50 ragionevoli motivi per difendere la Lombardia e la sua identità etnica – Parte III

Eccoci al terzo appuntamento sulle 50 buone ragioni che, a mio avviso, rappresentano altrettanti validi motivi per difendere e preservare la natura etno-culturale della Lombardia, in quanto piccola patria storica plurimillenaria e non vuoto contenitore regionale senza legittimità sangue e suolo, come vanno affermando i suoi detrattori anti-identitari, spesso e volentieri per giunta lombardi ma quasi sempre, invece, utili e ignorantissimi idioti al servizio della causa mondialista. Una causa volta alla distruzione della biodiversità italiana ed europea e dunque all’annientamento identitario dei popoli e alla devastazione dell’ambiente naturale che li circonda. Qui trovate la seconda parte.

21) Romània occidentale. La Lombardia, come tutto il Nord, appartiene al mondo romanzo occidentale al pari delle lingue iberiche e francesi, e si smarca dall’ambito tosco-italico peninsulare (che è romanzo orientale) grazie a quella che viene definita “linea von Wartburg” (la famosa linea Massa-Senigallia o, meno correttamente, La Spezia-Rimini).

22) Gallo-italico. Le lingue locali della Lombardia etnica, che formano il gallo-italico, possono tranquillamente essere definite lombarde, tutte quante accomunate dal sostrato celtico, dalle origini da ricercarsi nel latino volgare parlato nella Pianura Padana tra tardo-antico ed epoca alto-medievale e da un superstrato germanico da attribuirsi, soprattutto, ai Longobardi. Anche Dante attestava l’esistenza, nel Nord-Ovest d’Italia, di un continuum linguistico lombardo, che all’epoca sua includeva anche le parlate di Trento e Verona.

23) No Greci. In Lombardia non si è mai registrata una presenza storica dei Greci, come invece nel Centro-Sud o lungo le coste adriatiche settentrionali (ma anche nell’area ligure). Il Mezzogiorno è stato invece decisamente influenzato dall’elemento ellenico, anche biologicamente, il che costituisce il principale elemento di diversità rispetto all’Italia centrale e settentrionale. L’influenza etrusca non va confusa con quella greca, essendo la prima prodotto indigeno d’Italia.

24) Storia. La Lombardia etnica presenta un profilo storico peculiare che la mette in collegamento, innanzitutto, con il resto del Nord Italia e poi con l’Italia centrale, culla della civiltà romana e di quella etrusca. Giustamente dobbiamo prendere in considerazione tutti quegli elementi storici che uniscono Nord, Centro e Sud ma non dobbiamo dimenticarci che prima dell’unificazione romana e di quella risorgimentale ogni terra italiana, Lombardia etnica inclusa, aveva una propria identità anche storica e politica. Se per 1500 anni, dopo la dissoluzione dell’Impero romano, l’Italia è stata politicamente frazionata un motivo ci sarà…

25) Italia romana. Un altro aspetto da non trascurare è che il Nord Italia è divenuto “Italia” con i Romani, nel I secolo a.e.v., sebbene le genti indoeuropee chiamate italiche siano calate dall’Europa centro-orientale attestandosi, innanzitutto, nel settore nordorientale del Paese. L’etnonimo italico indicava, sostanzialmente, le tribù indoeuropee stanziatesi nel Centro-Sud, in particolare quelle osco-sabelliche che culminavano in Calabria, in cui nacque il primevo toponimo d’Italia, poi esteso dai Romani alla penisola e alla pianura del Po man mano conquistavano territori aggregati alla Repubblica. La terra tra Alpi e Appennino, come sappiamo, prima delle vittorie romane era considerata Gallia Cisalpina.

26) Milano. Milano è la grande capitale storica della Lombardia etnica, croce e delizia di tutte le genti lombarde. Oggi cosmopolita, pluralista, cementificata, caotica ed inquinata ma pur sempre fulcro della Lombardia dai tempi dei Galli ad oggi, passando per il tardo Impero romano in quanto capitale occidentale, per i Longobardi e il Regno d’Italia, i liberi comuni e il Ducato visconteo, centro propulsore dell’unificazione politica della Lombardia medievale e moderna.

27) Goti. Per quanto il Regno ostrogoto in Italia includesse tutto il territorio nazionale (e non solo), la più cospicua presenza gotica in Italia era concentrata nel Settentrione, in particolar modo ad occidente dove si trovava Pavia, capitale dopo Ravenna, e in seguito anche capitale del Regno longobardo e del Regno d’Italia medievale. Anche per questo motivo designerei volentieri l’antica Ticinum come capitale morale della Lombardia etnica.

28) Longobardi. Il nome della nostra sub-nazione deriva dai Longobardi, i conquistatori germanici d’Italia che inaugurarono il Medioevo nel nostro Paese. Il loro regno era pressoché concentrato in (quasi) tutto il Nord e in Toscana e tramandarono il loro etnonimo all’Italia settentrionale che, infatti, dopo il crollo del potentato longobardo venne chiamata, nella sua totalità, Lombardia. Tuttavia, la Lombardia etnica è il settore nordoccidentale dell’Italia, anche perché l’identità veneta e friulana presto si smarcarono dal contesto lombardo. Pur essendo una minoranza i Longobardi ci lasciarono in eredità vestigia linguistiche, giuridiche, politiche, folcloristiche e anche etno-culturali e rappresentarono il principale superstrato germanico dell’Alta Italia, sebbene poco radicati in Liguria, Emilia terminale e Romagna che, anche per questo, esulano dal contesto propriamente etnico di Lombardia.

29) Franchi. Nell’Italia nordoccidentale fu importante anche la presenza storica dei Franchi, che assorbirono il Regno longobardo trasformandolo in quello d’Italia medievale. Non si può escludere che la loro conquista abbia influito anche sull’aspetto linguistico dei volgari lombardi, come le vocali turbate ö e ü e alcune caratteristiche che avvicinano il lombardo più al francese che all’occitano/catalano potrebbero lasciar intendere (le vocali anteriori arrotondate potrebbero anche essere tratto longobardo, epperò assente dall’idioma veneto e da quello friulano). Ad ogni modo è proprio dall’epoca franca che si comincia a parlare di Lombardia nel senso più ampio del termine.

30) Regnum Italiae. Come anticipato sopra, il Regno d’Italia medievale riguardava praticamente l’Italia settentrionale, in modo particolare il suo settore occidentale dove, del resto, si trovano Pavia e Monza, con la sua Corona ferrea emblema del re d’Italia. Esso ricalcava il precedente Regno longobardo, immerso nel contesto del Sacro Romano Impero a partire dal dominio franco, ed ebbe speciali legami, durati per secoli a livelli di Lombardie, con il mondo europeo propriamente centrale, germanico, consolidando così il naturale aspetto di cinghia di trasmissione tra Mediterraneo e Mitteleuropa del Nord Italia. Ancorché in maniera superficiale, la Lombardia etnica ricevette, lungo tutto il Medioevo, influssi teutonici anche in accezione biologica.

Fine terza parte.

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Dalla parte della Luce. Sempre

Non c’è modo migliore di salutare la definitiva dipartita di un disumano subumano come Riina con il ricordo di coloro che, per anni, si batterono per eradicare, in questo caso dalla Sicilia, il fenomeno mafioso. Un fenomeno mafioso, cosa nostra, che in Sicilia ha potuto beneficiare per decenni dell’appoggio della mafia italo-americana grazie a cui, del resto, gli stessi Alleati riuscirono a penetrare nell’isola nel luglio del 1943 ponendo le basi per la conquista del Mezzogiorno. Questa perversa connessione tra mafiosi siciliani e loro simili a stelle e strisce andò a contrapporsi alla sapiente opera di bonifica antimafia operata, con il Fascismo, dal celebre prefetto Mori, colui che diede seriamente del filo da torcere ai malavitosi che, purtroppo, tornarono successivamente a proliferare nel secondo dopoguerra.

Lo stesso eroico Giovanni Falcone ebbe a dire che: “L’unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso. Sfidiamo gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito degli “Alleati” e degli antifascisti, in ricompensa dell’aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco e la conquista dell’isola!”. E lo stato di cui parla il compianto magistrato palermitano è, ovviamente, quello repubblicano, venuto alla luce dopo il 1945, uno stato totalmente succube delle mafie atlanto-americane e completamente privo di vera sovranità.

In uno scenario siffatto gli Americani avevano tutto l’interesse a tenere sotto scacco il Paese con strategie della tensione mafiose e terroristiche, sfruttando il marciume umano del nostro Meridione così come quello italo-americano da cui uscì un soggetto come Lucky Luciano. Questo individuo fu abilmente usato dagli Stati Uniti per predisporre lo sbarco in Sicilia, scarcerandolo e dandogli il compito di contribuire attivamente alla penetrazione nella Trinacria, tra gli altri, di un’intera brigata costituita da soggetti siculo-americani in odore di mafia.

Il vuoto di potere lasciato dal Fascismo con la fine del secondo conflitto mondiale venne colmato dallo strapotere di una preponderante fetta di amministratori siciliani mafiosi, il tutto sotto il controllo dei vecchi padrini, mentre nel Meridione continentale avvenne qualcosa di analogo con la camorra e la ‘ndrangheta. Si potrebbe pensare che queste diaboliche manovre dell’occupante straniero fossero il tentativo di controllare, tramite un sordido incrocio di mafia e politica, lo stato italiano ostacolando la classe politica “partigiana” centro-settentrionale per favorire così gli ambienti meridionali collusi con le mafie. Si capisce che se la criminalità organizzata prolifera nel Sud, risale la penisola infettando Roma e l’Italia centrale per poi sfondare nel Nord Italia, e pure in altre terre europee e non, è perché potente e appoggiata, più o meno occultamente, da certi intoccabili poteri forti che hanno tutto l’interesse a seminare zizzania per tenere in pugno intere nazioni.

Vanno in questa direzione anche le famigerate 113 installazioni militari americane presenti sul nostro territorio nazionale, così come la cosiddetta “strategia della tensione” che tra anni ’60 e ’90 del secolo scorso terrorizzò e insanguinò il Paese da nord a sud, probabilmente per ostacolare una certa politica democristiana e socialista che guardava con simpatia alle vicende palestinesi. Tra le altre cose, l’episodio di Sigonella rimane nella nostra memoria come un sussulto di sovranità avuto dall’Italia, e pagato a caro prezzo dal PSI e da Craxi medesimo.

La mafia, particolarmente quella siciliana, che con l’avvento di Riina conobbe una orribile svolta culminata nella stagione delle insensate stragi dei primi anni ’90, potrebbe affondare le proprie radici nel periodo dell’occupazione arabo-islamica della Sicilia, da parte cioè di soggetti allogeni che prima di essere sgominati ed espulsi dall’isola grazie a Normanni, Svevi e coloni lombardi provenienti dal Nord Italia potrebbero aver deposto, come spore, i germi delle future mafie nell’interno siciliano, nel cuore rurale di una terra del Meridione estremo troppo spesso straziata da una bestiale violenza figlia di crudeltà, ignoranza crassa, affarismo spietato e levantinismo.

Questa ipotesi su di un’atavica origine moresca del fenomeno mafioso è solleticata anche da un importante giornalista come Indro Montanelli, che nei volumi della sua Storia d’Italia lascia intendere sulla veridicità di una matrice allogena di quel feroce movimento criminale balzato agli onori della cronaca negli ultimi due-tre secoli. Fors’anche la stessa parola mafia potrebbe ricondursi ad un’etimologia araba significante “spavalderia, spacconata”, sebbene la tesi che vada per la maggiore sia quella di un’origine addirittura tosco-settentrionale (il linguista Nocentini la ricollega al nome medievale, del Centro-Nord, Maffeo, da Matteo, con riferimento al passato pubblicano dell’evangelista), che però, forse, riguarda più la parola toscana maffia, ossia “miseria”, che la mafia riferita alla Sicilia.

Epperò le stesse modalità mafiose ricordano certo terrorismo mediorientale, essendo facile trovare somiglianze tra l’orrenda strage di Capaci, in cui perirono Falcone, la moglie e la scorta, e gli attentati con autobombe della Beirut dilaniata dal tristemente famoso conflitto durato una ventina di anni. Sembra davvero esistere una matrice comune tra terrorismo del Levante e certe manifestazioni criminali del Mezzogiorno, e forse proprio per alcuni perversi rimasugli di presenza storica araba nel Sud, in particolare, ovviamente, in Sicilia. Intendiamoci, sto parlando di criminalità che riguarda, chiaramente, un piccolissimo spicchio della società meridionale e che potrebbe davvero essere un residuato maneggiato dalle fasce più degradate, e rimescolate, dei territori ex duosiciliani.

D’altronde, fa pensare il fatto che la culla di cosa nostra sia nella Sicilia occidentale, nell’area che gravita attorno a Palermo, forse la zona più rimescolata e caotica dell’isola, dove per secoli si sono succeduti svariati dominatori attratti dalla ricchezza della città panormita. Si capisce, quando dico “rimescolata” mi riferisco più ad un ambito multiculturale che multietnico, essendo (tutti) i Siciliani un popolo a tutti gli effetti parte, per quanto estrema, dell’Europa meridionale. Tuttavia è indubbio che certe dominazioni del passato abbiano potuto gettare il seme della mala pianta di degrado e criminalità, che nasce da una cultura sotto alcuni punti di vista estranea al contesto europeo. Va detto, nel proliferare delle mafie, c’è anche una responsabilità romana e continentale, dovuta al totale disinteresse di stato verso il Sud che, abbandonato a sé stesso, finisce tragicamente per fare affidamento alle mafie che spadroneggiano nei grossi come nei piccoli e piccolissimi centri.

Si può insomma riconoscere in filigrana l’eterno scontro tra la luminosa etica indoeuropea, di eroi solari ed esemplari come Falcone e Borsellino, che – consapevoli – giunsero al sacrificio di sé per onorare la Bandiera della miglior Europa (che, dunque, non è quella della Ue), e la tenebrosa, infernale piovra mafiosa che mostra alquante affinità con altri generi di mafie mondialiste che ben conosciamo… Non ci venga la tentazione insana di ridurre il nostro Mezzogiorno alla criminalità organizzata, a cosa nostra, alla ‘ndrangheta, alla camorra o alla Sacra Corona Unita; se la mafia si è originata in Sicilia è ancor più vero che in Sicilia è nato l’antidoto a questo mortale veleno, grazie a tutti quei membri di magistratura, polizia, forze armate e società civile che han fatto della propria esistenza un modello di lotta senza quartiere al male, fino al sacrificio supremo (altro che Saviano…).

E ricordare, e onorare, la memoria di tutti coloro che sono divenuti eroi non di uno stato coloniale e apolide come questo, che spesso li ha ostacolati o abbandonati, ma eroi d’Italia e d’Europa, è il modo migliore, come detto in apertura, per mettere la parola “fine” sulle vicende terrene di chi, al contrario degli eroi, ha preferito bruciare la propria meschina e insignificante esistenza prostituendosi all’infero demone.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/11/dalla-parte-della-luce-sempre.html

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50 ragionevoli motivi per difendere la Lombardia e la sua identità etnica – Parte II

Eccoci al secondo appuntamento sulle 50 buone ragioni che, a mio avviso, rappresentano altrettanti validi motivi per difendere e preservare la natura etno-culturale della Lombardia, in quanto piccola patria storica plurimillenaria e non vuoto contenitore regionale senza legittimità sangue e suolo, come vanno affermando i suoi detrattori anti-identitari, spesso e volentieri per giunta lombardi ma quasi sempre, invece, utili e ignorantissimi idioti al servizio della causa mondialista. Una causa volta alla distruzione della biodiversità italiana ed europea e dunque all’annientamento identitario dei popoli e alla devastazione dell’ambiente naturale che li circonda. Qui trovate la prima parte.

11) Industria del latte. La Lombardia etnica è una rinomata area in cui abbondano i prodotti zootecnici derivati dal latte di vacca, primi fra tutti i formaggi. I Lombardi vantano una lunghissima tradizione lattiero-casearia (si pensi all’aneddoto di Cesare e agli asparagi col burro consumati a Milano, nella Gallia Cisalpina), che passa anche per l’epoca medievale grazie al massiccio consumo di latte (e di carne di bovino) fatto dai Longobardi, essendo questi più allevatori che agricoltori. Oltretutto a questi conquistatori germanici si deve l’introduzione dell’unica razza bovina autoctona della Lombardia, la varzese, col suo tipico mantello color fromentino.

12) Anello di congiunzione. La Lombardia esercita da sempre un’importantissima funzione di mediatore in qualità di anello di congiunzione tra il mondo mediterraneo prettamente italico e l’Europa centrale celto-germanica, presentando infatti caratteristiche sia mediterranee ed italico-romane che continentali, per l’appunto celtiche (soprattutto)e germaniche. Questa situazione intermedia è valevole da un punto di vista ambientale, geografico e climatico e anche, come detto, etnico, culturale, storico, socioeconomico.

13) Popolamento. A differenza di quanto avviene per l’Italia centrale e meridionale, in un quadro cioè molto accentratore, in Lombardia il popolamento storico obbedisce a criteri di insediamento sparso, frammentato, suddiviso in piccole e piccolissime entità, come ancor oggi si può vedere osservando le diverse centinaia di comuni facenti parte i singoli territori provinciali di un buon numero di città padane. Sintomo di ciò potrebbe essere l’antica suddivisione pagense celtica, continuata coi Romani ed ereditata da Longobardi e Franchi con il sistema di vicinia, iudiciaria e comunalia.

14) Aspetto continentale e neolitico. L’Italia, intesa globalmente, è forse la realtà più neolitica d’Europa, nel senso che, biologicamente parlando, il nostro DNA è particolarmente ricco di geni antichi, neolitici appunto, del Vicino Oriente, legati all’espansione dell’agricoltura. I Sardi rappresentano il picco massimo di tale tendenza, e anche la scarsa tolleranza al lattosio degli adulti italiani è sintomatica della massiccia eredità genetica di matrice neolitica. In Lombardia tuttavia, come nel resto del Nord, vi è un consistente apporto sia mesolitico (dei cacciatori-raccoglitori cromagnoidi) che indoeuropeo originario delle steppe, frutto questo di una concreta arianizzazione anche genetica e antropologica dovuta a diverse ondate celtiche, italiche e germaniche.

15) Genetica. L’Italia è anche la realtà genetica forse più eterogenea d’Europa, essendoci nel nostro Paese un netto cline nord-sud e persino uno in senso est-ovest; esiste soprattutto un chiaro stacco tra Italia centro-settentrionale e meridionale e una certa distanza tra Italia nordoccidentale (e Toscana) e Triveneto, con quest’ultimo che mostra una nitida tendenza a scolorare nell’Europa mittel se si considerano le località più settentrionali come Trentino, Cadore, alta Carnia e territori con recenti migrazioni germaniche (al di là dell’Alto Adige, da segnalarsi l’area dell’Altopiano di Asiago per via dei Cimbri). La Lombardia etnica costituisce un cluster genetico a sé stante che si sovrappone a Liguri e Veneti con Romagnoli e Toscani piuttosto distanziati. I Valdostani, come è logico che sia, costituiscono un gruppo a sé stante, proiettato verso l’Europa centrale.

16) Antropologia fisica. Il profilo etno-antropologico dei Lombardi etnici è caratterizzato da una netta dominanza dell’elemento alpino, seguito dal dinarico e dall’atlanto-mediterraneo, e con una spruzzata nordica qua e là, soprattutto nel settore prealpino e alpino. I tipi nordoidi non sono infrequenti, segno delle antiche invasioni ariane, italo-celtiche, galliche e germaniche, sebbene dal secondo dopoguerra vi sia stato, in diverse zone (soprattutto centro-occidentali), un massiccio rimescolamento con genti meridionali che purtroppo ha notevolmente indebolito la presenza dell’elemento indigeno.

17) Indoeuropeismo. Tutta Italia fu investita dalle ondate indoeuropee che introdussero nel Paese le lingue celtiche, italiche, illiriche, elleniche. Tuttavia, il maggior impatto esercitato dai conquistatori ariani si può riscontrare nel Nord Italia, nel Triveneto e in Lombardia, grazie alla vicinanza all’Europa centrale da cui si diffusero le varie ondate. In Lombardia la maggior parte dell’identità indoeuropea è da riferirsi, ovviamente, alle genti celtiche, emanazione delle culture della Scamozzina, Canegrate, Golasecca e La Tène. Altresì, nel Centro-Nord Italia manca una componente levantina protostorica (del Bronzo) che caratterizza invece il Meridione, introdotta laggiù dallo spostamento di genti provenienti dal Mediterraneo orientale.

18) No influssi extraeuropei. Ricollegandosi al punto sopra, la Lombardia è priva di influssi “esotici” relativamente moderni che invece – ad un livello alquanto superficiale, intendiamoci – possiamo riscontrare nel Mezzogiorno, in particolare nelle aree più estreme (“siciliane”). Fenici, Ebrei, coloni levantini di epoca romana, Arabi, Saraceni qualche traccia (anche biologica) l’hanno lasciata. Secondo alcuni studiosi anche la mafia stessa potrebbe essere un poco piacevole lascito dei dominatori islamici.

19) Sovrappopolamento. La contrapposizione tra abitato sparso lombardo e accentramento meridionale, già citata sopra al punto 13, non è solo figlia di un diverso modo di abitare il territorio per via di vicende sia demiche che politiche, è anche il frutto del secolare sovraffollamento dell’area padana, anteriore ai fenomeni migratori dell’800-‘900. Nonostante le crisi della seconda metà del XIV secolo (vedi peste nera) e della prima metà del XVII secolo (vedi peste manzoniana), la demografia lombarda è sempre riuscita a riprendersi arrivando ad una densità spesso drammatica, da cui l’atomizzazione comunale di diverse province lombardo-etniche.

20) Gallia. La Lombardia etnica trova nei Celti il suo sostrato etnico e linguistico precipuo (senza dimenticare Liguri, Reti ed Etruschi), grazie all’apporto dei Celti golasecchiani, locutori del leponzio (dialetto celtico continentale), e dei Galli lateniani, parlanti gallico. Non a caso, i Romani chiamarono la nostra terra Gallia Cisalpina, in virtù del massiccio insediamento celtico/gallico seguito alle cospicue calate in Italia dai valichi alpini come il Gran San Bernardo. Il fatto che la precipua linea genetica paterna (Y-DNA) della Lombardia sia R1b-U152/S28, è ulteriore riprova della nostra eredità, anche biologica, celtica.

Fine seconda parte.

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50 ragionevoli motivi per difendere la Lombardia e la sua identità etnica – Parte I

Dopo aver passato in rassegna 50 validi motivi per difendere l’Italia e la sua identità (gli articoli li trovate qui, gli ultimi 5 a partire dall’alto, pubblicati anche su EreticaMente) vorrei qui elencare 50 altrettanto validi motivi per difendere la Lombardia etnica e la sua identità, in quanto realtà etno-culturale degna di riconoscimento, di rispetto e di tutela, vituperata da 70 anni a questa parte da un radicale processo di livellamento statolatrico e centralista.

Non credo affatto vi sia una contraddizione tra la tutela del dato patriottico italiano e del dato etnico lombardo; l’Italia avrebbe bisogno di uno stato etnofederale che permetta ai principali popoli della Penisola di promuovere la propria autodeterminazione, entro limiti ragionevoli, cosicché ogni tentativo secessionista verrebbe smorzato da una sapiente opera di riequilibrio etnonazionalista. Giusto mantenere integro il quadro storico italiano, parimenti giusto (e doveroso) recuperare o affrancare lo spirito identitario lombardista, venetista, sardista ecc.: il destino dei popoli vale molto di più degli stati che, sulla carta, dovrebbero rappresentare quegli stessi popoli e che invece, troppo spesso, si rivelano gabbie, prigioni, in cui le genti languono.

Ecco dunque alcuni punti, inquadrati in 50 buone e oggettive ragioni, che vogliono essere spunto di riflessione circa la natura della Lombardia, una grande realtà etnica, linguistica, storica, culturale e geografica oggi purtroppo ridotta ad un’invenzione romana recente che è un insulto alle vere radici lombarde, e una banalizzazione totale della nostra identità. Potevo tranquillamente estendere questo campo d’indagine a tutto il Nord-Ovest italiano e alla Grande Lombardia (ossia l’intero Nord), ma preferisco concentrare qui la mia attenzione sul profilo identitario di ciò che è il fulcro storico delle Lombardie, che è indubbiamente il vero e proprio spazio etnico nostrano, a suo modo distinto da altre terre nordoccidentali come Liguria, Emilia orientale e Romagna ma anche e soprattutto, rimanendo al Nord, dalle Venezie e cioè Veneto, Rezia cisalpina (Trentino-Alto Adige), Friuli, Venezia Giulia.

Ricordo infatti che per Lombardia etnica mi riferisco all’attuale Regione Lombardia, alla Svizzera italiana, a Novarese e VCO, al Piemonte (con la Val d’Aosta e altri territori minori oggi sotto la Francia), alla Liguria padana, all’Emilia sino al Panaro, al Trentino occidentale.

Sono sempre più convinto che il modo migliore per sentirsi italiani sia quello di esaltare, e non di soffocare, le nostre grandi identità etno-culturali, proprio perché è nel DNA italiano questa ricchezza sub-nazionale, una ricchezza che non è certamente meticciato ma varietà comunitaria all’interno dell’ambito sub-continentale d’Italia. Infatti non abbiamo un Nord germanico, un Centro italico e un Sud greco o arabo, talché parlare di Italia multietnica (nel senso plurinazionale), rimescolata, priva della dignità di nazione sarebbe del tutto esagerato e fuori luogo.

Pubblicherò, come nel caso dei 50 punti italiani, i 50 lombardi a puntate, dieci per articolo, per rendere la lettura meno noiosa e pesante e dare la possibilità al lettore di meglio riflettere su ciò che scrivo e di “digerirlo”, assimilarlo, senza tedio. Una scelta equilibrata, come equilibrato dovrebbe essere, si spera, il nostro approccio alla questione etnonazionale italiana. Cominciamo, dunque.

1) Geografia. La Lombardia, come il resto del Nord, non fa parte del territorio peninsulare dell’Italia, del cosiddetto “Stivale”, essendo un territorio (sub)continentale posto, in buona parte, al di sopra del 45° parallelo Nord.

2) Bacino del Po. Il territorio della Lombardia etnica rientra perfettamente nel bacino idrografico del fiume Po che ne costituisce i confini naturali. Parliamo di un ambito geografico cisalpino delimitato a nord ed ovest dalle Alpi centro-occidentali, ad est dallo spartiacque del Sarca-Mincio (includendo tutto il Benaco che, però, ad oriente è indubbiamente di dominio veneto) e del Panaro, a sud dall’Appennino Ligure e Tosco-Emiliano (o, meglio ancora, Tosco-Lombardo). Alpi e Pianura Padana costituiscono i tratti salienti del territorio lombardo-etnico.

3) Clima. Il clima lombardo non è mediterraneo bensì, fondamentalmente, sub-continentale/sub-mediterraneo, con sprazzi di clima puramente continentale (anche continentale umido) e subartico. La Lombardia etnica non è bagnata dal mare e conserva un aspetto spiccatamente terragno. Inoltre l’areale si trova a nord del limite settentrionale dell’olivo.

4) Bioma. Il bioma è una porzione di biosfera individuata e classificata in base al tipo di vegetazione. La Lombardia etnica appartiene al tipico bioma continentale della foresta temperata, naturalmente con scorci di vegetazione di alta montagna, per quanto ormai, purtroppo, dell’antica foresta planiziale a querco-carpineto (farnie, carpini bianchi, frassini, aceri campestri e olmi) sia rimasto pochissimo, tra disboscamento per riconversione agricola e introduzione di specie alloctone come la robinia.

5) Flora. Come anticipato sopra, la vegetazione lombarda autoctona appartiene all’ambito del bioma temperato (frassino, carpino, farnia), il cui fulcro è coincidente con il cuore della Val Padana che si è formato con il modellamento fluviale su arenarie, argille, sabbie e ghiaie. Trovano spazio anche la roverella e il rovere nel territorio prealpino, assieme al faggio, con peccio e larice sulle Alpi in condominio con arbusti e steppe montane. Vi sono anche risicate zone prive di vegetazione, costituite da rocce e ghiacci.

6) Fauna. La deforestazione, la conversione agricola, l’industrializzazione (con conseguente folle inquinamento) e anche i cambiamenti climatici della Pianura Padana hanno grandemente ridotto la biodiversità floreale e faunistica della Lombardia etnica, in particolare quest’ultima; tra le specie endemiche del bacino padano rimaste meritano menzione i pesci di fiume e lago, come alborelle, barbi canini e padani, lasche, savette, triotti, vaironi, cobiti italiani, ghiozzi padani e la famosa trota marmorata, e un anfibio come la rana di Lataste. Sulle montagne lombarde, tuttavia, si possono ancora trovare lupi, stambecchi, cervi, caprioli, camosci, cinghiali, lepri, volpi, tassi, ermellini, marmotte, scoiattoli, martore, galli cedroni.

7) Geologia. A differenza dell’ambito peninsulare e dell’Italia nordorientale, la Lombardia etnica è caratterizzata da un territorio a basso o medio rischio sismico, con l’eccezione dell’area bresciana del Garda; parimenti il nostro territorio non è costituito da rocce magmatiche e piroclastiche (lave, tufi ecc.) e a differenza dell’Italia centro-meridionale e insulare (che ne ha anche di sottomarini nel bacino tirrenico) non annovera vulcani, attivi od estinti che siano.

8) Idrografia. La Pianura Padana è terra da sempre ricca anche per via della sua straordinaria rete idrografica il cui perno è ovviamente il grande fiume, il Po. La Lombardia in particolare è davvero ricchissima di risorse idriche grazie ai grandi laghi glaciali, a lunghi ed importanti fiumi, a torrenti e laghetti di montagna e ai canali irrigui e navigabili da sempre alla base dell’imprenditorialità lombarda. L’acqua è un elemento fondamentale del nostro territorio, senza la quale non sarebbe stato possibile l’enorme sfruttamento agricolo della Val Padana. Degna di nota anche la presenza del reticolo idrografico minore costituito da rogge, risorgive, navigli ecc.

9) Coltivazioni. Il cuore agricolo della Lombardia etnica è contraddistinto da colture irrigue prevalenti, in cui il suolo viene utilizzato per la coltivazione di mais, frumento, orzo, barbabietola da zucchero, foraggi, pesche, patate, piselli; trovano spazio anche l’arativo e colture specializzate quali la vite (per la produzione di vino), il riso e i pomodori. Nel Medioevo la Lombardia rientrava, come l’Europa nordoccidentale, nello schema cerealicolo dei “quattro grani” (frumento, segale, miglio e panico), mentre l’Italia peninsulare ne era esclusa per via delle estati troppo secche. Vi sono inoltre foreste e boschi prealpini e alpini e scampoli di suolo tenuto a pascoli e prati.

10) Dieta. L’allevamento lombardo è caratterizzato, fondamentalmente, dallo sfruttamento di bovini (sia per la carne che per il latte e derivati) e suini (per la carne), e i formaggi, come i salumi (sin dai tempi dei Celti), costituiscono il prodotto principale tra quelli zootecnici. La gastronomia lombarda presenta decisi influssi celtici e germanici con diverse pietanze che tradiscono un’origine longobarda (zuppa d’orzo con lardo, cazzoeula, spiedo, arrosto di vitello al latte, forse anche bollito e rostisciada ecc.), avendo, il popolo di Alboino, introdotto variazioni nella dieta padana medievale, soprattutto per quanto riguarda il consumo di carne bovina, latte e cereali. L’oca di San Martino, altro piatto tipico, potrebbe essere un lascito sia gallico che longobardo.

Fine prima parte.

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Come natura insegna

Sono rimasto negativamente impressionato dalla quantità e qualità di specie alloctone (sia animali che vegetali) che sono da anni presenti sul territorio bergamasco, in cui ormai si sono acclimatate, sono proliferate e, approfittando della consueta imbecillità umana, hanno dato il loro pernicioso contributo alla degradazione dell’ambiente essendo specie pericolose per la biodiversità e l’integrità dell’habitat orobico. Naturalmente sono certo che questi problemi riguardino moltissime altre zone del nostro Paese e siano, dunque, di interesse comune. Altresì offrono il destro per poter riflettere, seriamente, sulle conseguenze della globalizzazione, dell’abbattimento di confini e frontiere, e su come la presenza nociva di esseri alloctoni possa valere anche per il mondo umano. Fermo restando che se nei nostri territori troviamo animali, insetti, piante alloctoni è perché, come nel caso degli allogeni, ce li tiriamo in casa noi stessi, pensando di poterli sfruttare a nostro vantaggio.

Nella Bergamasca, parlando di bestie esotiche, sono stati segnalati procioni, scoiattoli grigi, nutrie, visoni americani, ibis africani e parrocchetti, tartarughe americane, gamberi rossi americani, pesci siluro, mufloni, rettili esotici (che costituiscono il 10% dei rettili presenti sul territorio nazionale), nonché pesci gatto, siluri, usignoli giapponesi, carpe, bengalini. Quindi abbiamo pesci, crostacei, gamberi, scoiattoli che rappresentano lo zoccolo duro delle 23 specie animali esotiche, ritenute dannose a livello europeo, assieme a 14 specie vegetali parassitarie, in sostanza piante acquatiche o legate ad ambienti umidi.

La diffusione di queste specie perniciose e dannose per il nostro ambiente e per l’ecosistema, comporta anche delle gravi ripercussioni a livello socioeconomico, e la cosa peggiore è che ormai non rappresentano più semplici “curiosità” esotiche ma vere e proprie emergenze che hanno un impatto totalmente negativo sul nostro habitat, considerando anche come questi esseri viventi si siano ambientati e radicati e come si riproducano copiosamente e velocemente. Prendete i casi delle piante parassitarie, come l’ambrosia, l’ailanto, e tutta una serie di piante velenose e tossiche (che fanno morire le specie locali e cagionano seri problemi di salute all’uomo, tra cui le allergie) o spinose (che provocano grave diminuzione della qualità dei pascoli); dei pesci alloctoni che infestano le acque dei nostri fiumi e laghi (siluri, pesci gatto, carpe che predano i pesci nostrani); o ancora agli uccelli esotici come pappagalli, usignoli giapponesi e bengalini che, sfuggiti al controllo dei parchi faunistici, sono proliferati ad esempio lungo le rive del Brembo, nell’alta pianura.

Per non parlare degli insetti dannosi come la vespa cinese che fa ammalare i castagni, le cimici asiatiche, i punteruoli rossi, il calabrone asiatico che preda le nostre api, operosi animaletti che sono basilari per il nostro ecosistema. Tra i rettili vanno segnalate le tartarughe palustri americane (incredibile l’abbondanza di specie aliene americane, sul nostro territorio, evidentemente un segno dei tempi), che l’umana idiozia prima mette nei giardini e poi abbandona o comunque rilascia senza alcun controllo (ormai dal 1997), senza minimamente considerare come queste testuggini diffondano pericolosi batteri, come ad esempio la salmonella.

La colpa di tutto questo sta, ovviamente, nel comportamento scellerato dell’uomo, perché non è che gli animali alieni si materializzino per magia nelle nostre contrade, e il discorso vale anche per le specie vegetali parassitarie. Sempre per fare degli esempi concreti, la nutria fu introdotta per via della sua pelliccia e oggi rappresenta un grave problema per gli argini dei fiumi; lo scoiattolo grigio americano, in competizione con quello rosso indigeno, fu liberato dalla cattività diffondendosi rapidamente nella Pianura Padana, e un discorso analogo può farsi per il visone americano contro quello nostrano e per il gambero rosso americano che, immesso in Italia per la commercializzazione, oggi fa strage dei gamberi autoctoni.

Per parlare di vegetali un esempio su tutti può essere rappresentato dall’ailanto, pianta altamente infestante che cresce velocemente e che prolifera ancor di più se tagliata, ed è impossibile debellarla ormai, ma solo controllarla. Essa fu importata anni fa dalla Cina per utilizzare i suoi germogli come cibo per i bachi da seta, ma si è poi visto che la qualità del prodotto lasciava a desiderare. Il danno era però ormai fatto, dimostrazione che quando l’uomo vuole strafare e mettersi contro il ciclo naturale delle cose, quindi contro la natura, per l’ambiente e lui stesso sono dolori. Accadde la stessa cosa per un’altra grande infestante come la robinia, introdotta per cibare i conigli con le sue foglie, la cui proliferazione andò a scapito delle nobili essenze dei nostri boschi a querco-carpineto.

Sono piuttosto patetici quegli animalisti col complesso disneyano che vorrebbero salvare animali “simpatici”, come gli orsetti lavatori, dall’abbattimento, senza comprendere come questi, in mancanza oltretutto di predatori naturali, siano vettori di malattie per l’uomo e rischino seriamente di minare un’ecosistema a loro estraneo, come accade lungo le rive del fiume Adda. Perché il punto è proprio questo: sfuggendo al controllo e non avendo antagonisti efficaci, queste specie animali o vegetali che nulla c’entrano con il nostro ambiente si rivelano esiziali e dunque sollevano gravi problemi che vanno risolti a tutti i costi, anche drasticamente. Prevenire è meglio che curare, si sa, ma giunti a questo punto bisogna ricorrere a soluzioni draconiane, prima che sia davvero troppo tardi, pur riconoscendo il fatto che il peggior nemico della natura, e quindi di sé stesso, sia proprio l’uomo.

A taluni è venuta in mente la brillante idea di combattere l’alieno introducendo un predatore altrettanto alieno, e vi lascio immaginare le disastrose conseguenze. Il fatto è che gli alieni, essendo parassiti e perniciosi per il nostro ecosistema, non andavano introdotti in nessun modo, ma oggi siamo costretti a leccarci le ferite, sperando di trovare soluzioni concrete ad annosi problemi cagionati dalla consueta voracità umana che se ne frega di tutto pur di macinare quattrini, sentirsi potente e dominare sciaguratamente l’ambiente naturale che ci circonda. E in moltissimi casi, ormai, tale ambiente naturale è ridotto a scampoli…

La natura ha sempre da insegnarci qualcosa e, infatti, anche quando si viene a parlare di specie aliene invasive essa vuol farci capire che ogni immissione di esseri alloctoni in un territorio che non è loro rischia di compromettere seriamente la sua integrità e la nostra salute, arrivando a causare danni spesso irreparabili. E dal mondo animale e vegetale è facile passare a quello umano e all’ambito degli smodati flussi migratori verso l’Europa, anch’essi stuzzicati e promossi in ogni modo dai nemici auto-genocidi dell’Europa e dei suoi popoli. Gli Europei scellerati vogliono immigrati per sfruttarli a scapito degli indigeni (proprio come accade con le bestie e le piante alloctone), immigrati che poi sfuggono al controllo e si mettono a fare il bello e il cattivo tempo, in casa nostra, spalleggiati dai poteri forti che come detto li usano contro di noi. E una massiccia presenza di uomini allogeni su un territorio che non è loro diventa inevitabilmente uno strumento distruttivo per il tessuto etnico, sociale e culturale originale della comunità ospitante.

Capiamoci, amici, non sto mettendo degli esseri umani sullo stesso piano di parassiti e piante infestanti, ci mancherebbe altro, anche perché a ben vedere gli immigrati sono qui perché li calamitano, li accolgono e li tollerano anche quando si comportano da degenerati e criminali. Tuttavia, come, ripeto, la natura insegna, v’è una regola d’oro che suggerisce di non sradicare esseri viventi dal loro habitat per trapiantarli a migliaia di chilometri di distanza, e questo sì che vale anche per gli uomini. Del resto pensiamo a cosa accadde nelle Americhe con l’intrusione di conquistadores spagnoli e avventurieri anglosassoni: un genocidio dei nativi nordamericani, centroamericani e sudamericani, operato non solo con le armi da fuoco e l’uso dei cavalli, ma anche con la diffusione di alcolici (che gli Amerindi non reggono) e di malattie europee letali per gli indigeni. Alla luce di questa ultima considerazione evocare il razzismo nei moderni Europei apparirebbe solo ridicolo e patetico, totalmente fuori luogo, poiché stiamo parlando di Europa e non di imperialismo verso altri continenti.

E allora diciamocelo in tutta serenità, ragazzi: com’è bello quel popolo che, come le specie animali e vegetali che caratterizzano la sua terra natia, rimane dov’è nato, dove sono le sue radici e dove vi sono le memorie storiche e culturali dei suoi antenati! Com’è bello insomma il mondo che conserva la sua grande varietà senza mescolarla e quindi distruggerla! Viva la biodiversità, patrimonio di tutti e non da sconvolgere con esotismi, deportazioni, integrazioni forzate (che diventano disintegrazione), crogioli multirazziali e multietnici, altrimenti non ci possiamo poi lamentare se il massiccio apporto di esseri viventi alieni diventa una zappa sui piedi sfuggendo di mano e generando caos e devastazione, che saranno ovviamente a detrimento soprattutto di chi è costretto a subire questa situazione.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/11/come-natura-insegna.html

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L’etnia lombarda nel contesto italiano ed europeo

Lucia Mondella con la sperada (le guazze)

La mia sensibilità identitaria e comunitaria, che mi caratterizza da sempre ma, soprattutto, da quando nel lontano 2006 ebbi modo di accostarmi alle tematiche care all’etnonazionalismo, mi ha portato nel tempo ad inquadrare la realtà (storica) lombarda come un vero e proprio ambito etnico e culturale a sé stante che, sebbene quasi sempre latente, merita riscoperta e adeguata valorizzazione.

Per quanto, un tempo, fossi decisamente sbilanciato verso l’indipendentismo e l’anti-italianismo (pensando, in particolar modo, all’eterna questione meridionale e alle magagne congenite dello stato nato dall’antifascismo), conservo anche oggi, in qualità di razionale assertore dell’identità – soprattutto culturale – italiana, la visione etnicista lombardista perché palesemente innegabile che la Lombardia (storica, ripeto) abbia tutto il diritto di salvaguardare con ogni mezzo lecito possibile la propria peculiare fisionomia, plasmata da millenni e secoli di storia.

Al contrario di quello che gli stolti potrebbero pensare, al netto degli eccessi di ardore giovanili, non ero un deficiente prima e non lo sono ora e nonostante qualche, naturale, scossa di assestamento ideologico riesco ad equilibrare tranquillamente il mio desiderio conservativo nei confronti del mondo lombardo con l’istanza italianista che è, necessariamente, da incorniciare in un contesto di salutare e serio federalismo etnico.

Serve infatti equilibrio, ragione e buonsenso, perché non si tratta qui di contrapporsi in perniciosi estremismi tra secessionisti e neofascisti bensì di trovare la quadra per evitare di buttare il bambino (l’Italia) con l’acqua sporca (le contemporanee storture repubblicane) e per evitare di incanalare il Lombardesimo in poco proficui tortuosi sentieri micro-sciovinistici, senza ottenere, oltretutto, nulla di buono e, anzi, rischiando di banalizzare tematiche importantissime con atteggiamenti pseudo-legaioli.

Riconoscersi come Lombardi, Italiani ed Europei (oltre che, chiaramente, comunità di razza caucasoide europide non sradicata ma fortemente legata al proprio territorio) non è in nessun modo una contraddizione, perché semplicemente significa riconoscere l’esistenza, simultanea, di tre identità che rispondono al dato etnico, a quello nazionale e a quello continentale. E, inoltre, significa distinguere grandi realtà etno-culturali storiche dai loro odierni contenitori burocratici, artificiali e senza senso patriottico, che vanno osteggiati in quanto non enti rappresentativi dei popoli ma gabbie, prigioni, ghetti in cui le genti di Lombardia, Italia ed Europa languono condannate dall’insensata statolatria simil-giacobina che calpesta il sangue, distrugge il suolo e svilisce il luminoso spirito indoeuropeo delle nostre comunità.

La lombardità è dunque anche etnica: i Lombardi sono un popolo, un gruppo etnico, una suddivisione etno-culturale all’interno del quadro italiano che, certo, è eterogeneo ma include anche i Lombardi ormai da 2000 anni e più. Parlare di Italia multietnica può sembrare esagerato perché non è che l’Italia sia variegata quanto l’Europa, però è innegabile che vi sia, pur su di un territorio ristretto, una mancanza di omogeneità e compattezza che è forse unica in Europa. L’Italia non è i Balcani, ma se vediamo etnie nei Croati, nei Serbi o nei Bulgari (moderni) nulla ci impedisce di vederne nei Lombardi, nei Veneti, nei Toscani e Mediani, nei Meridionali e nei Sardi, per non parlare delle varie minoranze etniche. Risaputo che “etnia” abbia, oltretutto, un valore più culturale che biologico ma, a maggior ragione, considerando la grande variabilità genetica esistente in Italia (maggiore rispetto a quella iugoslava) parlare di etnie differenti in Italia non è certo una bestemmia.

Si parlerà anche tutti italiano, si sarà anche tutti cattolici, si sarà tutti – senza dubbio – figli della cultura latina e della romanità ma quando osserviamo la distanza che intercorre tra Sardi e Friulani o tra Siciliani e Lombardi delle riflessioni sorgono spontanee. D’altro canto non esiste certo un baratro tra l’Italia settentrionale e quella centrale (Corsica inclusa), in termini antro-genetici; però è chiaro che vi siano differenze linguistiche, culturali, caratteriali, socioeconomiche, e nondimeno geografiche e climatiche poiché se il Nord Italia è terra sub-continentale dal clima alpino, temperato e sub-mediterraneo, caratterizzato da una vasta pianura (un tempo ricoperta di una foresta planiziale ricchissima di nobili essenze continentali come querce, carpini, frassini, olmi, faggi ecc.) che ne ha indelebilmente segnato la storia, e il carattere, Toscana e Italia centrale rispondono con un ambito peninsulare, mediterraneo (per quanto il cuore appenninico sia montagnoso), circondato dai mari e con un aspetto maggiormente italico del Settentrione.

Il noto stacco esistente in Italia riguarda l’ambito centro-settentrionale da quello meridionale (sebbene come detto le differenze tra Nord e Centro esistano, eccome), poiché il Meridione, come già i primi studi genetici effettuati sull’Italia hanno dimostrato (vedi Cavalli-Sforza, Piazza, Menozzi, Alinei, Barbujani ecc.), ha una netta tendenza sudorientale che lo distingue dal resto dell’Italia, avvicinandosi ai Greci e distanziandosi dagli altri Europei, probabilmente dovuta ad un Neolitico più antico-levantino rispetto a quello vissuto dal Centro-Nord oppure ad una certa intromissione del Bronzo proveniente dal Vicino Oriente. Tuttavia anche l’isolamento del Meridione ha contribuito al suo peculiare aspetto di realtà peninsulare estrema bagnata da diversi mari, nettamente mediterranea, ma anche appenninica tra vulcani e terremoti, e da sempre a stretto contatto con il mondo ellenico.

All’interno del Sud v’è anche una variazione tra Meridione e Meridione estremo che è anche una contrapposizione storica tra Napoli e la Sicilia, con Salento, Calabria e Sicilia medesima alquanto ellenizzati e abbastanza meno italici dell’ambito neapolitano. Tuttavia nell’area più occidentale della Sicilia, tra Palermo e Trapani, vi è una certa tendenza continentale che può anche portare i Siciliani di colà ad assomigliare agli Abruzzesi, i più continentali tra le genti meridionali. La cagione non è da ricercarsi tanto nei Normanni quanto nell’aspetto più occidentale dell’ovest siciliano rispetto al resto dell’isola e a buona parte del Meridione.

Naturalmente, infine, ecco i Sardi, notissimo isolato genetico che li contraddistingue da millenni, con una identità storica peculiare che li rende certo unici in Italia come in Europa essendo, grazie all’isolamento insulare e alla deriva genetica (ma anche al forte effetto del fondatore), una realtà etnica a sé stante e ben distinta da tutti gli altri popoli italiani.

Tornando all’etnia lombarda, per quanto ne abbia parlato molte volte e ormai da anni direi, sarà utile ricordare chi sarebbero i Lombardi etnici e in base a quali criteri questi possano dirsi tali. Ricordiamo che la Regione Lombardia ve la dovete dimenticare (una regione amministrativa giovanissima e davvero imbarazzante, senza alcuna identità concreta); la Lombardia storica comprende tutto il Nord Italia e può essere infatti chiamata Grande Lombardia grazie alla dominazione longobarda comune che portò a designare, nel Medioevo, tutti gli Italiani settentrionali come Lombardi (a volte anche i Toscani, sebbene autori come Dante distinguano i Lombardi dai Toschi, soprattutto da un punto di vista linguistico). Parliamo di un territorio cisalpino, sub-continentale, cinto a nord dalle Alpi e a sud dall’Appennino, barriere naturali che hanno permesso di conservare nei secoli questa identità granlombarda che passa anche per usi e costumi, culture, mentalità, storia e clima. Epperò, al di là delle minoranze alpine, non stiamo parlando esattamente di una realtà etno-linguistica del tutto omogenea, tanto che la designazione di Lombardia etnica non può riguardare tutto il Settentrione.

Definiremo come Lombardia etnica, dunque, sostanzialmente la parte occidentale dell’Italia del Nord, tuttavia con alcune riserve sui territori di Liguria, Emilia orientale e Romagna (sino a Senigallia), motivate da quanto stiamo per dire. I Lombardi etnici sono le genti indigene cisalpine, di lingua gallo-italica (o lombarda) e di ambito macro-etnico celto-romanzo – con qualche influsso germanico medievale – che abitano il territorio compreso tra le Alpi a nord/ovest e l’Appennino Tosco-Emiliano a sud e il confine orientale dato dallo spartiacque padano; infatti i confini della Lombardia etnica potrebbero tranquillamente coincidere col bacino imbrifero del fiume Po, che esclude così Liguria mediterranea, Bolognese e Ferrarese e Romagna. Nel concreto sono etniche le aree insubriche (il cuore storico del Ducato di Milano, capitale lombarda, che comprende anche la Svizzera italiana), quelle piemontesi (includendo la Val d’Aosta per ragioni geografiche), il settore ligure transappenninico, l’Emilia sino al fiume Panaro e quella che oggi è la Lombardia orientale, transabduana, e che include il Trentino occidentale.

L’esclusione, o meglio, l’incerto statuto lombardo-etnico delle tre aree succitate (Liguria, Emilia orientale e Romagna) non riguarda solo questioni geografiche, ma anche etno-linguistiche poiché i Liguri parlano un idioma simile ma distinto dai parlari lombardi/gallo-italici (influenzato dalla koinè medievale alto-italiana al pari delle zone occidentali del Triveneto), sono meno celtici e poco longobardi; e così gli Emiliani orientali, al di là del Panaro, che nel Medioevo fu un importante confine tra Langobardia e Romandiola, e i Romagnoli sino al confine sud dell’Ager Gallicus, mancano di una concreta impronta di superstrato longobarda e, anche a detta di Dante, linguisticamente sono ascrivibili all’ambito romagnolo storico, per quanto il territorio ferrarese sia “ibrido”. Intendiamoci, non esiste alcun baratro tra Lombardia pienamente etnica e Liguri, Emiliani terminali e Romagnoli che potrebbero anche essere inseriti nella stessa Lombardia etnica grazie alla comunione gallo-italica, all’accezione medievale di Lombardia e agli scambi secolari tra le aree periferiche da loro abitate e il territorio puramente alpino-padano.

Certo, i Liguri cisappenninici hanno carattere mediterraneo, mentre gli Emiliano-Romagnoli l’hanno adriatico con una tendenza più spiccata, rispetto ai Lombardi etnici, in direzione italico-romana (il mare è un dato climatico e ambientale fondamentale per Liguria, Emilia orientale e Romagna storica); ciononostante è bene ribadire, onde evitare equivoci, che queste regioni sono indiscutibilmente settentrionali e granlombarde, anche se nei Romagnoli, da Ravenna a Senigallia, è possibile osservare un piccolo cline genetico nord-sud che li fa scolorare nell’Italia centrale. Viceversa, gli abitanti nativi della Lunigiana rientrano appieno nell’ambito ligure-emiliano e sono del tutto settentrionali (anche se non propriamente lombardo-etnici).

Cosicché i Lombardi etnici sono tutte quelle genti dell’Italia nordoccidentale, native del territorio propriamente alpino-padano, di aspetto terragno, linguisticamente gallo-italiche (o galloromanze cisalpine), di impasto etnico celto-ligure-romanzo-longobardo, biologicamente (e culturalmente) anello di congiunzione tra l’ambito mediterraneo e quello mitteleuropeo. Lo stesso carattere dei Lombardi etnici è segnato dalla Val Padana (il propulsore dello sviluppo economico e imprenditoriale tipico), dalle vie fluviali e dai laghi prealpini, nonché da Prealpi e Alpi che contribuiscono alla natura solida, concreta e pratica dei nativi padano-alpini.

L’indole laboriosa, dinamica, tenace, creativa dei Lombardi etnici ha portato a fenomeni di grande intraprendenza artigianale, commerciale e imprenditoriale sin dai tempi dei Celti, ma che ha avuto il suo degno coronamento nell’epopea squisitamente tosco-padana dei liberi comuni, espressione sì di individualismo spiccato ma anche di sapiente organizzazione del territorio, di benessere e di sviluppo che ha reso la Lombardia una delle aree più ricche e agiate dell’Europa medievale e rinascimentale, probabilmente assieme alle Fiandre. La fertile Pianura Padana fu la fortuna dei nostri padri, e di noi stessi, e peccato che il Po non sia sfruttato come si deve anche per decongestionare i traffici su gomma, limitare l’inquinamento e dare ossigeno a città disastrate e avvelenate da intossicazione sia materiale che spirituale.

Nel quadro lombardo domina l’elemento antropologico alpino, seguito da quello dinarico, atlanto-mediterraneo e con un certo influsso nordico che si mescola ai fenotipi precipui. Ancor oggi, chi è nativo della Lombardia etnica, porta dentro di sé le tracce genetiche di Liguri, Celti (e Galli), Etruschi, Romani e Germani, segnatamente longobarde, e conserva un aspetto genomico che praticamente risale a più di 2000 anni prima, all’epoca preromana perché i colonizzatori giunti da Roma non alterarono il carattere genetico del nostro popolo, così come gli invasori germanici, mantenendoci distinti dal resto dei popoli d’Italia, soprattutto meridionali. L’Italia (non rimescolata) è come rimasta congelata dalla Protostoria e proprio per questo è un vero peccato perdere non solo il dato culturale ma prima di questo quello biologico, che sono alla base della natura etnica di un popolo non meticciato. Purtroppo la meridionalizzazione del Nord e la recente immigrazione allogena hanno intaccato in molte zone l’aspetto genuino degli indigeni.

Abbiamo il diritto e il dovere di difendere la nostra identità etnica e culturale così come non possiamo mancare di rispetto all’Italia e all’Europa, che parimenti incarnano parte del nostro profilo etno-culturale. Io, ad esempio, posso dirmi bergamasco, lombardo, italiano ed europeo senza alcun problema e senza che una di queste identità finisca a detrimento delle altre; si tratta solo di armonizzare il proprio identitarismo con delle politiche nazionali veramente etnonazionaliste e non più sterilmente neo-giacobine, statolatriche e per giunta figlie della dominazione coloniale atlanto-statunitense. La ricchezza dell’Italia, e a maggior ragione dell’Europa, stanno nella diversità etno-culturale che le contraddistingue e che devono assolutamente tutelare, proteggere e promuovere, in nome della nostra grande famiglia comune europea. L’italianismo e l’europeismo di cartapesta sono dei fallimenti perché miopi ed insensibili di fronte alle istanze comunitariste ma, per converso, schierati in prima linea nell’accoglienza degli allogeni, nella promozione della società multirazziale e del meticciato e nella demolizione della Tradizione in nome di quel ripugnante laicismo relativista che si fa veicolo di nichilismo anti-identitario.

Un’identità storica italiana che accomuna tutte le genti della Penisola esiste senza alcun dubbio (anche perché di Italia dalle Alpi alla Sicilia si parla ormai da millenni) ma deve imparare a convivere pacificamente con le sacrosante rivendicazioni etniche e culturali dei precipui popoli italiani. In caso contrario non si può condannare senza se e senza ma il fenomeno indipendentista (serio e dunque motivato da identitarismo etnico, innanzitutto), perché a fronte di uno stato apolide, servo dei poteri forti mondialisti, comandato dagli stranieri e quindi ostile agli etnonazionalisti ma tenero con gli allogeni, l’orgoglio patriottico di chi difende sangue, suolo e spirito avrà sempre ragione.

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Le diramazioni di R1b-U152

Finalmente mi son deciso a testare in maniera un po’ più approfondita il mio aplogruppo paterno che, come ricorderete, è R1b-U152 (la mutazione S28). Tale linea è, con tutta probabilità, un marcatore ancestrale relativo alla macro-famiglia indoeuropea (occidentale) italo-celtica, formatasi nell’Europa centrale nel contesto delle antiche culture del Bronzo e del Ferro, per l’appunto ariane. U152 cominciò ad espandersi a sud-ovest e sud-est sulla spinta del sistema di Urnfield (campi di urne), che in Italia fu caratterizzato dalle culture proto-celtiche di Canegrate e Golasecca nell’Italia nordoccidentale, da quelle proto-venetica e atestina nell’Italia nordorientale, dalla proto-villanoviana della Pianura Padana, e poi dalla villanoviana, da cui discendono il ceppo italico latino-falisco e osco-umbro.

Un ulteriore flusso di U152 in Italia è da attribuirsi ai Galli, giunti nel IV secolo a.e.v., ed è proprio alle genti celtiche che si deve la massiccia presenza di tale linea paterna nella Francia orientale, in Belgio, nella Germania sudoccidentale e renana, in Isvizzera e per l’appunto nell’Italia nordoccidentale. U152/s28 è un ottimo sintomo di lignaggio celtico diffusosi a partire dall’Europa centrale, nell’areale della culla della civiltà celtica tra Hallstatt (prima Età del ferro) e La Tène (seconda Età del ferro), una civiltà derivata dai campi di urne. Probabilmente fu anche merito dei Romani se tale aplogruppo si può trovare in altri luoghi d’Europa come Sardegna, Corsica, penisola iberica, Inghilterra meridionale, Balcani ed isole greche (Creta su tutte), senza dimenticare un possibile contributo residuo dovuto a Italiani moderni, in particolar modo a mercanti italiani, cagione, forse, della presenza di U152 presso i Baschiri, turcofoni di Russia.

U152 ha, naturalmente, dei subcladi principali, tra cui possiamo citare Z36, Z56, Z192 e l’immancabile L2 (da cui L20), che sembra essere il più antico, probabilmente entrato in Italia a partire dalla Cultura del vaso campaniforme, magari assieme al P312/S116. Z36, che stando al test effettuato con YSEQ è il mio subclade, è ben rappresentato in Italia nordoccidentale, Svizzera, Francia orientale, Germania sudoccidentale e Belgio, ed è un chiaro segno celtico, nato nelle Alpi e diffusosi con le varie ondate celtiche, che furono massicce anche nell’Italia settentrionale, sia nella fase di Canegrate/Golasecca che durante le invasioni galliche storiche; questo clade passò poi ai Liguri stanziati tra Piemonte, Liguria, Emilia (e attuale nord della Toscana), venendo così celtizzati, e finì nel Sannio dopo la grande deportazione che gli Apuani subirono a opera dei Romani.

Z56 pare conciliarsi bene con l’espansione (proto)villanoviana (derivata da Hallstatt e infatti mostra una straordinaria somiglianza con le culture austro-bavaresi del Ferro) messa in atto dagli Italici della prima e seconda ondata, latino-falisci ed osco-umbri, ed è infatti diffuso in Pianura Padana, Toscana, Umbria e Marche, Lazio e Italia centro-meridionale; sicuramente interessò anche gli Etruschi prima del tardo villanoviano (fase culturale in cui, si pensa, si sia inserita presso di loro una élite orientale) e quindi ai Romani, che potrebbero avere ridistribuito il clade in tutta Italia grazie alle colonie, cosa che potrebbe essere accaduta, ad esempio, a Brescia dove si verifica una discreta presenza di Z56, ovviamente dopo Z36 che è il più diffuso. Ma non si può escludere che l’ingresso di genti proto-villanoviane in Italia (da nord-est) abbia incluso parti dell’odierna Lombardia.

L’aplogruppo delle prime ondate proto-italo-celtiche è invece L2 che infatti è forte nel Triveneto, in Liguria (secondo moderni autori i Liguri erano a metà strada tra Celti e Italici) e ha vari picchi nell’Italia centrale e meridionale, ma che, globalmente, pare davvero più forte fuor d’Italia, che nell’Italia medesima, essendo un subclade molto antico nato nel cuore dell’Europa ed espanso ad ovest come ad est (nella Cultura lusaziana, per dire); in aree come Ucraina, Polonia, Ungheria, Gran Bretagna, Brabante, Polonia e Germania L2 è legato alla Cultura (arianizzata) del vaso campaniforme e alle successive culture proto-celtiche del Bronzo, chiaramente traccia di comunanza proto-italo-celtica. Il fatto che, in Italia, L2 sembri più italico (e venetico) che propriamente celtico pare coincidere anche con la provenienza delle genti proto-italiche dalle loro precedenti sedi centro-orientali (pianure danubiane) – dove oltretutto L2 è ancora forte – mentre quelle proto-celtiche alpine (da cui poi i Galli di La Tène) portatrici di Z36 erano spostate verso occidente, prima di calare dai valichi alpini per raggiungere la Val Padana. Tuttavia è forse meglio indicare L2 in Italia come proto-italo-celtico, magari correlato ad un importante cultura come quella di Polada, penetrato con delle avanguardie nelle terramare del cuore padano del Paese.

Z192, come Z56, mostra invece un aspetto abbastanza italico-romano e la sua presenza in Sardegna conferma questo pensiero, lasciando intendere che gli individui sardi con tale aplogruppo potrebbero benissimo discendere da coloni romani o italiani centro-meridionali in genere.

Avendo io un cognome che parrebbe originario della Toscana (attorno alla città di Firenze) e che, secondo alcuni genealogisti, sarebbe fuoriuscito dal capoluogo toscano in seguito alla Battaglia di Montaperti (4 settembre 1260), in quanto guelfi, ed emigrato anche nel Bergamasco (in Val Gandino); da qui, questi Sizzi fiorentini si sarebbero uniti al casato dei Noris dando vita ai Sizzo de’ Noris della nobiltà trentina. Vi sono però anche fonti secondo cui i Sizzi orobici sarebbero indigeni:

Sizzo de Noris (Sicci, de Siciis, Sitius, Sitz, Siz, Sizo, Sizzi, Sizza) Famiglia originaria di Montegio in Val Gandino (Bergamo), derivata dai de Rutellis de Noris, trasferitasi a Trento nell’ultimo decennio del XIV secolo, ottenendone la cittadinanza nel 1488 con Pietro detto Sizo del fu Cristoforo. L’origine fiorentina dei Sizzo ventilata da Tettoni-Saladini non è documentata. Il “draperius” Lorenzo è console di Trento nel 1521. Nobiltà bergamasca riconosciuta a Giovanni Giacomo, commissario generale delle Giudicarie, consigliere e cancelliere vescovile, dal principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo il 6.03.1649. Nobiltà del Sacro Romano Impero concessa da Ferdinando III il 6.10.1654 ai fratelli Giovanni Giacomo, Cristoforo e Tommaso e ai cugini Antonio, Bernardino e Giovanni. Elevati al grado di conti palatini il 3.05.1658 da Ferdinando Maria elettore di Baviera e del Palatinato. Giovanni Battista Benedetto (†1.08.1773), capitano di Castel Pergine, elevato al grado di “comes cancellariae Bohemicae seu Mediolanensis” nel 1773 dall’imperatrice Maria Teresa. Giovanni Battista e Filippo Matteo elevati al grado di conti del Sacro Romano Impero con miglioramento dell’arma da Maria Teresa il 18.01.1774. Aggregati alla matricola nobiliare tirolese nel 1842.

Si consulti:
Famiglie nobili trentine d’origine bergamasca / Tullio Panizza. – In: Bergomum. – A. 8 (1933), p. 302-307
Secondo contributo alla storia di famiglie nobili della Venezia Tridentina di origine bergamasca / Tullio Panizza. – In: Bergomum. – A. 9 (1934), p. 292-314 

Qualora fosse vera la presunta origine fiorentina (che, come ho sempre detto, non potrebbe che lusingarmi) dei Sizzi, più che di linea diretta nel caso bergamasco si tratterebbe di gente del posto al servizio di questi notabili Toscani fuoriusciti da Firenze; se invece, cosa più probabile, fosse vera l’origine bergamasca, seriana, del mio casato potrei discendere dagli stessi Sizzi (o Sizzo) citati sopra, attestati nel XVI secolo come commercianti di stoffe di lana di Gandino, che si spostarono per affari in quel di Trento venendo ascritti alla nobiltà asburgica. E in questo senso il mio Z36 è più probabilmente bergamasco che toscano, sebbene nella parte settentrionale, non solo gallo-italica, dell’attuale Toscana vi siano individui con tale subclade. Tuttavia i Toscani sono in preponderanza Z56, il che dovrebbe far comprendere anche che la cultura (proto)etrusca fu abbondantemente arianizzata. E dunque di orientaleggiante, nel tardo-villanoviano, ci fu davvero poco, e a livello superficiale, elitario per l’appunto.

L’etimo del cognome, come già scrissi in passato, è da riconnettersi ad un antroponimo maschile o di origine latina (Sittius, forse da mettere in relazione col latino sitis, “sete, siccità, brama” anche in senso figurato) oppure germanica (Sizzo, ipocoristico di nomi bimembri germanici come Sighard o Sigfrid, anche latinizzati, così come Frizzo lo è di Frideric). In Toscana si usano due particolari vocaboli, ossia sizio e sizza che evocano il casato dei Sizzi e che significano, rispettivamente, “seggio” o “desco” (dal tedesco Sitz) e “gelido soffio (di tramontana)” (dal latino sidus, “freddo eccessivo”).

Concludendo, R1b-U152, lignaggio ereditato per via paterna, è l’aplogruppo più importante dell’Italia centro-settentrionale, presente anche al Sud ma ivi minoritario rispetto ad altre linee, come ad esempio il famoso R1b-Z2103 recato probabilmente da qualche movimento balcanico/anatolico strettamente imparentato con Yamnaya (dove infatti questa linea fu trovata) e dunque squisitamente indoeuropeo. In tutte le regioni italiane, fatta eccezione per Sardegna e Calabria, R1b è la principale linea paterna, frutto dell’espansione verso ovest delle genti protoindoeuropee, sorelle di quelle portatrici di R1a insediatesi nell’Europa orientale, nell’area iranica e in quella indo-aria dell’India settentrionale.

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