Dalla schiavitù dei mercati ci liberi il protezionismo identitario

In un’Europa sconvolta dalla globalizzazione, dai flussi migratori, dalle politiche atlantiche e americane che la riducono a mera colonia degli Usa e dalla temperie postmoderna del mondialismo (tutta contesta di relativismo, consumismo, edonismo e materialismo svilente e zoologico), appare oggi più che mai vitale recuperare delle salutari dottrine protezionistiche che rimettano al centro la sovranità, l’autorità e l’identità dei popoli europei, mediante gli enti burocratici e amministrativi che dovrebbero (condizionale d’obbligo) rappresentarli.

La questione riguarda anche, naturalmente, l’economia e le finanze, poiché, ad esempio, non vi può essere una reale sovranità senza sovranità monetaria, così come non si potrebbe parlare di popolo libero e sovrano rimanendo questo sotto il giogo del colonialismo statunitense ed euro-atlantico.

Chiaramente si parla della sovranità dello stato, e infatti cos’è la Repubblica Italiana odierna se non una succursale del sistema mondialista, a metà tra Unione Europea e Nato, come le altre realtà nazionali dell’Europa occidentale?

Vada per il governo giallo-verde di 5 Stelle e Lega, ma c’è poco da parlare di sovranità redenta se, prima, l’Italia non si sbarazza di lacci e lacciuoli sovranazionali, che non badano di certo agli interessi nazionali italici… Certo, non è un processo a breve termine, ma un qualcosa che necessita di un lungo cammino che, oltretutto, non è nemmeno sicuro possa concludersi con una vera vittoria sovranista.

Tuttavia, l’Italia, se tiene per davvero alle proprie sorti, dovrebbe realmente seguire la strada dell’autodeterminazione, puntando su isolazionismo, autarchia, protezionismo e un salubre tocco di dirigismo. Questo è socialismo nazionale, signori, ma va da sé che ciò è possibile solo risanando dalle fondamenta la repubblica del tricolore.

Per questo reputo fondamentale la rivoluzione etnofederalista del Paese, perché sarebbe l’unico modo per dare voce alle realtà etniche d’Italia senza, per forza di cose, sacrificare l’unità storica della nazione. Io credo che il federalismo, serio, non sia dispersivo ma sia, anzi, soprattutto in Italia, il toccasana per porre fine tanto alle sagre indipendentiste (sebbene da burletta) quanto alla statolatria apolide basata su uno stato occidentalista nato (o, meglio, Nato) dalla tresca tra i “liberatori” del 1945.

So che qualcuno potrebbe pensare che il socialismo nazionale e il federalismo etnico siano in contraddizione, e che quest’ultimo sacrificherebbe la sovranità nazionale all’europeismo macro-regionale; vi rispondo citando il caso elvetico, di una confederazione (ossia di qualcosa ancor più elastico del federalismo), che di certo non sputa sulla propria autorità e sovranità, tanto da essere tradizionalmente neutrale e inflessibile sul rispetto delle regole.

Devo aver letto da qualche parte che la quarta posizione di Aleksandr Dugin implica l’incontro virtuoso tra la sinistra nazionale (pei diritti sociali) e la destra sociale (pei valori nazionali), naturalmente in un’ottica eurasiatista, come la chiama lui; al di là del pan-eurasiatismo, che personalmente considero folle (l’impero è europeo, o euro-siberiano, anche se, forse, l’ideale è che Europa e Russia conservino un proprio spazio sovrano, onde evitare di pestarsi i piedi), si può condividere l’appello del filosofo russo, che in sostanza invita ad un’intesa trasversale tra socialisti patriottici e conservatori “rivoluzionari”, per il bene dei popoli, delle nazioni d’Europa e per i comuni interessi dell’Eurasia occidentale.

Ma, fondamentalmente, queste sono anche le posizioni “rossobrune”, e di importanti autori della cosiddetta area identitaria e della “nuova destra” quali Thiriart, De Benoist, Faye, il GRECE, senza dimenticare i risvolti etnonazionalisti ed etno-pluralisti nati, proprio, in seno a questo ambiente. Il “rossobrunismo”, dopotutto, è il recupero in chiave patriottica e identitaria del socialismo, depurato dalle scorie neomarxiste e dalla piaga dell’euro-comunismo, e cioè di quel filo rosso che lega le grandi ideologie del Novecento: fascismo, nazionalsocialismo, comunismo.

Ideologie legate anche dal comune nemico, che è quell’Occidente infame, corrotto, affaristico, senza sangue, suolo e spirito, avvelenato dal capitalismo e dall’usurocrazia, e incarnato dalle classiche democrazie borghesi di Francia, Gran Bretagna, Usa. Per quanto Mussolini e Hitler potessero essere anti-bolscevichi, erano ben consapevoli del fatto che la vera minaccia contro la fortezza Europa provenisse dall’estremo ovest del globo, anche perché l’Urss, la Russia, dell’Europa fa parte, a differenza degli Usa.

Credo che, una volta compreso come il nemico di ieri sia ancora quello di oggi, si debba agire in senso multipolare, non per passare dagli Usa alla Russia rinunciando così, in altro modo, alla propria sovranità, ma proprio per intessere una trama internazionale che sappia difendere e preservare lo spazio identitario e geopolitico di ciascuna nazione, senza arrivare a guerreggiare contrapponendosi in inutili guerre, che sono poi le guerre dell’imperialismo unipolare americano.

L’Italia dovrebbe guardare ad est per sviluppare una dialettica diversa rispetto al passato, e al presente, abbandonando finalmente il servaggio per i gendarmi del globo, e i banchieri che li manovrano, che implica crogiolo multirazziale, cosmopolitismo, capitalismo, società apolide e amorale dei consumi, militarismo Nato, filo-sionismo, complicità in ogni terroristica azione americana e via dicendo.

L’occidentalismo, l’europeismo e l’atlantismo significano, per l’Italia, la sudditanza ai mercati e il tritacarne livellante della globalizzazione, in cui il Paese viene trascinato automaticamente in quanto tristissima colonia americana, cosicché oltre alle angherie degli stranieri ricchi ci toccano pure quelle degli stranieri poveri che migrano dal terzo mondo, comportando degli sconvolgimenti etnici, culturali e sociali che tutti ben conosciamo.

Non da ultimo, perdendo in sovranità monetaria ed economica, l’italietta anodina e succube tanto cara al Quirinale, è terra di conquista delle multinazionali forestiere che rilevano, licenziano, delocalizzano con la complicità degli affaristi locali e delle privatizzazioni. Assieme a ciò, l’Italia subisce il neocolonialismo franco-britannico nelle acque del Mediterraneo, con le svariate contraddizioni dei cuginetti d’oltralpe, europeisti quando questo favorisce la Francia, sovranisti fino al midollo quando si tratta di pigliarsi in casa immigrati, aiutare l’Italia, favorire la tanto osannata libera concorrenza (che noialtri dovremmo subire e i Francesi orchestrare).

L’Italia dovrebbe uscire da ogni ente mondialista, smarcarsi dalla sfera politica euro-occidentale (concetto del tutto artificiale, che significa solo “americana”) e promuovere la propria auto-affermazione nazionale, grazie al sovranismo, al protezionismo, al ritorno ad una valuta propria, insomma ad uno stato forte e rappresentativo, ma anche grazie al federalismo etnico e al comunitarismo che andrebbero a tutelare il nerbo etnico d’Italia. Lo stato non vale mai più di una nazione, essendo questa che lo legittima, ma certamente serve – qualora social-nazionale – come baluardo contro ogni minaccia mondialista che, spesso, si concretizza diventando una mortale piaga in termini identitari, tradizionali e anche socioeconomici.

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6 novembre (2013): la nascita di Grande Lombardia

I Lombardisti

Il 6 (o 7) di novembre è la data astronomica intermedia tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, che è quanto celebravano, ad esempio, i Celti con Samonios (da cui Halloween), festività che tradizionalmente cade tra 31 ottobre e 1 novembre. L’antica ricorrenza di Samhain è anche detta Calenda, in quanto capodanno celtico, ed era vista dai nostri avi come il periodo dell’anno in cui il mondo dei vivi si avvicinava di più a quello dei morti, con l’apertura simbolica del portale che li mette in comunicazione. Da qui i riti apotropaici sul limitare dell’inverno, in concomitanza con una stagione dalle giornate corte, dunque buie, fredde, “morte”, in cui anche la natura e le attività agro-silvo-pastorali “riposano”. La celebrazione cristiana di santi e defunti nasce da tutto questo, e proprio per la valenza sacrale e astronomica – in chiave pagana – ricoperta dal 6 novembre io e gli altri fondatori di Grande Lombardia scegliemmo, nel 2013, di fondare tale movimento, nella cornice del Castello Visconteo di Pavia, l’indimenticata capitale longobarda. Il ricordo degli antenati, l’inizio dell’anno celtico, le reminiscenze gentili, lo sfondo dell’autunno lombardo e l’intima fusione tra sangue, suolo e spirito resero cotesta data ideale per raccogliere simbolicamente l’eredità del Movimento Nazionalista Lombardo, fondato il 6 maggio 2011 nell’alto Seprio varesotto. Il periodo di Beltane, festività primaverile celtica per antonomasia, si contrappone astronomicamente a Samhain, ed è non a caso il festival della luce e del fuoco.

Il 6 novembre 2013 non si celebrò il “funerale” del MNL, nato il 6 maggio 2011, ma l’inizio di una nuova esperienza lombardista estesa a tutto l’ambito granlombardo, dal Monviso al Matajur, dal Gottardo al Cimone, in onore delle radici celto-germaniche e romanzo-occidentali di tutti gli Italiani settentrionali, che nel Medioevo erano globalmente chiamati Lombardi. Certo, il fulcro etnico (teorizzato dalla prima associazione) rimane il Nord-Ovest padano-alpino, ma la Grande Lombardia è l’erede, la continuazione, dell’antico regno longobardo, da cui lo stesso etnonimo lombardo. Se la data mediana tra equinozio di primavera e solstizio d’estate segnò la nascita ufficiale del Lombardesimo militante, nel tripudio di luce di Beltane, quella mediana tra equinozio d’autunno e solstizio d’inverno, tempo di intima riflessione, accompagnò il sorgere di una visione di più ampio respiro, che abbraccia l’intero panorama alto-italiano e che, per quanto riguarda me, fu il preludio alla rivalutazione della civiltà italiana e alla contestuale presa di coscienza circa la nostra eredità italico-romana, maturate nella primavera del 2014. A ben vedere, se i Longobardi fossero riusciti a sgominare il mortale nemico del Paese (il potere temporale della Chiesa), avrebbero trasformato in Lombardia tutta l’Italia, così come i Franchi trasformarono in Francia le Gallie. Ma così come la Francia primeva è fondamentalmente il centro-nord dell’attuale RF, così la (Grande) Lombardia è il nord della RI, e la difesa dell’identità etno-culturale di un popolo va attuata a 360°, essendo sempre legittima e doverosa. Pur avendo riconsiderato l’Italia, in quanto consesso federale di genti italiche (in senso lato), sono e rimarrò per sempre lombardista, perché non esiste etnonazionalismo senza anima comunitarista.

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Il feticcio del progresso e i sommi sacerdoti del culto progressista

Storicamente, l’indipendentismo europeo, e non solo, si sposa con ideali progressisti ed egualitaristi in quanto le battaglie per la libertà di diversi popoli oppressi da entità statuali centraliste assumono, spesso, i nebulosi contorni delle rivendicazioni di sinistra (generica). Vengono in mente i Catalani, i Baschi, i Corsi, i Sardi, i popoli britannici sottomessi dal Regno Unito, per fare qualche esempio europeo.

Il peggior problema di questa visuale è quella di asservire l’ideale indipendentista, che in certi casi ci può anche stare (soprattutto in mancanza di ordinamenti federalisti), al relativismo tipico dei sinistrorsi, secondo cui siamo tutti uguali, non esistono razze ed etnie, il fascismo è il male assoluto, la tradizione è ciarpame, i sessi sono costrutti sociali come l’orientamento sessuale e via delirando.

Se la sinistra dura e pura di un tempo poteva limitare l’anelito egualitaristico alle classi sociali più svantaggiate e oppresse da ceti parassitari, oggi, non esistendo più questa sinistra verace comunista, chi si spaccia per erede del marxismo si inventa il ritorno dei fascismi per esaltare il pluralismo e la mastodontica accozzaglia globalista, con esiti catastrofici da un punto di vista etnico, sociale e nazionale.

E questa tara si fa cristallina proprio nel caso di chi vuole coniugare la causa indipendentista a quella progressista: a furia di blaterare di libertà a 360°, si finisce per confondere l’autodeterminazione di un popolo con tutta la chincaglieria socialdemocratica e/o liberale, ed è così che chi sfila nei cortei secessionisti di Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda, Scozia e via dicendo va a braccetto con immigrati, omosessuali, femministe, antifascisti di ogni risma.

È un qualcosa che ha preso piede anche in Italia, persino tra vecchi leghisti lombardi o veneti riciclatisi come indipendentisti, con la scusa di sorpassare la Lega a sinistra e di dare un’immagine “umana” del secessionismo, dopo gli eccessi (propagandistici e null’altro) della Padania di Bossi, Borghezio, Calderoli e soci. Sicché costoro finiscono per abbracciare lo stesso stile dei catalanisti, tra allogeni spacciati per cisalpini, antifascismo d’accatto, europeismo, xenofilia contrapposta ad uno stucchevole anti-italianismo (per la serie: meridionali e Roma no grazie, ma nessun problema con gli immigrati più esotici), progressismo laicista a metà tra radicali italiani e verdi “europei”.

Perché ho parlato di progressismo relativamente alle tematiche indipendentiste, autonomiste e federaliste? Perché non può esistere alcun indipendentismo serio senza rispetto dell’etnonazionalismo, dell’identità etnica dei popoli che non è solo linguistica ma anche di sangue e di suolo (e di spirito come mentalità e indole). Ha ben poco senso condannare l’Italia, Roma, la Repubblica Italiana se poi si deve fare la fine dei polli mondialisti…

Io, personalmente, ho lasciato perdere l’indipendentismo anche per queste ragioni ma, soprattutto, per evitare di buttare il bambino (l’Italia e la sua millenaria civiltà) con l’acqua sporca (lo stato italiano figlio di Risorgimento e resistenza, nonché colonia atlanto-americana), e infatti non c’è alcun bisogno di gridare “secessione!” per condannare l’attuale configurazione della Repubblica Italiana. Distinguere l’Italia dal suo stato contemporaneo mi sembra davvero l’abc, altrimenti dovremmo pensare che la Lombardia sia il Pirellone e l’Europa lo straccio blu con le stelline.

Sono da sempre un convinto assertore della salvaguardia etnica dei genuini popoli d’Italia, tra cui il lombardo, e infatti lungi da me il sovranismo di cartapesta che non mette in discussione lo stato, il tricolore, le istituzioni di uno stato mondialista malato di occidentalismo antifascista, quell’italianismo da avanspettacolo fondamentalmente basato sul Centro-Sud e sugli stereotipi più vieti, che ha più a che fare coi cinepanettoni natalizi piuttosto che con la realtà etnonazionale d’Italia.

Ma, va da sé, che la condanna del progressismo prescinde dai movimenti secessionisti perché chi idolatra il feticcio del progresso facendosene sacerdote del culto (e quindi la galassia liberal) appartiene a quella risma di sinistra che ha svenduto il socialismo al liberismo, facendo un baccano infernale per i diritti civili di pochi (e ricchi) sacrificando quelli sociali del popolo (e dunque della povera gente).

Le preoccupazioni dei progressisti? Gay pride, bioetica ridotta a macelleria, uteri in affitto, aborti indiscriminati, suicidi legalizzati, laicismo xenofilo, antirazzismo, antifascismo, cosmopolitismo, rottamazione della patria, e ciò che è il motore di tutto: l’innato, radicato, inestirpabile e abominevole americanismo.

Parte tutto da questo, dalla prostituzione delle sinistre europee, assieme ai liberali, al grande capitale e a quel moderno concetto malato di Occidente che equivale all’imperialismo americano, al proteiforme mostro atlantista che si fa “nero” coi rossi e “rosso” coi neri, all’unipolarismo mondiale secondo cui tutto deve essere governato tirannicamente da banchieri apolidi che si servono del braccio armato dei gendarmi del globo. Del resto, cosa sono gli Stati Uniti? Uno sterminato film dell’orrore.

Non per prendere le difese del comunismo, a cui non mi ispiro preferendovi il socialismo nazionale, ma lo capite bene che essere (genuini) comunisti non abbia nulla a che vedere con le derive neomarxiste della Scuola di Francoforte… Tanto per capirsi, Stalin, Castro, il Che, Mao non sputavano su patria e confini, non erano omosessualisti e non promuovevano società multirazziali fatte di sradicati.

La stessa degenerazione della sinistra italiana nasce dall’apertura di Berlinguer all’atlantismo, con il parto sciagurato dell’euro-comunismo, che ha poi condotto alla comparsa di tutta quella demenziale schidionata di partitelli e partitini di sinistra stile Vendola e Luxuria, o “Potere al Popolo” e Liberi e Uguali. Soggetti non solo da prefisso telefonico (come percentuale di voto) ma pure completamente inutili nella loro tragicomica schiavitù alla mentalità liberale euro-americana.

L’identità e la tradizione di una nazione sono sacre ed inviolabili, come i suoi confini, perché baluardi del popolo contro le minacce sradicatrici della globalizzazione e del democratico dispotismo fondato sul pensiero unico antifascista, le cui mire sono quelle di appiattire, omologare, triturare tutto per ridurre la diversità ad un disgustoso omogeneizzato, atto a fare da carburante alle società consumistiche, senz’anima, dell’Occidente.

Se asfaltate il sangue, il suolo, lo spirito, e cioè l’identità etno-culturale, di un popolo o li alterate tramite meticciato e società multirazziale fate il gioco della rapacità capitalista, che si serve anche e soprattutto degli utili idioti antifascisti per attuare il genocidio democratico dei popoli della Terra, in particolar modo di quelli europei. E non a caso quella parodia d’Europa che è l’Ue è degna succursale dell’imperialismo americano, dormitorio Nato e assurda negazione delle vere radici, dei veri valori e delle vere identità delle genti europidi. Il progressismo è un nemico mortale, sia come perversione del socialismo che, soprattutto, come esaltazione di un idolo infernale foriero della distruzione nostra e della nostra terra.

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Novembre – November

Bacco

Il mese di novembre (November) deve il suo nome al fatto di essere stato, nell’antichità romana, il nono mese dell’anno a partire da marzo, successivo a ottobre. L’attuale undicesimo mese dell’anno era posto sotto la tutela di Diana e in Roma antica non era particolarmente caratterizzato dalla presenza di festività significative, ad eccezione dei Ludi Plebeii. Nei Menologia rustica, calendario romano che forniva indicazioni utili alle pratiche agresti, il mese novembrino era preposto alla semina di grano e orzo e all’esecuzione di scavi attorno agli alberi con lo scopo di raccogliere l’acqua piovana invernale per bagnare le piante durante le aride estati, ma anche per evitare esondazioni, controllare la crescita delle infestanti e convogliare materiali organici fertilizzanti. L’iconografia tradizionale, sempre presso i Romani, del mese di novembre era costituita da un uomo con una zappa a quattro denti (un rastrello, praticamente) e, spesso, la deità atta a rappresentare novembre era Iside, figura divina allogena penetrata con l’ellenismo e celebrata negli Isia, tra ottobre e novembre. November inizia con il sole nel segno astrologico dello scorpione e si conclude con il suo ingresso nel segno del sagittario il giorno 22, sino al 21 dicembre, data solstiziale.

Personalmente, vedo bene la figura di Bacco (il Dioniso romano), dio del vino e della vendemmia, del piacere dei sensi e del divertimento, per incarnare novembre; questo perché in tal mese, tra la sua fine e l’inizio di dicembre, venivano celebrati i Brumalia romani, feste a base di libagioni e banchetti in onore del dio estatico e strepitante (portatore di baccano, da cui l’appellativo di origine greca Bromio) il cui etimo si ricollega alle brume, al periodo invernale (e sappiamo bene, soprattutto in ambito padano, quanto novembre sia il mese della nebbia…). E novembre, da un punto di vista identitario, è ancor oggi simbolo di tenebre (giornate brevi), freddo, morte (o, meglio, commemorazione dei morti, in linea con la morte autunnale e invernale della natura) come del vino che fermenta al buio nei tini, del seme che riposa nel terreno nell’attesa di germogliare, della madre terra che abbraccia, nel riposo (eterno), tanto i defunti quanto i germi di rinascita, il cui avvento si avrà col solstizio d’inverno e il trionfo della luce del sole che vince la gelida oscurità, guadagnando terreno sulla notte. È sempre suggestivo pensare all’inscindibile legame tra sangue degli avi (e nostro), suolo patrio (anche come fonte di sussistenza), e spirito (tradizionale, di matrice gentile), segnato dal calendario identitario ereditato dai nostri padri che, sebbene inflazionato dalle celebrazioni cristiane e consumistiche, si fa ancor oggi guida per tutti noi, lungo il cammino della vita.

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31 ottobre – 2 novembre: Samonios/Samhain

Samhain

Tra il 31 di ottobre e il 2 di novembre, più o meno in corrispondenza della data mediana tra equinozio d’autunno e solstizio d’inverno (che cade il giorno 6 o 7 di novembre), nel mondo celtico si celebrava Samonios/Samhain, l’antico capodanno dei Celti. Sovrappostosi prima ai Lemuria romani primaverili e poi ai farseschi Ognissanti e morti della Chiesa (d’altronde nati appositamente per cancellare la memoria della ricorrenza pagana, rimpiazzandola), segnava la fine del periodo estivo-autunnale e l’inizio di quello invernale, con i ben noti riti di passaggio in onore degli Avi, in cui il portale sacro che si apriva con le celebrazioni di questo periodo metteva in comunicazione i vivi con i morti. Il fuoco, i falò e le lanterne ricoprono un ruolo di primo piano, così come l’assemblea riunita che celebra la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo con tutta una serie di riti giunti sino a noi grazie alle rustiche usanze contadine, e agli echi del mondo nordico, ancorché distorti dalla sottocultura-spazzatura nordamericana. Samonios è visto un po’ come una sorta di festival dell’oscurità e delle tenebre (contrapposto a Beltane che è festa della luce e della fertilità primaverili), nonché periodo dell’anno in cui il velo tra la vita terrena e quella ultraterrena si fa più sottile.

La zucca svuotata, intagliata e contenente una candela accesa, non è solo retaggio britannico e anglosassone (vedi Halloween, cioè la vigilia celto-germanica della festa di tutti i santi del primo giorno di novembre, seguito dal secondo dedicato ai morti dalla liturgia cattolica, un trittico che risente profondamente dell’usanza di Samhain), ma anche cisalpino: le lümére hanno una funzione apotropaica nei confronti della morte (ricordano un teschio, ma anche le teste mozzate dai Celti nelle battaglie), e ce ne sono pervenute testimonianze da tutte le contrade della Grande Lombardia, in virtù anche della natura di regina autunnale, tra i prodotti della terra, che caratterizza la zucca. Pure le maschere, i costumi, i travisamenti del viso e del corpo obbediscono a riti apotropaici atti a prevenire il riconoscimento da parte delle anime dei defunti. Da qui lo slittamento consumistico e orrifico verso il pattume statunitense, che al pari della cristianizzazione snatura e perverte l’essenza pagana della celebrazione. Il triduo dei morti, dunque, è ricorrenza cristianizzata che nasce dal cuore del tradizionalismo ariano, ed è occasione di commemorazione degli antenati e di meditazione sulla morte, in linea con la fine della stagione mite che sfocia nell’inizio di quella rigida e con le pratiche agresti relative alla raccolta degli ultimi frutti e delle bacche, come del ricovero delle bestie e della macellazione di quelle in eccesso.   

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La realtà etnica della Lombardia

Di etnia lombarda ho parlato svariate volte, e giustamente visto che è innegabile la bontà e la veridicità della realtà etnica lombarda, differenziata da quella dei vicini e degli altri popoli italiani ed europei. Credo sia giusto riprendere il discorso e parlarne nel Soledì etnonazionalista del sottoscritto, non a caso chiamato Lombarditas.

Settimana scorsa ho parlato delle tre lombardità esistenti, e che non sono altro che il volto etnico, linguistico, culturale e storico-geografico dell’Alta Italia (o della Padania leghista); l’etnonimo di Lombardi si attaglia alla perfezione agli Italiani settentrionali, in particolar modo a quelli occidentali, gallo-italici. Se anche uno come Dante riconosceva la dicotomia tra Lombardi, Toscani e resto d’Italia un motivo ci sarà…

Distinguo tra una Lombardia etno-linguistica in senso stretto, una Lombardia etnica che abbraccia l’intero bacino padano e una Grande Lombardia storica che va ad includere tutto il Settentrione italiano, essendo derivazione diretta della Langobardia Maior alto-medievale.

Quest’ultima, la Grande Lombardia, inglobando l’intero Nord, non appare del tutto omogenea, da un punto di vista etno-culturale (ma anche ambientale, storico e naturalmente linguistico): Liguri e Friulani, Retici e Romagnoli, Insubrici e Veneti sono genti caratterizzate da identità peculiari, sebbene accomunate dalla cornice alpino-padana, dalla famiglia linguistica galloromanza cisalpina (in senso piuttosto annacquato, precisiamo), dall’eredità celtica e longobarda, e, dunque, dal contesto granlombardo da me delineato, diverse volte, su questo blog e altrove.

Se dovessimo, quindi, parlare di etnia lombarda propriamente detta la nostra attenzione non potrebbe che ricadere sulla metà occidentale del Nord, nello specifico sui territori delimitati dal bacino idrografico padano e cioè Val d’Aosta, Piemonte, Svizzera italiana, Regione Lombardia, Trentino occidentale, Emilia sino al Panaro, più altri territori minori oggi sotto la Repubblica Francese, e altri parte della Liguria e della Toscana (in questo caso davvero risibili).

Per correttezza ricordiamo che dal bacino padano esulano territori del tutto marginali del settore meridionale del Cuneese, la Val di Lei e Livigno (in provincia di Sondrio), la nota Bivio “svizzera” (un tempo pienamente lombardofona), il territorio mantovano al di là del Mincio e quello modenese al di là del Panaro; circa quest’ultimo, v’è comunque da dire che, in epoca medievale, il corso dello Scoltenna-Panaro scorreva lungo l’attuale confine delle province modenese e bolognese, e infatti ivi correva il confine tra Langobardia (poi Lombardia) e Romagne.

La Val d’Aosta non nasce etnicamente lombarda, ma geograficamente è lombarda, come le aree piemontesi delle minoranze linguistiche franco-provenzale e occitana (sopravvalutate) e quella ligure del Piemonte meridionale (e Piacentino). Il vantaggio dell’ambito imbrifero padano è quello di fornire precisi confini geografici, essendo naturali, dati dallo spartiacque alpino e appenninico e dal corso dei tributari del Po.

L’esclusione di Bolognese e Ferrarese dal novero non è dovuta a negazionismo anti-lombardo nei loro riguardi, ci mancherebbe, ma per via del loro statuto ibrido, di realtà a metà tra Lombardia e Romagna, con influssi veneti nel caso ferrarese. Tra l’altro, l’estromissione di Liguria, Lunigiana, Emilia orientale, Romagna dalla Lombardia etnica può essere giustificata dalla superficiale eredità longobarda, dalla natura gallo-italica sfumata (soprattutto nel caso del ligure, ovviamente), dall’identità non del tutto terragna di questi luoghi bagnati dal mare, da un maggior carattere mediterraneo, e da un maggior apporto bizantino. Tutto questo ha anche delle ovvie ricadute sul carattere etno-culturale delle zone in questione.

I tratti salienti dell’identità etnica lombarda sono quelli di un popolo a metà strada tra Europa centrale e Mediterraneo, figlio di grandi popoli storici come Liguri, Celti, Reto-Etruschi, Longobardi ma anche di coloni italico-romani che latinizzarono e romanizzarono la Pianura Padana, culturalmente (e linguisticamente) galloromanzo non senza influssi mitteleuropei e, naturalmente, mediterranei.

Questo popolo ha propri peculiari tratti antropologici, fisici e genetici, che lo inseriscono nel quadro dell’Europa occidentale a cavallo tra Mediterraneo ovest ed Europa centrale, sostanzialmente affine – tralasciando i restanti Italiani settentrionali – ai Francesi centro-meridionali e, in seconda battuta, agli Iberici, in particolare ai Catalani. L’aspetto fisico lombardo è, notoriamente, definito alpino-dinarico, atlantoide e (meno) nordoide, con enfasi sulla componente alpina e con la caratterizzazione “padanide” data dalla miscela di elementi dinarici e atlanto-mediterranei, tipica in particolare dell’area propriamente padana della Lombardia.

La genetica conferma l’impasto etnico lombardo, mettendo in luce il precipuo filone neolitico occidentale (che ci accomuna a Francia e Iberia), arricchito dalla componente mesolitica dell’Europa occidentale e dal “superstrato” steppico recato dagli invasori indoeuropei rappresentati da Celti, Italici e Germani. Queste componenti ancestrali sono presenti anche, al di là del restante Nord Italia, nell’Italia centro-meridionale (e, prima di tutto, in Toscana), in cui però calano, spesso drasticamente, lasciando spazio alla mistura neolitica orientale tipica del Mezzogiorno e della Grecia. Anche la genetica, e non solo l’antropologia fisica, confermano l’esistenza di un’etnicità lombarda, differenziata dal resto d’Italia.

Ed è dunque evidente che questa identità etnica è permeata di biologia, altrimenti sarebbe solo cultura; vale a dire che, per quanto l’etnia sia un concetto più culturale che razziale, resta il fatto che non avrebbe alcun senso scindere il sangue dallo spirito, sennò l’identità si ridurrebbe a mere questioni di lingua. Pertanto, dal mio punto di vista, il termine etnia deve includere il dato biologico, pena la banalizzazione del dibattito e la “castrazione” dell’etnonazionalismo.

Un’etnia comporta anche un’indole, una mentalità, una predisposizione spirituale, senza per questo sottintendere una superiorità o un’inferiorità (per quanto vi siano controversi studi sulla correlazione tra quoziente intellettivo ed etnie/razze); essere Lombardi significa anche avere vizi e virtù peculiari della lombardità, e se da una parte questo popolo può essere afflitto da campanilismo, individualismo, liberalismo, conformismo borghese, sudditanza (lavora-paga-taci) e bigottismo, dall’altra si esalta nella laboriosità, nell’intraprendenza, nell’autonomia, nella ricchezza materiale e culturale, nei valori civici, nella probità, caratteristiche positive che fanno della Lombardia una delle aree più prospere d’Europa.

Esiste un’etnia lombarda e questo non nega la sua appartenenza all’areale storico italico e alla grande famiglia europea. Si tratta solamente di capirsi bene su cosa si intende per Lombardia, Italia ed Europa; per quel che mi riguarda la Lombardia è quanto ho qui, e in precedenza, delineato, l’Italia è una grande civiltà e colonna portante dell’impero confederale europeo, e l’Europa, per l’appunto, una famiglia imperiale coesa dalla sottorazza europide, dai padri ariani, dall’eredità greco-romana, dal cristianesimo (che ci piaccia o no), dalla rinascenza germanica e dalla comune appartenenza a quella che è, a tutti gli effetti, la lussureggiante e temperata culla, e faro, dello sviluppo (in accezione non ideologizzata).

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Epos, ethos, logos, genos, topos: ethnos

L’antropologo, sociologo e filosofo friulano Carlo Tullio-Altan ha sviluppato un concetto di religione civile nazionale, necessaria ai fini di dare vita ad una forma razionale di patriottismo, fondata sui valori dell’identità etnica, che possa efficacemente contrapporsi ai poco proficui micro-sciovinismi, spesso declinati in chiave indipendentista e dunque rischiosi per l’integrità comunitaria, sociale e territoriale di una nazione.

Aggiungerei che questa religione civile dovrebbe, anzitutto, contrapporsi ai distruttivi deliri del mondialismo, basati sulla negazione dell’identità etnica in nome di un meticciato apolide e anodino, destinati a consumare il tragico auto-genocidio dei popoli indigeni della Terra, a partire dagli europei, i più esposti all’estinzione in favore della globalizzazione della eradicazione.

Altan analizza ciò che è ethnos, ossia per l’appunto identità etnonazionale, che da un punto di vista schiettamente identitario significa razza, sangue, etnia, popolo, non in chiave meramente biologica, ma anche antropologica, culturale, civile e sociale. Ma, certo, il dato del sangue è fondamentale, perché una cultura procede dalla componente biologica che, unendosi al dato del suolo, dà vita a ciò che è una civiltà (etnica, nazionale, continentale, razziale).

Le cinque principali componenti dell’ethnos, secondo la visione dell’accademico friulano, sono le seguenti: l’epos, la memoria storica, del passato, collettiva; l’ethos, l’insieme delle norme, delle leggi, delle istituzioni e dei valori patrii sacralizzati per forgiare una coscienza civica, una cittadinanza attiva e responsabile; il logos, il linguaggio interpersonale, la lingua comune, come veicolo di comunicazione nazional-sociale; il genos, i vincoli di parentela e stirpe, l’idea di una discendenza collettiva profondamente intrecciata con i concetti di sangue e suolo; il topos, la patria, la terra natia, che si erge a simbolo di identità comunitaria sorta su un dato territorio.

Aggiungiamoci l’oikos, interrelato al topos e al genos, che rappresenta il concetto stesso di comunità, anche come famiglia e focolare domestico, come casa.

Queste componenti definiscono l’identità di una nazione intesa come insieme di popoli coesi da origini ed elementi etno-culturali comuni, dalla lingua alla storia, dal sangue al suolo, dalla religione alla genesi di uno stato (che non è la nazione, chiariamo), e dunque possiamo intendere “nazione” sia una realtà complessa come l’Italia che una, assai più omogenea, come la Lombardia storica.

Nel caso lombardo, ad esempio, pur non essendoci un sentimento etnico comune, condiviso e storico (soprattutto in senso ampio, ossia al di là dei confini amministrativi dell’attuale, e artificiale, Regione Lombardia), è possibile ravvisare la presenza delle componenti sopra elencate, relativamente all’esistenza di un ethnos lombardo, ossia di un popolo lombardo, di un’etnia lombarda.

L’epos è rappresentato dal nostro passato celto-ligure, gallico, etrusco, romano, longobardo (da cui il nostro etnonimo), ma anche dall’esperienza dei liberi comuni e della Lega Lombarda, così come da tutto il bagaglio culturale e folclorico lombardo tramandato per secoli e secoli dai nostri avi, e giunto a noi.

L’ethos lombardo è incarnato dalla mentalità dei Lombardi, che sicuramente esiste coi suoi pregi e i suoi difetti, coi suoi valori e le sue meschinità, e che del resto riflette la loro storia, anche economica, tra virtù e intraprendenza da una parte e individualismi e campanilismi dall’altra.

Il logos è la famiglia linguistica lombarda (o gallo-italica), costituita da dialetti romanzi occidentali, mutualmente comprensibili, formati dal medesimo substrato celtico e dal medesimo superstrato longobardo, che non riguarda solo il lessico. Arduo sostenere l’esistenza di una lingua lombarda, ma ancor più arduo negare la legittimità linguistica di tutte le loquele lombarde. Di lingue lombarde possiamo tranquillamente parlare.

Il genos riflette tanto i legami di stirpe che quelli famigliari, ed un’etnia lombarda esiste in quanto distinta dagli altri popoli italici ed europei grazie a peculiari caratteristiche genetiche, fisiche, antropologiche, che fanno dei Lombardi un unico omogeneo popolo, dalle Alpi all’Appennino settentrionale. E anche la genealogia dei nuclei famigliari, contraddistinti dai caratteristici cognomi e soprannomi, denunziano l’identità e la parentela etnica lombarda.

Il topos e l’oikos lombardi sono costituiti dai naturali confini del bacino idrografico padano, delimitato da Alpi e Appennini e chiuso a oriente da Panaro e Sarca-Mincio, uno spazio cisalpino, alpino-padano, che si pone a metà strada tra Mediterraneo ed Europa centrale, e assieme agli altri elementi dell’ethnos fa della Lombardia proprio lo storico anello di congiunzione tra continente e sud.

I Lombardi, gente terragna, campagnola e montanara, hanno anche un personale concetto di oikos, di comunità, essendovi nella frammentazione storica delle entità comunali e rurali, nella loro polverizzazione di origine medievale, i riflessi della demografia celto-ligure e gallica, caratterizzata dall’insediamento sparso (e, anche, da una certa sovrappopolazione che ha sempre contraddistinto il contesto padano).

Non è da sottovalutare nemmeno l’apporto longobardo, alla Lombardia, poiché oltre al nome siamo debitori, nei confronti dei nostri germanici antenati, di contributi linguistici, antropologici, socioeconomici, giuridici, istitutivi, folclorici, culturali e financo alimentari. A ben vedere la denominazione lombarda è l’ideale per indicare gli indigeni dell’Italia settentrionale, soprattutto nella sua metà occidentale.

D’altro canto, parlando di Longobardi, il loro patrimonio non è esclusiva padano-alpina, essendo retaggio anche del Triveneto, della Toscana, dell’Italia centrale e di alcune parti della meridionale intermedia. Tuttavia, indubbiamente, se il toponimo Lombardia è rimasto ad indicare il Nord-Ovest un motivo ci sarà…

I cinque elementi basilari dell’identità etno-culturale di una nazione, delineati da Altan, valgono per la Lombardia e, a maggior ragione, per l’Italia intera, poiché seppur relativamente eterogenea incarna a tutti gli effetti la consacrazione operata da quella religione civica di cui stiamo parlando, e che affonda le proprie radici nel passato italico, etrusco, romano, gotico e longobardo, nella gentilità (ma pure nel cattolicesimo romano, volendo), nell’idioma di Dante, nell’Umanesimo e nel Rinascimento e in una cultura senza eguali al mondo che è il miglior antidoto all’italofobia. Una coscienza identitaria pan-italiana, altresì, esiste da secoli, non così, purtroppo, per quella pan-lombarda.

E naturalmente queste componenti non hanno nulla a che vedere con lo stato, emanazione artificiale e politico-amministrativa della nazione, la cui bontà dipende da quanto si fa davvero rappresentativo dei popoli che governa. Nel caso italiano, contemporaneo, siamo assai lontani da questo salutare equilibrio, e si vede; in assenza di etnofederalismo, una situazione complessa come la nostra non può che tramutarsi in un guazzabuglio.

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