Il presidenzialismo per un rinnovamento radicale dell’Italia

Un punto saldo della mia visione politica riguarda il presidenzialismo, opzione razionale e ponderata all’interno delle dinamiche statuali di una rinnovata repubblica italiana, che sappia unire all’istanza (etno)federalista quella sacrosanta del sovranismo, contrapposto ad ogni delirio sovranazionale incarnato da europeismo d’accatto, internazionalismo, mondialismo Nato e Onu. Oggi l’italietta di Mattarella conta meno di zero, essendo un organismo apolide alle dirette dipendenze di Bruxelles, Londra, Parigi, Berlino, Washington, New York e Tel Aviv.

Il ruolo attuale del presidente della repubblica è qualcosa di meramente simbolico: un garante dell’unità d’Italia non per motivi patriottici ma per assicurare all’Occidente che lo stato sia integro e tutto teso, in ogni sua parte, alla sudditanza verso gli Usa, ossia verso i caporioni dell’alleanza atlantica e sionista. Se uno va a riguardarsi i nomi dei capi dello stato noterà come essi siano, quasi tutti, di origine meridionale e democristiana e cioè graditi all’occupazione statunitense del nostro Paese.

Nel secondo dopoguerra, i piani di ristrutturazione americana dell’Italia – in combutta con la mafia italo-americana, ossia la stessa che spalancò le porte della Sicilia all’invasione alleata – prevedevano un netto predominio politico del Meridione, immettendo nel pubblico massicce quote di soggetti ausonici, al fine di controllare il Centro-Nord ritenuto infido, in quanto dai trascorsi partigiani (rossi) ma soprattutto “repubblichini”.

Checché se ne dica sul Sud anti-sabaudo, il referendum su monarchia e repubblica vide il successo della prima proprio nel Mezzodì, essendo questo caduto presto nelle mani degli Americani e divenuto Regno del Sud retto dai codardi Sciaboletta e Badoglio, fuggiti a Brindisi nel 1943. Codardi padani, intendiamoci, ancorché il penultimo re d’Italia sia nato e cresciuto a Napoli.

Con l’avvento della repubblica non si ebbe, ovviamente, uno stato indipendente, sovrano, patriottico, bensì un aborto a metà strada tra il centralismo francese e il federalismo tedesco, ossia né carne né pesce, favorendo così l’egemonia (anche militare) americana sulla Penisola. E il Quirinale se ne sta lì, col suo sontuoso palazzo ex papalino, popolato da un capo dello stato dal ruolo, appunto, simbolico che non perde occasione per ricordare agli Italiani quanto siano schiavi dello straniero, sia esso occidentale e ricco che del terzo mondo e povero in canna (ma che trova nell’italietta di Napolitano e Mattarella il paese di Bengodi).

Proprio per questi motivi, il presidente della repubblica non è voluto da nessuno, non è eletto cioè direttamente dal popolo, non viene scelto da esso, bensì viene imposto dalle cricche parlamentari e in quanto tale è sempre un grigio personaggio anziano, anonimo, anodino, politicamente di scarso peso ma che rimane intoccabile essendo il rappresentante della volontà del padrone atlantico.

Infatti, il PdR gode di culto della personalità mediante leggine tese a condannarne il vilipendio, leggine che sembrerebbero “fasciste” se non fosse che sono volte a stroncare il dissenso contro una carica istituzionale – che non è nemmeno voluta dalla gente – in quanto garante dell’antifascismo e della castrazione del sovranismo italiano. Lo sentite Mattarella, no? Lui difende l’unità d’Italia ma guai a parlargli di sovranismo: una schizofrenia solo apparente, perché l’unità d’Italia non è null’altro che un’assicurazione sulla vita dello status quo mondialista.

Chiaramente parlo dell’unità d’Italia per come viene intesa all’interno dello stato-apparato di stampo ottocentesco, e cioè come feticcio statolatrico che diviene prigione e non baluardo dei popoli italiani. L’unità della repubblica italiana ci può anche stare, ma se diviene priva di sovranità, di razionale patriottismo e di coesione federalista assume i tratti della coercizione statalista e centralista, nemica dell’auto-affermazione etno-culturale.

Il presidenzialismo, invece, porterebbe all’elezione diretta da parte del popolo di un presidente della repubblica che assuma anche l’incarico di capo del governo, evitando un inutile sdoppiamento dove il PdR, come ora, avrebbe solo incarico simbolico, ma costoso, non voluto dal basso, e per beffa tutelato da leggi liberticide. E, appunto, incarico simbolico gradito più alle caste internazionaliste che alla gente che questo ruolo dice di rappresentare.

Nel sistema presidenziale, il capo dello stato è sì il garante dell’unità ed integrità dello stato, ma questa volta per fini davvero patriottici, sovranisti e tesi alla difesa e realizzazione dei popoli d’Italia, anche grazie alla presenza di un parlamento federale che ne rappresenti le sacrosante istanze etno-culturali. Ne approfitto per ricordarvi che un’Italia seriamente etnofederale non avrebbe più bisogno di venti, inutili e costose, regioni artificiali, poiché al posto di enti inventati di sana pianta troverebbero spazio organismi aderenti alla realtà antropologica del Paese, in numero massimo di 6 (vale a dire Lombardia, Triveneto, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna).

Il capo dello stato presidenziale porterebbe avanti un’agenda nazionale volta all’autodeterminazione italiana in tutti i campi e che, dunque, preveda necessariamente l’uscita dalla Ue, dall’euro, dalla Nato, dall’Onu e l’espulsione dal suolo italiano di ogni ente sovranazionale, finanziocratico, imperialistico, multinazionale, nonché degli immigrati, dei rappresentati delle religioni monoteistiche (e allogene in genere) e di tutti coloro che remano contro la doverosa realizzazione degli Italiani, non più oppressi da elefantiaci apparati anti-patriottici.

Socialismo nazionale, etnofederalismo, sovranismo sarebbero riuniti nelle mani del PdR posto a capo di un sistema di governo presidenziale e di una rinnovata religione civica finalmente liberata da tutta la narrazione finto-patriottica di questi quasi 160 anni di Italia artificiale. Va da sé che il presidenzialismo che ho in mente deve dare degna rappresentazione anche all’etnonazionalismo declinato in senso federale, altrimenti come ho più volte detto, nessun patto tra Italiani è possibile.

Il PdR rinnovato nella sua carica incarnerebbe gli interessi comuni di tutte le plaghe d’Italia, dalle Alpi a Lampedusa, dalla Corsica all’Istria, dalle coste tirreniche a quelle adriatiche: ritorno della lira, esercito, geopolitica, strategie, lotta all’immigrazione e al mondialismo, alleanze eurasiatiche in chiave indoeuropea, dirigismo equilibrato, protezionismo, lotta alle multinazionali, alle banche e alla delocalizzazione (nonché al rapace mercato libero internazionale), affermazione di un nuovo spirito civico italianista non neofascista o statolatrico ma che sappia esaltare al meglio il patrimonio culturale comune delle Italie.

Cos’è l’Italia se non cultura, civiltà, arte e bellezza, romanità senza tempo (non quella caricaturale, capiamoci) e spirito ario-italico che sopravvive nei secoli e nei millenni, nonostante le svariate sozzure della peggior italietta possibile plasmata dagli eventi del dopoguerra? Un presidente della repubblica dovrebbe riuscire a dar vita e voce ad una politica di governo che sappia equilibrare in maniera magistrale il particolare e il generale, mettendo il Paese al riparo da ogni nefasta ingerenza straniera.

Una repubblica italiana conserva un suo senso e una sua dignità solo a queste condizioni, e cioè a condizione che una nuova aristocrazia (in senso etimologico) sorga luminosa, ispirata anche ai dettami völkisch del Lombardesimo, e possa dare voce all’Italia dei migliori che però non si ponga al di sopra del popolo, in maniera sprezzante, ma che anzi cerchi il suo consenso affinché dalle sue file possa uscire davvero un presidente della repubblica popolare, non più eletto dalle caste ma dalla volontà degli Italiani.

Senza presidenzialismo e senza etnofederalismo la repubblica italiana perde di significato e, infatti, si riduce a ciò che vediamo oggi: un ente apolide, rappresentato da uno slavato e anonimo tricolore e da una ruota dentata disegnata nemmeno un secolo fa, che non solo conta pochissimo a livello internazionale, ma pure in patria gode di pessima fama e non è in grado di imporsi sulle influenze mondialiste ributtandole a mare; e questo perché lo stesso ente in questione, essendo parte del sistema, non può rivelarsi di certo antidoto al globalismo eradicatore.

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L’Italia non esiste?

Qualche settimana fa il Corsera pubblicava uno studio sulla variabilità genetica interna all’Italia, frutto di una grande eterogeneità che ormai tutti conosciamo benissimo (e che, ovviamente, non riguarda solo la genetica ma prima di tutto elementi ben più visibili e immediati) e che agisce in senso nord-sud ed est-ovest, giungendo alla conclusione che “L’Italia e gli Italiani non esistono”. Ma come? Giornali simili ci martellano ogni giorno con la sacralità e l’inviolabilità dell’unità d’Italia e adesso se ne escono con considerazioni che avrebbero lusingato un Bossi vecchio stampo? Questa schizofrenia non è certo dettata da motivi di ordine vetero-leghista (figuriamoci!) ma servono ad appoggiare la campagna mondialista di diffamazione di ogni forma di identitarismo etnico, di sovranismo, di etno-pluralismo, affinché la gente indigena d’Europa accolga senza fiatare tutta la pletora di menzogne globaliste sfornate dal sistema per indorare la pillola delle migrazioni di massa verso il continente europeo, Italia inclusa. Il Corsera e tutti i suoi colleghi, infatti, non credono nell’Italia ma nello stato italiano contemporaneo che, badate bene, di nazionale non ha proprio alcunché, ma nemmeno a livelli risorgimentali e fascisti, e cioè in senso culturale: è solo una colonia atlantica e occidentalista degli Usa, plasmata dai vincitori dell’ultimo conflitto mondiale, e che come tale è una prigione per i popoli che lo abitano. La politica “nazionale” si fa garante di questa cattività, a tutti i livelli.

Intendiamoci: l’Italia come nazione omogenea e coesa non esiste, chiaramente, anzi, potremmo anche tranquillamente dire che parlare di nazione italiana sia improprio così come, soprattutto, sia improprio parlare di etnia italiana, che infatti non esiste di sicuro. In questo senso la genetica corrobora l’identificazione di diversi areali etnici d’Italia, negando ogni pretesa di omogeneità del nostro Paese e togliendo la terra da sotto i piedi al nazionalismo artificiale, al neofascismo, ai cultori maniacali del Risorgimento; l’Italia, come la Germania o la Francia, più che una nazione è una cultura, una civiltà, a suo modo una patria sì ma priva di accezione etnonazionale, la cui più grande eredità è certamente quella romana. Tuttavia, la sua già esile natura nazionale non va spezzata per avallare viete menzogne antirazziste basate sul meticciamento, sul rimescolamento multietnico seguito al crollo di Roma, sul fatto che il Sud sarebbe nordafricano-levantino e che sono ovviamente tese a spalancare le porte all’immigrazione di massa indiscriminata. Gli Italiani e l’Italia non esistono? Per diversi aspetti è vero, ma allora esisteranno i Lombardi, i Veneti, i Toscani, gli Umbri, i Napoletani, i Siciliani e i Sardi, non certo quel fantomatico popolo bastardo, senza identità, spina dorsale, legittimità come vorrebbe arrivare a dire chi piega la genetica ai propri sporchi fini anti-comunitari e anti-sovranistici.

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Terrorismo americano-sionista senza fine

L’ecatombe senza fine che accompagna le vicende israelo-palestinesi da lunghissimo tempo (da ben prima della fondazione dello stato giudaico), di recente accelerata dalle sciagurate scelte dell’amministrazione Trump, di un babbeo servo di Sion che non pareva presentarsi come tale in campagna elettorale, impongono serissime riflessioni sulla situazione dell’eterna polveriera mediorientale, resa tale senza dubbio alcuno anche dal mafioso imperialismo di Americani e Israeliani (in combutta con i loro alleati). La presenza in Palestina (perché così si chiama, Palestina, non Israele) del “popolo eletto” si è rivelata una bomba micidiale e gli Arabi se ne accorsero da subito, sin dai tempi delle azioni terroristiche delle bande criminali sioniste, le prime a metter bombe in Medioriente, checché ne dicano i leccapiedi degli Israeliani, che hanno occhi solo per il terrorismo islamico (come se questo non fosse, a sua volta, un Frankenstein messo in piedi dai nemici degli Arabo-Palestinesi). Successivamente arrivò la fondazione dell’entità sionista, le guerre scatenate dalla sua occupazione militare, gli esodi palestinesi verso il resto del Vicino Oriente e l’estero, le guerriglie e gli attentati di un popolo ridotto allo stremo e costretto ad una lotta impari.

Ci mancava giusto la scellerata decisione americana di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di aprire la nuova ambasciata Usa proprio in quella città, operazione percepita dai Palestinesi come un’inaccettabile provocazione che ha portato ai sanguinosissimi fatti di questi giorni, dove al solito il guerrafondaio israeliano, spalleggiato dagli Usa, esibisce la sua terribile forza militare contro torme di poveri disgraziati armati di fionde, bastoni, sassi. A questi poveri disgraziati, i Giudei hanno strappato la loro legittima terra per edificarvi un’entità politica dalle cui mani, troppo spesso, gronda sangue innocente, rivelandosi una brutale forza d’occupazione, una scheggia impazzita di Occidente turbo-capitalista conficcata nel Levante. Provo francamente vergogna per quei reazionari nostrani, come i legaioli, che si eccitano pensando ad Israele e alla sua licenza di razzismo, militarismo, segregazionismo, confessionalismo, suprematismo, senza rendersi conto che la loro esultanza è quella del cagnolino che scodinzola sotto il desco del padrone, aspettandosi di ricevere i suoi avanzi. E senza capire che mentre gli Ebrei, in Medioriente, fanno il diavolo a quattro atteggiandosi a dispotici “paladini di libertà e democrazia” come isoletta imperialista in un mare arabo-islamico, in Europa pretendono di decidere su cosa sia lecito o meno dire, fare e pensare, auspicando sempre nuove leggi per mettere il bavaglio alla libertà d’espressione. Agli “eletti” piace vincere facile: strenui antifascisti in Europa, ma implacabili estremisti in quella arida striscia di terra che, storicamente, è parte della Grande Siria. E ad essa dovrebbe tornare.

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Anti-mondialismo, imprescindibile dovere morale

Il mondialismo è la messa in politica dell’ottica globalista, cioè il cosiddetto sistema-mondo, dove i principali attori dello scacchiere planetario lavorano, sia alla luce del sole che occultamente, per la realizzazione del tanto auspicato stato mondiale unipolare, dove a dominare in maniera incontrastata sia la demo-plutocrazia atlantica e l’internazionalismo apolide (da sempre caro agli intoccabili che tutti conosciamo…).

Per quanto questo demoniaco stato mondiale non esista (ancora) possiamo benissimo renderci conto di come esso riesca a trovare espressione negli Usa e nei vari enti sovranazionali che, per un motivo o per l’altro, ad essi si ispirano lasciandosi pilotare bellamente per il perseguimento dei turpi scopi americani; il mondialismo diviene così il volto politico, militare, socioeconomico e “culturale” del dispotismo unipolare messo in campo dagli Statunitensi.

Sappiamo come i tirapiedi del sistema-mondo, obbedendo alla mano che li ingozza alla stregua di oche da macello, amino liquidare gli avversari identitari di questo perverso ordine di cose raffigurandoli come complottisti paranoici, neonazisti e neofascisti, populisti, pazzi, disadattati e via dicendo, tentando maldestramente di celare l’immonda natura genocida della globalizzazione: la loro è la cattività del pensiero debole che si prostituisce agli argomenti del grande capitale.

In ottemperanza al dispotismo ben poco illuminato formatosi a partire dal secondo dopoguerra, in Occidente, gli scherani del mondialismo fanno di tutto per diffamare l’identitarismo, il tradizionalismo, l’etnicismo, il razzialismo, l’etnonazionalismo ossia tutte quelle forme di ideologia e politica, nonché di cultura militante, che si oppongono strenuamente alla massificazione e standardizzazione dei popoli della Terra con l’arma dell’etno-pluralismo: l’identitario forte, coerente, razionale oppone alla lugubre narrazione mondialista le verità di sangue, suolo, spirito, ossia dei pilastri della natura etno-razziale delle genti del globo.

Il Lombardesimo, l’etnonazionalismo lombardo di cui sono sempre stato araldo e testimone vivente, si batte per l’affrancamento dell’identità lombarda e per la sua preservazione andando contro ogni sottoprodotto del mondialismo, tra cui le concezioni venefiche e artificiali di Lombardia, Italia ed Europa. Esso contrappone al dominio terroristico della menzogna, dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’egualitarismo, l’esaltazione – comunque razionale e realista – la genuinità dell’incorrotto sangue lombardo, la veracità del suolo lombardo con il suo fertile umo continentale, la luminosità dello spirito lombardo nato dalla fusione tra i primi due basilari elementi.

Il Lombardesimo, così come l’italianità aulica e nobile e l’europeismo völkisch, stabilisce un incrollabile ponte tra gli Avi e i loro posteri (cioè noi) perché non esiste futuro senza passato e senza un presente che sappia sublimarsi emendandosi da ogni scoria postmoderna e “liquida”, prodotto del demone mondialista e della sua macchina del fango attivata contro l’etnonazionalismo, e il coerente identitarismo sangue e suolo.

Il sottoscritto, prima di essere italiano ed europeo, è certamente bergamasco e lombardo, poiché queste identità, spesso ridotte a spregiative forme di campanilismo e localismo ottuso, rappresentano la natura più intima della mia essenza biologica, antropologica, culturale e territoriale; prima di essere cittadino di una civiltà come l’italica e membro di una realtà continentale coesa da millenni dai miti fondanti dell’epopea ariana in occidente, sono indubbiamente parte di una comunità etno-culturale omogenea, rustica, tremendamente concreta com’è quella cisalpina, segnatamente gallo-italica, lombarda per l’appunto.

E infatti il sangue, il suolo, lo spirito sono i baluardi della morente civiltà europea, gli unici veri ostacoli posti sul cammino distruttore del rullo compressore mondialista, senza cui questo potrebbe radere completamente al suolo ogni resistenza identitaria alla sua truce tirannia, alla truce tirannia del pensiero unico che si concretizza nella infame propaganda dell’antifascismo d’accatto contemporaneo. L’antifascismo contemporaneo non è un male perché si contrappone a ciò che poteva essere fascismo (e che, indubbiamente, aveva anche sfumature negative, come l’esaltazione di un’Italia di cartapesta inesistente) ma perché sotto l’etichetta antifascista si nascondono tutti i contemporanei veleni ideologici distillati da progressismo, relativismo, nichilismo, pluralismo multirazziale e anti-comunitario.

L’antifa, cosiddetto, è il servo scemo, il botolo rognoso da guardia, della finanziocrazia globale, il manichino che si crede libero ma che in realtà non è null’altro che una marionetta manovrata dall’alto dai pupari globalisti, che si servono delle sciocchezze antifasciste per castrare la resistenza e lo spirito guerriero di lotta incarnati dagli identitari etnonazionalisti e da chi a loro si ispira. L’antifascismo in assenza di fascismo è lo specchietto per allodole degli idioti, l’arma di distrazione di massa che impedisce di inquadrare il vero nemico: non il fantomatico ritorno del nazifascismo, bensì la spaventosa dittatura del proteiforme mostro occidentale plasmato dagli Usa e dai loro cicisbei.

Il mondialismo, in una diuturna lotta tra il bene e il male, è la continuazione dell’idolatria dell’oro operata dagli eredi delle demo-plutocrazie borghesi occidentali otto-novecentesche, partorite dal giacobinismo distorto, mentre l’anti-mondialismo rappresentato dall’antidoto per antonomasia contro il globalismo, che è l’etnonazionalismo, è la preservazione militante dell’identità biologica e culturale dei popoli (del sangue e del suolo), nonché l’alfiere di quella cultura genuina sgorgata dall’intimo legame tra il dato di razza e quello di terra.

E come già andava delineandosi durante l’ultimo conflitto mondiale, se da una parte il mostro occidentale (non certo europeo) scatenava il proprio terrore in nome del danaro, del capitale, dell’oro, del libero mercato e dei mercanti (e della borghesia), e dall’altra il bolscevismo si ergeva a feticcio di un distorto concetto di socialismo su base internazionalista e marxista, “asiatica” e semitica, in mezzo ecco l’eroica battaglia del socialismo nazionale che non scendeva a compromessi con nessuno dei suoi nemici, divenuti addirittura alleati per spazzare via i fascismi. E ancor oggi l’etnonazionalismo e la sua realizzazione socioeconomica, che è il comunitarismo, si batte come un leone sia contro l’idolatria del danaro che quella dell’egualitarismo dal fortore neomarxista.

Per quanto, oggi, il concetto di terza via possa essere superato (essendo il comunismo morto e sepolto e nemmeno paragonabile a ciò che il turbo-capitalismo rappresenta) resta lampante che il destino di una nazione si realizza non con il capitalismo e non con le sinistre, ma con il razionale culto etnonazionalista che pone al di sopra di tutto la natura: per l’appunto il sangue, il suolo, lo spirito. Oggi il nemico totale è l’occidentalismo liberal-democratico, antifascista, retto sia dalle destre conservatrici amiche degli Usa che dalle sinistre europee nostalgiche di Berlinguer e amiche dell’Unione Europea, che a sua volta è succursale di Usa e Nato.

E queste imbecillità auto-genocide fatte politica fanno il paio col pensiero cristiano, con quello ebraico e musulmano e con tutte le altre concezioni che elaborano ideologie a loro modo mondialiste, universaliste, massificatrici: ed infatti è solo un povero illuso chi pensa che il nemico dell’unipolarismo americano possa essere qualcosa che, a sua volta, porta avanti malsani propositi totalizzanti e omologanti, e cioè i comunismi, i socialismi marxisti, gli imperialismi di realtà ipertrofiche come la russa, la cinese, l’indiana.

Certo, Russia, Cina, India, Brasile, Sudafrica e altre realtà sbrigativamente derubricate a “secondo mondo” dai capitalisti occidentali, mettono in campo una concezione multipolare del potere e della sovranità, ma chiaramente sono realtà che di (etno)nazionale hanno ben poco essendo a loro volta degli imperi, dei continenti a sé stanti quasi, dove il pensiero völkisch non può certo trovare spazio.

In questo senso anche l’Italia, intesa come stato-apparato ottocentesco, diventa un piccolo moloc anti-identitario, una scheggia di mondialismo che avvelena i grandi areali etno-culturali del Paese, ma di questo ne riparleremo. Si aggiunga solo ora, per concludere, che nella mia attuale concezione lombardista una realizzazione statuale dell’italianità come cultura, civiltà, eredità italico-romana ci può stare, ma deve passare necessariamente per un radicale patto di profonde riforme etnofederali, in mancanza del quale nessun accomodamento è possibile. Non spezzerò mai lance a favore di questa Repubblica Italiana, anche perché, per assurdo, pur difendendo a spada tratta l’unità dello stato condanna il sovranismo e si accoda agli altri staterelli euro-occidentali preda della sindrome di Stoccolma nei confronti dei carcerieri atlanto-americani.

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L’irredentismo come strumento di riscatto patriottico e di rivoluzione etnonazionalista

Per quanto possa essere una tematica più (neo)fascista che lombardista ed etnonazionalista (almeno oggi), l’irredentismo rimane un punto imprescindibile di un’azione culturale e (meta)politica, nel quadro di una rivoluzione identitaria a tutto tondo. Diversi territori oggi sotto lo straniero sono orfani della loro patria storica, che è l’Italia, e sebbene rioccupati di recente da genti allogene, rispetto agli Italiani, rimangono terre italiane da ricondurre alla propria famiglia primigenia.

Partendo dall’Alta Italia dovremo doverosamente citare i brandelli di territorio alpino occidentale oggi sotto la Repubblica Francese, quali Monginevro, Valle Stretta, Moncenisio (che rientrano nel bacino padano quanto la Val d’Aosta) e naturalmente il Nizzardo che è parte storica della Liguria etnica, sino al Varo, e comprende i territori di Mentone, Montecarlo, Nizza nonché di Briga e Tenda.

La cosiddetta Svizzera italiana e cioè Canton Ticino, Mesolcina, Grigioni lombardofono (Val Bregaglia, Val Poschiavo, Bivio) a cui vanno aggiunti il Sempione, Gondo, Briga, la Val Monastero, tutti territori per lo più parte del bacino imbrifero padano e della Lombardia etnica. Coerentemente la Val di Lei (attorno a Madesimo), il Livignasco e San Candido (in Alto Adige) potrebbero anche essere sacrificati, non rientrando nell’ambito geografico cisalpino.

Rimanendo a nord, ma spostandosi ad est, si pone la questione della Venezia Giulia storica che andrebbe ricongiunta assolutamente all’Italia affrancando l’intero bacino dell’Isonzo (con le pertinenze di Aidussina e Tolmino, per citare i due centri oggi extra-italiani principali), Goriziano, Litorale, Carso e parte della Carniola interna, giù giù sino ad inglobare integralmente l’Istria e Fiume, nonché le isole del Quarnaro. Tutti questi territori sono storicamente e geograficamente italiani, segnati dal confine delle Alpi orientali, del Monte Nevoso, del torrente Eneo, del Quarnarolo. Segnalo che Tarvisio si pone, viceversa, fuori dall’ambito cisalpino.

Correndo lungo la costa adriatica orientale, si potrebbe anche rinunziare alla Dalmazia e al resto dei territori storici romanizzati, venetizzati e italianizzati (essendo la Dalmazia al di fuori del nostro spazio geografico), sebbene quella terra rientri di certo nella condizione storica e politica di satellite italiano (cosa che varrebbe anche per Albania e Isole Jonie), ma non di certo alle Pelagose che sono la naturale continuazione delle Tremiti e del Gargano. Slovenia e Croazia, realtà nazionali di recente conio (sebbene nessuno neghi il loro chiaro statuto etnico), hanno poco da rivendicare questi spazi geografici mediterranei.

Spostandosi ad ovest incontriamo la Corsica, isola assolutamente italiana, più italiana della stessa Sardegna essendo la prima profondamente toscanizzata e legata anche alla Liguria; i Corsi antichi erano affini ai Sardi ma nel tempo hanno subito una determinante influenza ligure, etrusca e poi ligure moderna e toscana da legarli radicalmente alla Penisola italiana. Di francese non hanno chiaramente nulla, sono una colonia di Parigi strappata alla Repubblica di Genova per colpa dell’imbecillità e della miopia degli stessi Genovesi.

Ed infine, a sud, troviamo le isole maltesi, anch’esse parte dello spazio italiano, popolate da gente estremamente affine alla siciliana tanto che secondo alcuni il maltese non è che la lingua semitica, alquanto latinizzata, parlata dagli antichi Siciliani convertiti all’islam dai Mori e fuggiti a Malta. Nel tempo i Maltesi hanno subito sempre più importanti influssi italiani, anche dal continente. Gravissimo errore di Mussolini fu quello, durante l’ultimo conflitto mondiale, di non puntare immediatamente su Malta strappandola agli imperialisti britannici, come base per disinfestare il Mediterraneo dalla presenza inglese.

Gli irredentisti più esosi (al di là del recupero delle vecchie colonie fuor d’Italia che è folle e che, personalmente, è condannabile essendo il colonialismo una sciagura per tutti; naturalmente non alludo qui al ruolo di primazia che l’Italia dovrebbe naturalmente esercitare sul Mar Mediterraneo, anche per la propria sicurezza) reclamerebbero per l’Italia anche la Savoia, tutta l’area dei Grigioni, la Dalmazia, l’Albania, le Jonie, Creta e un pugno di isolette nordafricane come la Caletta. Credo siano esagerazioni folli perché a questo punto la Francia potrebbe rivendicare la Val d’Aosta e l’Austria l’Alto Adige-Tirolo meridionale, cosa che in parte succede. Cerchiamo di conciliare ragione e buonsenso con le sacrosante istanze irredentiste, senza eccessi dunque.

L’Italia avrebbe tutto il diritto di recuperare le terre irredente perse per via delle vicissitudini storiche avverse, e non è mica necessaria una guerra, basterebbe la diplomazia condotta seriamente, e l’uso di altri strumenti politici leciti. La necessità dell’irredentismo si inserisce in un quadro geopolitico anti-europeista dove Roma la faccia finita con Unione Europea, euro, Nato, Onu, giogo coloniale americano, attirando a sé tutte le plaghe storicamente connesse al nostro Paese.

L’Italia è una patria storica, plasmata fondamentalmente dalla romanità antica, che seppur costituita da diverse realtà etno-culturali non del tutto omogenee ha una sua precisa fisionomia. Non esiste certo una sola Italia, ve ne sono diverse, che coincidono con le grandi realtà etniche della Penisola, e come è Europa sia in Isvezia che in Sicilia, nella Galizia iberica come in quella rutena, in Ungheria come in Irlanda, così vi è un’italianità granlombarda e una ausonica, una tosco-umbra e una sarda, che riverbera anche sulle suddette terre irredente.

Secondo voi è plausibile che l’Italia diventi uno spezzatino mentre tutt’intorno c’è gente che si vanta in maniera compatta di essere iberica, franco-gallica, teutonica, britannica, slava, russa, balcanica ed ellenica? Per non parlare della nefasta azione allogena e dell’ancor più nefasta opera di demolizione euro-atlantica ai danni della sovranità nazionale. L’Italia è assolutamente una realtà complessa e variegata, ma questo vale anche per la Francia o per la Germania. Tutte le grandi realtà storiche non si riducono a pochi brandelli di territorio; se il destino ha voluto che l’Italia non si riducesse ad una terra dalle dimensioni “danesi” od “olandesi” un motivo ci sarà…

Pensate a che dovrebbe fare l’India se dovesse seguire derive di smembramento su base etnica e razziale! E se non lo fa l’India dovrebbe farlo l’Italia, secondo voi? Le differenze si armonizzano con l’etnofederalismo, ma la difesa della sovranità italiana dovrebbe stare a cuore a tutti perché ne va del destino e dell’interesse di tutti, dalla Valtellina a Pantelleria, dalla Sardegna alla Carnia e perché i nemici di ogni popolo italiano non voglio certo il benessere delle Italie bensì quello degli apparati sovranazionali e anti-identitari come Nato e Ue.

Costruire un’Italia di sangue e suolo, animata da un luminoso spirito ario-italico e ario-romano non in senso fasullo e caricaturale, e dove la rivoluzione lombardista abbia la sua fondamentale parte di motore trainante in senso etnonazionalista, sarebbe il miglior antidoto contro tutti i tentacoli del mondialismo, che andrebbero recisi con una decisa azione politica ma anche culturale. L’Italia è una piccola Europa, essendo eterogenea, o forse meglio una piccola Romània, dove il mito eterno della romanità classica ha il ruolo di collante patriottico, da rappresentarsi mediante presidenzialismo. Per tutto il resto esiste l’istanza federalista, garanzia di preservazione e salvaguardia, innanzitutto biologica e culturale, degli areali storici del Bel paese.  Tra cui, le Lombardie.

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Il cline italiano con Eurogenes EUtest V2 K15

Tempo fa mi si era suggerito di provare a testare il cline genetico italiano (nord-sud ed est-ovest) basandomi su Eurogenes EUtest V2 K15, un altro calcolatore amatoriale messo a punto da David “Davidski” Wesolowski, versione aggiornata dell’EUtest. La differenza con il K13 non è molta, aumentano le componenti autosomiche e il focus sul contesto specifico europeo, tuttavia si può tranquillamente prendere in considerazione. Qualcuno suggeriva anche HarappaWorld, altro calcolatore genetico amatoriale, che però ha importanti lacune in materia di campioni e dà poco significato alle distanze in senso est-ovest, privilegiando quelle nord-sud. Diciamo che questo calcolatore è ottimo per individuare la provenienza macro-geografica dei campioni italiani, grazie alle percentuali delle componenti autosomiche. Purtroppo il suo Oracle lascia a desiderare.

Le componenti autosomiche del K15 sono le seguenti:

  • North Sea – Mistura europea nordoccidentale che picca presso i Norvegesi, segnale di eredità genetica mesolitica WHG probabilmente con qualcosa di SHG (geni scandinavi) e di più recente (indoeuropeo celtico/germanico?); in Italia picca nel campione valdostano.
  • Atlantic – Mistura europea occidentale che picca presso i Baschi, segnale di eredità genetica parimenti mesolitica e indigena mescolata con elementi neolitici EEF; in Italia picca nel campione bergamasco.
  • Baltic – Mistura europea nordorientale che picca presso i Lituani, segnale di eredità genetica EHG/ANE sia di marca indigena che steppica indogermanica (balto-slava, cordata); in Italia picca nel campione trentino e in quello friulano.
  • Eastern Euro – Mistura europea orientale che picca presso i Mari, popolo ugro-finnico del Volga, in Russia, segnale di eredità uralica probabilmente mescolata ad elementi steppici EHG/ANE; in Italia picca nel campione friulano.
  • West Med – Mistura europea sudoccidentale che picca presso i Sardi, segnale di eredità genetica neolitica EEF (che è una commistione paleo-mediterranea); in Italia, al di là di quello sardo, picca nel campione corso.
  • West Asian – Mistura eurasiatica peculiare del Levante che picca presso gli Abcasi del Caucaso, segnale di eredità genetica CHG; in Italia picca nel campione calabrese.
  • East Med – Mistura eurasiatica peculiare del Mediterraneo orientale che picca presso popoli levantini quali gli Ebrei yemeniti e i Drusi del Libano, segnale di eredità genetica ENF; in Italia picca nei campioni del Meridione estremo (Calabresi su tutti).
  • Red Sea – Mistura MENA peculiare dell’Asia sudoccidentale che picca presso Sauditi ed Ebrei yemeniti, segnale di eredità genetica natufiana (Basal); in Italia, anche in questo caso, “picca” nel Meridione estremo calabrese (virgoletto poiché si parla di un 6.58)

Le altre misture, del tutto minoritarie, sono già state incontrate analizzando il cline con il K13, e nel caso italiano rappresentano semplici rumori statistici (o arcaici echi preistorici). Noteremo però la (forse) vaghissima significatività dello 0.38 siberiano in Veneto, l’1.72 del Corno d’Africa nei Maltesi (0.75 e 0.72 in Basilicata e Calabria) e, sempre nei Maltesi, l’1.32 sub-sahariano (0.48 in Sicilia). Ho aggregato un campione maltese, in questa tornata, poiché la loro posizione nella PCA suggerisce un’origine storica da ricercarsi in Sicilia, risultando essi meno West Asian dei Calabresi.

I campioni usati per questa nuova indagine sono (tra parentesi il numero): per il Nord Val d’Aosta (5), Piemonte (10), Liguria (10), Ticino (4), Insubria (10), Orobia (10), Lombardia (10), Bergamo (10), Brescia (5), Veneto (10), Trentino (5), Friuli (8), Emilia (8), Emilia est (8), Romagna (8), Ager Gallicus (2); per il Centro Toscana (10), Corsica (4), Marche-Piceno (8), Umbria (2), Lazio (9); per il Sud Abruzzo (10), Molise (7), Campania (10), Puglia (8), Salento (3), Basilicata (5), Calabria (10), Sicilia (10), Malta (5); infine la Sardegna (10).

Preciso che per Ticino si intende il Canton Ticino (Svizzera italiana), l’Insubria è la Lombardia linguistica occidentale, l’Orobia (nome convenzionale) quella linguistica orientale, l’Emilia è qui il territorio da Piacenza a Modena, l’Emilia est il Bolognese e il Ferrarese, l’Ager Gallicus la parte settentrionale delle Marche (a nord di Senigallia). Si è cercato, dove possibile, di rappresentare quelle aree in cui esistono effettivamente delle dicotomie etno-linguistiche; sarebbe interessante riuscire a coprire anche aree poco o punto presenti in queste rassegne come il Piemonte orientale, la Bassa lombarda, l’Alto Adige, il Veneto lagunare, la Venezia Giulia, l’Umbria (solo due campioni recuperati finora), la Sabina, il Sannio, il Cilento.

Ecco, dunque, la tabella con i valori medi dei vari ambiti regionali italiani presi in considerazione:

Griglia medie Eurogenes K15

Questa volta si è voluto aggiungere nelle tabelle (nella PCA italiana rimane “problematica”) anche la Sardegna (nonostante la sua natura di isolato genetico), per dare maggior completezza al quadro italiano preso in esame. Di seguito la griglia sugli indici di similarità e distanza euclidea dei vari campioni raccolti:

Griglia similarità e distanze Eurogenes K15

Dovendo fare delle medie globali di Nord (senza Insubria, Orobia, Bergamo, Brescia, ridondanti), Centro (con la Toscana e la Corsica) e Sud (con Malta), basate su questi campioni, abbiamo i seguenti risultati:

Medie globali Eurogenes K15

I tre macro-gruppi genetici sembrerebbero, anche qui, più o meno equidistanti (per le stesse ragioni illustrate nel precedente articolo sul K13) ma, come è logico che sia, il Centro si avvicina più al Nord che al Sud:

Distanza medie globali Eurogenes K15

Ecco la PCA con posizione e distanza dei tre cluster:

PCA Eurogenes K15

Le scritte rosse rappresentano il posizionamento delle medie; come sempre il Nord e il Centro confinano e, in parte, si sovrappongono, mentre il Sud appare staccato. Dando un’occhiata alle tabelle delle medie postate sopra si potrà notare come il cline ovest-est (che naturalmente va ad impattare anche in senso nord-sud) prenda forma già a partire dai valori esposti: l’East Med si fa preminente nel settore adriatico, a partire dalla Romagna storica, e solo nella Toscana sud/sudorientale tale componente si alza essendo vicina al punto d’ingresso adriatico. Alla luce di questo non possono certo essere stati gli Etruschi i responsabili di questo shift orientale del settore adriatico e centro-meridionale dove si ha un crollo delle componenti nordiche ed occidentali. Al Nord e in Sardegna predominano, come è ovvio, componenti marcatamente occidentali come Atlantic e West Med. Al Nord anche North Sea si fa preminente rispetto ad East Med.

La Sardegna, che come detto comprime tutti gli altri campioni nella PCA, ha però (anche per questo) il pregio di evidenziare la natura clinale dell’Italia, come si può evincere da questa analisi delle componenti principali:

PCA Eurogenes K15 (con la Sardegna)

Questa PCA mette invece in mostra la direzione dei picchi delle precipue componenti europee del K15 (la modalità del grafico a dispersione Biplot ingenera troppa confusione con le componenti minoritarie):

Misture Eurogenes K15

Ed ecco il già incontrato MDS con spanning tree (albero di connessione) che mostra la similarità tra i vari campioni regionali presi in esame:

MDS con albero di connessione Eurogenes K15

Fornisco, come già fatto in precedenza, un albero filogenetico, ovverosia un diagramma che mostra le relazioni fondamentali di discendenza comune di gruppi tassonomici di organismi, e dunque anche di popolazioni umane (degli Italiani, in questo caso); la lunghezza della linea orizzontale, che separa due determinate popolazioni, rappresenta la distanza genetica:

Albero filogenetico Eurogenes K15

Sardi assenti per la solita ragione, sebbene si collocherebbero dopo la Corsica con un ramo decisamente lungo. Alla luce dei grafici qui postati mi premono alcune precisazioni circa le posizioni di alcuni campioni, che potrebbero risultare anomale: la collocazione bergamasco-bresciana (e orobica, di un campione che raccoglie individui bergamaschi, bresciani, camuni e cremaschi) rivela un certo shift atlantico che va un po’ a scapito dei geni nordico-occidentali, e questo potrebbe essere il risultato di fossili genetici preariani presenti nelle valli lombarde orientali; il Ticino, seppur lombardofono, mostra un aspetto decisamente più nordico di quello lombardo standard, il che non è strano vista la posizione geografica e il ruolo storico di quell’area; la Romagna (compresa l’area di transizione gallo-marchigiana dell’Ager Gallicus) “sprofonda” a sudest rispetto all’Italia nordoccidentale tanto da posizionarsi al di sotto della Toscana e della Corsica, chiaramente più occidentali, e questo per la nota questione del gradiente ovest-est già citata (e che dà una sonora bastonata alla tesi degli Etruschi levantini); la Liguria appare logicamente più occidentale di tutta l’Emilia, anche senza i due campioni lunensi dell’area linguistica ligure; le Marche finiscono a sud del Lazio sicuramente per il cline ma anche perché l’Umbria ha soli due campioni alquanto atlantici (purtroppo non ne ho trovati altri) e non ho molti campioni anconetani (Macerata e Ascoli hanno chiaramente una tendenza molto centro-meridionale); per quanto concerne il Sud va tenuto presente che andrebbero chiaramente adottati dei coefficienti che pesino, coerentemente, la preponderanza dell’ambito partenopeo, calabrese e siciliano, poiché l’area abruzzese, sannita e lucana, in confronto, è di poco momento. In questo modo risulterebbe ancor più netta la dicotomia tra Centro-Nord e Sud, sebbene ciò non vada ad inficiare – bensì a ribadire – la natura clinale del Paese.

Da ultimo vi propongo una PCA europea che mostra il posizionamento dei cluster italiani all’interno di un quadro continentale (i vari campioni sono tutti quanti tratti, parimenti, da Eurogenes K15), come già fatto con la versione K13:

PCA europea Eurogenes K15

Anche qui il gradiente italiano accosta il Sud ai Greci, in una posizione intermedia tra Nord Italia e Levante (Cipro), smarca dal Meridione Centro e Nord ponendo quest’ultimo sulla scia degli Iberici, ma con l’area alpina decisamente proiettata verso l’Europa centrale. Come già ricordato il cluster italiano è il più grande d’Europa, ma basterebbe osservare anche solo quello nord-italiano per capirne l’ampiezza (il Nord è chiaramente più eterogeneo del Centro e del Sud), dove si creano distanze tra ovest ed est e Alpi e Pianura Padana. La Sardegna rimane isolata a sudovest, come i Baschi che risultano ancor più occidentali.

Mi si permetta un’osservazione conclusiva. Qualche giorno fa è stato pubblicato un articolo di genetica italiana su di un noto quotidiano nazionale, il cui titolo suonava: “Gli Italiani non esistono”. Ma come? Gli Italiani non esistono ma l’unità dello stato italiano sarebbe sacra? Fate pace col cervello, signori.  L’Italia esiste, ancorché geneticamente esista un cline interno nord-sud (più forte di quello ovest-est) che chiaramente non depone a favore dell’omogeneità (e per fortuna, la biodiversità è ricchezza); quello che non esiste sono gli Italiani di cartapesta del Risorgimento, del Fascismo, della repubblica partigiana, e della statolatria romano-centrica in genere, Italiani da parodia che sembrano usciti da un film di serie B dei fratelli Vanzina.

L’intento di queste operazioni, manipolate dai media, dove si mescola la genetica con l’ideologia antirazzista, è quello di portare avanti la solita solfa: quella degli Italiani “meticci senza identità o con mille identità diverse”, dove quindi l’identitarismo sia una ridicolaggine e accogliere allogeni a più non posso divenga sacrosanto perché “noi siamo i primi immigrati, i primi ibridi, i primi sradicati, i primi arlecchini genetici”. Purtroppo per i pennivendoli di turno non è così, anche se puntellano le loro baggianate con tesi di genetica distorta dalla propria agenda: gli Italiani sono rimasti quelli del quadro preromano, che ci consegna un’Italia come cristallizzata e dunque profondamente diversificata, ma non meticcia, non corrotta, non alterata da schiavi levantini, Arabi, Saraceni, Greci, Bizantini, Ebrei, pirati dei Caraibi, venusiani. Rode troppo agli antifascisti, tutto questo, e dopo aver tentato di livellare le differenze interne con gli esodi dal Sud ci provano con gli immigrati di mezzo mondo, catapultati in Italia dalle destabilizzazioni internazionali dei loro eroi statunitensi.

Genetisti politicizzati e giornalisti accomodanti dicono che gli Italiani non esistono? Ma ci può anche stare se si parla di biologia, poiché sicuramente non esiste un’etnia italiana omogenea, romana, unitaria; tuttavia, una persona razionale si aspetterebbe che il ragionamento seguente sia: “Esistono i popoli preunitari, Lombardi, Veneti, Toscani ecc.” E invece no, la conseguenza che questi personaggi fortissimamente vogliono che uno tragga è proprio: “Gli Italiani (tutti!) sono dei meticci sradicati senza identità, tutti ibridi, tutti apolidi, tutti meno europei tra gli Europei”. E proprio per questo le suddette operazioni hanno ricadute ignobili, funzionali al mondialismo, che di scientifico hanno poco perché quel poco viene piegato alla propaganda di regime.

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Staccate la spina all’oscurantismo reazionario e cattolico

La patetica vicenda del piccolo malato terminale inglese (affetto da malattia neurodegenerativa) Alfie Evans ha rivelato al mondo quanta insensata isteria vi sia da parte di certa opinione pubblica intrisa di cristianesimo a proposito di tematiche scottanti e delicate, quali appunto l’eutanasia. La decisione di magistrati e medici inglesi di staccare la spina al bambino non è stata frutto di chissà quale complotto pluto-massonico, e satanico, ma della necessità di non assecondare certi capricci genitoriali sino al delirio, sino alla sfida insensata della scienza e della medicina: la ragione dovrebbe per davvero essere la nuova religione laica di un’Europa finalmente liberata dall’oscurantismo cristiano e piagnucolosamente reazionario. Siamo sotto il tiro incrociato, da una parte, del progressismo che vorrebbe sottomettere l’uomo europeo alla perversa logica universalista dell’egualitarismo e, dall’altra, dai rimasugli catto-conservatori di una reazione fuori tempo massimo che sostituisce alla ragione il cumulo di sciocchezze evangeliche, ancorché riciclate in salsa laica. Nessuno, ci mancherebbe, intende irridere e trattare con cinismo il dolore della famiglia del piccolo infelice: qui si tratta di esecrare le scomposte reazioni di un’opinione pubblica solleticata dalle baggianate papiste, e che servono proprio per portare acqua al mulino della propaganda bergogliana.

Entro certi limiti dovrebbe decidere la famiglia, è vero, ma quando la decisione di questa è l’accanimento, l’irrazionalità, l’ossessione, la paura di chissà quale maledizione celeste, a fronte di casi clinici senza speranza, lo stato e la scienza devono intervenire e riportare ordine alle cose: la comunità etnonazionale è più importante del singolo nucleo famigliare,  ed un organismo statuale dovrebbe essere sua degna rappresentazione. I miracoli, signori, non esistono. Nessuno di noi vorrebbe mai misurarsi con un dolore atroce come la perdita di un figlio in tenerissima età (ma nemmeno adulto, vorremmo tutti chiudere gli occhi prima che i nostri figli se ne dipartano da questo mondo) ma a tutto c’è un limite, pensando anche a quanto potrebbe venire a costare un insensato accanimento su dei poveri malati terminali, e alle ricadute sociali. Se un individuo è spacciato, soffre terribilmente, è praticamente invalido e vede lentamente estinguersi la fiammella della sua vita, la scienza e il buonsenso devono intervenire, non solo per alleviare la sofferenza sua e dei suoi cari, ma anche per evitare che il peso di tutto questo accanimento bigotto ricada sulle spalle della collettività. Reputo l’eugenetica preventiva un argomento razionale da prendere in considerazione, ma l’Italia ancora troppo cristiana per quanto laicizzata, sembra non essere pronta per affrontare con serenità tale tematica.

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