni, 1.500.000 altri Europei; Popolazione allogena extraeuropea: Circa 3.000.000”.

      Mi piace

      • Anonimo ha detto:

        Grazie; scusa se ti rispondo solo ora (mi ero dimenticato di aver commentato questo post). Bisogna asdolutamente risolvere questa situazione; se le cose cambieranno la prima cosa da fare sarà dare cittadinanze regionali e rimpatriare. Personalmente vista anche la mancata cittadinanza per ius soli credo che il problema principale al nord sia rappresentato dai meridionali. Molto spesso glo stranieri parlano anche in dialetto e difficilmente si considerano autoctoni; mentre i meridionali si considerano tali in nome dell italia. Da questo punto di vista preferisco gli stranieri perché mantengono la distanze e in senso assoluto non si impossessano dell identita delle singole regioni nordiche come fanno i meridionali dichiarandosi ad esempio torinesi. Credo che per risolvere la questione meridionale bisogna creare stati indipendenti altrimenti se rimaniamo in “italia” tutto cio non accadra mai. Posso sapere che criterio è stato usato per le stime sui meridionali?

        Mi piace

      • Paolo Sizzi ha detto:

        Le stime le aveva fatte il camerata Roncari, non so su che basi, ma probabilmente sono all’eccesso, fermo restando che quello meridionale è stato di certo un esodo.
        Per quanto riguarda i “rimpatri” il discorso è il seguente: l’immigrazione di massa è sempre condannabile, perché inevitabilmente porta alla distruzione del tessuto etno-sociale e culturale originario; non posso certo gioire della fine che hanno fatto le città del triangolo industriale. Tuttavia, giusto per non fare intendere che questa sia discriminazione, perché non lo è, c’è anche da rilevare come gli esodi meridionali abbiano lasciato vuoti al Sud che tendono a venir colmati con immigrati, il che è francamente ridicolo, pericoloso e inaccettabile. Ovviamente non possiamo paragonare gente del Sud agli allogeni veri e propri ma rimane il fatto che siano saliti in massa, e giusto per riempire le casse dei nostrani industriali, come accade oggi con gli altri immigrati. Comunque la situazione può risolversi solo con accordi tra le varie parti in causa, tenendo conto che molti meridionali abbiano figliato con donne/uomini del posto, perciò non si può certo pensare di dividere le famiglie. Si dovrebbe incentivare un ritorno per chi fosse ben disposto, anche perché insomma sarebbe un ritorno alle origini, non una deportazione. Solo la gente del Sud può salvare il Sud.

        Mi piace

      • Alessandro ha detto:

        Rispondo ad Anonimo. Il rimpatrio è una follia anche pensarlo. Non solo da un punto di vista morale, ma anche da un punto di vista pratico. Non esiste un solo strumento giuridico per poterlo attuare. E le industrie del nord Italia hanno avuto un grande ruolo in questo esodo. Se la maggioranza delle attività economiche di un Paese finiscono per concentrarsi in una sola area, è ovvio che tutti siano costretti a migrarvi, prima o poi. Vedete l’ultimo caso di Sky Italia, corporation inglese che ha la sede principale a Milano e ha ereditato le attività di due società diverse, la francese Tele Più (con sede a Milano) e l’italiana Stream (con sede a Roma). Ora ridimensionano la sede romana costringendo grande parte dei dipendenti della sede romana a trasferirsi a Milano, persino controvoglia.

        L’unica vera strada rimane quella di creare le condizioni di sviluppo economico nel sud Italia perché questo esodo termini o si riduca nei numeri, e che molti se ne tornino anche di loro spontanea volontà nel sud Italia. Perché, come ha evidenziato Paolo, nel sud Italia si sta creando un altro paradosso, interi paesini disabitati che i sindaci locali vorrebbero ripopolare con colonie di rifugiati non europei. E’ questa catena che va spezzata, il nord Italia ripopolato da un esodo di massa dal sud Italia, il sud Italia ripopolato da non europei (che poi finiranno qualche generazione dopo a migrare nel nord Italia).

        La preservazione del patrimonio etnoculturale delle singole realtà regionali è sacrosanta, sono assolutamente d’accordo. Ma non si potrà mai impedire a uno di Ascoli, di Lecce o Agrigento di trasferirsi a Brescia, Pinerolo o Belluno. Si devono piuttosto creare le condizioni perché non ne abbia la necessità. Perché la maggioranza dei meridionali che si sono trasferiti nel nord Italia lo hanno fatto per necessità, non certo perché preferissero vivere nel nord Italia.

        Mi piace

      • Paolo Sizzi ha detto:

        Pacifico, quanto asserisci, il problema risale al boom economico e a chi l’ha cavalcato (stato + imprenditoria padana), che ha portato all’abbandono del Sud da parte sia di moltissimi nativi che delle istituzioni, cosicché a trionfare sono degrado, mafia, corruzione, assistenzialismo e via dicendo. Bisogna investire nel Mezzogiorno ed industrializzarlo, affinché cammini con le sue gambe e così possa davvero autodeterminarsi e sbarazzarsi una volta per tutte delle mafie e della mentalità levantina di alcuni ambienti. Ciò detto non sarebbe certo inumano e impossibile agevolare un parziale ritorno di chi abbia voglia di riprendersi le sue terre e di risollevarle dalla criminalità e dall’immigrazione allogena. Il Mezzogiorno va ai meridionali, come il Settentrione ai settentrionali. Poi, ripeto, in alcune situazioni è pura utopia pensare di far rientrare TUTTI i discendenti dei meridionali saliti a nord: moltissimi sono “ibridi”.

        Mi piace

  5. Anonimo ha detto:

    Alessandro io non parlo di deportazione ma di rimpatrio: sono 2 cose molto diverse; a me pare che tu creda che il secondo equivalga al primo. Il rimpatrio è un diritto/dovere di uno stato (ma anche di una regione) che riporta i “suoi” abitanti non-autoctoni nel loro luogo di provenienza (territoriale culturale etnico ecc) al quale appartengono; la deportazione è una violenza e un crimine perchè sradica da una terra il popolo legittimo. Se un settentrionale viene costretto ad andare al sud si tratta di deportazione, se invece chi va al sud è un meridionale si tratta di rimpatrio, proprio perchè ritorna nella sua “patria” (nel senso di area regionale). Le grandi città sicuramente hanno sempre attratto masse, tuttavia fino alla seconda guerra mondiale ci si spostava dal paese alla città vicina, non certo dalla Sicilia a Torino o come avviene ora dal Congo a Milano; per questo chi abitava in città e chi in campagna faceva parte dello stessa area etno-culturale e bastava poco per integrarsi (lascio perdere i problemi dell’ industrializzazione).

    Penso che bisognerebbe concedere cittadinanze regionali agli autoctoni ed eventualmente integrare col tempo chi è culturalmente più simile, tuttavia escludo la possibilità di concedere la cittadinanza a meridionali e discendenti di essi vista la loro distanza (all’ interno del contesto italico) culturale e storica incolmabile (già molti autoctoni hanno comportamenti, nel bene e nel male, simili a quelli tipici del meridione). Comunque il mio discorso non è affatto razzista perchè da veneto (autoctono della venezia) ti dico che i miei conterranei presenti in Lombardia, Piemonte e Lazio sono veneti e non certo piemontesi ecc.
    Lo stesso discorso fatto per i meridionali lo farei se al loro posto ci fossero gli austriaci.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...