Aryas – Parte II

Antica mummia di un’alta donna dai tratti europoidi scoperta nel nord-ovest della Cina (Xinjiang)

La genetica può tranquillamente confermare la teoria dei Kurgan. I test genetici hanno identificato un aplogruppo che potrebbe essere la firma genetica della popolazione che fu un tempo il veicolo dell’indoeuropeizzazione.

Dall’Islanda al nord-est dell’India o alla Cina o al sud della Siberia, l’aplogruppo Y-DNA R1a1a è presente dove ci si aspetterebbe di essere trovato se fosse il segno della diffusione dei movimenti indoeuropei all’origine delle ancestrali culture archeologiche indoeuropee. Sebbene ipotetico, molti elementi supportano l’idea che le prime popolazioni indoeuropee fossero composte da individui europoidi portatori di R1a1a, linea paterna diffusa dal nord del Mar Nero fin da 6.500 o 5.500 anni fa.

Gli aplogruppi possono essere intesi come firme genetiche che permettono di identificare linee umani ancestrali. Due set di aplogruppi sono già esistenti: gli aplogruppi del mtDNA, che identificano le linee femminili (trasmesse di madre in figlia, in modo esclusivamente matrilineare; anche gli uomini la ereditano dalla loro madre, ma non la trasmettono ai discendenti) e gli aplogruppi Y-DNA che identificano lignaggio maschile (trasmesse di padre in figlio, in modo esclusivamente patrilineare).

Questi aplogruppi, che sono mutazioni nel DNA uniche per un lignaggio particolare, possono aiutare a identificare le prime migrazioni umane e l’origine e la composizione delle popolazioni di un determinato paese o regione.

Le popolazioni europee sono principalmente portatrici di R1b (più precisamente dell’aplogruppo R-M269, ex R1b1a2), R1a (nello specifico R1a1a) e I (I1, I2a e I2b); altri aplogruppi sono presenti, ma sono meno specifici dell’Europa, come J2, G2a, E1b, N1c ecc. L’aplogruppo mitocondriale più frequente e tipico del nostro continente è l’aplogruppo H (di cui la maggior parte dei sottogruppi è tipicamente europide) e alcuni sottogruppi di U (U5 è tipico dell’Europa per esempio, e si pensa che sia rappresentativo dei primi cacciatori-raccoglitori, paleolitici, europei; anche l’aplogruppo mitocondriale K, ramo di U8, è piuttosto frequente in Europa, sebbene si possa trovare anche nell’Asia occidentale).

Nelle linee maschili europee, i sottogruppi di R1 (R1a, tipico dell’oriente e, molto meno, del Nord Europa, e R1b, tipico dell’Europa occidentale) sono gli aplogruppi più frequenti nell’Eurasia occidentale, mentre nelle linee europee femminili H e le sue subcladi sono gli aplogruppi più ricorrenti.

I reperti archeologici e il test del DNA antico sembrano confermare la presenza di popolazioni caucasoidi in profondità, in Asia, fino al sud della Siberia, durante l’Età del bronzo, a quanto pare quasi sempre in associazione con l’aplogruppo R1a1a, a sostegno così della teoria Kurgan. Il flusso est-asiatico delle popolazioni apparentemente comincia ad essere importante solo dalla prima Età del ferro, nel sud della Siberia e dell’Asia centrale, come descritto in diversi studi, come ad esempio nel seguente di Derenko et al.:

“Secondo i dati paleoantropologici, il tipo caucasoide (per quanto riguarda le sue caratteristiche morfologiche) della popolazione predominava nelle steppe della regione di Altai-Sayan [nel sud della Siberia] durante il Neolitico [a quanto pare, almeno a partire dal Calcolitico], l’Età del bronzo e i primi periodi dell’Età del ferro. A quel tempo la componente mongoloide è stata osservata solo in pochi casi. Tuttavia, a partire dalla prima Età del ferro, la presenza di questa componente è in crescita, diventando prevalente nei tempi moderni. Così, le dinamiche della composizione antropologica delle popolazioni dell’Altai-Sayan possono essere caratterizzate dalla sostituzione diretta della componente caucasoide con quella mongoloide.”

C’è da dire che, stando ai più recenti studi, anche R1b dovrebbe essere traccia delle migrazioni indoeuropee in Europa, soprattutto per quanto riguarda le tribù occidentali celtiche, italiche e germaniche (R1b è stato rinvenuto in resti umani associabili alla Cultura di Jamna, o Yamnaya, in sepolture di individui di alto rango).

Importanti studi di riferimento hanno analizzato la presenza di aplogruppi europoidi, sia nel DNA antico sia in quello recente, mediante test genetici effettuati nel sud della Siberia, in Siberia, Mongolia, Cina e Asia meridionale; ad esempio sono fondamentali i recenti studi genetici sulle mummie dell’Altai (vedi le sepolture della Cultura di Pazyryk) e dello Xinjiang (le famose mummie ritrovate nel bacino del Tarim), che sembrano corroborare la presenza antica di genti ariane in contesti asiatici centro-orientali.

La congiunzione dei dati archeologici (la fonte della popolazione sud-siberiana razzialmente europoide, arrivata in Siberia intorno al 3.500 a.e.v., durante il Calcolitico, sembra essere chiaramente ricollegabile al nord-est del Mar Nero, tenendo conto di molte somiglianze archeologiche, per quanto riguarda sepolture, ceramiche, elementi cultuali, economia, organizzazione sociale, e così via, tra la Cultura di Afanasevo e le culture a nord del Mar Nero) con i dati linguistici (la natura della lingua tocaria attestata nella Cina occidentale, lo Xinjiang, intorno al 500 supporta la sua separazione precoce dal gruppo indoeuropeo, che si adatta bene con l’origine della Cultura di Afanasevo e la sua datazione) e con quelli genetici (gli aplogruppi, come linee sia maschili che femminili, confermano un’origine europea di questa popolazione e di fatto confermano l’aplogruppo Y-DNA R1a1a come marcatore protoindoeuropeo; entrambi i lignaggi europoide e asiatico trovati nelle mummie dello Xinjiang, vedi popolo di Xiaohe, suggeriscono un’origine nel sud della Siberia assieme ad un paio di altri fatti in archeologia e in linguistica: ad esempio, sembra vi siano una sorta di radici proto-altaiche o proto-turche, o comunque proto-tunguse, nell’antico tocario) potrebbe supportare questo modello.

Il fatto che i siti archeologici si trovino prima di tutto nella parte orientale dello Xinjiang e nel nord-ovest del Gansu sembra confermare, inoltre, che questa popolazione non sia arrivata direttamente da ovest, ma piuttosto dal sud siberiano (dalla Cultura di Afanasevo) e che l’associazione del linguaggio tocario con la cultura calcolitica suddetta pare convalidare la teoria Kurgan in termini di modello e cronologia. Al momento, nessun’altra teoria sull’argomento gode di una conferma così apparentemente vistosa nei dati disponibili.

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La sagra antinazionale del 25 aprile

Ogni anno le immancabili polemiche del 25 aprile ci regalano ghiotti spunti di degrado che permettono di comprendere quanto, questa tafazziana celebrazione laica, non sia altro che la sagra variopinta di chi si bea nel vedere l’Italia occupata da 113 basi militari americane. Tra partigiani, Brigata ebraica, liberali che si eccitano con le bandiere a stelle e strisce dell’invasore americano, antifascisti di ogni forma e colore e teppa dei centri sociali lo spettacolo è assicurato e, un po’ come nel Pd, mentre gli avversari sghignazzano i promotori delle parate antinazionali si sbranano a vicenda consumandosi nelle consuete diatribe su chi abbia il diritto di sfilare e chi no. Che tristezza… Un teatrino tragicomico degno di chi celebra in pompa magna una disastrosa sconfitta patita nell’ultimo conflitto mondiale, celebrando i propri carcerieri statunitensi e tutti coloro che li hanno aiutati nell’impresa, inclusi i partigiani rossi. I loro eredi, poverini, credono che la “liberazione” (mai nome fu più surreale) sia opera dei fazzoletti rossi, quando invece fu tutta farina del sacco alleato.

Che diavolo avremmo da festeggiare? Qui non siamo in Russia, dove la vittoria sulla Germania di Hitler è frutto del coriaceo patriottismo dell’Orso eurasiatico; qui siamo in un Paese che ha tradito il proprio alleato meritandosi una rovinosa disfatta, un Paese che tramite la corrotta classe politica sabauda ha trescato con i più forti per tentare goffamente di passare dalla parte dei vincitori finendo per fare la grama figura delle banderuole. Il Fascismo (o meglio, Mussolini) ha sicuramente le sue responsabilità ma a Piazzale Loreto dovevano penzolare le teste coronate e i loro tirapiedi badogliani: costoro barattarono l’onore dell’Italia per mettere al sicuro le proprie natiche, abbandonando i soldati e gli Italiani al loro destino. Festeggiare il 25 aprile, la beffarda ricorrenza chiamata “liberazione”, è castrare il proprio patriottismo e celebrare la fine della sovranità e dell’indipendenza della nazione che da 72 anni è schiacciata sotto il peso dell’anfibio statunitense.

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Non si finisce mai di ridere

Il regime occidentale del pensiero unico relativista si è messo a fare la crociata contro le “bufale”: non si finisce mai di ridere, ragazzi. Fa davvero sorridere (o piangere, a seconda di come la si guardi) che gli esponenti di un sistema che, in Europa, vige fondamentalmente da 72 anni a questa parte e che è basato sulle balle propagandistiche diffuse dai “liberatori”, vogliano mettersi a combattere contro quelle che spregiativamente chiamano “post-verità”. Gente che ti viene a dire che le razze non esistono, i generi sessuali sono “costrutti sociali”, essere handicappati è perfetta normalità, e che un uomo che vuole levarsi le gonadi per diventare donna (?) scoppia di salute e ha tutto il diritto di credersi ciò che vuole, perde le staffe e dà in escandescenze di fronte a chi fa controinformazione e non guarda in faccia a nessuno, a partire da chi appoggia il regime mondialista per lucrare sulla pelle dei poveri disgraziati, e dei popoli.

Noi abbiamo tutto il diritto, ma soprattutto il dovere, di mettere in discussione i dogmi che la democrazia ci vuole imporre, perché dietro la democrazia non si nasconde la volontà popolare ma i tentacoli delle banche, dell’alta finanza, delle multinazionali, degli strozzini in giacca e cravatta. Perfettamente inutile stracciarsi le vesti nell’udire le parole dei fondamentalisti religiosi se poi si sposano le verità assolute, stabilite per legge (!), volute da chi trama per la creazione di uno stato mondiale tenuto insieme dal demoniaco culto del dio danaro e dal feticcio consumistico. Chi si fa reggicoda del sistema e delle sue menzogne è come se ardesse una seconda volta Giordano Bruno, o come se perpetuasse l’umiliazione di Galileo; la scienza deve mettere tutto in discussione, è il suo ruolo, e non può finire per assecondare i perversi desideri dei finanziocrati, magari per evitare di fare la fine di Watson. Non abbandoniamo la razionalità, e proprio per questo evitiamo di scolarci tutto quello che la scatola magica chiamata televisione ci propina con lo scopo di rincretinirci.

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5 Stelle, 0 soluzioni

Nel 2013 un Grillo tutto raggiante proclamava che, grazie a lui e al suo movimento (i 5 Stelle, ovviamente), l’Italia aveva potuto evitare un’Alba Dorata nostrana. I pentastellati, in parlamento proprio da quell’anno, sono espressione di una compagine che è tutto e il contrario di tutto, un calderone che raccoglie pezzi di tutte le aree politiche e ideologiche, tenute insieme dal qualunquismo, con lo scopo di impedire agli Italiani di prendere coscienza circa la propria nazione e il modo con cui riprendere in mano le sue sorti senza più farsi fregare dai vecchi partiti, ma anche da quelli nuovi, e inutili. Il M5S può avere il merito di aver posto la questione della corruzione della classe politica italiana denunciando sprechi, scempi, raggiri ed eccessi di figure istituzionali, ma se togliamo questo cosa rimane? Il partito non ha una fisionomia nazionale, non fa identitarismo e non mette in discussione lo stato e la sua genesi. Si limita a parlare delle solite tematiche che, a parole, indignano tutti.

La salvezza del nostro Paese passa per la riscoperta dell’orgoglio patriottico e della risoluzione degli eterni problemi che ci tiriamo dietro, come stato, da 150 e passa anni in materia di (mancato) federalismo; senza riscossa nazional-federale le solite grane non si risolvono e fra 50 anni saremo ancora qui con un pugno di mosche in mano ad accapigliarci su faccende irrisolte. Grillo e i suoi sono solo degli arruffoni. L’onestà è fondamentale ma serve anche la capacità, la risolutezza, le idee chiare e il pugno di ferro per risollevare l’Italia dopo 70 anni di fallimenti, decadenza e degrado. I 5 Stelle aggiungerebbero solo ulteriore caos ad una situazione già ampiamente compromessa, perché non affrontano il problema alla radice: l’Italia si salva cambiando radicalmente il suo stato e levandola dagli enti sovranazionali che succhiano sovranità risputando il torsolo. Sarà utopico ma nulla cambierà se non ci si libera dalla repubblica coloniale atlanto-americana e dal centralismo della (odierna) Roma che rischia di trascinare sul fondo anche le eccellenze del Paese.

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Ratzinger XC

Benedetto XVI, al secolo Joseph Alois Ratzinger, lo scorso 16 aprile ha compiuto 90 anni e pur essendo emerito rimane moralmente il titolare della cattedra petrina, visti gli scempi del suo successore argentino. Lo dico da persona che, pur essendo stata un tempo cattolica militante, oggi di simpatie per la Chiesa ne ha meno di zero (soprattutto per questioni identitarie relative all’estraneità del cristianesimo nei riguardi dell’Europa); per il vecchio papa bavarese nutro stima e rispetto poiché, a suo modo, ha sempre difeso l’Europa denunciandone il declino e la profonda crisi relativista, che va al di là del credo religioso. L’ex Panzerkardinal, pur essendo religioso postconciliare, ha manifestato da sempre il suo grande spessore intellettuale, culturale, etico e sin dai tempi in cui vestiva, sedicenne, la divisa di ausiliario alla contraerea tedesca lasciava trapelare la sua missione “identitaria” e la sua pasta di teutonico dallo sguardo serio e freddo, poco avvezzo alle pagliacciate di Wojtyla o Bergoglio.

Assistetti alla sua elezione in San Pietro, il 19 aprile del 2005, quando ancora bazzicavo per sacrestie, e ricordo come la stampa progressista (che oggi fa da scendiletto di papa Francesco, l’idolo di atei, relativisti, pannelliani e debosciati vari) lo accolse a suon di sberleffi, prese per i fondelli e ironie da osteria: “il pastore tedesco”, titolavano. Per carità, ho riservato aspre critiche a Benedetto soprattutto per quanto riguardava le sue aperture all’ebraismo, tanto da chiamarlo simpaticamente “Rabbinger”, e non ricordo con piacere la sua passeggiata alla Moschea blu di Istanbul o il Pater noster recitato dando la manina a rabbini e imam, ma che volete mai? Il mestiere del “santo padre”, soprattutto dopo il Concilio, è quello che è e non va dimenticato lo stato in cui versa la baracca cattolica. Ad ogni modo, umanamente, Ratzinger merita rispetto, non foss’altro perché unico papa vagamente stimabile da Pacelli ad oggi e così umile da fare un passo indietro. Auguri, Joseph.

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Trump o non Trump l’America è sempre l’America

Donald Trump sembra essersi bruciato quel minimo di credibilità in più che poteva avere rispetto al tandem Obama-Clinton, e in breve tempo: il bando contro l’Iran, le virate capitalistiche in materia di ecologia, le intemperanze “feudali” della più classica destraccia reazionaria, l’occhiolino ad Israele, il siluramento di uomini del suo gabinetto come lo scomodo Bannon, lo scellerato attacco contro Assad e ora le prove muscolari con la Corea del Nord di Kim Jong-un. Per carità, siamo solo all’inizio e dovremmo aspettare quattro anni per vedere cosa, effettivamente, avrà combinato Trump ma se queste sono le premesse ci sarà ben poco di cui rallegrarsi.

Non intendo minimamente nascondere l’entusiasmo manifestato durante la campagna elettorale e l’elezione del magnate a 45° presidente degli Stati Uniti. Non ho alcun problema a ricordare come, il sottoscritto e molti altri identitari, vedessero di buon occhio la candidatura di Trump rispetto a quella della Clinton, che sarebbe stata una tragicomica protesi di Obama. Sia chiaro: gli entusiasmi non erano finalizzati alla impossibile riabilitazione dell’America e dei suoi “valori” (figuriamoci!) ma all’ipotesi che con uno praticamente avversato non solo dai rivali democratici ma persino dal suo partito, dalle lobby, dai Soros, dal mondo dello spettacolo hollywoodiano e dalle migliaia di automi scesi in piazza (perché comandati a bacchetta dai succitati) a protestare contro la sua elezione, le cose potessero un minimo cambiare, soprattutto per quanto riguarda la politica estera americana.

Trump, in casa sua, può fare il diavolo che vuole, anzi, tanto meglio se riuscisse ad affossare gli Usa; era una goduria vedere il marasma multirazziale, lgbt, arcobalenato, femminista e “peace & love” sprizzare bile da ogni poro contro Trump seguendo siccome massa pecoronica le infide baggianate della pletora di milionari pupazzi, viziati e viziosi, corrotti e disturbati che accusavano Donald di essere un milionario pupazzo, viziato e vizioso, corrotto e disturbato. La stessa Clinton che accusava Trump di essere narcisista, pericoloso, mentalmente disturbato e via dicendo faceva sbellicare dalle risate.

Il problema si pone se il neo-presidente intende seguire le orme dei predecessori in materia di politica estera, continuando a supportare l’infame imperialismo americano che semina grane in giro per il mondo. Eppure anche qui le dichiarazioni  programmatiche, in merito, sembravano andare in direzione di un disimpegno dal sapore multipolare, mantenendo buoni rapporti con la Russia, snobbando la Nato, e persino rimanendo equidistante nel conflitto israelo-palestinese. Il cambio di rotta, più che da un repentino voltafaccia nato spontaneamente dal suo cranio biondo-fragola, mi pare da attribuirsi al ricatto del suo stesso partito, la più classica marmaglia neocon guerrafondaia, filo-sionista e turbo-capitalista, che può aver barattato con Trump la mano libera nelle politiche interne in cambio della consueta politica di potenza unipolare.

Naturalmente, ripeto, è ancora presto per dire che piega prenderà il mandato di Donaldo, dopotutto è passato solo qualche mese dall’elezione e magari, in parte, Trump fa lo scalmanato per scrollarsi di dosso l’etichetta di burattino di Putin che gli hanno cucito addosso per mesi e mesi. Tuttavia, stando alle prime mosse, non dobbiamo sperare in chissà cosa (sempre a livello di Realpolitik internazionale, in cui a contare, ora come ora, sono in 3 o 4) perché Trump resta il presidente della principale entità mondialista e, anche volendo, dovrà per forza di cose scendere a compromessi col marciume interno che lo tiene per lo scroto.

Non dovremo cascare dalle nuvole se le cose peggioreranno, gli Usa rimangono gli Usa con o senza Trump, ed è per questo che noi non si deve vedere in lui o chi per lui il “messia” che viene a redimere il globo sconfiggendo il perverso unipolarismo statunitense. Noi siamo innanzitutto italiani ed europei e dunque dobbiamo volgere lo sguardo agli affari di casa nostra comprendendo che solo gli Italiani possono salvare l’Italia e solo gli Europei possono salvare l’Europa sconfiggendo il demone di Bruxelles, che è tragica caricatura dell’Europa.

E non dovremo certo lasciarci prendere per il naso dalla, consueta, campagna diffamatoria nei confronti dei nemici di turno degli Usa che vengono liquidati, come da copione, alla stregua di pazzi, malati di mente, criminali, nemici dell’umanità: ricordiamoci che le intemperanze dei Kim Jong-un esistono perché esiste la mafia imperialistica dell’Occidente a guida yankee che usano stati-fantoccio come la Corea del Sud per minacciare chi non vuole allinearsi al regime unipolare. Adesso tutti puntano il dito contro la Corea del Nord ma quanti si ricordano del massacro di Sinchon del 1950, quando 35.000 civili nordcoreani vennero massacrati dalla polizia segreta di Seul e dalle truppe regolari americane?

Trump avrebbe una occasione irripetibile che è quella di dare un cambio di rotta alle politiche internazionali americane in favore di un congruo multipolarismo fondato sul sacrosanto rispetto della sovranità e dell’identità delle nazioni del pianeta Terra. Se invece proseguirà sul sentiero di guerra battuto, da sempre, dagli Americani il terrorismo continuerà ad avere linfa vitale, i conflitti continueranno ad imperversare lungo la crosta terrestre, e il mondo già pesantemente corrotto e compromesso sia in termini politici sia demografici e ambientali sprofonderà senza appello nel caos autodistruttivo.

Noi dobbiamo chiamarci fuori da tutto ciò e lottare per preservare l’Italia e le sue piccole patrie da un punto di vista etno-culturale, sociale, comunitario (e ambientale) senza aspettarci che la soluzione ai nostri problemi possa venire da fuori. Il nostro benessere dipende da noi stessi e dalla capacità con cui riusciremo a conservare e tramandare la nostra identità e la nostra civiltà ai posteri, senza compromessi col sistema mondialista.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/04/trump-o-non-trump-lamerica-e-sempre-lamerica.html

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Aryas – Parte I

Migrazioni indoeuropee fino al 1000 a.e.v. secondo la teoria kurganita

Di fronte alle evidenti somiglianze di molte parole da molte lingue diverse di Europa e Asia, gli studiosi supposero un’origine comune per spiegare questo fenomeno. Divenne presto chiaro che la congettura era corretta. Questa famiglia linguistica è stata denominata, in ambito tedesco, “indogermanico” (contrazione di “indo-latino-persiano-germanico”), mentre più tardi è andata affermandosi l’etichetta di “indoeuropeo”, insieme di lingue parlate dall’Irlanda all’India il cui antenato teorico è la lingua protoindoeuropea.

È dunque giusto dire che l’inglese, ad esempio, è simile a persiano, latino, greco antico, pashtu, francese, russo o hindi e molti altri. Queste lingue sono legate e collegate da un’antica origine comune, un nucleo comune.

Il legame non è confinato alla linguistica. Un collegamento è osservabile anche tra le culture antiche d’Europa e le culture asiatiche che condividono questo filo rosso linguistico. Per esempio, il principale antico dio indù Dyaus Pitar è riconoscibile in Giove (il Diespiter italico) e Zeus (a volte chiamato Zeus Pater), tutti derivati da un antico padre celeste, divino, della luce diurna (vedi *deiwos, alla base del latino deus e di altri consimili termini indoeuropei che indicano creature divine, connesse alla luce, al sole, al cielo luminoso del giorno) adorato nel mondo protoindoeuropeo.

A volte, nonostante la differenza nei nomi, le divinità indoeuropee sono facilmente riconoscibili per la loro personificazione. Questo è il caso di Indra, il dio indù della guerra e del tempo, un tonante dio armato di mazza (chiamata Vajra, simbolo di tuoni e fulmini) che schiaccia esseri malvagi, come Vritra un serpente gigante, e che possiamo ritrovare in Thor, dio germanico del tuono che brandisce un martello (chiamato Mjöllnir, anch’esso simbolo di tuoni e fulmini e il cui nome deriva da una antica radice indoeuropea che ha dato malleus, la parola latina per martello) per combattere Jörmungandr, un gigantesco serpente malvagio. Questo importante dio archetipico si trova in tutto il continuum indoeuropeo (lo slavo Perun, il baltico Perkunas, l’ittita Tarhun/Teshub, il gallico Taranis e altri).

Questa constatazione di una famiglia linguistica comune (una ipotesi estremamente probabile essendovi la lingua protoindoeuropea come fonte) e di tracce di elementi culturali comuni che coprono praticamente tutta l’Eurasia occidentale fino all’oriente dell’Indiaporta a chiedersi come sia possibile per una famiglia linguistica estendersi su una tale distanza intercontinentale. Chi erano i suoi parlanti originari? Dov’era il suo luogo di origine?

Alcuni studiosi, come Colin Renfrew, sostengono che la lingua protoindoeuropea è apparsa in Anatolia (attuale Turchia) ed è stata importata in Europa con la diffusione dell’agricoltura durante il Neolitico, mentre i nazionalisti indiani sostengono che le loro lingue indoeuropee siano autoctone dell’India e che alcuni dei loro antenati svilupparono e diffusero questa famiglia linguistica in tutta l’Eurasia fino all’Europa.

La spiegazione più probabile è, a mio parere, la teoria dei Kurgan, sviluppata da Marija Gimbutas. L’archeologia, la linguistica e anche la genetica sembrano, finora, confermarla.

L’ipotesi kurganita postula che, a nord del Mar Nero, in quelle che sono le moderne Ucraina e Russia meridionale, una popolazione europoide nomade dedita alla pastorizia sia migrata sia ad est che ad ovest imponendo la sua cultura e le lingue indoeuropee sulle popolazioni locali sottomesse attraverso i secoli e millenni, mescolandosi come minoranza con la gente del posto in questo processo etnogenetico; in effetti sembra dimostrarlo la presenza precoce dei primi prestiti linguistici indoeuropei nelle lingue ugro-finniche nella loro fase proto-uralica, ad esempio protoindoeuropeo *wed-er/en “acqua, fiume”, *h₁nḗh₃mn̥- “nome”, *wosa “commerciare, comprare”, *sneH(u) “tendine” che trovano riscontro nel proto-uralico *wete, *wosa, *nime-*sone. Una solida base per questa teoria, soprattutto se si aggiunge che ci sono anche diverse e nitide tracce dei primi prestiti indo-iraniani in queste lingue nordorientali (e di cui diremo oltre).

La cultura che dovrebbe essere ancestrale rispetto alle lingue e alle culture indoeuropee è la cultura di Sredny Stog (dal 4.500 a.e.v. circa al 3.500 a.e.v.) seguita da quella di Jamna, chiamata anche cultura della tomba a fossa (pit-grave), o cultura di Yamnaya (dal 3.600 a.e.v. al 2.200 a.e.v.).

Da lì si può seguire il sentiero archeologico dei loro movimenti nel sud-est d’Europa durante la fine del quinto millennio a.e.v – inizio quarto millennio a.e.v.: ad esempio, la distruzione di Karanovo VI in Bulgaria e il primo movimento nell’Europa sud-orientale prima del 4.000 a.e.v., essendo probabilmente all’origine della famiglia linguistica anatolica (indoeuropea), che apparentemente risale ad una fase precedente di protoindoeuropeo e che potrebbe essere arrivata in Anatolia nel 2.600 a.e.v. circa (la data di arrivo delle popolazioni “anatoliche” di lingua indoeuropea in Asia minore, e il percorso che hanno preso per arrivarci, sono puramente teorici); oppure i movimenti nel Nord Europa (cultura delle anfore globulari e cultura della ceramica cordata, che compaiono più o meno attorno al 3.500-3.000 a.e.v.); in Asia con la cultura di Afanasevo (che appare intorno al 3.500 a.e.v. in Kazakistan, a sud della Siberia, ad ovest della Mongolia e anche apparentemente nello Xinjiang) e poi con l’orizzonte culturale di Andronovo (dal 2.300 a.e.v. circa al 1000 a.e.v.) in Asia centrale; indi in Asia meridionale con la “cultura delle tombe del Gandhara” (che compare nella valle dello Swat nel nord del Pakistan circa 1.800 a.e.v.).

Nella prospettiva dell’ipotesi Kurgan, lo stadio protoindoeuropeo è esistito durante il torno di tempo 3600-3000 a.e.v. (più o meno). Archeologia e linguistica possono apparentemente consentire di individuare la datazione del protoindoeuropeo al periodo calcolitico (ad esempio, i locutori del protoindoeuropeo avevano le proprie parole per indicare la ruota, la lana, il cavallo, il metallo ecc. che non si adatterebbero con date precedenti, in un tempo completamente neolitico).

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