Una vera tradizione per una vera identità

Assieme all’identitarismo entra in gioco il tradizionalismo, che è quanto permette ai movimenti patriottici di mantenere un solido legame col passato dei propri avi, grazie al recupero, alla valorizzazione e alla salvaguardia di usi e costumi tramandati nel corso dei secoli. Chiaramente, non si tratta di qualcosa di semplicemente esteriore ma di profondamente radicato nell’animo di un popolo, di qualcosa che trascende l’aspetto materiale per andare a toccare corde dell’umana esperienza molto intime e sentite.

La tradizione, infatti, riguarda la pietas, il sentimento religioso, le credenze, i miti, l’ethos, i valori comuni del sentire di un popolo, l’aspetto prettamente spirituale dell’identitarismo, anche se ovviamente presenta delle ricadute in termini materiali ed esteriori che vanno a corroborare il più ampio fenomeno identitario e comunitario.

Dal canto mio non si tratta, comunque, solo di questo ma di tutto ciò che mira a preservare lo spirito di un popolo, di una comunità etnica, anche senza necessariamente parlare di religiosità e di spiritualità: la tradizione tocca pure la cultura, la mentalità, l’arte, la lingua, le forme espressive, gli anniversari e le ricorrenze, i rituali, il sapere, il rapporto tra uomo e natura di una gente, tutti elementi importantissimi al fine di non lasciarsi travolgere dalla contemporanea barbarie relativista per, invece, sapersi imporre su di essa lottando attivamente per non perdere la propria più intima essenza.

Questo per dire che non vi è alcun bisogno di essere religiosi o animati da chissà quale metafisica per dirsi tradizionalisti, poiché tradizione è anche solo, ad esempio, salvaguardare un patrimonio linguistico peculiare dall’estinzione; pensiamo alle lingue locali lombarde, sempre più minacciate dall’indifferenza dei giovani, dall’italianizzazione forzosa, dall’imperversare di forestierismi (che oltretutto minano anche la lingua italiana), ma che contribuiscono a rappresentare l’essenza culturale della Lombardia.

Naturalmente, la tradizione riguarda, nello specifico, aspetti della nostra esistenza che più che materiali sono ovviamente spirituali; ma cos’è lo spirito, se non la mentalità, l’indole, la cultura, il sistema valoriale, la forza caratteriale di un individuo, e di una collettività? Lo spirito è ciò che anima il sangue impedendogli di rimanere lettera morta, ciò che sprona l’uomo a salvaguardare il suo habitat naturale, e ciò che gli consente di vivere non come un animale parlante ma come un essere razionale, ovviamente, e come un’entità con tutta una serie di ideali che lo conducono ad opporsi strenuamente al relativismo, al nichilismo e al pluralismo anti-identitario e anti-tradizionale.

Chiaro che la tradizione, e il tradizionalismo, contemplino innanzitutto, di solito, la sfera più propriamente spirituale, che è quella religiosa, ma questo è un campo minato; sinché mi si parla di tradizionalismo gentile volto al recupero, alla riscoperta, allo studio di quelli che erano i veri culti tradizionali di una civiltà, aderisco senz’altro col nobile proposito di riuscire a rendere ancor viva una tradizione plurisecolare, sebbene caduta nell’oblio, ma se mi si parla di tradizionalismo monoteista il discorso cambia.

Esiste una tradizione giudeo-cristiana, e cattolica nel nostro caso, che per quanto possa essere radicata in Italia e in Europa non rappresenta appieno la dimensione spirituale delle nostre genti, e che rimane dunque un corpo estraneo incistato nell’anima del continente. Certo, per farsi spazio in Europa il cristianesimo si è impregnato di valori gentili che potremmo dire classici, greco-romani, e pagani chiaramente, eppure li ha distorti, li ha pervertiti per piegarli ai propri biechi fini, ossia quelli che crearono il genocidio culturale, e spesso non solo, di interi popoli europei.

Naturalmente esiste eccome un tradizionalismo cattolico/cristiano, in Lombardia come nel resto d’Italia e in Europa, ed è sicuramente meno nocivo rispetto ad una contemporaneità fatta di materialismo ateo, di consumismo, di edonismo, di progressismo auto-genocida. Tuttavia, oltre ad essere un palliativo, rimane altamente incoerente con la vera natura identitaria europide che, come detto, va a toccare i primigeni valori della gentilità e della spiritualità indoeuropea.

Per diversi fresconi parrebbe che la lotta contro il relativismo che appesta l’Europa sia vincente solo appellandosi a duemila anni di cristianesimo, senza comprendere come la Chiesa di Bergoglio, ad esempio, sia del tutto funzionale all’agenda mondialista. Qualcuno potrebbe venirmi a dire che il papa non rappresenta il vero cattolicesimo, tradizionale, ma io dico sempre che la coerenza evangelica arride più al Concilio Vaticano II che a quanto avvenuto prima, quando la Chiesa incarnava un potere temporale rotto a ogni mafia e del tutto incoerente con i principi enunciati dal Cristo nei testi sacri del cristianesimo.

Nondimeno, continuo a vedere una grande incoerenza tra l’identitarismo e il tradizionalismo cattolico, perché o si serve la Patria oppure Geova: un cristiano coerente deve mettere il suo dio in cima ad ogni cosa e questo significa, qualora si viva la cosa in maniera non contraddittoria, sottomettere alla religione anche valori assai più importanti come la difesa del sangue e del suolo. E secondo voi vale davvero la pena sacrificare la visione etnonazionalista in nome del ciarpame giudeo-cristiano che si fonda su di un cumulo di sciocchezze e superstizioni semitiche?

In altre parole, vale davvero la pena sacrificare la verità assoluta del sangue e del suolo, alle favolette biblico-evangeliche, ancorché permeate di un retaggio che nasce nell’antichità gentile di Roma? A mio parere assolutamente no. Bisogna saper fare una scelta di campo, e quella dell’identitario coerente ricade sul porre in cima ad ogni cosa l’identità genuina del proprio popolo e della propria civiltà, mettendo da parte ogni patetico scrupolo cristiano teso a non chiudere la porta in faccia alla Chiesa.

Personalmente non posso dire di avere una grande sensibilità in chiave metafisica, e men che meno religiosa, poiché non avverto la necessità di avere una vita spirituale in questo senso. Posso invece dire di essere animato da un grande afflato spirituale laddove possa intendere una forza d’animo volta ad affermare, contro ogni relativismo, valori eterni ed immortali che mettono in comunicazione noi con i nostri avi. Sono valori indubbiamente spirituali perché travalicano i confini del materiale per allacciare legami tra passato e presente, col fine di avere un futuro che non sia mai orfano dei propri padri, ma che rimanga nel solco di identità e tradizione veraci.

Vivo la tradizione come sottile linea rossa (anche di sangue) che attraversando i secoli offre la possibilità di combattere una vita da sradicati imbastarditi e massificati, mantenendo il timone diritto lungo la rotta dell’esperienza identitaria e comunitaria. Il tradizionalismo permette di contrastare in maniera efficace, e di vincere, tutto quel pattume ideologico moderno, borghese, che mira a demolire i valori tradizionali di una società coesa, fondamentalmente, da una mentalità virile e guerriera ostile ad ogni sovversione.

Ma continuo a pensare che non vi sia alcun bisogno di professare una religione abramitica, sorella di giudaismo e islam, estranea dunque all’Europa, per avversare le malattie relativiste dell’Occidente (come antifascismo, antirazzismo, femminismo, omofilia, umanitarismo, progressismo, liberalismo) poiché per fare ciò il miglior modo è abbracciare l’etnonazionalismo e lasciarsi riscuotere dal luminoso spirito indoeuropeo, che sta alla base dell’essenza identitaria e tradizionalista dell’Eurasia occidentale.

Ribadisco, anzi, che il cristianesimo coerente sia del tutto nemico dell’Europa e dei suoi (veri) padri spirituali, padri spirituali che nulla hanno a che vedere con gli eresiarchi giudeo-cristiani ma sono invece coloro che stanno alla base della nostra cultura, della nostra civiltà, dei valori assoluti dell’identitarismo europeo. Coloro, cioè, che incarnarono gli ideali massimi dell’etica ariana, contrapposta all’untuosa morale da sacrestia figlia delle superstizioni ebraiche e di quello stesso deserto che partorì anche la religione maomettana.

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10 luglio 1009: la nascita di Alberto Azzo II d’Este

Aquila estense

Il 10 luglio 1009 nasceva, probabilmente a Modena, Alberto Azzo II d’Este, margravio di Milano, capostipite della casata nobiliare estense, essendo stato il primo della famiglia ad assumere il titolo imperiale di marchese del feudo di Este, nel Padovano. Data l’importanza ricoperta, nella storia emiliana, dagli Estensi, vedo bene in questa data una ricorrenza che possa prestarsi come festa popolare dell’Emilia/Boica, ossia della Lombardia cispadana. Alberto Azzo II era discendente del franco (o longobardo?) Oberto, primo marchese della Marca Obertenga, entità imperiale che comprendeva parte dei territori dell’Italia nordoccidentale, assieme alle altre due marche: l’Aleramica e l’Arduinica (già Anscarica). L’Obertenga, in particolare, racchiudeva le terre della Liguria orientale assieme alla Lunigiana, dell’attuale Lombardia (con la Svizzera italiana), del Piemonte orientale, dell’Emilia senza Bologna, con altre piccole aree limitrofe, come ad esempio la Garfagnana. Essa (nata nel 951) ereditò, insomma, il precedente ambito della franca Marca di Lombardia, creata nell’891. Oberto, antenato di Albertazzo II, ricopriva il titolo di conte palatino e di marchese di Milano e Genova. Il nipote Alberto Azzo I fu padre del Nostro, riconosciuto, appunto, come capostipite della casata d’Este.

Dagli Obertenghi, dunque, discesero Estensi, Malaspina, Cavalcabò, Pallavicino, Gavi e altri, e i primi furono sicuramente il ramo nobiliare più importante a cui diedero vita. L’importanza storica assunta dagli Este per l’Emilia è cosa ben nota. Essi furono signori, e poi duchi, di Ferrara, estendendo i propri domini, limitandoci alla terra padana, a Modena, Reggio di Lombardia, Carpi, Correggio, Mirandola, Novellara e Massa e Carrara, due città queste etnicamente e linguisticamente a metà strada (come la Lunigiana medesima) tra Liguria e Boica. Persero il Ducato di Ferrara, fagocitato dallo Stato Pontificio, continuando a regnare su quello di Modena e Reggio, che a sua volta persero in seguito alle vicende napoleoniche, riconquistandolo, come Asburgo-Este, grazie alla Restaurazione, aggiungendo Guastalla. Sebbene le origini dei capostipiti estensi, gli Obertenghi, sembrino più imperiali che longobarde, parrebbe che Oberto stesso e il margravio Adalberto suo padre professassero legge longobarda, e fossero discendenti di Bonifacio, nobile baiuvarico fedele a Carlo Magno, governatore d’Italia per i Franchi e primo marchese/margravio di Tuscia.

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Le ragioni di una battaglia identitaria coerente

L’identitarismo, ossia il sentimento identitario militante di un popolo, nasce dalla necessità di difendere, soprattutto in un periodo di buio oscurantismo antifascista come questo, quella che è la sua identità, vale a dire la sua storia, la sua cultura, le sue radici, la sua terra e, si spera, il suo lignaggio di sangue.

L’identitarismo senza istanza etno-razziale, infatti, rischia di rimanere flatus vocis, una rivendicazione priva di sostanza e di spina dorsale perché meramente basata su fatti culturali e, per quanto patriottici, edulcorati al punto di dare vita ad una sottospecie di nazionalismo civico inclusivo che bada solo al riconoscimento e all’adesione a valori ideali, a prescindere dall’estrazione etnica e biologica.

Capite bene le disastrose conseguenze arrecate da certi movimenti, anche secessionisti, che con l’eterna paranoia antifascista e antirazzista finiscono per avallare le sciagurate politiche immigrazioniste, meticciatrici, internazionaliste, mondialiste, prestandosi come cavalli di Troia (mi viene in mente il caso catalanista) di tutto il possibile schifo ideologico dell’Occidente progressista e relativista.

Proprio per questo non può esistere un identitarismo senza radici, senza vera tradizione, e soprattutto senza contemplazione e rispetto dei valori di sangue e suolo, certo esaltati da un luminoso spirito culturale battagliero, altrimenti vengono spalancate le porte della propria civiltà al disastro dei “diritti umani” e dei “diritti civili”, due etichette ipocrite e infami, perché dietro la facciata filantropica nascondono null’altro che pattume ideologico teso a giustificare la distruzione e l’eradicazione della vera identità e della vera tradizione.

Infatti, è solo grazie al solido retroterra etnonazionalista che il campo può essere sgombrato da ogni equivoco in materia di identità, essendo quest’ultima un dato fondamentale dell’essere umano che si fa popolo e che per essere davvero efficace e per resistere alle mortali minacce nichiliste non può che basarsi sulla triade völkisch classica di sangue, suolo, spirito. In caso contrario non deve sorprendere che qualche sedicente identitario difenda gli immigrati a patto che parlino la lingua di chi accoglie, aderiscano ai suoi valori (valori per modo di dire, come andare in chiesa), lavorino, facciano i bravi e paghino le tasse. Nemmeno si accorgono che questa linea è l’inizio della fine, perché il peggior immigrato è proprio quello integrato.

Questi discorsi valgono tranquillamente per tutti i continenti, non solo per l’Europa; non a caso le terre del sud del mondo hanno sperimentato per prime la distruzione del proprio habitat, operata da genti bianche colonialiste, e non solo del sud, basti l’esempio del Nordamerica che si è svuotato dei nativi per accogliere gente da ogni parte del globo. In molti casi queste conquiste coloniali hanno portato a genocidi in piena regola, e anche qui il caso delle Americhe può bastare per tutti.

Oggi accade lo stesso per l’Europa, e non occorre veder scorrere il sangue, in senso letterale, per comprendere come il nostro continente sia sotto attacco da decenni ad opera della finanziocrazia apolide, che vuole asfaltarci coi migranti, con le sostituzioni etniche, con politiche anti-patriottiche e con tutta quell’infida paccottiglia “umanitaristica” che va dalle pagliacciate arcobaleno allo ius soli, dal laicismo ateo all’antifascismo d’accatto che oggi non è mirato a combattere un inesistente fascismo ma ad avversare con ogni mezzo possibile identità e tradizione.

Esiste una sola forma di identitarismo davvero coerente con il concetto genuino di identità, e questo è l’etnonazionalismo, e la sua appendice comunitarista; ciò è anche l’unica reale e concreta opposizione al mondialismo, poiché non scende a patti con esso, in nessun campo e in nessun modo, e a ogni follia sradicatrice risponde con la verità assoluta del sangue, come valore razziale e biologico, del suolo, come terra natia fecondata dai padri, dello spirito, come “carburante” culturale che impedisce a sangue e suolo di rimanere lettera morta.

Non può mancare nessuno di questi elementi poiché il sangue senza suolo viene privato del suo umo e così il suolo senza sangue, privato della linfa vitale che impedisce la distruzione operata da capitalismo cosmopolita e sovrappopolazione; tanto meno può mancarvi lo spirito, che nasce dall’unione dei primi due e, per converso, ai primi due dà quella forza ideale che li rende valori assoluti e irrinunciabili per ciascun popolo della terra fiero delle proprie radici, che non vuole condurre una vita da errante e portando seco conseguenze nefaste anche per altri popoli della Terra.

Non priviamo mai, dunque, la battaglia identitaria di quella coerenza, di quella tenacia e di quella efficacia che promanano dal sangue, dal valore biologico della nostra identità, della nostra essenza di uomini, e non di sradicati. La lotta politica, metapolitica e culturale non può esimersi dalla difesa totale di ciò che ci rende popoli, patrie, nazioni, e ciò contempla dunque, innanzitutto, il sangue, senza cui saremmo solamente burattini in balia dei capricci del capitalismo, della liberal-democrazia, del mercato, di tutti quei bassi appetiti che annichiliscono l’uomo trasformandolo in vermiciattolo.

L’identitarismo etno-razziale deve essere la guida per tutti noi, poiché esso è l’essenza dell’etnonazionalismo: identità e tradizione, sangue e suolo. Non può esistere una radicale battaglia identitaria senza contemplare la più intima essenza biologica dell’uomo, ciò che, cioè, lo rende popolo, comunità, parte di una collettività coesa da valori comuni e da radici comuni. E quel che rende tetragono un popolo, di fronte alle mortali minacce del sistema-mondo, è la coscienza delle proprie origini, unico modo davvero vincente per sconfiggere il proteiforme mostro finanziario che tutto fagocita e nulla rispetta, se non il culto osceno per il dio denaro. E la nostra più intima essenza comincia da quelle che sono le cosiddette piccole patrie, che vengono prima delle “famiglie” allargate: nel mio caso l’orobica e la lombarda.

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Luglio (Quintile) – Iulius (Quintilis)

Gaio Giulio Cesare

Luglio (Iulius) è mese dedicato a Gaio Giulio Cesare, uno dei personaggi più importanti e influenti della storia e vanto imperituro d’Italia, nato il 12 o il 13 del corrente mese. Ebbe un ruolo cruciale nella transizione del sistema di governo romano dalla forma repubblicana a quella imperiale, e per questo venne spesso considerato il primo dei Cesari. Fu dittatore perpetuo di Roma e capo indiscusso dell’Urbe, prima dell’avvento del figlio adottivo Ottaviano Augusto, fondatore dell’Impero e primo imperatore effettivo della storia romana. Le infami pugnalate dei cospiratori cesaricidi misero fine troppo presto alla sua epopea terrena, aprendo però le porte alla sua divinizzazione. Il nome gentilizio Giulio deriva dalla nobile famiglia romana della Gens Iulia, di cui Giulio Cesare fu appunto il più illustre esponente, e sembra che l’etimologia del nome sia da connettersi alla consacrazione a Giove, massima divinità italico-romana. Il cognomen Caesar, divenuto sinonimo di imperatore, è invece di origine dibattuta, e non si può escludere sia di etimo etrusco (col significato di “grande, divino”).

Nel calendario romano romuleo ciò che divenne successivamente luglio era chiamato quintile, essendo il quinto mese a partire da marzo (il primo di quel mese segnava l’inizio dell’anno sacro, secondo arcaica tradizione ariana), posto sotto il patronato di Giove, ed era consacrato ad Apollo, dio del sole, e Nettuno, dio delle acque e del mare. Tale mese era caratterizzato da festività agricole volte a propiziare un buon raccolto, ma in epoca imperiale queste persero di importanza a vantaggio delle celebrazioni di Apollo (Ludi Apollinares) e di Giulio Cesare. Luglio è invece il settimo mese dell’anno, secondo l’attuale calendario, mese prepotentemente estivo, caratterizzato dai segni zodiacali del cancro (sino al 22 del mese) e del leone. Non stupisce che essendo un periodo di piena estate, contraddistinto dal solleone, il mese di luglio sia stato consacrato dagli antichi ad Apollo, divinità intrisa di solarità ariana (trainante il famoso carro infuocato) patrona di arti, musica, profezia, poesia, scienza e del lume dell’intelletto. Da qui lo spirito apollineo di nicciana memoria.

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La basilare differenza tra razzismo e razzialismo

Spesso si sente accusare l’identitarismo etnico, l’etnonazionalismo, di razzismo, dove per razzismo, in accezione moderna, si intende la discriminazione violenta, basata su pregiudizi e complessi di superiorità, da parte di un gruppo razziale nei confronti di un altro o di altri, con conseguenze spesso sanguinose. Il razzismo è, oltretutto, significativo quando si viene a parlare di guerre di conquista, di colonialismo, dove una minoranza di invasori impone segregazionismo razziale sui conquistati.

Ma tutto questo cosa c’entra con l’identitarismo, con l’etnonazionalismo praticato da Europei in Europa? Il vero razzismo, sempre inteso modernamente, può essere ravvisato nelle politiche coloniali degli Spagnoli in Sudamerica, degli Anglosassoni in Nordamerica, nell’Apartheid in Sudafrica, nell’occupazione militare giudaica della Palestina e, infine, nelle guerre di conquista americane in giro per il mondo, in nome di un imperialismo guerrafondaio.

Ma di razzista, nell’azione etnonazionalista in Europa, non vi è assolutamente nulla, tanto più che la coscienza razziale, sacrosanta, degli identitari nostrani va sotto il nome di razzialismo, e non certo di razzismo. Il razzialismo riconosce l’esistenza delle diverse razze (e sottorazze) umane, preserva la loro natura biologica e spirituale e combatte l’immigrazionismo, il meticciamento e la società multirazziale, non in base a criteri suprematistici e razzistici bensì in base all’amore per l’identità, la biodiversità, l’armonia e l’equilibrio, messi duramente a repentaglio dalla moderna barbarie mondialista.

Il razzialismo rispetta tutti i popoli della Terra, riconoscendo la loro legittima proprietà sulle rispettive terre d’origine e, ovviamente, da un punto di vista europeo, si batte per la salvaguardia dell’identità europea (genuina), osteggiando ogni forma di rimescolamento operato dalle lobby parassitarie che hanno tutto l’interesse a sconvolgere il tessuto etnico e sociale originario di un Paese, affinché il culto del dio denaro, del libero mercato e del capitalismo trionfino sull’identità e la tradizione.

Razzismo e razzialismo, dunque, sono due cose ben diverse, sebbene vada riconosciuto che in origine l’accezione di “razzismo” era differente dall’attuale, dove l’ideologia progressista ha demonizzato completamente il termine tramutandolo in ciò che oggi viene percepito come violenza, discriminazione, suprematismo, odio e quant’altro. In origine, il razzismo era lo studio delle razze umane e la coscienza razziale di un popolo orgoglioso di ciò che era ma rispettoso della natura biologica altrui, e poco importa se questi studi si sviluppassero in Europa piuttosto che altrove. Il pregiudizio antirazzista a tutti i costi è palesemente anti-europide.

L’ipocrisia antirazzista e antifascista, mentre riconosce la legittimità dell’orgoglio etnico e razziale dei popoli del sud del mondo, spara a zero sull’identitarismo etno-razziale europeo, bollandolo come immorale, razzista, nazifascista ecc., rivelandosi, essa sì, come razzismo anti-europeo, perché nega ai popoli europidi radicati nel continente l’orgoglio delle proprie radici, idolatrato invece nel caso delle sperdute tribù amazzoniche o australoidi.

Sicché, agli occhi del trombone perbenista, salvaguardare l’identità anche biologica di un popolo sudamericano è cosa buona e giusta, ma nel caso dei Lombardi (popolo in via d’estinzione) la cosa buona e giusta è soccombere tacendo, preferibilmente continuando a sgobbare, a pagare tasse, a rimediare alle grane di un Mezzogiorno che non avanza di un millimetro, senza mai alzare la testa. E guai a fare discorsi etnicistici, poiché in quel caso la fregola liberticida, sancita da diverse leggine dello stato italiano, entra in fibrillazione, scomodando nientemeno che il nazismo e il KKK.

A peggiorare il quadro intervengono le smodate torme di sradicati allogeni, riversati in Europa da Africa e dintorni, ovviamente fomentati dai moderni negrieri (ossia i veri razzisti coi guanti bianchi) che abbisognano di silurare i vecchi e sterili nativi europei importando milioni di giovani “risorse” maschili, affinché possano sostituirli in cambio di un piatto di lenticchie. L’immigrazione, infatti, giova solo ai parassiti: ai preti per riempire chiese e seminari (e altre loro istituzioni terzomondiste), ai politici e politicanti lib-dem per riempire le urne sempre più schifate dagli autoctoni stanchi delle loro follie auto-genocide, ai pescecani dell’imprenditoria senza scrupoli e dell’alta finanza per riempire le proprie casse sfruttando i moderni schiavi d’importazione, il tutto comodamente servito sul groppone del lavoratore indigeno.

Anche per questi motivi l’etnonazionalismo è un vero e proprio baluardo anti-mondialista: l’identitarismo e il comunitarismo contrastano le scellerate politiche democratiche, progressiste e liberali che calpestano non solo l’Europa ma pure gli altri continenti, svuotati per andare a riempire selvaggiamente il nostro, per il guadagno parassitario dei plutocrati. L’immigrazionismo, il meticciato, la società multirazziale, il mondialismo sono contro tutti i popoli della Terra, non solo contro gli europidi, poiché si battono per annientare le radici e le identità di ciascheduno, per sfornare un’umanità arlecchinesca senza più spina dorsale, schiava del capitale, del consumo, del mercato.

Ogni popolo del pianeta deve essere il legittimo padrone incontrastato di casa propria: vale per la sperduta tribù amazzonica, per i Masai, per i Maori, per i Tibetani e così per i Lombardi e tutti gli altri popoli d’Europa. Se davvero si ama cotanto il mondo perché vario, come ripetono a guisa di dischi rotti i benpensanti, lo si dimostri condannando il pluralismo, il meticciamento, la società multirazziale e il folle immigrazionismo contemporaneo, il cui unico risultato è la guerra tra poveri in Europa.

Questo immigrazionismo, oltretutto, non comporta solo l’annientamento dei popoli, nativi o allogeni che siano, ma pure dell’ambiente, della cultura, della civiltà, distrutti da sciagurate politiche globaliste tutte tese al guadagno, ancorché travestite da umanitarismo. Ma, del resto, cos’è l’umanitarismo se non una mastodontica balla propagandistica tesa all’universalismo eradicatore e, dunque, ancora una volta, a tutto vantaggio di chi auspica uno stato mondiale retto da banche, plutocrazie, finanziocrati e gendarmi globali, ovviamente a stelle e strisce?

Il razzialismo, dunque, si fa garante della salvaguardia etnica e razziale, legittima e doverosa, di tutti i popoli del mondo, non solo di quelli europei, condannando ogni forma di colonialismo e di imperialismo, anche nel caso in cui questi – cosa sempre più frequente – siano rivolti contro l’Europa. Come dico sovente, se volete trovare del razzismo dovrete bussare alla porta di Americani e Israeliani, tanto per fare degli esempi concreti, ossia di coloro che hanno sulla coscienza Pellirosse e Arabi palestinesi, e non certo a quella dei coerenti identitari europei che chiedono, semplicemente, di essere padroni a casa propria.

Essere europei non è un merito, è un dono, e come ogni dono va preservato gelosamente, possibilmente tramandandolo ai posteri, affinché il lignaggio non si spezzi ma continui a prosperare nell’avvenire. Non v’è traccia di odio nell’identitarismo etnonazionale e razzialista, poiché quello sta tutto in partiti e movimenti di ispirazione democratica, liberale e progressista, ossia nemica dei popoli, d’Europa e non, usati come pedine sullo scacchiere dell’imperialismo occidentale, a cui anche i sedicenti sinistrorsi europei sono inesorabilmente sottomessi.

I “valori veri” di costoro? Quelli in banca, con buona pace di chi ritiene i progressisti moralmente superiori (e questo sì che è sciocco e ridanciano suprematismo) in quanto eredi della retorica antifascista dei tirapiedi degli Alleati. Non v’è alcuna superiorità, ma nemmeno dignità, in chi spaccia il cancro progressista per sviluppo, benessere e civiltà, quando non è altro che sudditanza al grande capitale e a tutte le menzogne di uno stucchevole antirazzismo atto a camuffare goffamente l’auto-genocidio delle genti europee, perpetrato mediante la strumentalizzazione dei disastri meridionali (del globo).

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24 giugno: la notte di San Giovanni

Croce di San Giovanni Battista

La  notte del 24 giugno si celebra il ricordo di San Giovanni Battista, personaggio naturalmente fittizio festeggiato per occultare le celebrazioni solstiziali che vanno dal 21 al 25 giugno, caratterizzate dai grandi falò notturni all’aperto, a simboleggiare il trionfo estivo della luce diurna del sole (come da tradizione astronomica indoeuropea), che però segna anche il suo lento declino a vantaggio delle notti che si allungano. Tali ricorrenze erano (e sono) molto sentite nel Nord dell’Europa, dove il 24 giugno è anche chiamato mezza estate, a ricordare l’antica data intermedia dell’estate nordica, nonché il principio dell’estate astronomica segnato dal solstizio del 21 giugno. La festività collegata al santo cattolico si celebra, anche in Italia (a Firenze, ad esempio), nella notte tra il 23 e il 24 giugno e ricalca, logicamente, le antiche celebrazioni pagane; la Chiesa l’ha ivi collocata non solo per scalzare la ricorrenza pagana assorbendola ma anche perché tale data cade sei mesi prima del Natale, altra festa palesemente pagana distorta e pervertita dai cristiani. Come il 24 giugno simboleggia la nascita del precursore di Cristo, così il 25 dicembre simboleggia quella di quest’ultimo. I falò, le luci, i fuochi pirotecnici, le luminarie sono tutte manifestazioni che trovano giustificazione nel nostro arcaico sostrato ariano

Il santo, tra le altre cose, dà il proprio nome anche alla Croce imperiale, di origine medievale, della fazione storica ghibellina, che riprende la Blutfahne, bandiera da guerra del Sacro Romano Impero; allo stesso modo la classica Croce comunale di fazione guelfa prende il nome dal leggendario San Giorgio, una figura guerriera cara, come San Michele, ai Longobardi (ma anche il Battista era significativo nella loro devozione). Stiamo parlando di due simboli sì concepiti cristianamente (anche se il simbolo della ruota, il disco solare ariano, è una croce sovente inscritta in un cerchio, dalla valenza sacrale connessa all’astronomia e all’unione di terreno e uranico), ma che trasudano un potente significato storico che forse proprio nelle Lombardie raggiunge il suo culmine: nella Grande Lombardia, anello di congiunzione galloromanzo tra Mediterraneo e Mitteleuropa, tra romanitas italica e nordicismo germanico, le Croci medievali (e i loro significati) si incontrano e scontrano, e da questa dialettica principiata nel Medioevo vengono a formarsi la comunità etno-culturale granlombarda e il sentimento di appartenenza europeo, che proprio nel Sacro Romano Impero trova la sua concretizzazione. Alla faccia di chi oggi spaccia per Europa la sua negazione mondialista. La Croce di San Giovanni Battista è ancor oggi emblema del Piemonte e di importanti comuni granlombardi quali Pavia, Como, Novara, Lugano, Domodossola, Bormio, Fidenza, Asti, Cuneo, Mondovì, Susa, Aosta, Fidenza, Forlì, Vicenza, Treviso, Castelfranco, Ceneda. 

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Più muri, meno ponti

Uno stato che si rispetti, e che dunque non si tramuti in una gabbia dittatoriale gravante sulle spalle dei suoi cittadini indigeni (angariati, per di più, da degrado, malcostume, corruzione, inettitudine, ideologia statolatrica nemica della libertà e servaggio verso lo straniero, quanto cioè accade nell’attuale Italia oppressa dalla RI), è uno stato che rappresenta, tutela, esalta e rende giustizia al suo popolo, rivelandosi autorevole e forte coi forti, resistente ad ogni minaccia esterna, indipendente e orientato sempre all’autodeterminazione, senza scendere a patti su questioni di vitale importanza.

Chiaramente, non è il caso dell’attuale Repubblica Italiana, essendo una misera colonia dell’imperialismo americano, pedina della Nato, serva dell’Unione Europea (e dunque di Parigi e Berlino), prigioniera di più di 70 anni di dispotismo antifascista che l’ha resa mero apparato senza nazione, ovverosia uno strumento nelle mani dei poteri forti parassitari che la usano come clava contro i popoli italiani indigeni, e non contro le prepotenze dei forestieri (siano essi occidentali e ricchi che provenienti dal terzo mondo e in brache di tela).

Non è, qui, una questione di neofascismi, di neo-sovietismi, o di rigurgiti di giacobinismo; si tratta di assicurare all’Italia uno stato, e dunque un governo, che sappiano farsi rispettare, sia all’estero che all’interno, e di conseguenza che agiscano sempre e comunque nell’interesse dei popoli italiani, e non a loro detrimento. Si capisce, dunque, che per una coerente azione di governo in questo senso si debbano adottare politiche economiche incentrate sul protezionismo, sul dirigismo, sulla nazionalizzazione delle grandi industrie, sulla salvaguardia di agricoltura e allevamento locali (e dunque dell’alimentare nostrano, punto di forza pan-italiano), recuperando naturalmente la sovranità monetaria ed impedendo l’emorragia di fresche forze giovanili dirottate all’estero, oltre a fermare una volta per tutte l’odioso fenomeno della delocalizzazione delle aziende.

Sarebbe davvero ora di piantarla con le scorribande dei moderni lanzichenecchi che irrompono in Italia per fare compere depredandoci di marchi ed industrie storici (con la complicità, è ovvio, di uno stato imbelle che si preoccupa solo di eseguire la volontà americana, atlantica e franco-tedesca), mentre ogni velleità italiana all’estero viene prontamente bollata come egoismo e fascismo. Il libero mercato assoggetta i destini dei popoli ai capricci del capitalismo, della plutocrazia, impedendo la sacrosanta sovranità nazionale e dunque la propria autodeterminazione, anche in termini economici, produttivi, agricoli, industriali, occupazionali.

Uno stato forte, sano e libero da legami di sudditanza nei confronti dello straniero e delle lobby, sarà uno stato che protegge la propria economia, il proprio lavoro e le proprie industrie, nazionalizzando le principali, quelle di interesse davvero nazionale; dirigerà la vita economica del Paese finalizzandola al suo benessere e alla sua prosperità, non solo economica ovviamente; espellerà multinazionali straniere e assesterà sonori calci nel sedere a tutti gli organismi sovranazionali, tra cui le banche internazionali; tutelerà i lavoratori indigeni e le loro famiglie, impedendo delocalizzazioni e immissioni massicce di allogeni, pedine colorate sfruttate dai moderni negrieri per liquidare la sovranità nazionale e i diritti dei suddetti lavoratori indigeni; lotterà senza tregua contro le ingerenze straniere, il parassitismo lobbistico, e l’immigrazione, attivandosi, invece, per rimpatriare tutti coloro che risultano fuori posto; preserverà la natura e l’ambiente, il paesaggio, come valore identitario e culturale, ma anche come fonte di sostentamento e di benessere per gli autoctoni.

Se l’organismo statuale italiano non riesce a conciliare la visione etnofederalista con quella presidenziale (e dunque con protezionismo, dirigismo, sovranismo e una dose bastante di autarchia) esso si rivela, come ora, una prigione repubblicana, che invece di promuovere la realizzazione delle genti italiche la svilisce, ancorandole sul fondo di uno statalismo ben poco proficuo, in quanto tributo atlantista alla volontà dei vincitori dell’ultimo conflitto mondiale. Del resto è la bibbia degli antifascisti italiani (la Costituzione) a parlar chiaro circa la cattività che gli Italiani sono costretti a subire, da un settantennio abbondante.

Ci sono interessi nazionali che accomunano i Lombardi ai Siciliani e i Veneti ai Sardi, e sono interessi che vanno dall’economia all’industria, dalle politiche agricole a quelle monetarie, e dalla difesa alle politiche migratorie. Roma dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per tutelare il mercato italiano e il lavoro italiano, essendo in ballo i diritti dei lavoratori e delle loro famiglie, nonché la sovranità di questo Paese che è in completa liquidazione da decenni. E, sicuramente, il fatto che questo stato non è né carne né pesce, e cioè né presidenziale (e sovranista) né (etno)federalista, in quanto beceramente plasmato meticciando il sistema francese con quello tedesco, non aiuta in alcun modo l’Italia a risollevarsi dalle rovine di un italianismo accartocciato su sé stesso, tanto da aver ridotto la stessa Italia ad un distorto concetto di patria artificiale statolatrica del tutto castrata.

Se c’è un Paese al mondo che non ha bisogno di ricevere lezioni da chicchessia, questo è proprio il nostro, ed anche per tale motivo lo stato dovrebbe battersi in ogni modo per farsi rispettare, dando rispetto a chi se lo merita, e smettendo i panni degli stoini delle zampe altrui. La vergogna della svendita delle aziende italiane agli stranieri (con tutto ciò che ne consegue) deve avere fine, ed è giusto imporre dazi e mantenere le dogane per salvaguardare la propria sovranità economica e monetaria. Oggi, altresì, anche le faccende migratorie assumono un certo peso in questa direzione, basti pensare a come i furbacchioni d’oltralpe (ma non solo) vogliano la botte piena e la moglie ubriaca a scapito dell’Italia, costretta a sobbarcarsi tutto il peso dei massicci movimenti migratori nel Mediterraneo.

Con uno stato presidenziale, etnofederale e forte nella propria sovranità e nella tutela dei propri interessi, avrebbero fine tutti quegli infami soprusi consumati a scapito dell’Italia in vari campi, soprusi che hanno luogo anche grazie alla permanenza del Paese nella Nato e nell’Unione Europea: la Nato fa l’interesse degli Usa, l’Unione Europea di Germania e Francia, con l’italietta dei servi ridotta a tappetino calpestato da cani e porci. E cosa riceve in cambio? Torme di immigrati, con tutto il loro bel carico di problemi, tra cui l’invasione del nostro mercato interno ad opera di prodotti immessi in maniera del tutto sleale e proditoria, a detrimento dei beni italiani.

Con l’etnonazionalismo il futuro dei popoli italiani si fa roseo, ma senza di esso assume una tonalità ben diversa, e molto più in linea con i connotati di chi in Italia non ci dovrebbe stare nemmeno dipinto. Personalmente, sono contrario ad ogni forma di colonialismo, a maggior ragione a partire da quello che noialtri subiamo dagli Stati Uniti e dai loro principali cagnolini europei (Regno Unito, Francia, Germania), e che passa anche per l’adesione pedissequa dell’Italia ai dettami internazionalisti in materia di allogeni, senza dimenticare la continua sudditanza occidentale nei confronti di Israele e del sionismo. In questo quadro non stupisce se oltre ai veleni dell’Occidente e alle problematiche alloctone ci si deve misurare anche con le ingerenze politiche ed economiche di Paesi in via di sviluppo o emergenti, che assaltano barbaricamente l’Italia con l’intento di risucchiarla nel perverso vortice mondialista, giustificato dal nefasto mito (ipocrita) dell’umanitarismo.

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