Aryas – Parte VIII

Ragazza di etnia wakhi, Afghanistan orientale

Per quanto riguarda il principale gruppo indoeuropeo della famiglia di lingue indoeuropee in Asia, l’indo-iranico, i suoi locutori antenati presumibilmente migrarono dal nord del Mar Nero diventando probabilmente proto-indo-iranici nella regione che va dalla Russia fino al nord-ovest del Kazakistan attorno al 2500-2000 a.e.v. (il che spiega la presenza precoce di prestiti indo-iranici nelle lingue ugro-finniche, come il finlandese, e nelle lingue caucasiche orientali), che si diffondono progressivamente fino alla Siberia meridionale e al sud dell’Asia centrale, lasciando le loro tracce in un orizzonte archeologico chiamato Cultura di Andronovo, dando alfine alla luce la popolazione degli Sciti/Saci.

Va notato che le più antiche tracce scritte del linguaggio indo-iranico non si trovano nell’Asia meridionale ma nella Siria settentrionale, in un regno di nome Mitanni, in iscrizioni datate intorno al 1400 a.e.v. Tutti i sovrani avevano nomi di regno indo-ariani, anche quando avevano nomi hurriti prima di essere incoronati, e la loro capitale era chiamata Waššukanni che deriva dall’antico indiano vasu-khani (letteralmente “miniera di ricchezza”).

Le iscrizioni di Mitanni sono in hurrita, una lingua non indoeuropea (la cui origine è considerata caucasica), ma i termini indo-iranici legati a cavalli e carri da guerra (e anche a divinità indo-arie) si trovano in questi testi. Dato che le più antiche tracce trovate di carro da guerra e di uso del cavallo come mezzo di trasporto si trovano vicino al sud degli Urali (esempi precoci sono nel sito di Sintashta e in quello di Saratov) e nel nord dell’Asia centrale, si può supporre che il loro uso è stato diffuso da stirpi indo-iraniche in Anatolia, Asia occidentale e Asia meridionale.

La posizione attuale delle lingue indo-arie (India) e le sue tracce durante l’Età del bronzo – il regno di Mitanni nella Siria settentrionale, o anche il nome indo-ario di un governatore di Qiltu vicino a Gerusalemme, in Palestina, chiamato Shuwardata (apparentemente dall’indo-ario svàr-data, “dono dal sole” [vedi svàr in sanscrito e suoi cugini indoeuropei; una parola che probabilmente ha una relazione etimologica con il nome della divinità slava Svarog (padre di una divinità solare) o per esempio il verbo russo svarit’, “bruciare”, “cucinare”], durante quasi lo stesso periodo (ci sono anche alcune tracce di parole indo-arie passate in prestito alla dinastia cassita di Babilonia) – potrebbe spontaneamente portare a vedere l’origine delle lingue indo-ariane in Asia occidentale ma, come si è detto in precedenza, la presenza di molte parole della famiglia indo-iranica, a volte provenienti dal proto-indo-iranico in una fase molto precoce, che possono essere trovate nelle lingue ugro-finniche (finlandese, estone o sami) e in quelle del Caucaso orientale, supporta piuttosto un diverso luogo d’origine.

Il fatto che questi prestiti siano entrati nelle lingue ugro-finniche* in diverse fasi di evoluzione della lingua indo-iranica conferma che le popolazioni uraliche in questione sono state a stretto contatto con popolazioni indo-iraniche per molti secoli, e il fatto che alcuni di questi prestiti appaiano pertinenti allo stadio proto-indo-iranico sostiene l’idea che queste parole non siano solo un’eredità delle popolazioni di Sciti e Sarmati. Supporta la teoria di una patria degli indo-iranici originari da ricercare in Russia**, nell’attuale territorio del Kazakistan nordoccidentale). Anche negli idiomi ugro-finnici alcune parole sono chiaramente più vicine alla famiglia linguistica indo-ariana che a quella iranica (ad esempio ungherese tehen, “mucca”, è più vicino al sanscrito dhenu-  (vedi punjabi dhen) rispetto all’avestico dainu; il sanscrito vedico, la più antica lingua indo-aria conosciuta, e l’avestico, la lingua iranica più antica conosciuta, erano ancora molto vicine tra loro, sicuramente, si dice, più di quanto lo siano oggi italiano e spagnolo). È interessante che l’ungherese szekér, “carro”, sia derivato da un indo-ario *śaka-ra.

*Alcuni esempi (tra i tanti) di radici indo-iraniche nelle lingue ugro-finniche che si possono trovare ne La controversia indo-ariana di Edwin Bryant e Laurie Patton:

Mordvino sazor, udmurto sazer, “sorella minore” – sanscrito svasar, “sorella”

Komi sur, udmurto sura, “birra” – sanscrito surā, “bevanda inebriante”

Finlandese e ostiaco udar, “mammella” sanscrito udhar, “mammella”

Finlandese marras, “morto” – sanscrito mṛtas, “morto”

Finlandese muru, “briciole”, mansi mur, mor, “sbriciolare”sanscrito mur, “crollare”, saka murr, “sbriciolarsi”, osseto mur-, “briciole”

Ungherese tei, “latte”  hindi dhai (in realtà dahi), lingua kashmiri dai, “latte acido”

Finlandese sarvimordvino suro, komi e udmurto sur, mari sur, “corno” – osseto sarv, avestico sru, srva (e sanscrito śṛṇga-)

Mansi mant, “secchio” – sanscrito mantha, manthana, pali mantha, “secchio”

Finlandese vasa, ostiaco vasik, mansi vasir, ungherese üszo, “toro”iranico vasa, osseto waes, sanscrito vatsa, “vitello” (e sanscrito vṛṣa, “toro”)

e così via.

**Va menzionato che la Cultura di Abashevo in Russia, è vista come possibile origine della lingua proto-indo-iraniana e, anzi, la Cultura di Abashevo è stata influente nel sito di Sintashta dove si riscontra la più antica espressione cultuale indo-iranica (o simile) nota, secondo molti specialisti.

“Nel 1370 a.e.v. si concluse un trattato tra il re di Mitanni, Mattiwaza (vecchia lettura di Kurtiwaza) e il re ittita, Suppiluliumas, e vi è un giuramento garantito da una serie di divinità, comprese quelle divinità indo-ariane come Indra, Mithra, Varuna e i Nasatya. Nel XIV secolo a.e.v. nella città ittita di Bogazkoy [in questo periodo chiamatq Hattusa], un allenatore della terra dei Mitanni chiamato Kikkuli compose un trattato sull’allenamento a cavallo dove impiegava numerosi termini indo-ariani (Thieme 1960; Mayhofer 1966 , 1973; Kemmenhuber 1968). La prima volta che gli Indo-Iranici apparvero nel Vicino Oriente risale, tuttavia, al XVII secolo a.e.v. quando gli Hurriti (non indoeuropei ma con un’aristocrazia ariana) arrivarono dal nord-est dell’Anatolia e fondarono il regno di Mitanni. Fu dominato dagli Indo-Arii che avevano portato carri, cavalli purosangue e la pratica dell’allenamento a cavallo. I nomi dei re di Mitanni, conosciuti da documenti dell’archivio Tel-Amarna [Tell el-amarna] in Egitto, e dai testi e sigilli cuneiformi del Vicino Oriente sono indo-arii. Gli Ariani formavano squadroni di cocchieri (Yankoska 1979, 1981, 1987), cosiddetti Maryannu. Giudicando dalle descrizioni del loro abito e delle loro armi, che includevano una cappa, un arco e una faretra con frecce  dall’asta forata (Zaccani 1978), gli Ariani dovevano essere giunti a Mitanni dalle steppe. Nessuna di queste caratteristiche erano conosciute nel Vicino Oriente, ma avevano analogie solo nelle steppe. Si tratta di un modello di migrazione dominante, d’élite: il dominio è garantito dall’introduzione di nuove tattiche di battaglia con il carro da guerra. Questo gruppo dominante era molto probabilmente piccolo e venne presto assimilato.

L’origine degli Indo-Iraniani, volume 3, p. 322, di Elena E. Kuz’mina

Confermando apparentemente  questa tesi, molte delle parole significanti “cavallo” attraverso tutta l’Asia occidentale durante l’antichità sembrano derivate dalla forma satem della radice indoeuropea designante il cavallo (*ekwos) indicando ancora gli Indo-Iranici (parlanti una lingua ariana satem in cui “cavallo” era detto asva) così come i diffusori dei cavalli montati e del carro da guerra in tale regione durante l’Età del bronzo (ad esempio, si veda hurrita essi, accadico sissu e alcuni altri tra cui molto rivelatori sono l’ittita azu(wa), luvio assuwa e ugaritico ssw che sono estremamente vicini al termine indo-iranico e sembrano essere chiaramente prestiti da questa famiglia linguistica. L’ascesa degli Ittiti (popolo indoeuropeo anatolico, cioè dalla moderna Turchia, la cui lingua non era satem), posteriore a quella dei Mitanni (che erano anche i loro vicini diretti), fu debitrice di un uso efficiente dei carri da guerra trainati da cavalli.

Gli specialisti considerano generalmente satem un’ulteriore innovazione sviluppatasi ben dopo la lingua protoindoeuropea che era tendente al tipo centum. Questo conforta l’idea che il cavallo sia stato introdotto e addomesticato tardi in Asia occidentale e Vicino Oriente, apparentemente smentendo la teoria secondo cui le lingue indoeuropee apparirono per la prima volta in Asia Minore o Medio Oriente, poiché la radice di “cavallo” era onnipresente, in buona sostanza, in tutte le lingue indoeuropee e, come tali, già parte della lingua protoindoeuropea da cui quasi tutte le lingue indoeuropee conosciute sono derivate (con l’eccezione, forse, delle lingue anatoliche che potrebbero essere derivate da una fase precedente), mentre il cavallo era fondamentalmente assente fino alla tarda Età del bronzo nella maggior parte dell’Asia occidentale (in aree come il Medio o Vicino Oriente e buona parte dell’Asia Minore).

Nell’Asia meridionale, la Cultura delle tombe del Gandhara, nella valle dello Swat, nord del Pakistansembra rappresentare l’avanzata di questi parlanti indo-iraniani nel sud del continente, importando anche il cavallo in queste terre.

Un confronto tra i riti di sepoltura della Cultura di Andronovo dell’Età del bronzo (Asia centrale e sud della Siberia) e di quella dello Swat (Pakistan settentrionale), del medesimo periodo, mostra come nel secondo caso, la cultura dello Swat (tombe del Gandhara) rappresenti un cambiamento nella tradizione locale.

Alcuni fenotipi dell’attuale Asia meridionale sembrano mantenere le tracce di questa antica migrazione proveniente dall’Asia Centrale durante l’Età del bronzo:

Nordoidi da Pakistan settentrionale e Afghanistan

Oggi gli aplogruppi eurasiatici occidentali possono ancora essere trovati nelle popolazioni asiatiche centrali (e in quelle della Siberia meridionale, come gli Altaici) anche se sono mescolati con numerosi aplogruppi asiatici orientali.

Questa mappa, tratta da uno studio del settembre 2010 di Martinez-Cruz et al., descrive l’origine delle popolazioni che hanno contribuito al corredo genetico delle moderne popolazioni di Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan (che mostra anche le differenze all’interno delle diverse famiglie linguistiche, turca e indo-iraniana):

Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan

Come nell’est dell’Afghanistan e nel nord del Pakistan, il Tagikistan, una regione in cui si parla una lingua indo-iraniana legata al persiano, è noto per ospitare un certo numero di individui di aspetto europoide all’interno della propria popolazione autoctona.

Soggetti europoidi del Tagikistan

“Infatti, è nelle varianti più orientali della civiltà di Andronovo – in particolare nella cultura di Bishkent, nel sud del Tagikistan – che una probabile espressione di rituali indo-iraniani è visibile negli indizi archeologici. Nel cimitero di Tulkhar, le sepolture maschili hanno un piccolo focolare rettangolare che ricorda abbastanza il focolare dell’altare (ahavaniya) dei primi sacerdoti indo-arii, mentre le tombe femminili hanno piccoli focolari circolari che evocano il garhapatya (sempre associato alle donne) nella casa indo-aria.

Anche se alcuni punti sono ancora abbastanza controversi, l’identità fondamentalmente indo-iranica delle culture steppiche dell’età del bronzo è vista come quasi certa”.

Da Alla ricerca degli indoeuropei. Lingua, archeologia e mito, di J. P. Mallory (1989)

https://web.archive.org/web/20141026092028/http://pastmists.wordpress.com/

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L’Italia è di tutti, tranne che degli Italiani

Lo stato italiano, come praticamente tutti i suoi omologhi occidentali, è privo di vera sovranità nazionale in quanto ostaggio, sin dalla sua nascita (ad eccezione del periodo fascista) di enti sovranazionali che, in particolar modo, hanno a che fare con l’alta finanza globale, col grande capitale apolide gestito dai soliti noti. La privazione di sovranità economica e monetaria diventa la cagione della perdita di sovranità nazionale, che viene sacrificata sull’altare dell’europeismo di cartapesta e del moloc mondialista: e i risultati di questi “capolavori” sono sotto gli occhi di tutti coloro che sono disposti a guardare in faccia alla realtà di un Paese suicida come il nostro.

Se uno stato rinunzia, o viene costretto a farlo, al proprio sacrosanto diritto (e dovere, visto che è in ballo il destino della popolazione indigena) di decidere da sé tutto quel che riguarda i propri affari interni, le proprie politiche economiche ed industriali nonché quelle relative al proprio benessere nazionale, cala le brache di fronte alle dinamiche internazionali dove a contare sono solo gli interessi dei più ricchi, dei più potenti, dei più parassitari, che amano banchettare sulla pelle dei poveri disgraziati di ogni latitudine. Un suicidio nazionale sotto forma di auto-genocidio imposto ai propri cittadini autoctoni, dilaniati dalla barbarie globalizzatrice.

L’Italia non decide più nulla da se, perché ciò che conta per davvero passa da Bruxelles, da Washington e New York e, inoltre, Roma e Milano contano ben poco di fronte alla nefasta triade Parigi-Londra-Berlino, dove cioè si discutono i destini del continente europeo. L’ingresso nella comunità europea, nell’Onu, nella Nato ha comportato la solenne rinunzia da parte italiana non delle velleità belliche e di dominio (come vorrebbero far credere i collaborazionisti) ma della sacrosanta sovranità nazionale, e dunque della missione prima e ultima di uno stato serio che è quella di rappresentare al meglio, difendere e preservare i popoli che esso governa.

La nazione italiana, piagata dalla Repubblica e dai suoi padroni, conta ormai come il due di picche e ciò che è peggio è che dipende in tutto o quasi dai forestieri; il destino del Paese, nelle grinfie mondialiste, è quello di ridursi agli scenari da cartolina senza più avere voce in capitolo nelle questioni fondamentali, vitali, per esso perché ci pensano i banchieri, i tecnocrati, i guerrafondai, i plutocrati, le multinazionali e i mafiosi internazionalisti che foraggiano gli enti apolidi. Lo vedete da voi che bella temperie caratterizza l’Italia contemporanea…

In una simile condizione di disagio, degrado e cattività vien da sé che lo scenario in cui siamo costretti a barcamenarci è quello di un Paese preda degli stranieri (sia in giacca e cravatta che in abiti cenciosi) in tutti i campi dall’economia al mondo del lavoro, dall’industria alla difesa, dalle politiche migratorie all’autodeterminazione. In nome dell’ipocrita fratellanza universale, e di altre zuccherose scempiaggini atte a mascherare la rapacità dell’Occidente antifascista e liberal-democratico, si consumano i peggiori crimini ai danni di una nazione e delle genti che la costituiscono messe in secondo piano rispetto a quel costrutto socio-ideologico appositamente messo in piedi per rovinare i “demoni bianchi” europei: il concetto di “umanità”.

La questione riguarda anche la vicenda dei vaccini (e dei farmaci), che il governo vuole imporre obbligatoriamente ai bambini in tenera età: non è il mio campo, quindi voglio evitare di avventurarmi su un terreno minato come questo rischiando di dire fesserie; ciò nonostante non è molto confortante sapere che dietro il governo agiscono le multinazionali del farmaco, il cui interesse non è certo filantropico ma eminentemente pecuniario. Certi vaccini servono sicuramente, nessuno lo può negare (a maggior ragione oggi dove ci troviamo in casa torme di immigrati allogeni), ma non sarebbe molto ma molto meglio se a gestirli fosse lo stato? Uno stato sovranista e dirigista, si capisce, che levi il tappeto rosso da sotto le zampe di lobby e industrie straniere.

E questo discorso dovrebbe valere per ogni campo perché solo uno stato italiano (non l’attuale, ovviamente) può fare gli interessi degli Italiani; tutti coloro che non rientrano in questa ampia comunità nazionale non faranno MAI il nostro interesse, faranno il proprio, che coincide sempre col denaro, il potere, l’egemonia ai danni della nostra nazione. Dal 1945 ad oggi, l’obiettivo dell’Occidente capeggiato dagli Usa è quello di tenere sotto scacco tutti gli Europei, quantomeno occidentali, riducendoli a marionette preoccupate solamente dai bisogni borghesi e dei bifolchi arricchiti che li scimmiottano; d’altro canto ciò che non fa il vizio e il disinteresse viene condotto a termine, egregiamente, dalle leggine ideologiche antifasciste e dal terrorismo psicologico di stato anti-identitario.

Per questo credo che uno stato serio, per davvero sovranista, dovrebbe non solo uscire da ogni ente sovranazionale ma anche assumere un aspetto dirigista, protezionista, isolazionista dove serve, al più creando uno spazio economico aperto allo scambio (non alla sudditanza, allo scambio, si tratta alla pari) nella macroarea etno-razziale degli Europei che è quella dell’Eurasia occidentale, senza snobbare un po’ di sana autarchia laddove serva. Solo rispettando sé stessi e irrobustendo la propria autostima “nazionale”, per così dire, si può ottenere il rispetto (e il sano timore) degli altri, sia da parte di altri stati che da parte delle barbariche orde di chi sta prendendo d’assalto la Sicilia e altre aree del nostro Sud.

Tutto è concatenato: se si rinunzia alla sovranità economica e monetaria si rinunzia a quella nazionale e così via, in ogni settore della vita pubblica del Paese; e così si dà accoglienza a cani e porci (inclusi i criminali), che puntualmente faranno il bello e il cattivo tempo perché non scappano “da fame, guerra, dittature”, come vogliono indurci a credere i semicolti che tuonano contro il “razzismo” e l’”egoismo” ma nella stragrande maggioranza dei casi sono aitanti giovani maschi, disertori, che vogliono venire a fare la bella vita in Italia, sapendo come qui gira grazie a preti, panciafichisti vari e menagrami da salottino televisivo. Nel resto d’Europa chiudono le porte e pigliano per i fondelli il patetico governo (non eletto, voluto dai soliti quattro intriganti) dell’anodino Gentiloni, mentre qui per colpa di chi dovrebbe difendere e rappresentare gli Italiani si sta diventando lo zimbello del Mediterraneo che si genuflette di fronte ad ogni sorta di barcone zeppo di alieni.

Insomma, l’attuale RI è di tutti, eccetto di coloro che dovrebbero esserne i legittimi proprietari: si fanno gli interessi di Francesi, Tedeschi, Americani, Israeliani; ci si lascia saccheggiare dai ricchi sfondati arabi, cinesi, russi ecc.; ci si fa mettere sotto da qualsivoglia immigrato che sbarca sulle nostre coste e che, una volta sul suolo nazionale, farà regolarmente ciò che più gli pare e piace perché può godere dello status di intoccabile, grazie ai moderni standard targati Onu-Unione Europea, e potrà anche mettersi a delinquere (come la cronaca ci racconta ogni santo giorno) beneficiando della clemenza della giustizia italiana, che è troppo spesso forte coi deboli e debole coi forti. E più si va avanti più la situazione peggiora. In tutto questo indovinate un po’ chi se lo prende allegramente in quel posto…

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/07/litalia-e-di-tutti-tranne-che-degli-italiani.html

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Aryas – Parte VII

Mummia di un individuo scito-siberiano da Tuva (Russia nordorientale)

C’era un tempo, ben prima dei movimenti delle popolazioni turche, in cui in Asia centrale si parlavano lingue indoeuropee. Durante l’antichità, le lingue indo-iraniane erano parlate dalle popolazioni che andavano dall’Europa orientale fino ai monti Altai della Siberia meridionale (tali popoli erano Sciti, Saci, Sarmati) e giù giù sino all’Asia meridionale. Tuttavia, prima di questa situazione, in Asia era apparentemente presente un altro tipo di lingua indoeuropea.

Troviamo, presumibilmente, tracce della prima migrazione indoeuropea verso est (dall’Urheimat compresa tra Ucraina e Russia meridionale), avvenuta proprio prima del 3500 a.e.v. e che ha dato vita alla Cultura di Afanasevo, la cui estensione andava dal Kazakistan al sud della Siberia e alla Mongolia. È probabile che la popolazione di tale cultura parlasse una lingua che era l’antenato del linguaggio tocario (per maggiori dettagli vedere l’articolo sullo Xinjiang che posterò successivamente).

Lo studio del DNA antico e l’archeologia rivelano tracce di questo antico passato. Un lavoro del 2004 espone la natura biologica della popolazione dell’Età del bronzo (in questo studio i campioni sono esattamente relativi al periodo compreso tra 1300 a.e.v. e 400 e.v.) nel Kazakistan:

Dipanare la matassa delle migrazioni nella steppa: sequenze di DNA mitocondriale proveniente da antichi Asiatici centrali (Lalueza-fox et al., 2004)

“La distribuzione, attraverso il tempo, di linee eurasiatiche orientali e occidentali nella regione concorda con le informazioni archeologiche disponibili: prima del (…) VII secolo a.e.v., tutti i campioni kazaki appartengono a linee europee; mentre più tardi si può rilevare l’apporto di sequenze eurasiatiche orientali coesistenti con il precedente substrato genetico occidentale. La presenza di un antico substrato genetico di origine europea nell’Asia occidentale può essere legato alla scoperta di antiche mummie con caratteristiche europee nello Xinjiang e all’esistenza di un linguaggio indoeuropeo estinto, il tocario”

[…]

“La maggior parte delle sequenze recuperate (n = 21, 78%) appartengono ad aplogruppi mitocondriali europei o comunque dell’Eurasia occidentale (HV, H, T, I, U e W).”

[…]

“Gli aplogruppi presenti  tra i moderni Kazaki, come B, F, C, Z, D, R, J e Y [quasi tutti tipici dell’Asia orientale] non sono stati riscontrati nei Kazaki preistorici [o meglio protostorici, i più antichi risalgono all’Età del bronzo]. Al contrario, due aplogruppi osservati tra i campioni antichi, W e I, non sono ancora stati trovati tra i moderni Kazaki. I risultati indicano inoltre che c’è un eccesso di aplogruppi eurasiatici occidentali in confronto a quelli attualmente trovati (in particolare gli aplogruppi H e U). Tuttavia, questo può essere attribuito alla sovrabbondanza del periodo temporale primevo solamente con aplogruppi eurasiatici occidentali. L’osservata assenza di sequenze eurasiatiche orientali prima del periodo che va dall’VIII al VI secolo a.e.v. suggerisce una precedente espansione preistorica di popoli portatori delle sequenze eurasiatiche occidentali in Asia, probabilmente estendendosi più ad est, nell’attuale Cina. Questa espansione può essere legata alla scoperta di mummie, che mostrano caratteristiche fisiche europee e sequenze mtDNA dell’Eurasia occidentale, nel bacino del Tarim, Cina nordoccidentale, così come al relitto linguistico indoeuropeo di tipo tocario”.

La Siberia meridionale era stata anche abitata in gran parte da popolazioni europoidi, probabilmente parlanti l’antenato della lingua tocaria, in quella che è oggi conosciuta come la Cultura di Afanasevo, che appariva già nel 3500 a.e.v. riflettendo, grossomodo, i supposti movimenti demografici indoeuropei nel nord dell’Europa nel medesimo periodo. Le date similari di questi movimenti di popolazione, sia orientali che occidentali, spiegano probabilmente le somiglianze tra il tocario, la più orientale lingua indoeuropea, e le lingue indoeuropee più occidentali, parlate in Europa (la lingua indo-iraniana è probabilmente diffusa da un successivo movimento di popolazioni che diffonde l’innovazione satem (vedi sotto) oggi presente in Asia, ma non nell’antica lingua tocaria. Entrambe queste migrazioni trovano la loro origine a nord del Mar Nero, nelle culture di Srednij Stog e di Yamnaya delle odierne Ucraina e Russia meridionale, una relazione suggerita dall’archeologia ancor più in Asia. Nella sua estremità orientale più conosciuta, la Cultura di Afanasevo raggiunse la Mongolia occidentale; le tracce di queste, presunte, migrazioni indoeuropee antiche si trovano in contesto archeologico ma anche genetico, relativamente al DNA antico.

Il DNA antico fornisce nuove conoscenze sulla storia del popolo kurganita nella Siberia meridionale (Keyser et al., 2009)

“Per aiutare a svelare alcuni dei primi movimenti migratori dalle steppe eurasiatiche, abbiamo determinato gli aplotipi e aplogruppi del cromosoma Y e mitocondriali di 26 antichi esemplari umani provenienti dalla zona di Krasnoyarsk e databili tra la metà del secondo millennio a.e.v. e il IV secolo e.v. Per andare oltre nella ricerca dell’origine geografica e dei tratti fisici di questi individui siberiani meridionali, abbiamo anche tipizzato polimorfismi di singoli nucleotidi portatori di informazioni fenotipiche. Le nostre analisi del DNA autosomico, Y-cromosomico e mitocondriale rivelano che mentre pochi esemplari sembrano essere correlati in linea materna o paterna, quasi tutti i soggetti appartengono all’aplogruppo R1a1 (M17), che è considerato come segnale della migrazione orientale dei primi Indoeuropei. I nostri risultati confermano anche che durante l’Età del bronzo e del ferro, la Siberia meridionale era una regione di sovrastante e dominante insediamento europeo, suggerendo una migrazione verso est del popolo dei kurgan attraverso la steppa russo-kazaka. Infine, i nostri dati indicano che, all’epoca del bronzo e del ferro, i Siberiani meridionali erano persone dagli occhi di colore azzurro (o verde), biondi o dai capelli comunque chiari e che avrebbero potuto svolgere un ruolo nello sviluppo iniziale della civiltà del bacino del Tarim [cioè nello Xinjiang, Cina nordoccidentale]. Per una migliore conoscenza, nessuna analisi molecolare equivalente è stata finora svolta.”

Lo studio rivela inoltre che durante l’Età del bronzo il 90% degli aplogruppi mitocondriali (lignaggi femminili) – come U2, U4, U5a1, T1, T3, T4, H5a, H6, HV, K e I – erano eurasiatici occidentali/europoidi (67% durante l’Età del ferro).

Diverse di queste firme genetiche mitocondriali hanno una corrispondenza esatta in Europa, come per esempio l’aplogruppo I4 e T1 del mtDNA, che si trovano frequentemente nel nord e nel nord-est dell’Europa (nel caso di T1, l’area baltica è apparentemente dove la sua frequenza è la più alta; questo stesso aplogruppo è stato trovato nel DNA di antichi resti umani provenienti dal Kazakistan (Lalueza-fox et al., 2004) e dallo Xinjiang (Gao et al., 2008); il lignaggio materno U5a1, che si trova nell’Europa nord-occidentale, mentre lo specifico U2e è stato trovato ai nostri giorni  in un individuo dell’est europeo e solo in un Uiguro; l’aplotipo K2b è stato trovato in soli due individui, uno austriaco e l’altro ungherese, mentre il preciso U4 dello studio principalmente nel nord, est, nord-est e nel sud-est dell’Europa e nella zona del Volga-Ural (ma alcuni anche nella regione dell’Altai fino all’area del Baikal ecc.).

Il fatto che la linea maschile, aplogruppo Y-DNA R1a1a, sia stato associato quasi esclusivamente a tali aplogruppi mtDNA dell’Eurasia occidentale, matrilineari dunque, nel più antico periodo analizzato, indica chiaramente una migrazione dall’Europa orientale, considerando in modo particolare l’archeologia che supporta questa visione, visto che la cultura di Afanasevo mostrava diverse somiglianze con quella di Yamnaya sita a nord del Mar Nero. Va anche ricordato che almeno il 60% degli individui antichi testati aveva capelli chiari e occhi azzurri o verdi.

È interessante notare che le più antiche mummie del bacino del fiume Tarim, nello Xinjiang (Cina nordoccidentale), tra gli Xiaohe (i Tocari) del 2000 avanti era volgare, recano tutte il marcatore R1a1a (e con alcuni lignaggi mtDNA che trovano riscontro nell’Europa moderna, per quanto riguarda l’Islanda e la Gran Bretagna.

Aplogruppi europoidi, anche se piuttosto rari, possono trovarsi pure in Mongolia, come illustra anche lo studio del DNA antico.

“Un maschio eurasiatico occidentale si trova nel cimitero d’élite di Xiongnu risalente a 2000 anni fa, nella Mongolia nordorientale”

“Abbiamo analizzato il DNA mitocondriale (mtDNA), i polimorfismi dei singoli nucleotidi del cromosoma Y (Y-SNP) e le short tandem repeat (STR), i cosiddetti microsatelliti, di tre scheletri ritrovati in un cimitero elitario di Xiongnu, vecchio di 2.000 anni, a Duurlig Nars nella Mongolia nordorientale.”

“Le analisi del DNA hanno rivelato che un soggetto era un antico scheletro maschile con aplogruppo materno U2e1 [U2e è il clade europeo di U2, un antico aplogruppo mtDNA eurasiatico (la cui origine ultima è paleolitica e probabilmente dall’India). Un uomo di oltre 30.000 anni trovato a Kostenki, nella Russia meridionale, è risultato essere U2] e di lignaggio paterno R1a1. Questa è la prima prova genetica che un maschio di distintive linee indoeuropee (R1a1) era presente nel Xiongnu della Mongolia”

Mongoloidi arianizzati

I mongoli Oirati, un gruppo etnico di Mongolia, Cina e Russia, possono, sebbene raramente, presentare occhi azzurri e capelli chiari, chiaro segno ariano.

I resti umani mostrano parimenti il cambiamento nella popolazione dell’Altai:

“Secondo i dati paleoantropologici , la popolazione caucasoide (per i suoi tratti morfologici) predominava nelle steppe della regione Altai-Sayan durante il neolitico [qui, apparentemente, almeno a partire dal periodo calcolitico], il periodo del bronzo e in parte di quello iniziale del ferro [1-3]. A quel tempo la componente mongoloide è stata osservata solo in pochi casi. Tuttavia, a partire dalla prima Età del ferro, la presenza di questa componente è in aumento e diventa prevalente nei tempi moderni. Pertanto, le dinamiche della composizione antropologica delle popolazioni di Altai-Sayan possono essere caratterizzate da una sostituzione definitiva della componente caucasoide da parte di quella preponderante mongoloide.” (tratto da Origine delle specifiche linee mitocondriali caucasoidi dei gruppi etnici della regione dell’Altai-SayanDerenko et al., 2002)

Lo studio Analisi molecolare genetica dei resti umani dei Wanggu, Mongolia interna, Cina (Yuqin Fu et al., 2006rivela anche un contributo “caucasoide” nell’antica tribù dei Wanggu:

“Recentemente, abbiamo scoperto i resti umani della tribù di Wanggu nel cimitero di Chengbozi nel Siziwang Banner, contea della Mongolia interna, Cina. […] I nostri risultati mostrano che la struttura genetica della tribù Wanggu nel periodo Jin-Yuan è una matrilinea complessa, contenente miscugli sia di popolazioni asiatiche che europee.”

Nel 2004, lo studio Differenti contributi matrilineari alla struttura genetica dei gruppi etnici nella regione della Via della seta in Cina (Yao et al., 2004) stimava l’input eurasiatico occidentale nelle linee materne mongole al 14,3%.

È anche interessante notare che uno studio sul bestiame eurasiatico ha rivelato che il bestiame mongolo è parzialmente ricavato dai bovini europei che ricorda simili conclusioni per quanto concerne il bestiame giapponese. In questo contesto è altresì interessante constatare che il turco öküz (cioè “bue”, che presenta la stessa radice ancestrale dell’inglese ox, una parola simile al sanscrito ukṣán ) assomiglia al tocario B okso.

Si aggiunga, per porre il sigillo al caso, un nuovo studio (Breve comunicazione: due canini inferiori a due radici: un tratto europeo e un indicatore sensibile di addensamento in tutta l’Eurasia”, Christine Lee e G. Richard Scott, American Journal of Anthropology Physics (2011) che mostra come un tratto dentale fondamentalmente specifico degli Europei, assente in Asia orientale, ma in particolare presente tra Afanasevo, e gli Sciti e gli Uiguri, e anche nell’Ordos (*), una regione del nord cinese, possa essere marcatore di antiche migrazioni (indoeuropee?) relative all’Età del bronzo:

“La presenza dei canini a due radici in Asia orientale può fornire qualche indizio sulla migrazione verso est della nuova popolazione in Cina e in Mongolia. Il maggior numero di individui con questo tratto si concentra lungo le frontiere occidentali e settentrionali della Cina e della Mongolia. Gli scavi archeologici supportano la migrazione su grande scala dei popoli in questa zona durante l’Età del bronzo (ca. 2200-400 a.e.v.). Gli artefatti delle sepolture e i modelli di insediamento suggeriscono i legami culturali e tecnologici con la Cultura di Afanasevo in Siberia, che a sua volta è legata archeologicamente, linguisticamente e geneticamente con le popolazioni indoeuropee dei Tocari che sembrano migrare nel bacino del Tarim ca. 4.000 anni fa (Ma e Sole, 1992; Ma e Wang, 1992; Mallory e Mair, 2000; Romgard, 2008; Keyser et al., 2009; Li et al., 2010).”

(*) Ciò sembra essere confermato dall’archeologia: “Secondo Lebedynsky, i popoli rappresentati dai reperti archeologici tendono a mostrare caratteristiche europee e sono considerate di affinità scita. Le armi, trovate nelle tombe delle steppe dell’Ordos, sono molto vicine a quelle degli Sciti, in particolare i Saci.”

https://web.archive.org/web/20141026092028/http://pastmists.wordpress.com/

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La cialtroneria senza fine dei professionisti dell’antifascismo

Premessa: ritengo che trasporre nell’oggi ciò che fu 70-80 anni fa diventi inevitabilmente una cialtroneria, una pagliacciata, perciò per rispetto verso ciò che fu sarebbe davvero il caso di non ripescare pari pari nel passato, con l’inevitabile risultato tragicomico di banalizzare il tutto e di tramutare in una farsa l’originale che, oggi, apparirebbe per l’appunto fuori luogo. Ovviamente, sto parlando di coloro che se ne vanno in giro travestiti da camicie nere o da federali fascisti, fanno saluti romani, inneggiano al Duce, sventolano vessilli nazifascisti e si recano a Predappio per farsi immortalare nei luoghi di Mussolini tra una selva di “A noi!” e di kitsch neofascista (o meglio, come si dice oggi, “da fascio-minkia”).

Nello specifico mi riferisco al fatto di Chioggia, della spiaggia “fascista” gestita dalla solita macchietta “nera”, personaggi che non apportano alcun beneficio alla causa ma, anzi, tornano utili ai detrattori per ridicolizzare o demonizzare (come infatti abbiamo visto per l’immonda gazzarra scatenata dai piddini, Renzi e Fiano in testa). Il Fascismo (con la “f” maiuscola perché qui si parla di un fenomeno storico squisitamente italiano, sebbene il termine venga declinato dagli pseudo-democratici come sinonimo di dittatura, dispotismo e tirannia) fu uno straordinario laboratorio di idee, pensieri, programmi e manifesti, nato in Italia da Italiani, che non può essere ridotto al suo esponente di spicco, Mussolini, e tanto meno a questioni come la guerra e ciò che ha comportato.

Fenomeno complesso il Fascismo, un movimento politico, ideologico, culturale e anche mistico/spirituale, che è davvero indegno ridurre alle sue manifestazioni più controverse oppure a vicende indipendenti dalla volontà dei suoi artefici; stiamo parlando di una pagina storica del nostro Paese, della naturale prosecuzione dell’ideale risorgimentale, non una semplice parentesi ma più di un ventennio in cui molto di buono fu fatto e che, sicuramente, se non fosse stato per le vicissitudini belliche sarebbe ancor oggi visto con occhi diversi, anche dai soliti sputasentenze antifascisti.

D’altronde, già allora, fino all’8 settembre tutti fascisti, subito dopo tutti antifascisti e pronti a saltare sul carro dei futuri vincitori per mettere il sedere al riparo di chi si apprestava ad invadere l’Italia devastandola con bombardamenti terroristici, marocchinate, mafie e contingenti esotici tratti dalle proprie innumerevoli colonie (ma ovviamente loro erano i democratici… gli stessi di Hiroshima e Nagasaki). Eppure, nonostante la guerra, anche la Repubblica Sociale merita degna considerazione poiché i suoi progetti, molto avanzati per l’epoca, prevedevano la concretizzazione del salutare binomio di socialismo e nazionalismo, ed è inutile che si parli di stato-fantoccio o altre amenità consimili, poiché l’alleato germanico – dopo il tradimento sabaudo – voleva ovviamente cautelarsi controllando la situazione italiana (anche per la debolezza congenita delle forze armate italiane, in generale, di molto inferiori rispetto a quelle tedesche), in uno scenario spaccato in due dove il Centro-Sud era nelle mani degli Alleati, e dei traditori.

Proprio per questa situazione complessa, a tratti ambigua, ma prima di tutto caratterizzata da diversi aspetti positivi, della dottrina fascista, serve una trattazione delicata, attenta, ponderata e per nulla farsesca, altrimenti i risultati sono sotto gli occhi di tutti: personaggi da bar sport o da fumetto alla Alan Ford che rendono un pessimo servizio alla causa e alla Patria, contribuendo all’inflazione di un termine come, appunto, “Fascismo”, che oggi, come accennavo, è sinonimo, sempre negativo, di regime autoritario ecc. E qui si inserisce la, consueta, cagnara dei sedicenti democratici italiani che tra un delirio liberticida e l’altro sfruttano il pretesto fornitogli da elementi pittoreschi come il gestore della spiaggia di Punta Canna (Chioggia) per dare giri di vite alle già esistenti leggi contro la libertà d’espressione.

La storia la conoscete tutti, nel dettaglio, dove un tizio pieno di sé che si ritiene democratico pur avendo mire da ducetto sta facendo di tutto per tornare al potere strumentalizzando tutto quello che gli passa sotto al naso, cercando di dare un colpo al cerchio e alla botte: vuole la leggina antifascista (come se non esistessero già…) e lo ius soli per far contenta l’ala sinistra (in tutti i sensi) del suo partito, ma al contempo scimmiotta il motto leghista dell’”aiutiamoli a casa loro” per rodere i consensi a Salvini e alle destre, ma anche ai grillini, che sulla questione immigrazione hanno idee molto più sagge del Pd. Non che ci voglia molto, capiamoci.

Renzi è un perfetto politico: non lavora, dice balle, promette e non mantiene, bada ai propri interessi e alla poltrona, non ha ideologia, specula su tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, banalizza questioni complesse e delicate, lecca i piedi ai ricchi e ai potenti per ingraziarsi la gente che conta… Nulla di nuovo sotto il sole. E costui sarebbe l’antidoto al berlusconismo: possiamo star freschi. Il concetto di democrazia di questi personaggi lo conosciamo tutti benissimo: servaggio della politica nei confronti dell’alta finanza, delle lobby e delle multinazionali. Inoltre, come detto, strumentalizzare le uscite infelici di personaggi folcloristici come il tizio di Chioggia per stroncare il dissenso col pretesto dell’antifascismo (in assenza di “fascismo” inteso come fenomeno autoritario), perché la questione è tutta qui: impedire di mettere in discussione i dogmi democratici, di cui il Pd si fa alfiere, e lasciare campo libero agli scherani della dittatura del pensiero unico, quello che non ammette revisionismi, negazionismi, pensieri alternativi, “deviazioni” dalla vulgata antifascista che impera sovrana in Italia ed Europa.

Quello del fantomatico ritorno di regimi autoritari morti e sepolti è il più classico degli spauracchi cavalcati dalle sinistre e dai liberali per seminare terrorismo ed indurre la gente a farsi gli affari propri, evitare di parlare e di esporsi con idee scomode (scomode per i vari Pd, si capisce), lavorare, star zitta, pagare tasse e al più baloccarsi col pallone, i motori, la tv e le polemiche da reality. Lo stato italiano di questi signori è uno stato senza nazione, dove il popolo paga tasse ed è atterrito dai reati d’opinione. E poi il problema sarebbe il fantascientifico ritorno di nazismi e fascismi, certo.

L’unica dittatura oggi esistente, e vieppiù concreta ed implacabile, è quella del dogmatismo antifascista, spalleggiato dal grande capitale e dal desiderio dei vincitori dell’ultimo conflitto mondiale di castrare le nazioni europee, come Italia e Germania, per tenerle controllate e manovrarle siccome marionette a proprio uso, abuso e consumo. I sinistrorsi, come i piddini, sono una pletora di utili idioti, gli sciuscià ben pagati dell’imperialismo americano. La nostra missione, di patrioti e identitari, è quella di essere intelligenti portabandiera dell’eterna Idea italico-romana, ed europea, sotto l’egida dei Padri indoeuropei, ma senza prestare anacronisticamente il fianco con le buffonate da “nazisti dell’Illinois” o da “fascisti su Marte” ai nostri implacabili nemici, dietro cui stanno i loschi pupari che usano ciarlatani come Renzi alla stregua di camerieri riccamente stipendiati.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/07/la-cialtroneria-senza-fine-dei-professionisti-dellantifascismo.html

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Il dispotismo antifascista (in assenza di fascismo)

Periodicamente, spunta la storia del matto neofascista di turno (fondamentalmente un poveraccio) che viene prontamente strumentalizzata dalle sinistre per dare ulteriori giri di vite alle già esistenti leggi liberticide su “reati” politici e opinioni scomode, con la scusa dello spauracchio “fascista”, che ovviamente esiste solo nelle loro teste. Il fascismo è bell’e che morto e sepolto, e Renzi e i suoi simili lo sanno benissimo, ma nonostante ciò rivangare storie di più di settant’anni fa torna sempre utile ai “democratici” per sollevare un polverone grazie a cui possano nascondere le loro magagne, queste vere, in un’Italia sempre più demolita e svenduta allo straniero, privata di sovranità, calpestata e beffata da immigrati, plutocrati ed europeisti. Però, secondo questi geni del Partito Democratico, l’urgenza è inventarsi di continuo leggi per, con la scusa dell’inesistente “ritorno del fascismo”, terrorizzare la gente stroncando sul nascere il dissenso alle porcherie della politica governativa. Perché il punto è quello.

Il vero dispotismo con cui oggi dobbiamo fare i conti è proprio quello dell’antifascismo (in assenza di fascismo, badate bene), di soggetti tronfi, arroganti e prepotenti che dall’alto delle loro cattedre post-sessantottine vogliono insegnare la democrazia, ma a suon di liberticidi, di leggi che intendono perseguitare il pensiero politicamente scorretto e la libertà d’espressione genuina, che è quella che prende di mira gli intoccabili dogmi degli stati-apparato formatisi a partire dall’800. Dogmi creati appositamente per stabilire “verità” di stato, da psicopolizia, e impedire che la gente ragioni con la propria testa e possa anche riunirsi e coalizzarsi per plasmare soggetti non neofascisti, come vi vorrebbero far credere, ma liberi da ogni lacciuolo statolatrico e pseudo-democratico e sempre e comunque dalla parte della nazione (che non è lo stato, ma il popolo). D’altro canto, la sinistra italiana ha bisogno come l’ossigeno del suddetto spauracchio “fascista”, perché se le togliete polemiche vecchie di quasi cent’anni, cosa le rimane? Ve lo dico io: Matteo Renzi, e le sue patetiche velleità da ducetto schiavo di America e Unione Europea.

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Alcune riflessioni sul vessillo nazionale

Rosso – Bianco – Verde

Il Tricolore italiano è forse uno dei simboli più vituperati nella storia d’Italia, e questo perché, molto probabilmente, ci si limita ai suoi significati più superficiali: copia del più noto Tricolore francese, bandiera rivoluzionaria e giacobina, in odore di massoneria, artificiale, poco rappresentativa, recente ecc. ecc.

Per carità, nessuno nega che la nostra bandiera nazionale sia, effettivamente, di origine giacobina, ispirata a quella francese (che del resto ne ha ispirate molte altre), e utilizzata (spesso) da soggetti poco raccomandabili, però credo che, se presentata in diversa foggia, più simile alla sua versione originale del 1796-’97, possa essere un gran bel vessillo denso di significati alti e nobili, e autonomi rispetto al Tricolore transalpino.

La sua versione originale, cispadana, presentava bande orizzontali con il rosso sopra, il bianco al centro, il verde in basso, con una forma piuttosto quadrata; nel mezzo della striscia centrale bianca v’era un turcasso, ossia una sorta di faretra, contenente quattro frecce a simboleggiare il sodalizio di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio di Lombardia, le città repubblicane dalla cui unione nacque, appunto, la Repubblica Cispadana, emanazione dell’occupazione francese del Bonaparte, che portò il vento giacobino, rivoluzionario, anche nel nostro Paese (tecnicamente sarebbe pure il suo: Napoleone era figlio di Corsi, dunque di Italiani).

Un’altra bandiera italiana, napoleonica, degna di interesse è quella del Regno d’Italia del 1805-1814: rettangolare, con un rombo bianco al suo interno, su sfondo rosso, contenente a sua volta un rettangolo verde con l’aquila napoleonica, che non è altro che un’aquila imperiale romana sul trespolo con le saette di Giove tra gli artigli, l’emblema delle legioni romane: un simbolo più italiano di così… Saranno anche vessilli giacobini (il giacobinismo primigenio, comunque, è a suo modo un antesignano di fascismo e nazionalsocialismo, bene ricordarselo, grazie a cui viene alla luce il concetto moderno di nazione) ma il loro fascino è tale perché solletica, nelle corde dei patrioti italiani, antichissimi e nobili rimandi di origine indoeuropea.

Apro un inciso: l’odio leghista per il Tricolore italiano è semplicemente demenziale perché una bandiera padana come questa – ancorché moderna – non esiste, tanto che sta pesantemente sul gozzo ai duosiciliani, con le loro litanie anti-risorgimentali sul Piemonte razzista e colonialista; infatti, sebbene si possa vedere un nesso tra il rosso-bianco-verde italico e il blu-bianco-rosso gallico, dove il blu e il rosso sono colori di Parigi e il bianco della monarchia francese, nel caso del nostro Tricolore si può leggere un cromatismo altamente lombardo (in senso etnico e storico) essendo il bianco e il rosso colori classici delle croci padano-alpine dei liberi comuni medievali, a partire dall’insegna di Milano (Croce di San Giorgio guelfa, Croce di San Giovanni Battista ghibellina), e il verde colore visconteo di gusto ghibellino, reimpiegato per le uniformi della Legione Lombarda napoleonica, nonché dallo stemma della Regione Lombardia. I leghisti amano il verde per scimmiottamento degli Irlandesi, ma come vedete non c’è bisogno di guardare in casa d’altri per trovare riferimenti nostranissimi.

Tornando alla questione del cromatismo e dei suoi aristocratici echi, partiamo col dire che, simbolicamente, i colori italiani vengono accostati di volta in volta al paesaggio italiano, alle virtù teologali, alle suggestioni dantesche relative a Beatrice (con tanto di speculazioni “rosacrociane” e vetero-massoniche), a generici sentimenti di amore e di patriottismo; ognuno può vederci i simboli che più gli aggradano ma in questo caso sembrano più interpretazioni “standard” che possono ritornare in contesti diversi da quello italiano. Quel che, invece, intendo sottolineare io, come già fecero altri tra cui anche studiosi importanti (come Dumézil, Del Ponte, Migliori) è il valore simbolico ancestrale del nostro Tricolore, ovvero del suo cromatismo peculiare che permette di stabilire dei paralleli tra esso e le tripartizioni cromatiche dell’antichità, in particolar modo ariane.

Il modello di partenza è infatti rappresentato dalla bandiera della Tradizione canonica: rosso-bianco-nero a strisce orizzontali. Alcuni la confondono con la similare bandiera tedesca del Reich germanico (che ha però il nero sopra) o con l’eguale cromatismo di evoliana e guenoniana memoria: nel caso di Evola rispecchierebbe nigredo, albedo e rubedo della tradizione ermetico-alchemica, nel caso di Guénon la tripartizione in spirito, anima e corpo dell’uomo, posizioni che comunque si intersecano nel contesto delle dottrine tradizionali dell’Occidente, ritornando nelle varie culture di estrazione indoeuropea. Epperò la bandiera sunnominata, traendo comunque spunto dalle posizioni dei due fondamentali studiosi, unisce elementi del sacro con un occhio di riguardo alla suddivisione in caste tipica presso gli antichi Ariani, che in India dura ancora andando a rappresentare un vessillo che vuole essere emblema dell’umano e della sua natura in mens, anima e corpus.

Il rosso è il colore del cuore e della scintilla vitale, dunque dello spirito luminoso e solare che secondo gli antichi albergava appunto in quell’organo, che si pone in cima in quanto segno superiore di forza virile, razionale, “cerebrale”, centrale anche nel corpo umano; il bianco, sotto il rosso, è simbolo di anima e mente, della Luna che non brilla di luce propria ma viene rischiarata dalla fondamentale luce del Sole, un colore “femminile” e simbolo di passioni, pensieri ed emozioni, regolate dal cuore-cervello; infine il nero, in basso, la parte corporea e materiale dell’io, il livello inferiore collegato al ventre, ai visceri, ai genitali.

Una tripartizione questa che non solo trova precisi riferimenti nella tripartizione della società, a partire dal sacro, dal pantheon ariano (sacerdoti, guerrieri, agricoltori-artigiani), ma rispecchia anche quei principi cosmici rappresentati dal Sole, dalla Luna e dalla Terra, cosicché all’astro per antonomasia corrisponde lo spirito, al satellite terrestre l’anima, al nostro pianeta il corpo. Potete trovare maggiori informazioni qui.

Dumézil ha studiato il cromatismo indoeuropeo a partire dalla suddivisione in caste della società ariana, che rispecchierebbe la concezione del sacro e le divinità stesse degli Indoeuropei. Egli sostiene che al cromatismo tradizionale bianco-rosso-nero corrisponda la tripartizione sociale in sacerdoti-guerrieri-contadini/lavoratori (del resto il 3 è numero basilare presso i popoli indogermanici) e dunque la triade divina che ritorna in diversi culti tradizionali come quello italico-romano (Giove, Marte, Quirino), germanico (Odino, Thor, Freyr), celtico (Taranis, Esus, Toutatis), indo-ario (Mitra, Indra-Varuna e gli Asvin) ecc.

Tali divinità erano preposte a particolari funzioni che venivano riflettute dalla società degli uomini indoeuropei, così ad esempio Giove, il dio padre celeste, trovava un parallelo nella casta sacerdotale romana, Marte, dio della guerra, nella classe degli aristocratici-guerrieri, Quirino nel ceto dei produttori (contadini, artigiani, lavoratori), probabilmente, questa, arcaica reminiscenza dei culti preariani legati alla fertilità e a figure di divinità femminili. Il sistema delle caste in India è ancor oggi esemplare, per illustrare il concetto: alle quattro classi sociali (bramini, kshatriya, vaisja, sudra = sacerdoti, guerrieri, commercianti, contadini e facchini), rigidamente separate ed ereditarie, corrispondono il colore bianco della spiritualità luminosa, il rosso del sangue e del fuoco, il giallo dell’oro, e il nero della terra; infine i fuori casta, cioè i paria, gli impuri. Si pensa che questa stratificazione sociale introdotta dagli Arya rifletta anche la suddivisione etnica tra conquistatori indoeuropei e sottomessi dravidici.

La suesposta strutturazione sociale tripartita, correlata alla sfera della religione, collega così alle divinità triadiche basilari (e alle loro funzioni incarnate dagli uomini) il bianco (Giove/clero), il rosso (Marte/guerrieri), il nero (Quirino/produttori). Essa non corrisponde pienamente a quanto detto circa la bandiera della Tradizione ma ha ispirato in me alcune riflessioni a riguardo del Tricolore italiano.

A mio modesto parere l’attuale Tricolore è troppo artificiale, asettico, privo di attrattiva dettata da identitarismo e patriottismo: bandiera troppo anonima e replica di quello francese. Capisco, naturalmente, che le strisce orizzontali si confonderebbero con la bandiera nazionale bulgara, ma vorrei far presente che la versione originale della nostra insegna era a strisce orizzontali e nata ben prima di quella magiara (1796-’97, 1848 quella d’Ungheria), di foggia differente e con un simbolo nel mezzo. La bandiera nazionale d’Italia si meriterebbe, infatti, anche un simbolo da porvi al centro, e che ovviamente non riguarda la ruota dentata repubblicana inventata settant’anni fa.

Come potete leggere anche qui, o in questo articolo di Scianca, i colori rosso, bianco e verde erano presenti nell’ethos ariano dell’antica Roma per i motivi triadici già citati, in riferimento sia alla pietas che alla società, ma anche per questioni ludiche (le fazioni del circo), etniche (le tribù alla base di Roma, ossia Ramnes, Tities e Luceres e quindi Latini, Sabini ed Etruschi) e ancora sacrali (Giove, Marte, Venere-Flora che si collegano a Quirino per questioni relative alla fecondità). In questa tripartizione cromatica italico-romana, il verde sostituisce il nero, o anche il blu scuro, ma parimenti rappresenta la terra, il suolo, il lavoro agreste; inoltre è interessante e suggestivo constatare come la livrea del picchio verde, animale totemico dei Piceni (ramo italico umbro-sabino) sia rossa, bianca e verde.

Oltre a tutto questo, il Tricolore italico (del Sangue) che avrei in mente incarnerebbe anche dei precisi valori patrii riferiti all’Italia e alle aree che la compongono: il numero tre ritorna ancora perché tre sono le macro-aree italiane, Nord, Centro, Sud; il colore rosso posto in cima rappresenterebbe il Nord, la Grande Lombardia, e le sue qualità storiche: la nobiltà del sangue, il fuoco della solarità alpino-padana (e dei suoi rituali), la guerra e i cavalieri (Celti, Romani, Goti, Longobardi, liberi comuni e signorie nel quadro del SRI, sino all’epopea risorgimentale, nata appunto nel Settentrione), il motore-cervello d’Italia, cuore economico e imprenditoriale del Paese; il bianco, luminoso, posto nel mezzo, rappresenta il Centro Italia, la culla della cultura italiana da latinità e romanità alla lingua nazionale, la sede dell’anima, della religio patriottica, dell’eterna maestà dei Cesari, la Saturnia tellus che fu faro di civiltà per tutto l’Occidente; il verde, in fondo, rappresenta il Sud, l’energia selvaggia della natura incontaminata (anche dei terremoti, purtroppo), della foresta e delle montagne ma anche del ruralismo che ormai sopravvive più nell’appendice agricola del Meridione che al Centro-Nord, segno che, sta bene il progresso e lo sviluppo, ma non ci si deve dimenticare delle proprie radici, per rimanere connessi col nostro habitat e la natura che lo circonda: dunque la potenza ctonia dell’elemento terrestre, del suolo.

Chiaramente questa tripartizione non va interpretata rigidamente perché la risultante bandiera simboleggerebbe la triade di sangue, suolo, spirito che ovviamente vale per tutta la nazione, dalle Alpi alle isole maltesi, dalla Corsica al Quarnaro, pertanto sia al Nord che al Centro come al Sud questa suddivisione va intesa integralmente, per quanto si possano stabilire alcuni collegamenti, come ho suggerito. Gli alti ideali di etnia, cultura e territorio devono essere i pilastri della rinascita di ogni popolo che si rispetti.

Assieme a questo cromatismo, e nell’ordine illustrato, sta bene la foggia quadrata del vessillo, come nell’originale, a ricordare il solco quadrato tracciato con l’aratro secondo il classico rituale ariano delle fondazioni sacre, delle città italiche e non, come di Roma, e nel mezzo, sovrapposto, un simbolo patriottico emblema storico d’Italia, quale l’aquila imperiale romana insegna delle legioni. Essa è simbolo uranico per eccellenza, e l’italiano B(u)onaparte la elesse a propria insegna, sgraffignandola dalla nostra antichità. Sì, perché questo simbolo è legato a doppia mandata all’Italia, e assieme al lupo (altro animale totemico spiccatamente italico e romano), incarna i più arcaici aspetti dell’ethos, relativi alla nazione plasmata dalla romanitas.

Anche la sunnominata bandiera napoleonica del Regno d’Italia è molto bella e accattivante, sebbene strumentalizzata da loschi ambienti, anche perché propone una soluzione originale che distinguerebbe la bandiera italiana da quella ungherese, irlandese, messicana (questa sì massonica), iraniana ecc. Oltretutto, il cromatismo rosso-bianco-verde (o simili) ritorna spesso anche in altri vessilli provenienti da terre indoeuropee come appunto Irlanda, India, Persia-Iran, Kurdistan, Tagikistan, pure Ungheria per quanto sia una nazione di lingua uralica, poiché la storica Pannonia, come i suoi vicini, venne caratterizzata da diverse invasioni indogermaniche. Oggi il modello giacobino appare nello stendardo presidenziale, quadrato, e con al centro lo stemma della Repubblica al posto dell’aquila romana, e contornato dall’azzurro sabaudo.

Un colore, quello, che storicamente è legato a Casa Savoia e dovrebbe essere un simbolo mariano collegato al manto della “Vergine”, insegna della casata savoiarda utilizzata durante la battaglia di Lepanto; Dumézil offre una diversa suggestione, sostenendo che a Roma, un altro colore accostato al rosso-bianco-verde era il ceruleo, dunque l’azzurro, e difatti a Costantinopoli v’erano le fazioni del circo dei Verdi e degli Azzurri, sicuramente, assieme ai giochi del circo, retaggio antico-romano. In tutta onestà, comunque, all’azzurro preferisco il nero, soprattutto pensando a cosa quell’azzurro ha rappresentato per l’Italia (lo sfacelo dei Savoia) e rappresenta oggi (il pallone).

Lo studio del vessillo patrio, insomma, offre innumerevoli spunti di riflessione, a patto di non affrontare la questione con le solite banalizzazioni e i soliti pregiudizi da provincialotti o da bettola leghista, che rappresentano un freno ad una degna riscoperta dei simboli italiani, e dell’essenza più intima dell’Italia medesima, che sono molto ma molto di più che il velame repubblicano confuso, dai detrattori dell’italianità, con 3.500 anni di storia.

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Un’iniezione di sovranità nazionale per salvare l’Italia

Mentre le moderne invasioni barbariche continuano senza sosta, l’Unione Europea (europea per modo di dire) predica bene e razzola male abbandonando, nell’emergenza, l’Italia a sé stessa. L’intero peso dell’immigrazione di massa ricade su Italia e Grecia senza che gli altri Paesi europei muovano un dito per alleviare l’infame carico che sta oberando la nostra terra, dal Sud come al Nord (gli sbarchi sono concentrati nel Mezzogiorno, ma le regioni che più incamerano queste sgradite entrate sono quelle settentrionali, Lombardia in testa). Intendiamoci: non è che Francia, Spagna, Austria e Germania siano delle canaglie che inguaiano l’Italia, il loro punto di vista è più che comprensibile, il problema sta in chi conduce la baracca repubblicana a Roma.

Dal 2011 l’Italia non ha un governo eletto, espressione del voto popolare, perché, dopo Monti, si stanno alternando dei piddini in veste di tecnici che non sanno far di meglio che liquidare ogni giorno che passa la residua sovranità nazionale italiana; del resto, basta guardare in faccia chi c’è nella stanza dei bottoni per comprendere al meglio perché siamo impantanati nella questione migratoria: Gentiloni, Boldrini, Grasso, Mattarella, personaggi che sono agli antipodi del patriottismo, e del sovranismo. Aggiungiamoci le nefande ingerenze del Vaticano, che non cessa di ficcare il naso nei nostri affari, con un papa che ormai passa più tempo a parlare di allogeni che in sagrestia.

Il rapporto che abbiamo con la Ue è semplicemente grottesco e demenziale. L’italietta di questi tempi fa di tutto per ingraziarsi le simpatie di Bruxelles, mostrandosi zelante nel compito di appecoronamento anti-sovranista e anti-comunitarista, imbarcando allogeni più che può e condannando recisamente il “populismo”; in compenso, quelli dei cenci stellati in campo blu voltano le spalle al maggiordomo Gentiloni, fino ad arrivare a farsi beffe delle scellerate politiche di accoglienza italiane che non sanno respingere e rimpatriare all’istante ma solo imbarcare, a differenza di ciò che accade altrove.

È logico: così facendo il messaggio che Roma manda è un invito a nozze per le masse allogene, scafisti, criminali e terroristi inclusi, forti del fatto che, tanto, nell’italietta repubblicana non si respinge, le porte sono aperte a cani e porci e i delinquenti fanno vita beata perché se acciuffati e puniti vengono prontamente rilasciati dopo poco, ricevendo comunque pene miti, e sono poi di nuovo in campo per seminare violenza e crimine. Come può, infatti, uno stato (dico uno stato, non un ente caritativo) piccarsi di accogliere tutti, di ripescare tutti dal Canale di Sicilia, di amare gli immigrati perché “anche gli Italiani sono immigrati”? Io questa stucchevole retorica da Libro Cuore l’ho sempre visceralmente detestata perché suona, innanzitutto, come un insulto e una beffa ai danni dei compatrioti, soprattutto di quelli meno agiati che faticano a sbarcare il lunario.

Bisogna mettersi in testa che la corsa alla solidarietà (?) di stato non risolve un bel niente: non aiuta il terzo mondo, che rimane perennemente nel limbo del sottosviluppo e dell’emigrazione di massa verso l’Occidente; non aiuta di certo l’Italia e l’Europa, tormentate dalle problematiche connesse all’immigrazione di massa e alla società multirazziale, tra guerre tra poveri, criminalità, terrorismo; non fa l’interesse dei popoli ma solo quello degli sfruttatori, dei novelli negrieri che con la scusa dell’accoglienza celano sordidamente le proprie malevoli intenzioni, volte alla schiavitù dell’immigrato e alla liquidazione del vecchio e costoso nativo.

Rendetevi conto che le dinamiche Italia – Unione Europea rassomigliano quelle del povero zerbino che insegue forsennatamente la sprezzante amata, umiliandosi vieppiù sino all’annullamento di sé per ingraziarsela, col risultato di auto-sotterrarsi nel patetico e nel ridicolo e di perdere il rispetto di sé stesso (e il rispetto da parte di terzi): è esattamente ciò che sta combinando il governo italiano, in questa missione suicida dove, prima o poi, la bomba allogena deflagrerà in tutta la sua devastante portata, perché è solo questione di tempo. Non andate a pensare a chissà quali attentati terroristici (comunque sempre possibili), qui il punto riguarda la dialettica indigeni – allogeni, sovranità – immigrazione, con annessi e connessi. Nulla vieta di ipotizzare qualche collasso prossimo venturo, anzi…

Pensate che persino quel pistola di Renzi, pur essendo favorevole allo sciagurato ius soli, si è recentemente messo ad inseguire la Lega Nord sulla questione migranti, facendo capire che la misura è colma e che non si può andare avanti in questo modo; chiaramente è una tattica per riuscire a tenere un piede a destra e uno a sinistra (con lo ius soli) e Renzi e il suo precedente governo hanno la loro brava responsabilità (vedi, ad esempio, il tentativo di abrogare il reato di clandestinità), ma questo è il sintomo dell’insofferenza che proviene anche dal centro-sinistra in materia di immigrati, perché ad un certo punto non deve essere più una questione di schieramento politico ma di buonsenso: aiutare i migranti a casa loro è un concetto elementare che capisce anche un bambino, nonché il giusto modo per affrontare l’emergenza sbarchi.

Il problema, a monte, fu quello della liquidazione di Gheddafi e delle primavere arabe derivate, ovviamente tramate dall’Occidente, vicende che si sono poi riflettute nelle ondate migratorie incontrollate, in mancanza di filtri, o meglio di dighe, che ne arrestassero gli smodati flussi verso l’Europa. Il prezzo lo paga chi è più vicino al Nordafrica e alla Turchia (il ponte tra Europa e Medio Oriente), quindi Sicilia e sue isole e Grecia. Due realtà abbandonate dall’Europa che conta e che, del resto, non ha mai fatto mistero della propria avversione per gli Europei meridionali, considerati, da sempre, figli di un dio minore (pur essendo la culla della Civiltà che ha fatto scuola anche a lorsignori “barbari”).

Il problema dell’Italia sta negli enti mondialisti anti-sovranisti che la mantengono docile, fiacca e asservita, Ue e Nato in testa, mediante questi governicchi di matrice tecnocratica o socialdemocratica e liberale che obbediscono all’agenda internazionalista, fregandosene altamente delle sorti d’Italia e dei suoi legittimi figli. Va da sé che la preservazione e l’irrobustimento della nazione italiana e dei suoi popoli passi per la riscossa nazionalista e sovranista e per l’affrancamento da questo giogo globalista, anche perché un’unione europea di nazioni e popoli diversi, comandati da Tedeschi e Francesi, non ha alcun senso, e meglio – nel caso – sarebbe una sorta di confederazione senza più euro e altre ammucchiate anti-nazionali.

La miglior sistemazione statuale per il nostro Paese, non mi stancherò mai di dirlo a costo di passare per noioso e logorroico, è quella di una repubblica etno-federale e presidenziale al di fuori di ogni organizzazione sovranazionale, dunque mortifera per le sorti del Paese, dove a decidere è il popolo nella persona di un rappresentante da esso scelto e insediato, garante di sovranità nazionale, di autorità, di rispetto le proprie radici etniche, culturali, storiche, nel nome della romanità, e non più i democratici fantocci messi in piedi da banche, lobby e multinazionali. Utopico? Può darsi, ma dobbiamo darci una bella svegliata se non vogliamo finire per essere sfrattati da casa nostra come accaduto per Pellirosse e Palestinesi, vittime di quell’Occidente apolide e turbo-capitalista che è lo stesso che inguaia l’Italia con l’immigrazione di massa e la globalizzazione sradicatrice.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/07/uniniezione-di-sovranita-nazionale-per-salvare-litalia.html

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