Aryas – Parte X

Tre triskelion su di un manufatto aureo rinvenuto nel Sichuan (Cina)

Numerosi test del DNA sono stati fatti sulle antiche mummie del Tarim e molte di esse mostravano firme genetiche di origine eurasiatica occidentale:

– Un’antica mummia dello Xinjiang è stata trovata appartenente all’aplogruppo mtDNA H (il più frequente aplogruppo mitocondriale europeo), secondo uno studio di Francalacci del 1995.

– Diverse mummie del Tarim vecchie di 2.000 anni sono state trovate appartenenti agli aplogruppi mtDNA U3, H, I, T2 e T, che sono aplogruppi mitocondriali dell’Eurasia occidentale, secondo studi di Xie, C. Z. et al del 2007 e di Gao, S. et al. del 2008.

– Uno studio di Chunxiang Li et al. del 2010 ha scoperto che i resti di tutti i maschi della popolazione del complesso tombale di Xiaohe testata (un’antica popolazione dell’Età del bronzo dello Xinjiang), che vivevano intorno al 2000 a.e.v., erano R1a1a, e mentre una larga maggioranza di aplogruppi mtDNA erano asiatici orientali, due di essi erano dell’Eurasia occidentale (i mitocondriali K e H). Per quanto riguarda H, individui dei nostri giorni che corrispondono a questa stessa firma genetica nelle banche dati, sono stati trovati tutti in Europa (1 Tedesco, 1 Islandese, 1 Ungherese, 1 Portoghese, 1 Italiano e 4 Inglesi).

È stato trovato anche l’aplogruppo mtDNA C4, di estrazione asiatica orientale, che rafforza l’idea che questa popolazione provenisse dalla Siberia meridionale (e pertanto derivasse dalla Cultura di Afanasevo), dato che questo aplogruppo può essere ivi trovato in un certo numero.

Il continuum di R1a1a nella Siberia meridionale antica e nella regione dello Xinjiang (in accoppiata con le linee materne eurasiatiche occidentali /europoidi), presente pure a nord del Mar Nero, [R1a1a era radicato anche in Germania almeno dal 2600 a.e.v., ma molto probabilmente da secoli prima], il similare tipo morfologico europoide associato alle culture poste nelle steppe ponto-caspiche di Sredny Stog e Yamnaya e anche alle popolazioni pastorali sud-siberiane della Cultura di Afanasevo (pure nello Xinjiang), la chiara relazione tra le culture a nord del Mar Nero e quella di Afanasevo supportano senz’altro la teoria kurganita.

In questo contesto, associare l’antenato della lingua tocaria alla Siberia meridionale è la cosa logica da fare. Data la natura di tale idioma (cioè molto più vicino alle lingue anatoliche ed indoeuropee occidentali dell’Europa che alle lingue indo-iraniane, sebbene ad esse più vicino), possiamo supporre che abbia lasciato la culla indoeuropea all’incirca al tempo della lingua protoindoeuropea (più o meno). La Cultura di Afanasevo, che si manifesta nel 3500 a.e.v., ci può approssimativamente far conoscere la datazione della lingua protoindoeuropea, che si adatta ad alcuni dei comuni vocaboli protoindoeuropei, che ci permettono di favorire un’origine attorno al periodo calcolitico.

Il fatto che il turco öküz, “bue”, apparentemente sembri direttamente correlato al (proto?) tocario okso (una radice indoeuropea trovata per esempio nella parola danese okse, la parola sanscrita ukṣán o, naturalmente, nella parola inglese ox) piuttosto che ad un’espressione indo-iraniana equivalente (la presenza indo-iraniana nel sud della Siberia risale ad un periodo successivo) sembra essere un fatto sicuro. La famiglia di lingua indo-iraniana, probabilmente, è diventata prominente in questa regione quando è passata dall’antica Cultura di Afanasevo all’orizzonte di Andronovo e il fatto che il bestiame mongolo sia parzialmente derivato da bestiame dell’Eurasia occidentale appoggia chiaramente questa ipotesi.

Mummia di una donna alta e dal fenotipo europeo trovata nello Xinjiang

È interessante notare che le tracce di queste antiche migrazioni occidentali sembrano raggiungere persino la regione di Shandong, nella Cina orientale:

Struttura genetica di una popolazione umana di 2.500 anni in Cina e dei suoi cambiamenti spaziali-temporali

“Non coerente con la distribuzione geografica, la popolazione antica di 2.500 anni di Linzi ha mostrato una maggiore similarità genetica con le popolazioni europee attuali rispetto alle popolazioni asiatiche attuali . La popolazione di Linzi di 2.000 anni fa aveva caratteristiche che erano intermedie tra le popolazioni europee e quella di Linzi di 2.500 anni fa e le popolazioni asiatiche di oggi. Queste relazioni suggeriscono il verificarsi di drastici cambiamenti spazio-temporali nella struttura genetica del popolo cinese durante i 2.500 anni trascorsi”.

Rianalisi della storia della popolazione eurasiatica: evidenza dell’affinità tra popolazioni sulla base del DNA antico (Bennett, Casey C., Kaestle, Frederika A., 2006).

“I risultati suggeriscono che esistano differenze decise nelle affinità genetiche tra le antiche popolazioni di Linzi nella Cina settentrionale e di Egyin Gol in Mongolia. Il materiale di Linzi sembra avere un’affinità più forte con gli individui del Vicino Oriente e gli Europei piuttosto che con le popolazioni attuali della Cina settentrionale, sebbene all’interno di Linzi sia presente una definita componente est-asiatica o del Sudest asiatico (come dimostrano gli aplogruppi). Suggeriamo che, piuttosto che una “popolazione simil-europea”, nell’antica regione di Linzi, il materiale può essere almeno parzialmente legato agli Indo-Iranici (un ramo degli Indoeuropei, sebbene a questa altezza cronologica sia più corretto parlare di Iranici), che, durante quel periodo o almeno poco prima di esso, probabilmente abitavano aree di tutta l’Eurasia centrale. Più precisamente la popolazione di Linzi era correlata ai Karsuk o ai Saka/Saci (gruppi presumibilmente iranici che si adattano nel tempo e nello spazio) ma anche, più latamente, alle genti di Andronovo, Afanasevo, agli Sciti, ai Sarmati o addirittura ai parlanti del sogdiano.

I Karsuk e i Saka sono comunque i più probabili, data la loro esistenza nel primo millennio a.e.v. nelle parti centrali e possibilmente orientali dell’Eurasia centrale, anche se questi etnonimi sono un po’ ambigui e precise connessioni non sono realmente possibili. Tuttavia, Harmatta (1992) ha sostenuto che i primi gruppi iranici si sono diffusi in tutta l’Eurasia centrale dall’Europa orientale verso la Cina settentrionale nel primo millennio a.e.v., e Askarov (1992) ha sottolineato l’esistenza di tombe a cista kurganite (come resti umani europoidi, con influssi mongoloidi, suggeriscono) nella Mongolia nordoccidentale nello stesso millennio. Anche se speculativo, questo tipo di ragionamento si accorda con altre prove fornita dall’archeologia e dalla linguistica per quanto concerne i suddetti cambiamenti nella cultura dell’Età del bronzo cinese: i prestiti nel cinese antico e possibilmente siti come Zhukaigou e la Cultura di Qijia, così come le evidenze di Iranici nelle steppe e, possibilmente, nella regione dell’Altai, in quello stesso periodo.

La suggestione che vere e proprie popolazioni europee potrebbero essere state nella Cina settentrionale in quel periodo cozza con la generale evidenza del movimento della popolazione nella steppa, che vede uno spostamento graduale di presunti Indo-Iranici e Indo-Ari per tutta la regione e le aree associate nel secondo e primo millennio a.e.v., attorno all’Eurasia centrale, dagli Indo-Ari in India, agli Iranici occidentali sull’Altopiano Iranico, agli Sciti e Sarmati (e gruppi correlati) nella steppa meridionale russa e nell’Europa orientale [abbiamo visto prima che in realtà non è per nulla contraddittorio]. Ci sono alcune prove circa la presenza di questi popoli che si trovano nella steppa della Mongolia, nonché del loro insediamento nello Xinjiang (come Khotan) e forse nella regione dell’Altai (vale anche per i Tocari, che tuttavia non erano un popolo indo-iranico).”

A questi elementi si possono aggiungere le seguenti parole tratte dallo studio Dipanare le migrazioni nella steppa: sequenze di DNA mitocondriale provenienti da antichi Asiatici centrali (Lalueza-fox et al., 2004):

“Le analisi delle sequenze mitocondriali di Han moderni, di diverse regioni della Cina, individuano una presenza molto residuale (meno del 5%) di aplotipi “europei” in alcune regioni. Queste includono Qinghai (ad est di Xinjiang e Tibet) e Yunnan (sud della Cina), nonché alcune regioni costiere” (Yao et al., 2002).

Evidenze di un antico ingresso europoide sono rintracciabili anche nella regione di Ordos, nella Mongolia interna della Cina settentrionale (per ulteriori informazioni, consultare i precedenti scritti sull’Asia centrale).

https://web.archive.org/web/20141026092028/http://pastmists.wordpress.com/

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Non gettiamo l’Italia con l’acqua sporca del mondialismo

Come è risaputo, un tempo professavo un lombardismo radicale (a tratti, diciamocelo, parecchio esasperato e grottesco) che teneva in completa non cale l’Italia e l’italianità e per quanto non spudoratamente indipendentista (essendovi ben altre priorità) decisamente orientato ad una separazione dal resto del Paese, a partire dalle basi etno-culturali. Tre anni fa il cambio d’indirizzo, non per chissà quale folgorazione sulla via di Roma, ma per una personale necessità di completezza derivante dal recupero del senso più genuino d’Italia, che nulla ha a che vedere con le vicende dal 1859-61 in poi. Come ho diverse volte già detto non ho tradito la Lombardia in favore della Repubblica Italiana (ci mancherebbe pure, considerando le grane derivatene: io non sono un sostenitore di questa colonia americana nata in seguito ai fatti dell’8 settembre 1943, perciò nemica dell’identitarismo), ma ho recuperato l’Italia, armonizzando la questione lombardista all’interno di una più ampia cornice storica italica.

Gettare il bambino con l’acqua sporca, ossia l’Italia con le entità statuali che dicono di rappresentarla (male, anzi sovente malissimo), è stata un’operazione che alla lunga mi ha stancato proprio perché necessitavo di una maturazione, un’evoluzione, che mi portasse ad allargare il raggio di pensiero ed azione ad una panoramica più ampia e complessa, che non si limitasse al particolarismo ma andasse a prendere in considerazione il quadro storico, culturale, sacrale, tradizionale e (anche se flebilmente, soprattutto nel rapporto Nord-Sud perché il Centro è una ottima cerniera) etnico che senza dubbio racchiude tutte le realtà italiche/italiane dello spazio geografico che va dalle Alpi alla Sicilia, dal Varo al Carnaro. Un quadro il cui fulcro, il cui perno fondamentale, è rappresentato dall’incomparabile gloria della nostra eredità romana che riguarda, innanzitutto, l’Italia e i suoi figli.

Capite bene che non possiamo ridurre a pernacchie e battute da trattoria di taglio leghista un patrimonio inestimabile come questo; sebbene la Roma contemporanea sia una remotissima parente di quella antica (ma un discorso eguale lo si potrebbe fare con le sempre più cosmopolite Milano, Torino, Genova, Bologna ancorché meglio organizzate), essa rimane il punto di riferimento degli Italiani, la culla della nostra civilizzazione e nulla, e ripeto nulla, può andare a scalfire il prestigio, la grandezza, il fasto della romanità tradizionale, poiché se siamo ciò che siamo lo dobbiamo alla continuatrice occidentale dell’opera intrapresa dalla Grecia, e cioè appunto la Capitale.

Oggi parlare di Italia, o di Roma, significa – per la massa – rimestare nel torbido dei soliti triti e ritriti stereotipi creati dagli stranieri e recuperati dai detrattori dell’Italia unita (e cioè dell’Italia intera, completa di tutte le sue parti, non mutila); ci tiriamo la zappa sui piedi, finiamo per odiare noi stessi, facendo ridere persino i polli forestieri con le guerre interne tra polentoni, coatti e “terroni”, forestieri che di certo non stanno a distinguere tra Nord, Centro e Sud, buttato tutto nel calderone dei pregiudizi, peraltro tenuti in vita da noi stessi. Le accuse sono le solite: pasticcioni, litigiosi, individualisti, campanilisti, codardi, disfattisti, furbacchioni, donnaioli (e lasciamo perdere quelle peggiori che fondamentale si basano sulle pecche del profondo Meridione). Di certo i secessionismi o le bordate grondanti ignoranza e pressapochismo fatte da Italiani contro l’Italia (e dunque contro sé stessi) non migliorano la situazione perché, anzi, corroborano le opinioni negative che si fanno all’estero su di noi e che dunque rievocano secolari scenari di “Francia e Spagna basta che se magna”.

Ma badate che sotto molti aspetti è ancora così. Perché l’Italia conta per il cibo, il turismo, l’arte, la cultura, la fede, il pallone, le donne ma quando si viene a parlare di politica, economia, difesa, geopolitica, alleanze strategiche, insomma delle cose più serie e decisive, noi si conta come il due di picche, il che autorizza Usa, Francia, Germania ecc. ad ottenere carta bianca per spadroneggiare a casa nostra. In una situazione in cui, oltretutto, siamo sommersi dagli stranieri che in Italia non ci arrivano con aerei, navi o auto di lusso ma con barconi e canotti.

Davvero qualcuno crede che fare a pezzi l’Italia tirando fuori dal cilindro Sardegna, Sicilia, Sud, Toscana e Lombardo-Veneto indipendenti possa cambiare radicalmente ciò che viviamo oggi? Ci siamo davvero già dimenticati che ne era degli Italici preunitari, ossia il supermercato di Francia, Spagna, Inghilterra, Austria, Svizzera e persino Arabi e Saraceni? Mi direte: siamo colonia anche oggi; certamente, ma questo proprio perché non esiste alcuna coesione tra le varie parti d’Italia il che di fatto è un invito a nozze per i plutocrati stranieri ancora convinti che l’Italia non sappia governarsi e abbia bisogno di 113 installazioni militari americane, con tanto di Francia che sta comprando una miriade di aziende italiane alla faccia dell’Unione Europea e di altre baggianate europeiste che valgono per tutti eccetto per Francesi e Tedeschi.

Non da ultimo esiste ancora quell’atavica cancrena che divide e avvelena gli Italiani, e che si chiama Vaticano, un corpo estraneo incistatosi proprio nel cuore del Paese per attossicarne la più schietta natura classica, gentile, indoeuropea, un corpo estraneo che da millenni impedisce a questo Paese di essere un Paese rispettabile e davvero indipendente da tutto e tutti. Naturalmente il peso temporale, ma pure spirituale, del papa di Roma è oggi completamente ridimensionato, ma il Vaticano, che un tempo sguazzava nell’oscurantismo, oggi è un agente sul libro paga del mondialismo e dei suoi immondi disegni antinazionali e xenofili. Basta solo vedere che razza di personaggio sia Bergoglio…

Non sarebbe forse meglio parlare con una voce sola senza irrazionali derive neofasciste o secessioniste? Facendosi così valere non solo in campo culturale e artistico (contesti, per carità, molto importanti) ma anche e soprattutto in campo politico, economico e militare? Io ho come la sensazione che l’indipendentismo covi sotto la cenere l’atavico complesso del cameriere pronto a lustrare gli stivaloni dell’Austria-Ungheria o dei Borbone franco-spagnoli, pur di liberarsi da Roma e dall’unità d’Italia, e le vette più sublimi del ridicolo si raggiungono con quei Siciliani da barzelletta che arrivano ad esaltare la dominazione araba e l’islam rivendicando fantasiose radici semitiche che separerebbero la Sicilia dal continente. Rendetevi conto dove può portare certo fanatismo: ad odiare sé stessi, a sputarsi addosso, arrivando a sviluppare una tragicomica sindrome di Stoccolma.

Personalmente, al netto dei precedenti eccessi, non ero deficiente prima e non credo proprio di esserlo adesso; io ho raggiunto la fondamentale sintesi che manca ancora a chi preferisce inseguire chimere indipendentiste o, al contrario, ducesche, optando per la ragione e la cultura depurata da disfattismo, complottismo e settarismo, ora anti-italiano ora anti-nordista. L’Italia esiste come esiste la Lombardia od ogni altra realtà etno-storico-culturale d’Italia e il miglior servigio che possiamo offrire alle nostre radici, e quindi alla memoria dei nostri padri, non sono gli estremismi opposti ma la scelta equilibrata di un patto etno-federale tra Italiani che sappia rispettare l’unità nazionale, forgiata a partire da Augusto e la romanizzazione, e le ovvie differenze che intercorrono tra i vari areali etno-culturali individuabili nella Penisola: Lombardia, Venezie, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/08/non-gettiamo-litalia-con-lacqua-sporca-del-mondialismo.html

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Aryas – Parte IX

La “bella di Xiaohe”, mummia tocaria

Lo Xinjiang è la regione nordoccidentale della Cina, a nord del Tibet e alla stessa longitudine rispetto all’India. È una terra molto arida e deserta. Questa regione, chiamata anche Turkestan cinese, è abitata prevalentemente dagli Uiguri una popolazione di lingua turca. Questa regione è turcofona sin dal IX secolo era volgare, ma popolazioni indoeuropee (cioè i cosiddetti Tocari e gli indo-iranici Saka, che hanno lasciato tracce delle loro lingue nello Xinjiang, vedi l’idioma khotanese) hanno abitato l’area molto tempo prima, il che spiega come molte parole del vocabolario locale mostrino ancora radici indoeuropee.

Questo è il luogo di scoperta delle mummie del bacino del fiume Tarim, alcune delle quali hanno circa 4.000 anni. Molte di loro hanno fenotipi europoidi e, anzi, è degno di nota che alcuni vecchi testi cinesi abbiano descritto alcune popolazioni di queste regioni in generale, come i Wusun, probabilmente affini agli iranici Alani, come individui rossi di capelli con gli occhi azzurri, che è anche conforme ad alcuni affreschi del Tarim che mostrano anche i Tocari con capelli e occhi chiari.

Sono state fornite testimonianze di popolazioni eurasiatiche occidentali/europoidi, radicate in Asia, in un passato antico (almeno risalente al tempo del Calcolitico). Queste tracce riguardano l’Asia centrale, la Siberia meridionale e apparentemente la regione di Shandong, nella Cina nordorientale.

Al momento sembra abbastanza probabile che l’antenato della lingua dei Tocari sia stato parlato nella Cultura di Afanasevo, che apparve intorno al 3500 a.e.v. e che si diffuse dal centro del Kazakistan, dalla Siberia meridionale e fino all’ovest della Mongolia, la cui maggior parte delle strutture scheletriche dei resti rinvenuti sono considerate europoidi (si dice che abbiano più somiglianze con le popolazioni delle culture di Sredny Stog e Yamnaya, in Ucraina e Russia). Questa cultura ha molte analogie con le culture delle steppe pontiche di quel tempo; le sepolture o le ceramiche, per esempio (tra le altre cose), sono abbastanza simili a quelle della Cultura di Yamnaya (anche detta Cultura della tomba a fossa, pit-grave).

È interessante notare che il signor Han Kangxin dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, a Pechino, ha esaminato 302 teschi delle mummie del Tarim (nel 1994 e 1998) e ha concluso che le popolazioni antiche più vicine ad esse erano quelle della Cultura di Afanasevo e della Cultura di Andronovo (si è ipotizzato essere le primeve popolazioni indo-iraniane). Il tipo fisico delle culture di Afanasevo e Andronovo è simile al tipo fisico della Cultura di Jamna (conosciuta anche come di Yamnaya o della tomba a fossa, come riportato sopra) e in tutti questi casi è stato classificato come europoide.

I resti umani delle culture di Afanasevo e Andronovo sono infatti facilmente riconoscibili come europoidi:

“Durante questo periodo [cioè nel Calcolitico] l’altopiano dell’Altai-Sayan fu occupato da genti europoidi; il tipo antropologico della popolazione, che ha lasciato dietro di sé le reliquie delle culture di Afanasevo e Andronovo, non dà origine ad alcun dubbio”.

“I gruppi europoidi occuparono le steppe dell’Altai e il distretto di Minusinsky, mentre la cintura forestale sia nella Siberia orientale che in quella occidentale continuava ad essere ampiamente occupata dai tipi mongoloidi. Il confine tra di essi non era affatto permanente. Dalle steppe Altai-Sayan, i gruppi europoidi sembrano spostarsi abbastanza lontano a est; la popolazione neolitica a ovest del Lago Baykal, in particolare, mostra una commistione europoide. A loro volta, gli elementi mongoloidi penetrarono nelle regioni steppiche”.

“Da allora la percentuale dei vari tipi mongoloidi tra la popolazione della Siberia sudoccidentale ha continuato ad aumentare. Questo è stato, particolarmente, il caso durante il periodo Tashtyk. Alla fine del primo e l’inizio del secondo millennio era volgare, anche nell’altipiano dell’Altai-Sayan i gruppi di tipo mongoloide hanno quasi completamente sostituito l’antica popolazione europoide”.

(M. G. Levin, I tipi antropologici della Siberia ne I popoli della Siberia, a cura di M. G. Levin e L. P. Potapov, The University of Chicago Press, 1964)

O anche:

“Secondo i dati paleoantropologici, la popolazione caucasoide (per quanto riguarda le sue caratteristiche morfologiche) predominante nelle steppe della regione dell’Altai-Sayan durante il Neolitico [qui, a quanto pare, almeno a partire dal periodo calcolitico] , il Bronzo e in parte all’inizio del Ferro Età [fasi 1-3]. A quel tempo la componente mongoloide è stata osservata solo in pochi casi. Tuttavia, a partire dall’Età del ferro precoce, la presenza di questa componente è in aumento ed è divenuta prevalente nei tempi moderni. Pertanto, le dinamiche della composizione antropologica delle popolazioni dell’Altai-Sayan possono essere caratterizzate da una sostituzione definitiva della componente caucasoide da parte di quella mongoloide.” (Derenko et al., 2002)

Monaco tocario, Xinjiang

Un recente studio di Keyser et al. (2009) ha determinato che le popolazioni del Bronzo e del Ferro della Siberia meridionale (inizialmente luogo della Cultura di Afanasevo e a quel punto parte dell’orizzonte di Andronovo) erano in gran parte europoidi (abbastanza rivelatore è il fatto che durante l’Età del bronzo le linee femminili, del DNA mitocondriale, erano al 90% ovest eurasiatiche occidentali/europoidi).

“Per aiutare a svelare alcuni dei primi movimenti migratori dalla steppa eurasiatica, abbiamo determinato aplotipi e aplogruppi cromosomici, Y-DNA e mtDNA, di 26 antichi esemplari umani provenienti dalla zona di Krasnoyarsk, datati tra la metà del secondo millennio a.e.v. e il IV secolo.

Per andare oltre alla ricerca dell’origine geografica e dei tratti fisici di questi esemplari meridionali della Siberia, abbiamo anche tipizzato polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) fenotipo-informativi. Le nostre analisi del DNA autosomico, del cromosoma Y e di quello mitocondriale rivelano che, mentre alcuni esemplari sembrano essere correlati in via matrilineare o patrilineare, quasi tutti i soggetti appartengono all’aplogruppo R1a1-M17 che si pensa segnali la migrazione verso est dei primi Indoeuropei. I nostri risultati confermano anche che durante l’Età del bronzo e del ferro la Siberia meridionale era una regione di schiacciante insediamento europoide predominante, suggerendo una migrazione verso est del popolo dei kurgan attraverso la steppa russo-kazaka. Infine, i nostri dati indicano che, all’epoca del Bronzo e del Ferro, i Siberiani meridionali erano di occhi azzurri (o verdi), di carnagione chiara e chiari anche di capelli, e che avrebbero potuto svolgere un ruolo nello sviluppo precoce della civiltà del bacino del Tarim [cioè nello Xinjiang, Cina nordoccidentale]. Finora non è stata condotta un’analisi molecolare equivalente.”

Lo studio mostra anche che le corrispondenze nei database, del mitocondriale e degli aplotipi R1a1a, dei Siberiani meridionali antichi con le popolazioni moderne si trovano principalmente in Europa (e naturalmente anche nella Siberia meridionale), il che conferma l’origine dedotta sia dal loro tipo fisico che dall’archeologia.

Questo è completamente in accordo con l’ipotesi kurganita e permette una spiegazione facile e soddisfacente sul perché la lingua tocaria abbia molte più somiglianze con le lingue indoeuropee più occidentali centum (germanico, celtico, latino e altre, tra cui l’ittita) piuttosto che con le lingue satem indo-iraniane geograficamente molto più vicine.

Alcuni esempi di parole tocarie e alcune delle loro corrispondenze più vicine nelle lingue indoeuropee:

Tocario A ko, “mucca”: inglese cowdanese ko, armeno kov, lettone govs, ecc.

Tocario B  mälk, “mungere”: ingleseto milk, tedesco melk(-en),latino mulg(-ere), greco anticoamelg(-ein), ecc …

Tocario B puwar, “fuoco”**: ittita pahhuwar/pahhur, umbro pir, greco antico pyr, ecc.

Tocario B wrauña, “corvo”:  russo voron, lituano varn(-as) ecc.

Tocario A  laks, “pesce”: danese laks, “salmone”,lituano lasis*, ecc.

Tocario B yakwe, “cavallo”: latino arcaico equ(-os) (pronunciato approssimativamente ekw(-os), irlandese antico ech, ecc.

Tocario B ku, “cane”: irlandese antico cu, greco antico kuon, frigio kun(-es), ecc.

Tocario B twere, “porta”: russo dver’, olandese deur, albanese derë, etc.

Tocario A áñme, “anima”: latino anim(-us) (anima), greco antico anem(-os), “respiro”, ecc.

Tocario A känt, “cento”: latino cent(-um) (nel latino classico “cent-” si pronuncia kent-), bretone kant, ecc.

Tocario A árki, “bianco”: ittita harki, “bianco, chiaro”, latino argent(-um), “argento”, greco antico arg(-os), ecc.

Tocario A luks, “illuminare”: latino lux, “luce”,russo luch, “raggio di luce”, danese lys, “luce”, ecc.

Tocario A knán, “conoscere”: inglese to know, greco antico gnosis , latina cognosc(-ere), russo znanie* , ecc.

Tochario A  tkaṃ, “terra”: ittita tekam, greco antico khthòn, sanscrito kṣam, ecc.

Tocario A  wär, “acqua”: inglese water, ittita watar, greco antico hydor, umbro utur, ecc.

* nelle lingue indoeuropee satem (come in russo o in lettone in questi esempi), l’indoeuropeo “k” diventa una “s” e la “g” diventa una “z” (ad esempio latino cord- e greco antico kardi-, ma russo serdtse, tutti col significato di “cuore”; sempre dalla stessa radice, ma nella famiglia delle lingue germaniche, l’iniziale protoindoeuropea “k” diventa “h”) e per esempio il germanico gold e il russo zolot(-o), “oro”, oppure il greco antico geront-, “anziano” e l’osseto zärond, “vecchio” o l’ittita gima e il russo zima, “inverno”.

** La “p” iniziale protoindoeuropea diventa “f” nelle lingue germaniche (es. latino pisc e danese fisk, “pesce”).

Mummia europoide, Xinjiang

Nell’ipotesi kurganita, le lingue indo-iraniane sono una fase successiva dell’evoluzione seguita dalle lingue indoeuropee che, probabilmente, è apparsa tra il 2500 e il 2200 a.e.v. (2000 a.e.v. al massimo) nella Russia meridionale e nel nord-ovest del Kazakistan, o forse nella Cultura di Abashevo della Russia (come accennato da tracce antiche di prestiti indo-iraniani nelle lingue ugro-finniche e nelle lingue caucasiche orientali). La Cultura di Afanasevo appariva intorno al 3500 a.e.v., approssimativamente nel momento in cui la Cultura dell’anfora globulare e quella della ceramica cordata apparivano nel nord dell’Europa tra il 3500 e il 3000 a.e.v. (e che possiamo pensare all’origine ancestrale di famiglie linguistiche come la germanica, la celtica e altre), perciò possiamo supporre che le somiglianze tra tocario e lingue indoeuropee occidentali dipendano dalla loro comune posizione d’origine (e cioè tra Ucraina e Russia meridionale) approssimativamente nel medesimo periodo, durante la fase protoindoeuropea.

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Un terribile vuoto spirituale da colmare con Identità e Tradizione

Solitamente quando si viene a parlare di crisi spirituale e di tramonto dell’Occidente (concetto perverso che è meglio lasciar perdere, essendo oggi completamente inflazionato dalle paranoie atlanto-sioniste di stampo fallaciano) si pensa in automatico al declino della fede cristiana, segnatamente cattolica, e alla secolarizzazione delle genti europee o collegate all’Europa. Sembra che l’accezione di “religione” elaborata dai culti abramitici sia l’unica cosa che conti davvero, in campo spirituale, dimenticandosi puntualmente di come le vere e genuine radici spirituali dell’Europa siano da ricercare nei credi tradizionali dei nostri padri indoeuropei. Dopo 2000 anni di cristianizzazione di gran parte del nostro continente, in particolare dell’Europa romana o romanizzata, la questione religiosa e metafisica è stata quasi del tutto saturata dalle paranoie pretesche.

Oggi, tuttavia, si è cristiani più in superficie e sulla carta che nella realtà di tutti i giorni; al più, il cristianesimo è una banale filosofia di vita buonista e perbenista mescolata al qualunquismo borghese della maggior parte, una sorta di innocua filantropia debitamente esorcizzata a suon di “vivi e lascia vivere”. Il cristianesimo non è qualcosa di scandaloso, che dà un pugno nello stomaco al torpore quotidiano, è parte integrante del regime mondialista, cane da guardia dello status quo onde evitare che le persone si sveglino dal coma e agiscano di conseguenza.

Non si può comunque negare che nella storia del cristianesimo vi siano state grandi figure di mistici, di teologi, di “santi” (sovente eretici, più che canonici) ricolmi di spiritualità, un discorso che può valere anche per ebraismo e islam e soprattutto per le religioni orientali, anche, ovviamente, di matrice indoeuropea. Penso che ogni genuina manifestazione di misticismo sia degna di attenzione e di rispetto, a patto che non si trasformi in un pretesto per alimentare assolutismo, come quasi sempre accaduto con la Chiesa o con gli altri apparati del culto monoteistico. Altresì bisogna avere l’onestà e il buonsenso di riconoscere che i credi universalisti c’entrano ben poco con le origini più schiette e genuine di un territorio, come quello europeo.

Chiaro, dopo 2000 anni sarebbe miope negare che l’identità europea sia permeata di cristianesimo, ma non certo per vantarsene; al netto dell’arte, della letteratura, di alcune manifestazioni tradizionali che riprendono in pieno i culti tradizionali parassitati dalla religione del Nazareno ci resta in mano una dottrina del tutto estranea e fondata sul culto per un dio forestiero che esula dal concetto di divinità caro ai nostri avi indogermanici. Non vorrei però che ci si sbarazzasse del cristianesimo per colmare il vuoto da esso lasciato con l’attuale temperie fatta di materialismo, consumismo, edonismo, relativismo e cioè con tutta la cianfrusaglia modernista che è solo un ulteriore impoverimento e svuotamento.

Purtroppo ciò è già ampiamente accaduto: l’Europeo medio ha interpretato la secolarizzazione anticristiana come un fuggifuggi generale da tematiche religiose, mistiche, spirituali, del culto e del rito, come se la questione fosse esaurita del tutto dalla Chiesa e dalla cristianizzazione dell’Europa. Con la scusa della sacrosanta lotta al fanatismo abramitico abbiamo sdoganato il laicismo più becero che è quello che leva da un luogo pubblico un simbolo, comunque radicato in Italia, come un crocifisso per fare da tappetini ad immigrati non cristiani e pure ai paladini dell’ateismo, cultori di un assolutismo grondante intolleranza proprio come quello clericale.

Lo capite che qui si passa dalla padella alla brace e il nuovo moloc diventa così il relativismo, che è lo stesso che ci vieta tassativamente di parlare di identità indigena e di distinguere tra razze, sessi, orientamenti sessuali, condizioni psicofisiche e, appunto, religioni. Pare che la colonna sonora della vita di questi tristi tirapiedi del dispotismo nichilista sia la patetica Imagine di Lennon, squallida canzonetta che auspica un mondo tutto uguale, standardizzato, ridotto ad omogenea massa di burattini, senza dei e senza missioni identitarie. Il sogno bagnato di ogni torvo nemico dell’orgoglio patriottico dei popoli della Terra.

Lo spettro che ci attende, avanti di questo passo, è l’ecatombe subita dagli Indiani d’America, un popolo glorioso e degno di grandissimo rispetto che è stato distrutto biologicamente ed etnicamente ma anche culturalmente e dunque spiritualmente, confinato nelle riserve alla stregua di fenomeno da baraccone e rimpiazzato, a livello di istanze “umanitarie”, dalle vicende afroamericane, come se i discendenti degli schiavi africani (rimescolati) fossero indigeni delle Americhe… Il genocidio dei Pellirosse è l’esempio più classico, ma badate bene che la stessa sorte (o quasi) è toccata ai nostri antenati precristiani che, se non proprio sterminati, sono stati annichiliti nel culto, nelle tradizioni, nell’identità pagana bollata come demoniaca e perseguitata.

Ed è ciò a cui stiamo andando incontro anche noi oggi, in uno scenario dove dominano il rimescolamento etno-razziale, il laicismo e il relativismo, l’assolutismo del pensiero unico di sinistra o liberale, con la differenza, non da poco, che mentre i nativi delle Americhe lottarono sino alla fine per opporsi alla distruzione della loro civiltà (e di loro stessi), così come i Sassoni contro Carlo Magno, nell’Europa odierna sono gli stessi indigeni ad alimentare la propria fine, la propria estinzione, sposando in pompa magna tutte le aberrazioni capitalistiche figlie del nuovo mondo statunitense.

Del resto di questo nuovo mondo siamo una colonia e sono ben pochi quelli che si sottraggono alla dittatura americana, in un clima in cui chi non accetta la verità prefabbricata, venerata dagli alfieri del sistema mondialista, viene messo alla gogna e ridicolizzato (o magari pure condannato). Ciò è anche il risultato del laicismo perché lo svuotamento spirituale genera disfattismo in ogni contesto identitario e la propria vita si riduce alla non-vita della marionetta, dello zombie pilotato dalla società dei consumi.

Al di là della questione propriamente religiosa il punto fondamentale risiede nella necessità, ora più che mai vitale, di riscoprirsi comunità il cui legante sia costituito dalla coscienza circa le proprie radici, la propria identità e cultura e la propria vocazione spirituale che, fondamentalmente, si edifica sul basilare rapporto tra uomo fiero delle proprie origini, e anti-individualista, la sua terra natale e la cultura tradizionale (al netto delle varie superstizioni di origine semitica), in altre parole tra l’essere umano e la natura sovrana, che a differenza dei ciarlatani di destra, centro e sinistra non conosce le ipocrisie del politicamente corretto.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/08/un-terribile-vuoto-spirituale-da-colmare-con-identita-e-tradizione.html

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L’eterno complesso italiano del cameriere

La patetica vicenda Fincantieri conferma ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, la natura di colonia occidentale di questo Paese, il cui stato è un baraccone messo in piedi appositamente non per dare unità politica agli Italiani e rappresentarne così, al meglio, diritti e doveri, bensì per garantire a chi ha in mano le redini degli enti mondialisti (come l’Unione Europea) la castrazione dell’orgoglio patriottico italico, calpestato e vilipeso, innanzitutto, proprio da chi dovrebbe esserne araldo. Mi si perdoni l’immagine “forte”, ma l’europeismo italiano è un atto autolesionistico al pari di uno scroto stritolato in una morsa.

La suddetta Unione Europea ruota attorno, esclusivamente, all’asse Parigi-Berlino, e tutti gli altri sono solo comparse da spremere e tiranneggiare; non fa certo eccezione l’italietta post 1945, figuratevi quella odierna targata Gentiloni, dove lo sport “nazionale” preferito (dopo il dio pallone, si capisce) è quello di svendere la propria sovranità al forestiero: sia che sia ben vestito, in giacca e cravatta, sia che si ricopra di stracci e approdi in Italia con un barcone. Cosicché Roma, la Roma contemporanea beninteso, si ritrova a lustrare le scarpe di Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Israele, Unione Europea, Nato ecc. e in più, per beffa, deve prendersi, sola, l’onere di accogliere cani e porci, mentre i suoi vicini di casa fortificano i confini e sbattono la porta in faccia alle “risorse”.

Capiamoci, amici: qui la colpa non è di chi ci tiranneggia e di chi prende d’assalto le nostre coste a colpi di carrette del mare, ma degli Italiani medesimi; se il gatto dorme non si può certo rimproverare il ratto di fare baldoria in casa, essendo questo il suo compito, e allo stesso modo se l’orgoglio patriottico italiano viene, ogni santo giorno, usato come stoino, demonizzato come neofascismo e liquidato dai professoroni del progressismo in quanto “rigurgito di fantasmi del passato”, non si può mica accusare gli stranieri di depredarci, colonizzarci, ridicolizzarci ed inquadrarci come un’amena landa di pasticcioni (quando va bene) perenni vittime di stereotipi hollywoodiani fondamentalmente basati su gentaglia italo-americana.

Di sicuro, i dissidi interni, i micro-sciovinismi, l’antifascismo e i secessionismi non aiutano il nostro Paese, perché se i primi a farsi schifo in quanto italiani sono gli Italiani medesimi non ci si deve certo stupire se la considerazione dell’Italia all’estero è ridotta ai minimi termini, salvata per il rotto della cuffia dalle solite tre, quattro cose che dilettano i forestieri: cibo, pallone, arte, sole-cuore-amore.

Così l’antico motto suicida del “Francia o Spagna, basta che se magna” è ancor oggi garanzia per gli altri di poter contare su un’italietta fiacca, depressa, priva di autostima, abbandonata alla deriva dai suoi stessi abitanti e perciò facilissima preda per i rapaci interessi di gente come Macron, il Renzi d’Oltralpe, che grazie agli zerbini piddini è sicuro di poter usare l’Italia come terra di conquista per controbilanciare il potere tedesco all’interno dell’Unione. Ve li ricordate vero, quelli che ragliavano contro la Le Pen tacciandola della solita roba che tanto eccita gli antifa? Ecco, sono gli stessi che andavano in visibilio per Macron, il democratico Macron, che continuando l’opera dei predecessori si fionda all’assalto del Mediterraneo (e degli affari che ruotano attorno ad esso) mentre l’Italia rimane con un palmo di naso, a frignare sul latte versato. Però ragazzi, mi raccomando: il problema è il ritorno del nazifascismo, intesi? L’improbabile ascesa di eredi di Hitler e Mussolini, mica banchieri, plutocrati, lobbisti, multinazionali e vampiri in giacca e cravatta che, quotidianamente, usano la nostra nazione come carta igienica.

Capite bene che se i primi a mancare di rispetto all’Italia sono gli Italiani stessi, non si può certo pretendere dagli stranieri di rispettarci. Dove vogliamo andare se ci si continua a giustificare biascicando, da secoli, la solita solfa? “Io mi faccio gli affari miei, tengo famiglia, bado al mio orticello, vivo e lascio vivere” però poi girano le scatole se il Macron di turno fa i suoi porci comodi e si mette a nazionalizzare o a blindare le frontiere rispedendo in Italia gli allogeni che tentano di entrare in Francia, andando così contro i nostri interessi nazionali. Guardate che se la Francia è arrogante e ci danneggia è perché glielo lasciamo fare, non dobbiamo commettere l’errore di odiare i Francesi (o quel che ne rimane), quando la nostra rovina passa per la classe politica e dirigente, per i preti, gli affaristi locali, gli sputasentenze da salotto ossessionati col Ventennio e la feccia europeista.

Diamine, la questione europeista in Italia è davvero il tripudio del masochismo. Gente che si eccita pensando ai drappi stellati e alla monetina unica – idealizzando l’Unione Europea come se fosse il paradiso in Terra – senza capire ancora che Bruxelles rappresenta esclusivamente Tedeschi e Francesi e che popoli come quelli mediterranei vanno giusto bene per essere controllati dispoticamente, vessati e presi per i fondelli tra una risata e l’altra. La sanguinosa farsa inscenata da Parigi contro Gheddafi ve la ricordate tutti, e ne stiamo ancor oggi pagando le conseguenze, noi Italiani prima di tutti gli altri. Davvero un bel regalino da parte di Sarkozy, con la benedizione della Ue e dei menagrami nostrani, gente che preferisce di gran lunga fare da zerbino della “civile” Francia piuttosto di alzare la voce, tutelare i propri interessi e riconoscere che Gheddafi era fondamentale per l’Italia in ottica migratoria, e anche economica.

Francesi e Tedeschi si beccano gli affari, i quattrini e la sudditanza degli eunuchi prestati alla politica (anti)nazionale, mentre gli Italiani si tengono stretti gli immigrati che nessuno vuole, rischiando seriamente un’implosione perché non passa giorno senza che in centinaia e migliaia arrivino presso le coste meridionali, del tutto indisturbati, anzi, accolti, aiutati e rifocillati e coccolati dalla nostra marina militare ridotta alla stregua di crocerossina dei mari.

Se abbiamo ancora a cuore le sorti della nostra terra e della nostra gente dobbiamo batterci per l’uscita dell’Italia da ogni ente mondialista perché rimanerci significa solamente rinunziare del tutto alla sacrosanta sovranità dando carta bianca agli stranieri per continuare a trattarci come una misera colonia dove, ormai, nessuno avrebbe nulla da ridire. L’Italia si sarà anche unita politicamente ma la situazione non è cambiata rispetto al quadro preunitario, perché qui si è ancora divisi internamente e soprattutto deboli, ininfluenti, soverchiati dagli stati più forti (che inoltre ci rovesciano addosso immigrati che lasciano terre da loro schiavizzate e angariate), perennemente ridotti a camerieri, galoppini, lustrascarpe senza voce in capitolo che devono solo subire e starsene zitti. Siamo ancora terra di conquista, con l’aggravante che, oggi, dobbiamo misurarci anche con gli spaventosi esodi biblici che provengono dal sud del mondo.

Ave Italia!

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Aryas – Parte VIII

Ragazza di etnia wakhi, Afghanistan orientale

Per quanto riguarda il principale gruppo indoeuropeo della famiglia di lingue indoeuropee in Asia, l’indo-iranico, i suoi locutori antenati presumibilmente migrarono dal nord del Mar Nero diventando probabilmente proto-indo-iranici nella regione che va dalla Russia fino al nord-ovest del Kazakistan attorno al 2500-2000 a.e.v. (il che spiega la presenza precoce di prestiti indo-iranici nelle lingue ugro-finniche, come il finlandese, e nelle lingue caucasiche orientali), che si diffondono progressivamente fino alla Siberia meridionale e al sud dell’Asia centrale, lasciando le loro tracce in un orizzonte archeologico chiamato Cultura di Andronovo, dando alfine alla luce la popolazione degli Sciti/Saci.

Va notato che le più antiche tracce scritte del linguaggio indo-iranico non si trovano nell’Asia meridionale ma nella Siria settentrionale, in un regno di nome Mitanni, in iscrizioni datate intorno al 1400 a.e.v. Tutti i sovrani avevano nomi di regno indo-ariani, anche quando avevano nomi hurriti prima di essere incoronati, e la loro capitale era chiamata Waššukanni che deriva dall’antico indiano vasu-khani (letteralmente “miniera di ricchezza”).

Le iscrizioni di Mitanni sono in hurrita, una lingua non indoeuropea (la cui origine è considerata caucasica), ma i termini indo-iranici legati a cavalli e carri da guerra (e anche a divinità indo-arie) si trovano in questi testi. Dato che le più antiche tracce trovate di carro da guerra e di uso del cavallo come mezzo di trasporto si trovano vicino al sud degli Urali (esempi precoci sono nel sito di Sintashta e in quello di Saratov) e nel nord dell’Asia centrale, si può supporre che il loro uso è stato diffuso da stirpi indo-iraniche in Anatolia, Asia occidentale e Asia meridionale.

La posizione attuale delle lingue indo-arie (India) e le sue tracce durante l’Età del bronzo – il regno di Mitanni nella Siria settentrionale, o anche il nome indo-ario di un governatore di Qiltu vicino a Gerusalemme, in Palestina, chiamato Shuwardata (apparentemente dall’indo-ario svàr-data, “dono dal sole” [vedi svàr in sanscrito e suoi cugini indoeuropei; una parola che probabilmente ha una relazione etimologica con il nome della divinità slava Svarog (padre di una divinità solare) o per esempio il verbo russo svarit’, “bruciare”, “cucinare”], durante quasi lo stesso periodo (ci sono anche alcune tracce di parole indo-arie passate in prestito alla dinastia cassita di Babilonia) – potrebbe spontaneamente portare a vedere l’origine delle lingue indo-ariane in Asia occidentale ma, come si è detto in precedenza, la presenza di molte parole della famiglia indo-iranica, a volte provenienti dal proto-indo-iranico in una fase molto precoce, che possono essere trovate nelle lingue ugro-finniche (finlandese, estone o sami) e in quelle del Caucaso orientale, supporta piuttosto un diverso luogo d’origine.

Il fatto che questi prestiti siano entrati nelle lingue ugro-finniche* in diverse fasi di evoluzione della lingua indo-iranica conferma che le popolazioni uraliche in questione sono state a stretto contatto con popolazioni indo-iraniche per molti secoli, e il fatto che alcuni di questi prestiti appaiano pertinenti allo stadio proto-indo-iranico sostiene l’idea che queste parole non siano solo un’eredità delle popolazioni di Sciti e Sarmati. Supporta la teoria di una patria degli indo-iranici originari da ricercare in Russia**, nell’attuale territorio del Kazakistan nordoccidentale). Anche negli idiomi ugro-finnici alcune parole sono chiaramente più vicine alla famiglia linguistica indo-ariana che a quella iranica (ad esempio ungherese tehen, “mucca”, è più vicino al sanscrito dhenu-  (vedi punjabi dhen) rispetto all’avestico dainu; il sanscrito vedico, la più antica lingua indo-aria conosciuta, e l’avestico, la lingua iranica più antica conosciuta, erano ancora molto vicine tra loro, sicuramente, si dice, più di quanto lo siano oggi italiano e spagnolo). È interessante che l’ungherese szekér, “carro”, sia derivato da un indo-ario *śaka-ra.

*Alcuni esempi (tra i tanti) di radici indo-iraniche nelle lingue ugro-finniche che si possono trovare ne La controversia indo-ariana di Edwin Bryant e Laurie Patton:

Mordvino sazor, udmurto sazer, “sorella minore” – sanscrito svasar, “sorella”

Komi sur, udmurto sura, “birra” – sanscrito surā, “bevanda inebriante”

Finlandese e ostiaco udar, “mammella” sanscrito udhar, “mammella”

Finlandese marras, “morto” – sanscrito mṛtas, “morto”

Finlandese muru, “briciole”, mansi mur, mor, “sbriciolare”sanscrito mur, “crollare”, saka murr, “sbriciolarsi”, osseto mur-, “briciole”

Ungherese tei, “latte”  hindi dhai (in realtà dahi), lingua kashmiri dai, “latte acido”

Finlandese sarvimordvino suro, komi e udmurto sur, mari sur, “corno” – osseto sarv, avestico sru, srva (e sanscrito śṛṇga-)

Mansi mant, “secchio” – sanscrito mantha, manthana, pali mantha, “secchio”

Finlandese vasa, ostiaco vasik, mansi vasir, ungherese üszo, “toro”iranico vasa, osseto waes, sanscrito vatsa, “vitello” (e sanscrito vṛṣa, “toro”)

e così via.

**Va menzionato che la Cultura di Abashevo in Russia, è vista come possibile origine della lingua proto-indo-iraniana e, anzi, la Cultura di Abashevo è stata influente nel sito di Sintashta dove si riscontra la più antica espressione cultuale indo-iranica (o simile) nota, secondo molti specialisti.

“Nel 1370 a.e.v. si concluse un trattato tra il re di Mitanni, Mattiwaza (vecchia lettura di Kurtiwaza) e il re ittita, Suppiluliumas, e vi è un giuramento garantito da una serie di divinità, comprese quelle divinità indo-ariane come Indra, Mithra, Varuna e i Nasatya. Nel XIV secolo a.e.v. nella città ittita di Bogazkoy [in questo periodo chiamatq Hattusa], un allenatore della terra dei Mitanni chiamato Kikkuli compose un trattato sull’allenamento a cavallo dove impiegava numerosi termini indo-ariani (Thieme 1960; Mayhofer 1966 , 1973; Kemmenhuber 1968). La prima volta che gli Indo-Iranici apparvero nel Vicino Oriente risale, tuttavia, al XVII secolo a.e.v. quando gli Hurriti (non indoeuropei ma con un’aristocrazia ariana) arrivarono dal nord-est dell’Anatolia e fondarono il regno di Mitanni. Fu dominato dagli Indo-Arii che avevano portato carri, cavalli purosangue e la pratica dell’allenamento a cavallo. I nomi dei re di Mitanni, conosciuti da documenti dell’archivio Tel-Amarna [Tell el-amarna] in Egitto, e dai testi e sigilli cuneiformi del Vicino Oriente sono indo-arii. Gli Ariani formavano squadroni di cocchieri (Yankoska 1979, 1981, 1987), cosiddetti Maryannu. Giudicando dalle descrizioni del loro abito e delle loro armi, che includevano una cappa, un arco e una faretra con frecce  dall’asta forata (Zaccani 1978), gli Ariani dovevano essere giunti a Mitanni dalle steppe. Nessuna di queste caratteristiche erano conosciute nel Vicino Oriente, ma avevano analogie solo nelle steppe. Si tratta di un modello di migrazione dominante, d’élite: il dominio è garantito dall’introduzione di nuove tattiche di battaglia con il carro da guerra. Questo gruppo dominante era molto probabilmente piccolo e venne presto assimilato.”

L’origine degli Indo-Iraniani, volume 3, p. 322, di Elena E. Kuz’mina

Confermando apparentemente  questa tesi, molte delle parole significanti “cavallo” attraverso tutta l’Asia occidentale durante l’antichità sembrano derivate dalla forma satem della radice indoeuropea designante il cavallo (*ekwos) indicando ancora gli Indo-Iranici (parlanti una lingua ariana satem in cui “cavallo” era detto asva) così come i diffusori dei cavalli montati e del carro da guerra in tale regione durante l’Età del bronzo (ad esempio, si veda hurrita essi, accadico sissu e alcuni altri tra cui molto rivelatori sono l’ittita azu(wa), luvio assuwa e ugaritico ssw che sono estremamente vicini al termine indo-iranico e sembrano essere chiaramente prestiti da questa famiglia linguistica. L’ascesa degli Ittiti (popolo indoeuropeo anatolico, cioè dalla moderna Turchia, la cui lingua non era satem), posteriore a quella dei Mitanni (che erano anche i loro vicini diretti), fu debitrice di un uso efficiente dei carri da guerra trainati da cavalli.

Gli specialisti considerano generalmente satem un’ulteriore innovazione sviluppatasi ben dopo la lingua protoindoeuropea che era tendente al tipo centum. Questo conforta l’idea che il cavallo sia stato introdotto e addomesticato tardi in Asia occidentale e Vicino Oriente, apparentemente smentendo la teoria secondo cui le lingue indoeuropee apparirono per la prima volta in Asia Minore o Medio Oriente, poiché la radice di “cavallo” era onnipresente, in buona sostanza, in tutte le lingue indoeuropee e, come tali, già parte della lingua protoindoeuropea da cui quasi tutte le lingue indoeuropee conosciute sono derivate (con l’eccezione, forse, delle lingue anatoliche che potrebbero essere derivate da una fase precedente), mentre il cavallo era fondamentalmente assente fino alla tarda Età del bronzo nella maggior parte dell’Asia occidentale (in aree come il Medio o Vicino Oriente e buona parte dell’Asia Minore).

Nell’Asia meridionale, la Cultura delle tombe del Gandhara, nella valle dello Swat, nord del Pakistansembra rappresentare l’avanzata di questi parlanti indo-iraniani nel sud del continente, importando anche il cavallo in queste terre.

Un confronto tra i riti di sepoltura della Cultura di Andronovo dell’Età del bronzo (Asia centrale e sud della Siberia) e di quella dello Swat (Pakistan settentrionale), del medesimo periodo, mostra come nel secondo caso, la cultura dello Swat (tombe del Gandhara) rappresenti un cambiamento nella tradizione locale.

Alcuni fenotipi dell’attuale Asia meridionale sembrano mantenere le tracce di questa antica migrazione proveniente dall’Asia Centrale durante l’Età del bronzo:

Nordoidi da Pakistan settentrionale e Afghanistan

Oggi gli aplogruppi eurasiatici occidentali possono ancora essere trovati nelle popolazioni asiatiche centrali (e in quelle della Siberia meridionale, come gli Altaici) anche se sono mescolati con numerosi aplogruppi asiatici orientali.

Questa mappa, tratta da uno studio del settembre 2010 di Martinez-Cruz et al., descrive l’origine delle popolazioni che hanno contribuito al corredo genetico delle moderne popolazioni di Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan (che mostra anche le differenze all’interno delle diverse famiglie linguistiche, turca e indo-iraniana):

Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan

Come nell’est dell’Afghanistan e nel nord del Pakistan, il Tagikistan, una regione in cui si parla una lingua indo-iraniana legata al persiano, è noto per ospitare un certo numero di individui di aspetto europoide all’interno della propria popolazione autoctona.

Soggetti europoidi del Tagikistan

“Infatti, è nelle varianti più orientali della civiltà di Andronovo – in particolare nella cultura di Bishkent, nel sud del Tagikistan – che una probabile espressione di rituali indo-iraniani è visibile negli indizi archeologici. Nel cimitero di Tulkhar, le sepolture maschili hanno un piccolo focolare rettangolare che ricorda abbastanza il focolare dell’altare (ahavaniya) dei primi sacerdoti indo-arii, mentre le tombe femminili hanno piccoli focolari circolari che evocano il garhapatya (sempre associato alle donne) nella casa indo-aria.

Anche se alcuni punti sono ancora abbastanza controversi, l’identità fondamentalmente indo-iranica delle culture steppiche dell’età del bronzo è vista come quasi certa”.

Da Alla ricerca degli indoeuropei. Lingua, archeologia e mito, di J. P. Mallory (1989)

https://web.archive.org/web/20141026092028/http://pastmists.wordpress.com/

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L’Italia è di tutti, tranne che degli Italiani

Lo stato italiano, come praticamente tutti i suoi omologhi occidentali, è privo di vera sovranità nazionale in quanto ostaggio, sin dalla sua nascita (ad eccezione del periodo fascista) di enti sovranazionali che, in particolar modo, hanno a che fare con l’alta finanza globale, col grande capitale apolide gestito dai soliti noti. La privazione di sovranità economica e monetaria diventa la cagione della perdita di sovranità nazionale, che viene sacrificata sull’altare dell’europeismo di cartapesta e del moloc mondialista: e i risultati di questi “capolavori” sono sotto gli occhi di tutti coloro che sono disposti a guardare in faccia alla realtà di un Paese suicida come il nostro.

Se uno stato rinunzia, o viene costretto a farlo, al proprio sacrosanto diritto (e dovere, visto che è in ballo il destino della popolazione indigena) di decidere da sé tutto quel che riguarda i propri affari interni, le proprie politiche economiche ed industriali nonché quelle relative al proprio benessere nazionale, cala le brache di fronte alle dinamiche internazionali dove a contare sono solo gli interessi dei più ricchi, dei più potenti, dei più parassitari, che amano banchettare sulla pelle dei poveri disgraziati di ogni latitudine. Un suicidio nazionale sotto forma di auto-genocidio imposto ai propri cittadini autoctoni, dilaniati dalla barbarie globalizzatrice.

L’Italia non decide più nulla da se, perché ciò che conta per davvero passa da Bruxelles, da Washington e New York e, inoltre, Roma e Milano contano ben poco di fronte alla nefasta triade Parigi-Londra-Berlino, dove cioè si discutono i destini del continente europeo. L’ingresso nella comunità europea, nell’Onu, nella Nato ha comportato la solenne rinunzia da parte italiana non delle velleità belliche e di dominio (come vorrebbero far credere i collaborazionisti) ma della sacrosanta sovranità nazionale, e dunque della missione prima e ultima di uno stato serio che è quella di rappresentare al meglio, difendere e preservare i popoli che esso governa.

La nazione italiana, piagata dalla Repubblica e dai suoi padroni, conta ormai come il due di picche e ciò che è peggio è che dipende in tutto o quasi dai forestieri; il destino del Paese, nelle grinfie mondialiste, è quello di ridursi agli scenari da cartolina senza più avere voce in capitolo nelle questioni fondamentali, vitali, per esso perché ci pensano i banchieri, i tecnocrati, i guerrafondai, i plutocrati, le multinazionali e i mafiosi internazionalisti che foraggiano gli enti apolidi. Lo vedete da voi che bella temperie caratterizza l’Italia contemporanea…

In una simile condizione di disagio, degrado e cattività vien da sé che lo scenario in cui siamo costretti a barcamenarci è quello di un Paese preda degli stranieri (sia in giacca e cravatta che in abiti cenciosi) in tutti i campi dall’economia al mondo del lavoro, dall’industria alla difesa, dalle politiche migratorie all’autodeterminazione. In nome dell’ipocrita fratellanza universale, e di altre zuccherose scempiaggini atte a mascherare la rapacità dell’Occidente antifascista e liberal-democratico, si consumano i peggiori crimini ai danni di una nazione e delle genti che la costituiscono messe in secondo piano rispetto a quel costrutto socio-ideologico appositamente messo in piedi per rovinare i “demoni bianchi” europei: il concetto di “umanità”.

La questione riguarda anche la vicenda dei vaccini (e dei farmaci), che il governo vuole imporre obbligatoriamente ai bambini in tenera età: non è il mio campo, quindi voglio evitare di avventurarmi su un terreno minato come questo rischiando di dire fesserie; ciò nonostante non è molto confortante sapere che dietro il governo agiscono le multinazionali del farmaco, il cui interesse non è certo filantropico ma eminentemente pecuniario. Certi vaccini servono sicuramente, nessuno lo può negare (a maggior ragione oggi dove ci troviamo in casa torme di immigrati allogeni), ma non sarebbe molto ma molto meglio se a gestirli fosse lo stato? Uno stato sovranista e dirigista, si capisce, che levi il tappeto rosso da sotto le zampe di lobby e industrie straniere.

E questo discorso dovrebbe valere per ogni campo perché solo uno stato italiano (non l’attuale, ovviamente) può fare gli interessi degli Italiani; tutti coloro che non rientrano in questa ampia comunità nazionale non faranno MAI il nostro interesse, faranno il proprio, che coincide sempre col denaro, il potere, l’egemonia ai danni della nostra nazione. Dal 1945 ad oggi, l’obiettivo dell’Occidente capeggiato dagli Usa è quello di tenere sotto scacco tutti gli Europei, quantomeno occidentali, riducendoli a marionette preoccupate solamente dai bisogni borghesi e dei bifolchi arricchiti che li scimmiottano; d’altro canto ciò che non fa il vizio e il disinteresse viene condotto a termine, egregiamente, dalle leggine ideologiche antifasciste e dal terrorismo psicologico di stato anti-identitario.

Per questo credo che uno stato serio, per davvero sovranista, dovrebbe non solo uscire da ogni ente sovranazionale ma anche assumere un aspetto dirigista, protezionista, isolazionista dove serve, al più creando uno spazio economico aperto allo scambio (non alla sudditanza, allo scambio, si tratta alla pari) nella macroarea etno-razziale degli Europei che è quella dell’Eurasia occidentale, senza snobbare un po’ di sana autarchia laddove serva. Solo rispettando sé stessi e irrobustendo la propria autostima “nazionale”, per così dire, si può ottenere il rispetto (e il sano timore) degli altri, sia da parte di altri stati che da parte delle barbariche orde di chi sta prendendo d’assalto la Sicilia e altre aree del nostro Sud.

Tutto è concatenato: se si rinunzia alla sovranità economica e monetaria si rinunzia a quella nazionale e così via, in ogni settore della vita pubblica del Paese; e così si dà accoglienza a cani e porci (inclusi i criminali), che puntualmente faranno il bello e il cattivo tempo perché non scappano “da fame, guerra, dittature”, come vogliono indurci a credere i semicolti che tuonano contro il “razzismo” e l’”egoismo” ma nella stragrande maggioranza dei casi sono aitanti giovani maschi, disertori, che vogliono venire a fare la bella vita in Italia, sapendo come qui gira grazie a preti, panciafichisti vari e menagrami da salottino televisivo. Nel resto d’Europa chiudono le porte e pigliano per i fondelli il patetico governo (non eletto, voluto dai soliti quattro intriganti) dell’anodino Gentiloni, mentre qui per colpa di chi dovrebbe difendere e rappresentare gli Italiani si sta diventando lo zimbello del Mediterraneo che si genuflette di fronte ad ogni sorta di barcone zeppo di alieni.

Insomma, l’attuale RI è di tutti, eccetto di coloro che dovrebbero esserne i legittimi proprietari: si fanno gli interessi di Francesi, Tedeschi, Americani, Israeliani; ci si lascia saccheggiare dai ricchi sfondati arabi, cinesi, russi ecc.; ci si fa mettere sotto da qualsivoglia immigrato che sbarca sulle nostre coste e che, una volta sul suolo nazionale, farà regolarmente ciò che più gli pare e piace perché può godere dello status di intoccabile, grazie ai moderni standard targati Onu-Unione Europea, e potrà anche mettersi a delinquere (come la cronaca ci racconta ogni santo giorno) beneficiando della clemenza della giustizia italiana, che è troppo spesso forte coi deboli e debole coi forti. E più si va avanti più la situazione peggiora. In tutto questo indovinate un po’ chi se lo prende allegramente in quel posto…

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/07/litalia-e-di-tutti-tranne-che-degli-italiani.html

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