La libertà dei popoli italiani attraverso il sovranismo anti-mondialista

La riuscita di una radicale riforma presidenziale, sovranistica ed etnofederalista della repubblica italiana dipende, inevitabilmente, anche dall’affrancamento, dalla liberazione dell’Italia da quegli organismi sovranazionali che, ormai da più di settant’anni, la zavorrano inchiodandola sul fondo della sudditanza europea all’imperialismo unipolare americano. L’attuale italietta è solamente una misera pedina dello scacchiere atlantico, occupata da ben 113 installazioni militari americane.

A seguire, il nostro Paese è castrato dal consesso dell’Onu, imprigionato dal dispotismo europeo (di cartapesta) dell’Unione, economicamente asservito all’euro, al Fmi e alla Banca Mondiale. Naturalmente non starò qui ad elencare tutte le svariate sigle mondialiste che riguardano l’Italia, tutta robaccia antinazionale tesa a distruggere i nazionalismi in favore di un ecumenismo antifascista che, nonostante gli irenici intenti, è funzionale ad irrobustire l’unipolarismo statunitense.

Se l’attuale repubblica italiana, con la sua “sacra” carta costituzionale, non ha alcun volto (etno)nazionale lo si deve alle vicende del secondo dopoguerra, quando cioè Roma è stata assorbita e triturata dal volere imperialistico del blocco atlantico; questa tristissima cattività impedisce al nostro Paese ogni slancio etnico, mirato a dare degna rappresentanza alle precipue realtà etno-culturali e storiche dell’Italia, e allo stesso tempo lo castra facendo dipendere la sua sorte da decisioni prese da altri altrove.

C’è poco, cari miei, da gioire, tra Onu, Nato e Ue: il primo organismo sacrifica gli Italiani in nome della fantomatica “razza umana”; il secondo li immola sull’altare della dittatura atlanto-sionista voluta strenuamente dagli Usa; la terza, null’altro che misera unione bancaria e monetaria, li sottomette tutti quanti al volere di due (un tempo tre, con il Regno Unito) potentati stranieri: Francia e Germania. Diffidate dei poverini che vi sventolano lo straccio blu stellato sotto il naso, perché costoro sono sciocchi camerieri di Parigi e Berlino.

In questo desolante quadro, ulteriormente intristito dalla finanziocratica monetina unica d’Eurolandia, dagli organismi anti-sovranistici dell’economia globale (Fmi e Bm) e dalle scorribande di banche e multinazionali forestiere, appare chiaro come Roma e l’Italia siano sotto la cattività di quell’Occidente contemporaneo che è malattia dello spirito (ma pure della materia, oserei dire), emanazione patologica dell’America che vuole un’Europa di schiavi eunuchi, talché l’accezione di Ovest, oggi, non ha più nulla a che vedere con l’eredità indoeuropea occidentale, con i Greci e i Romani, con i Celti e i Germani e con quella millenaria civiltà europea che dal Medioevo raggiunge le vette del progresso intellettuale e tecnologico-scientifico della modernità, passando per la culla italica di Umanesimo e Rinascimento.

Parlare, oggi, di Occidente, significa delirare a proposito di “valori” giudeo-cristiani, americano-atlantici, sionisti, capitalistici, veicolati dall’immondo unipolarismo a trazione statunitense. Il che, ovviamente, comporta anche l’esaltazione di tutta quella laida paccottiglia ideologica che va dal materialismo marxista all’ateismo, dal relativismo al nichilismo, dal consumismo all’antifascismo ipocrita (condanna i “fascismi”, ma serve con zelo la dittatura Usa del grande capitale). Questo marciume che appesta Italia ed Europa da decenni ha ben poco a che vedere con la scienza, con la tecnica, col progresso in senso positivo, con lo sviluppo eco- ed etno-sostenibile, con la ragione e il razionalismo: il progressismo e il liberalismo non sono sinonimi di progresso/sviluppo e libertà (ossia di benessere e salute della propria comunità etnonazionale, affrancata dal globalismo), bensì di asservimento all’ideologia mondialista, nata nel dopoguerra con la sconfitta del nazionalsocialismo e del fascismo. Sono la sottomissione dell’uomo alla tirannia della finanza e del mercato, comunque li si voglia intendere (in senso sinistrorso o destrorso).

Chiaramente, questi nefasti fenomeni, affondano le proprie radici nel ‘700 illuminista, ossia nella scaturigine della contemporaneità, dove un concetto fasullo e artificiale di evoluzione – veicolato dalla Rivoluzione francese – ha sacrificato la potenza dello spirito creatore europeo come motore “metafisico” della civiltà nostrana promanato dall’unione di sangue e suolo, spalancando le porte ai mali della modernità, che possiamo per l’appunto riassumere nel progressismo, nel liberalismo, nel relativismo. Mali moderni che ben poco hanno a che vedere con il salutare culto della ragione, checché possano dirne i “lumi” francesi, perché se vado a sostituire il concetto di Dio (ma anche di Tradizione) con quello di capitale e di “progresso” ideologizzato (funzionale alle lobby antinazionali e antifasciste) scavo all’Europa una fossa ben più profonda di quella creata dal cristianesimo… Il vuoto lasciato dalla auspicabile scomparsa del monoteismo abramitico, in Europa, non va certo colmato dalla spazzatura consumistica dei bassi appetiti edonistici, ma dalla religione civile di cui parlavo soledì scorso. Ma torniamo a noi.

Personalmente, condanno questo Occidente artificiale, fasullo, creato a tavolino da Washington con la zelante collaborazione di Londra, Parigi e Berlino (o forse, meglio ancora, Francoforte…) in quanto mostro proteiforme che fagocita, tritura ed espelle sotto forma di deiezione capitalistica e statolatrica le stesse nazioni europee, con i loro popoli storici che le compongono. Questo mostro le va a sostituire con le esecrate sigle mondialiste sunnominate, feticci internazionalisti spalleggiati da stati-apparato senza nazione come molti degli stati europei occidentali contemporanei (tra cui la Repubblica Italiana, per l’appunto), affossando così la triade sacrale, in linea con la natura delle cose, che costituisce la colonna portante, la spina dorsale, di una salutare ideologia patriottica, che sappia farsi azione metapolitica e politica: sangue, suolo, spirito.

Solo con l’impegno patriottico di tutti gli Italiani, dei loro rappresentanti e delle loro rinnovate istituzioni è possibile, per l’Italia, liberarsi dal giogo mondialista di Onu, Nato e Unione Europea, e quindi da quello dell’imperialismo finanziario cosmopolita orchestrato sempre dalla piovra occidentalista a stelle e strisce. Questo impegno comune rappresenta anche un incoraggiante inizio per ridiscutere, dalle fondamenta, questo stato repubblicano, sempre più privo di volto nazionale (etnico non lo è nemmeno per scherzo), poiché solo sbarazzandosi del dispotismo straniero e sovranazionale sarà possibile riformare efficacemente la RI tramutandola in una repubblica presidenziale formata da entità politico-amministrative davvero rappresentative delle Italie, che costituiscono il Paese.

La soluzione ai mali che affliggono gli Italiani, schiacciati dal peso elefantiaco di uno stato ben poco nazionale, non può venire da Bruxelles, da Ginevra, da New York o da qualche altra metropoli mondialista simboleggiata da un orripilante mostro di vetro e cemento: può solo venire dagli Italiani medesimi. Ed è infatti, proprio per questo, altamente auspicabile che gli Italiani si riorganizzino riconoscendosi in un patto etnofederale con un presidente nazionale che faccia da collante, nella cura dei propri sacrosanti interessi sovranistici (dalla difesa alla moneta nazionale, dalla questione allogena alle strategie eurasiatiche multipolari contrapposte al mondialismo occidentale).

Battiamoci per un’Italia restituita a sé stessa e proprio per questo incarnata in uno stato sì unitario ma anche armonicamente coeso dal federalismo, quello vero, dove a Roma, accanto agli organismi governativi, trovi spazio un parlamento federale che rappresenti sul serio l’etnicità lombarda, quella veneta, la tosco-umbro-romana, la napolitana, la siciliana e la sarda, preferibilmente con tanto di terre oggi irredente restituite alla loro patria italica. Un’etnia italiana, ovviamente, non esiste, ma esistono 6 grandi suddivisioni etno-culturali che formano una patria storica plasmata dal mito della latinità e della romanità, e che nessuna accozzaglia artificiale – quale ad esempio l’Unione Europea – può sostituire: il primato degli Italiani sta nella loro unicità, dalle Alpi alla Sicilia, non come discarica di stereotipi da cinepanettone o come inesistente popolo unico livellato, ma come federazione viva e combattente che sia espressione di una civiltà senza pari, quale l’italiana.

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15 giugno: la Triade patrona d’Italia

Giove

Il 15 (o 13) di giugno ricorreva la festa romana di Iuppiter Invictus, in onore di Giove. In tale giorno appare utile ricordare l’esistenza, presso gli antichi popoli italici, di una triade divina che ricalca un modello assai ricorrente presso il pantheon dei popoli indoeuropei, ovverosia quella costituita da Giove, Marte e Quirino. Giove rappresentava il dio padre (il Diespiter italico), preposto alla funzione sacrale/sacerdotale; Marte era dio della guerra, preposto alla funzione militare; Quirino era dio delle curie e patrono protettore di Roma e dei Romani, preposto alla funzione delle attività pacifiche dell’uomo libero. Questa triade rispecchiava, come altre presso diversi popoli ariani antichi, la tripartizione funzionale della società indogermanica, studiata mirabilmente da autori come Georges Dumézil, Giacomo Devoto ed Émile Benveniste (anche se quest’ultimi erano più attivi sul versante linguistico-filologico). La triade italica in questione anticipa la più nota Triade Capitolina (Giove, Minerva, Giunone), celebrata in settembre, emblema della potenza di Roma e del suo impero. In questo senso la prima può essere anche inquadrata come patrona d’Italia, essendo stata alla base dei culti tradizionali antichi di matrice pan-italica.

Va detto, tuttavia, che nell’antico Lazio, agli albori di Roma antica, era presente nel culto ancora semplificato, dunque più vicino alla sensibilità protoindoeuropea, oserei dire “animistico” delle genti ariane di quell’area cruciale per i destini dell’Italia, una triade costituita da Iuppiter (il Diespiter italico, dio della luce del giorno e del cielo), Iuventas (divinità della giovinezza preposta alla protezione degli adolescenti, nel momento in cui cessavano di essere giovinetti per divenire uomini indossando la toga virile), Terminus (dio protettore dei confini e delle pietre confinarie, e dunque dei beni materiali e delle proprietà, divinità davvero arcaica e animistica; in bergamasco dicesi tèrmen per indicare un cippo confinario). Cosicché al dio massimo Giove venivano affiancati un dio preposto all’ingresso dei maschi nella società virile e uno che assolveva il compito della protezione dei beni e della ricchezza comunitaria, successivamente divenuto epiteto dello stesso padre degli dei. Quella di Giove-Marte-Quirino è chiaramente una triade più evoluta, per così dire, e pan-italica, similare a quella costituita, altrove, da Odino-Thor-Freyr, Taranis-Esus-Toutatis, Mitra-Indra/Varuna-Asvin ecc.

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12 giugno 1859: la liberazione di Bologna e della Romagna

Galletto e Caveja

Tra 11 e 12 giugno 1859 crollava il dominio pontificio su Bologna, Ferrara e la Romagna, siglato dall’abbandono dei cardinali legati delle Romagne, che lasciavano le città precipue. Finiva così una plurisecolare tirannia semitica su Emilia orientale e Romagna, che aveva condotto città prestigiose, dense di storia e di gloria patria, politica e artistica come Bologna, Ferrara e Ravenna, ad un ovvio declino spirituale e materiale. In seguito alle vittorie franco-piemontesi di Palestro e Magenta, gli Austriaci, sostenitori del governo pontificio, furono costretti a sgombrare Bologna e dintorni, permettendo così l’annessione dell’area al Regno d’Italia (che, per carità, fu tutt’altro che rose e fiori, ma sicuramente meglio dell’oppressione papalina). Emilia orientale e Romagna ridivennero (politicamente) Italia, senza, oltretutto, spargimenti di sangue. Tale data può, dunque, rappresentare per Emiliani orientali e Romagnoli una sincera festa popolare, fondata su basi storiche importanti, della Romagna in senso allargato (le Romagne, appunto, retaggio romano-bizantino contrapposto al longobardo): anche in questo la Boica terminale e la Senonia appaiono affratellate, seppur rimangano due entità distinte, ancorché non staccate drammaticamente; il Sillaro è ancor oggi confine tra due ambiti etno-culturali affini ma con le proprie peculiarità.

Nella concezione lombardista, l’Emilia orientale è certamente Lombardia linguistica e Grande Lombardia, ma si allontana dall’ambito propriamente lombardo etnico in quanto priva di una radicata eredità longobarda; in questo senso, infatti, il Panaro ha sempre costituito un confine anche etno-culturale tra Langobardia e Romandiola. Tuttavia, è bene ricordare che, sebbene con grande ritardo, i Longobardi riuscirono a conquistare Bologna e Ferrara, penetrando in profondità nell’Esarcato bizantino della Romagna. Posero, a San Giovanni in Persiceto (Bologna), un ducato, nel 728 per opera di Liutprando, lasciando anche, pare, una certa traccia genetica negli abitanti del territorio di confine, strappato ai Bizantini. Sfortunatamente, Bolognese, Ferrarese e Romagna finirono successivamente nell’orbita della Roma papalina, venendo assorbite dallo Stato della Chiesa. Sicuramente, la nefasta influenza dei preti cagionò, in questi territori, un certo radicamento della mentalità “rossa”, prima comunista e poi progressista, a mo’ di antidoto (sbagliatissimo) alla reazione delle tonache. L’unico antidoto, infatti, alle scorie pretesche degli eresiarchi ebraici è l’etnonazionalismo, l’identitarismo etnico, e quel tradizionalismo che affonda le proprie radici nella gentilità indoeuropea.

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Italia vuol dire Cultura: per una religione civile patria

In una risistemazione della Repubblica Italiana, radicalmente riformata in senso presidenziale e soprattutto etnofederale, lo staterello-francobollo vaticano verrebbe, ovviamente, assorbito dall’Italia assieme a San Marino, Monaco e Malta. L’esistenza di queste entità pulviscolari prive di sangue, suolo, spirito, e di seria motivazione storica, è un insulto ai popoli d’Europa, e alle nazioni storiche del continente, dunque. Tanto più che tutti sappiamo quanto chincaglierie come San Marino o il Lussemburgo e il Liechtenstein siano solo balocchi per ricchi evasori, trastulli per agiati parassiti.

Parlando del Vaticano, tuttavia, una questione spirituale, in realtà si pone, come è ovvio, essendo questa briciola di Roma contaminata da millenni dai veleni del cristianesimo cattolico, che ha eretto il Vaticano a sua centrale, con esiti nefasti per l’Urbe, per l’Italia e per l’Europa intera. Come è risaputo non ho alcuna simpatia per ebraismo, cristianesimo e islam, essendo tre teste del medesimo mostro monoteista del deserto mediorientale; per quanto il cristianesimo sia radicato in Europa da duemila anni, esso rimane un corpo estraneo che ha pervertito lo spirito tradizionale, originario, degli Europei, trascinandoli in folli avventure come le crociate interne e al ripudio dei culti per davvero tradizionali delle nostre terre, ovverosia quelli gentili.

Dipendesse da me, assorbirei il Vaticano, trasformerei San Pietro in un gigantesco museo e manderei papi, cardinali, vescovi e quant’altro a zappare la terra in campagna, cosicché potrebbero davvero rendersi utili, per la prima volta nella loro vita, alla collettività italica. Sono duemila anni ormai che papi e papisti ostacolano i destini d’Italia, ed è noto quanto la Chiesa si sia rivelata nefasta ai fini di un’unificazione politica della Penisola che avrebbe evitato, certamente, tutta una serie di sciagure succedutesi nel tempo.

Basterebbe solo citare l’epopea longobarda, e come i preti si siano sempre accaniti contro il Regno Longobardo, facendo carte false per evitare che i Longobardi calassero in profondità nell’Italia centrale liquidando una volta per tutte la Roma papalina e annettendosi il Lazio (o meglio, il Ducato romano); tutti sappiamo del pernicioso ruolo svolto dai romani pontefici (titolo in origine pagano usurpato dai diversamente rabbini) per chiamare in Italia, di volta in volta, i loro amiconi bizantini e franchi/francesi, al fine di evitare l’edificazione di uno stato unitario italiano forte e autorevole, sotto la guida già di Goti e Longobardi.

Dico questo non certo per maledire 1500 anni di separazione politica delle Italie (sicuramente frutto anche della differenziazione delle stesse) ma per esecrare le scorribande continue degli stranieri, a casa nostra, sollecitate e agevolate dai mafiosi dello stato pontificio, per di più in un quadro politico e amministrativo della Penisola che si ritrovava polverizzata in innumerevoli e inutili staterelli, e non in grandi entità politiche che rappresentassero per davvero le Italie, i popoli storici precipui dell’Italia (che, ribadisco, sono a mio avviso 6).

Anche alla luce di queste faccende, nonché del mio razionalismo, mi ritengo laico, che non significa laicista e propagandista ateo; da un punto di vista religioso e spirituale, per quanto mi riguarda, sarei tranquillamente per un recupero della gentilità ario-romana e ario-italica, non senza rispolverare anche i culti pagani locali, come possono essere quelli liguri e celtici, epperò non certo in chiave confessionalista e teocratica, bensì come riscoperta – soprattutto civile e culturale – di quelli che furono culti per davvero tradizionali di Italia ed Europa.

Sono laico nella misura in cui terrei rigidamente separate le sfere della politica e della religiosità/spiritualità: nessun dio deve essere messo al di sopra del destino etnonazionale degli Italiani, essendo la realtà razziale più importante di ogni altra cosa (e dico razziale come connubio di elementi di sangue, di suolo, di spirito, senza intenti positivistici e da materialismo “zoologico”). Al contempo sarei, tuttavia, per la promozione di una religione civile, laica, un credo patriottico che celebri la Patria (o meglio ancora, le Patrie) dando un volto anche spirituale, nel senso cioè di civiltà e cultura millenarie, a quel patto etnico e federale che vedrei alla base della rinascita italica.

Qui immagino le accuse di giacobinismo e neofascismo, o di scimmiottamento di costumanze transalpine. Nulla di tutto questo. Se poniamo, al di sopra di ogni cosa, il bene e l’interesse dell’Italia e delle sue nazioni storiche, è più che logico dare anche una legittimazione spirituale a questo aspetto che non può essere meramente materiale: una legittimazione che non può venire dal cattolicesimo – essendo stato la fonte di ogni sciagura italiana medievale, moderna e contemporanea – ma dal recupero sobrio, austero e razionale delle vestigia pagane, unite dunque al dato etnico, dell’Italia romana che fu, dell’Italia oltretutto rispettosa delle proprie peculiarità sub-nazionali.

Questa religione patriottica celebrerebbe il retaggio lasciatoci dai nostri nobili padri, che sono italici e reto-etruschi, umbri e romani, liguri e celti, greci e illirici, sino ad arrivare a Goti e Longobardi, i primi come continuatori tardo-antichi della romanità (ancorché “barbarica”), i secondi come iniziatori del Medioevo italiano e della regalità italica inserita nel quadro imperiale del SRI. La Corona Ferrea conservata a Monza sta a simboleggiare questo glorioso passato italo-germanico, sacro connubio tra romanità peninsulare e germanesimo continentale.

Ma la suddetta religiosità civica andrebbe anche a toccare gli aspetti più culturali, umanistici se vogliamo, dell’italianità, celebrando l’Italia come culla della romanità e del diritto, della latinità, delle arti e dell’estro artistico, del pensiero classico romano, della maestria sublime di Dante come del Rinascimento. E siccome l’italianità non è nulla di granitico e compatto, omogeneo, banalmente monotono e appiattito solo su di una parte di essa (per quanto, capiamoci, il mito di Roma nasca e si sviluppi in una cornice ben precisa, anche se comunque mediana, centrale, a metà strada tra Nord e Sud), questa celebrazione deve farsi rispettosa della variegata natura del Paese, che è poi l’unico modo per raggiungere una coesione tra areali etno-culturali e storici diversi.

Mi rendo perfettamente conto che, oggi, nel reale, Roma è lontana anni luce dai fasti che furono, essendo impantanata in un processo di degradazione e decadenza che dura non da secoli, ma da millenni; nonostante questo è pur sempre Roma, e il suo prestigio, il significato che ricopre non solo per l’Italia ma per l’Europa intera, non verranno mai meno. Naturalmente, questo implica da parte della politica italiana concreti sforzi tesi al commissariamento di quella città (come del Mezzogiorno), anche mediante la promozione di un’azione “aristocratica” che possa principiare dalle terre più virtuose d’Italia, ossia le granlombarde.

Ma il lato politico, amministrativo, burocratico qui non c’entra, parlando di sfera spirituale, religiosa, culturale. Esistono grandi problemi anche nelle Lombardie, ma questi non inficiano la legittimità storica dell’etnia (gran)lombarda e lo stato attuale di Milano (ben lontana dall’essere ideale capitale lombarda) non cancella affatto gli aspetti più nobili della città ambrosiana e della cultura meneghina.

Non nella Chiesa (che ha parassitato e pervertito il pensiero classico e la gentilità, senza inventarsi nulla), non in religioni estranee all’Italia e all’Europa, non nel laicismo materialista e ateo dei “lumi”, che sbocca nel progressismo, sta la rinascita spirituale di Italia e Italiani, ma nella riscoperta delle loro genuine radici che sono ariane, pagane, italico-romane ma anche, ovviamente, caratterizzate dalla naturale eterogeneità di questo Paese. Alla base di tutto stanno, ancora una volta, sangue, suolo, spirito, triade basilare dell’identitarismo razionale; una triade che ben si sposa con il cromatismo italico rosso-bianco-verde, non principiato con stracci giacobini scopiazzati alla Francia, ma con la tradizione indogermanica, declinata in chiave romana. Sotto l’egida dell’aquila legionaria emblema del Diespiter.

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6 giugno: Belisama, matrona d’Insubria

Belisama-Minerva

Il 6 giugno, a mio avviso, potrebbe benissimo essere giorno dedicato a Belisama, matrona dell’Insubria (Lombardia transpadana), il cui teonimo mostra una connessione con la radice protoindoeuropea *bel, “luminoso, brillante, splendente”. Belisama, dea celtica delle Gallie preposta alle arti correlate al fuoco e compagna del dio della luce Belenos, fu associata dai Romani a Minerva in quanto dea delle arti utili e in un certo senso della guerra giusta (e qui ricordo che il 3 giugno gli antichi Romani celebravano la dea italica della guerra Bellona). Alla dea celtica era consacrato il biancospino, e con questo, secondo una leggenda, avrebbe indicato al condottiero gallo Belloveso il luogo di fondazione di Milano. Il tempio romano dedicato a Minerva, i cui resti sono stati rinvenuti sotto l’attuale Duomo meneghino, potrebbe essere sorto su un santuario dedicato proprio alla divinità gallica, e a maggior ragione lo stesso toponimo milanese, di origine celtica, analogo ad altri toponimi delle Gallie, indicava la presenza di un “santuario di mezzo” o di un “bosco sacro”. Tuttavia, la fondazione di Milano, va posta nella prima Età del ferro, in periodo di Celti golasecchiani, non nella seconda, ossia nell’epoca dei Celti lateniani, i Galli di Cesare. 

Si può optare per la data indicata, in merito alla ricorrenza, non solo per Bellona, ma anche perché nel secolo della fondazione di Mediolanum (il VI avanti era volgare, per l’appunto, non più tardi) Beltane – festa celtica primaverile/estiva dei fuochi – cadeva intorno al 6 giugno. E giugno si conferma davvero festa della luce e del fuoco, dei falò, se pensiamo al solstizio d’estate. La Milano preromana svolgeva il ruolo di santuario confederale delle varie tribù celtiche lombarde del periodo golasecchiano, tra cui Insubri, appunto, Orobi, Levi, Marici, Leponzi; gli omonimi gallici dei primi giunsero in epoca lateniana.  Altra interessante coincidenza è quella rappresentata dalla celebrazione della dea romana Carna-Cardea, alle calende di giugno o comunque in prossimità dell’antica festa celtica del fuoco di Beltane (tra maggio e giugno dunque), figura divina a cui era consacrato, proprio come per Belisama, il biancospino. Quando avete occasione di guardare la Madonnina del Domm, amici, riconoscete in essa Belisama-Minerva (l’alabarda!), non la fantomatica Giudea di Nazareth, madre del falegname galileo che ha usurpato gli antichi culti tradizionali dei padri.

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Il comunitarismo come strumento concreto del socialismo nazionale

Al di là di questioni legate a centralismo, federalismo, autonomismo e secessionismo, c’è un nucleo fondamentale della questione lombardista che non può mai venir meno nel dibattito, indipendentemente dalle bandiere statali che ci sventolano sopra il cranio: sto parlando del comunitarismo. Una realizzazione pratica e concreta, cioè, di quanto prescrive una salutare politica di socialismo nazionale, rimettendo al centro di tutto lo zoccolo duro dell’etnonazionalismo völkisch: la comunità.

Per comunità, naturalmente, non si parla di un’astratta ecumene variopinta, “umana”, bensì del nucleo etno-culturale duro e puro di una società coesa da fatti storici di lingua, cultura, etnia, usi e costumi, identità e tradizione, territorio, e dunque, nel caso lombardo, si tratterà di individui lombardi – almeno a partire dai nonni biologici – costituenti una popolazione omogenea e radicata da secoli sul suolo cisalpino.

L’ho detto innumerevoli volte, in questi anni, ma non smetterò mai di ripeterlo: quando si parla di Lombardi e Lombardia non ci si deve ridurre all’attuale concetto, statolatrico e artificiale, di Regione Lombardia; si deve allargare il campo abbracciando pressoché l’intero Nord Italia, in special modo ponendo l’attenzione sull’ambito lombardo propriamente etnico, che riguarda il fulcro padano-alpino dell’Italia nordoccidentale.

Si intende, dunque, un territorio racchiuso, di base, nel bacino imbrifero padano e reso omogeneo da fatti demografici e di popolamento storico (Liguri, Celti, Galli, coloni romani, Longobardi), linguistici (galloromanzo cisalpino), etno-culturali (anello di congiunzione tra Mediterraneo ed Europa centrale), sociopolitici ed economici (l’esperienza dei liberi comuni medievali e l’atavico spirito imprenditoriale e competitivo unito al dinamismo peculiare dei Lombardi) che si trasformano in altrettanti caratteristici dati anche spirituali e ideologici.

Il comunitarismo è l’unico sistema socioeconomico, al contempo etico e sostenibile nel lungo periodo, che si fa preziosissimo strumento del socialismo declinato in senso etnonazionale: un sistema che si basa sulla solidarietà e collaborazione tra i suoi membri e non sulla competizione aggressiva tra di loro (in effetti il campanilismo e gli egoismi cittadini, assieme al moderno individualismo esasperato, sono pecche abbastanza tipiche del territorio lombardo), sul bene della comunità e non solo su quello di alcuni, sul miglioramento della qualità della vita e non sull’aumento delle transazioni commerciali, sulla simbiosi con la natura e non sul tentativo effimero di dominio su di essa, e così via.

Non si tratta qui di anarco-primitivismo o di fuga dal mondo “civilizzato” (termine giustamente da virgolettare, perché se la civilizzazione conduce al mondialismo c’è qualcosa che non va…), né di ripudio del benessere o del progresso, laddove servano per davvero a costruire e non a demolire in nome dell’omologazione selvaggia, ma di ardente desiderio di ritrovare la propria dimensione comunitaria e naturale all’interno di un quadro per davvero genuino inserito nella quotidianità. Il comunitarismo si batte contro le storture del mondialismo proprio per riaffermare la necessità del recupero delle proprie più intime radici, al fine di dare un volto militante al socialismo nazionale: un volto visibile e palpabile presente nella vita del popolo, e non confinato ai palazzi della politica.

Corroborano il comunitarismo le istanze del ruralismo, dell’econazionalismo e dell’ambientalismo razionale e identitario, della sostenibilità non solo ecologica ma anche etnica (pensiamo al dramma della sovrappopolazione padana), del sovranismo e del protezionismo che combattono l’accumulazione parassitaria delle ricchezze nelle mani di pochissimi fermando la speculazione finanziaria internazionale, a tutto vantaggio del popolo indigeno che viene tutelato anche nel lavoro, nei diritti sociali, negli aiuti alle famiglie, contro l’infame rapacità di chi svende allo straniero, delocalizza, liquida la sovranità nazionale di un Paese per spalancare le porte alla finanziocrazia apolide.

Il comunitarismo è per l’autodifesa etnica dei popoli europei indigeni, vieppiù minacciati di estinzione mediante immigrazioni di massa, società multirazziale, meticciamento, abbandono da parte delle istituzioni, ideologie nefaste come quelle promosse dalla Chiesa cattolica e da altri enti cosmopoliti e universalisti nemici della salvaguardia identitaria. Una salvaguardia che deve passare anche e soprattutto per la preservazione della genetica e dell’antropologia: se un’etnia perde la sua caratterizzazione biologica rimarrebbe solo un vuoto involucro culturale privo di spina dorsale e sangue.

E siccome non c’è sangue senza suolo, e viceversa, l’autodifesa etnica va di pari passo con quella ambientale, lottando senza tregua contro l’industrializzazione selvaggia, la cementificazione, l’inquinamento e la distruzione della natura, spesso e volentieri per assecondare le ondate migratorie con conseguente sovrappopolazione folle del nostro territorio. La Lombardia, tra l’altro, è già di suo sovrappopolata, per ragioni storiche e demografiche (si veda la classica frammentazione dei comuni rurali di impronta celto-ligure), ma il colpo di grazia arriva, chiaramente, dalle conseguenze degli esodi interni e dell’immigrazione di massa recente.

Dall’incontro di sangue e suolo nasce lo spirito, ossia la cultura, la tradizione, il folclore, l’arte e la letteratura, la religiosità, e tutti quegli aspetti che fanno parte del bagaglio caratteriale di un popolo. Anche questi aspetti vengono mortalmente minacciati dal pluralismo e dal relativismo imposti dall’alto dal sistema mondialista, mediante enti sempre più apolidi e sradicati come la stessa Repubblica Italiana o l’Unione Europea.

La ragione prima e ultima del comunitarismo è quella di preservare l’identità, a 360°, del popolo, delle Lombardie nel nostro caso, e assieme a questa anche la natura, la flora, la fauna autoctoni, affinché gli individui, mai più sradicati ma coesi grazie ad una comunità forte e autorevole, raggiungano un benessere concreto e vero, che non sia più rappresentato dai paradisi artificiali di materialismo, consumismo ed edonismo ma dall’armonia tra sangue e suolo, unica garanzia di futuro per le giovani generazioni (e per la nostra stessa terra).

Se un popolo si estingue ha poco senso difendere l’ambiente da esso abitato e naturalmente vale anche il contrario, poiché se al popolo indigeno manca sotto i piedi un suolo natio difeso dalla barbarie cementificatrice mancherà ad esso anche un avvenire sicuro, posto al riparo dai tentacoli distruttori della globalizzazione e dei suoi perversi risvolti politici e finanziari (mondialisti). La comunità deve farsi, infatti, baluardo contro tutte le minacce che insidiano l’integrità psicofisica e territoriale di una nazione, ancora di salvezza contro i tracolli politici, economici, sociali che rischiano di divenire anche tracolli ambientali.

E, chiaramente, solo un forte decentramento di carattere etnofederalista può consentire al comunitarismo di farsi araldo delle genti indigene, senza più assecondare patetiche derive statolatriche figlie di un italianismo di cartapesta che non riflette minimamente l’ovvia complessità di questo Paese. Prima di essere italiani, infatti, siamo lombardi, veneti, tosco-umbri, romani, napoletani, siciliani, sardi, e onde evitare che l’italianità si riduca ad un feticcio neofascista o neosovietico, il comunitarismo deve divenire un fondamento imprescindibile in una repubblica etnofederale che voglia, per davvero, difendere e tutelare la sua genuina identità storica. Un’identità che passa, appunto, per il rispetto di ogni declinazione di Italia, vale a dire per i grandi areali etno-culturali di questa civiltà e non tramite un inesistente imbastardimento degli Italiani.

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Giugno – Iunius

Giunone

Giugno (Iunius), che comincia oggi, è mese dedicato a Giunone, divinità della mitologia romana controparte dell’etrusca Uni e della greca Era, legata al ciclo lunare dei primitivi popoli italici. Dea del matrimonio e del parto, protettrice dello stato e delle donne romane, moglie di Giove e perciò principale divinità femminile di Roma. Assieme al consorte e a Minerva formava la Triade Capitolina, emblema sacrale della grandezza e della potenza romane, patrona della Città eterna. Anche protettrice degli animali – a lei sacro, ad esempio, era il pavone – viene spesso raffigurata nell’atto di allattare, tanto che l’attributo giunonico viene usato, sovente, per riferirsi ad un seno prosperoso. Il nome (latino Iuno) di questa dea dovrebbe derivare da una radice indoeuropea col significato di “giovinezza”, a sua volta connessa ad un’etimologia “vitale” intesa come energia di vita, forza generatrice, fertilità. L’intero mese di giugno veniva posto dagli antichi, per l’appunto, sotto la protezione di Giunone, e quindi in questo periodo quasi completamente estivo si celebravano festività principalmente rivolte alle donne, come i Matralia dedicati alla Mater Matuta (dea del mattino e delle nascite, attributo forse della Bona Dea, la Grande Madre dell’antico Lazio), cerimonia di arcaica origine agricola. Nel mese di giugno venivano festeggiate anche Bellona e Vesta, nonché Carna-Cardea alle calende.

Giugno, sesto mese dell’anno secondo il calendario gregoriano (quarto, infatti, in quello romano), presso l’emisfero boreale è il primo dell’estate e per questo motivo viene anche definito “del sole” (i Romani lo chiamavano, popolarmente, dies lampadarum): il 21 giugno, solstizio d’estate, è il giorno più lungo e luminoso dell’anno, ma anche il principio della lenta agonia del sole, che l’indomani si avvia lemme lemme verso il declino autunnale; esso segna anche l’inizio del raccolto, dei fagioli in particolar modo. Segni zodiacali di giugno sono Gemelli (sino al 20 del mese) e cancro (dal 21 in avanti), per via della precessione degli equinozi che porta il sole a transitare, oggi, al solstizio d’estate nella costellazione dei Gemelli. Probabilmente, per via della protezione di Giunone dea degli sposalizi, giugno è ancor oggi mese “caldo” dal punto di vista dei matrimoni, complice naturalmente il clima. Infine, suggestivo pensare a come il mese di giugno, consacrato dalla Chiesa cattolica al Sacro Cuore e al Corpus Domini, riecheggi la sunnominata Carna-Cardea, dea degli organi interni, in particolar modo del cuore.

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