Lombardia e Piemonte (Gallia Transpadana)

Regio XI Transpadana

Regio XI Transpadana. Corrispondeva al territorio dell’antica Gallia Transpadana, parte nordoccidentale della Cisalpina, ossia Piemonte a nord del Po (senza la Val di Susa), Val d’Aosta, Svizzera italiana, attuale Lombardia traspadana con l’esclusione delle aree orientali di Brescia, Camunia, Cremona e Mantova che appartenevano alla Venetia et Histria. Capoluogo Mediolanum.

Popoli antichi

I Taurini (secondo De Bernardo Stempel dal celtico tarvos, “toro”, loro animale totemico) erano un antico popolo celto-ligure stanziato nella Valle del Po, al centro dell’attuale Piemonte. La loro sede principale era Taurasia, forse ubicata in quello che oggi è l’odierno quartiere di Vanchiglia, a Torino. Giulio Cesare fu il fondatore della colonia romana di Julia Augusta Taurinorum.

I Salassi (per Alberti, forse da un antico preindoeuropeo *sala, “canale”, indicante la prossimità di questo popolo a condotti d’acqua o acquitrini) erano un’antica popolazione di origine celtica stanziata nel Canavese, ove fondarono Eporedia (odierna Ivrea, per diversi studiosi dal celtico epo, “cavallo”, e reda, “carro”, a indicare una stazione di carri equestri), e nella valle della Dora Baltea.

I Libici (o Lebeci, dal termine anariano *liga, “fango, melma”, che sta alla base anche dell’etnonimo ligure e che può valere come “abitanti delle paludi”, elementi naturali abbondantemente presenti nella Cisalpina in epoca antica; l’etnonimo indoeuropeo dei Liguri, Ambrones, ha lo stesso significato) erano un’antica popolazione ligure o celto-ligure stanziata tra Lomellina e Vercellese, in un territorio ricco di risaie. Nelle loro terre storiche sorge Trino, l’antica Rigomagus celtica.

I Vertamocori (per Delamarre dal celtico *uertamos + cori, “superbe truppe”) erano un antico popolo gallico fondatore della Novara preromana, divenuta colonia romana di Nova Aria.

Gli Agones (per Delamarre dall’idronimo del fiume Agogna, dal celtico *acu-, “rapido”) erano una tribù celtica del Medionovarese, il cui capoluogo amministrativo trovavasi a Cureggio e il santuario tribale a Suno. Nel territorio antico-novarese di Agoni e Vertamocori venne rinvenuta la stele di Briona (toponimo celtico, da *brig, “altura fortificata”), noto documento lapideo bilingue gallo-etrusco.

I Levi (trattasi di etnonimo affine a quello dei Liguri al pari di Libici, Lebeci, Libui ecc.) erano un antico popolo (celto-)ligure stanziato nei dintorni di Ticinum (Pavia), successivamente assorbito dai Galli.

I Marici (dalla radice celtica *mar che indica luogo paludoso o acquitrinoso) furono, assieme ai Levi, i fondatori dell’antica Pavia, stanziati nell’odierna Lomellina; due popoli, questi, di stirpe (celto-)ligure. Dovevano essere affini agli Anamari (o Anari) presenti tra Piacentino e Oltrepò pavese.

Gli Insubri (secondo Holder dal celtico *suebro-, “forte, violento, feroce”, oppure dalla medesima radice dell’endo-etnonimo ligure Ambrones – e umbro – che è l’indoeuropeo *amb-, “acqua, pioggia, fiume”) erano un antico popolo celtico golasecchiano stanziato nell’area dell’odierna Lombardia centro-occidentale, nel Ticino, nel Piemonte orientale, e che includeva anche la sotto-tribù degli Oromobii, tra Como e Bergamo. Furono due i popoli celtici a valersi dell’etnonimo insubrico: gli Insubri golasecchiani della prima Età del ferro e gli Insubres gallici del leggendario Belloveso, lateniani, che occuparono tutto il territorio gravitante attorno alla capitale Mediolanum, sino all’Oglio. Furono senza dubbio il principale ethnos celtico/gallico dell’Italia nordoccidentale, e un fiero avversario della crescente egemonia romana sulla Gallia Cisalpina, assieme a Boi e Senoni. La nota pietra del Tredesin de marz, situata nella chiesa milanese di Santa Maria al Paradiso e associata al culto di San Barnaba, è una pietra forata dai caratteristici 13 raggi, un antichissimo simbolo solare di origine celtica; fu adottato dai primitivi cristiani milanesi che vi conficcarono nel mezzo una croce, ma in principio doveva ricoprire un’importante valenza in termini cultuali e astronomici. El Tredesin de marz è il ricordo del primo diffondersi del cristianesimo a Milano e rappresenta ancor oggi la tradizionale festa della primavera e dei fiori milanese, dagli echi pagani.

I Leponzi (per il cui etnonimo è stata proposta, da Falileyev, una forma celtica ricostruita *leikʷ-ont-yo-, col significato di “quelli che partono”, sebbene non si possa escludere un etnico similare a quello di Levi, Lebeci, Libui e Liguri) erano un’antica popolazione celtica golasecchiana stanziata nelle Alpi centro-occidentali (alta Insubria), nota soprattutto per la propria lingua, un dialetto celtico pre-gallico ricco di elementi anariani parlato anche dalle altre tribù protoceltiche d’Italia. La nota stele di Prestino (frazione di Como), redatta nell’alfabeto di Lugano, uno dei sistemi di scrittura italo-settentrionali derivati dall’alfabeto etrusco, presenta iscrizioni in lingua leponzia, ed è probabilmente la più antica attestazione conosciuta di un idioma celtico.

In quel di Susa vi è l’Arco di Augusto, costruito da Marco Giulio Cozio, re della dinastia celto-ligure dei Cottii (da cui il nome delle Alpi omonime) e praefectus romano della provincia Alpes Cottiae. Per Falileyev, il nome latino, di origine celtica, Cottius sembrerebbe derivare dal termine gallico cotto-, “incurvato, vecchio”.

I Graioceli (dal celtico *crag/graig a sua volta da *carrac, “roccioso, montagnoso” – riferito alle Alpi Graie – e dal, sempre celtico, *ocelo, “residenza, abitazione”, col significato di “abitanti delle montagne rocciose”, ipotesi di Falileyev) erano un antico popolo celtico che abitava tra odierna Francia e odierno Piemonte, nelle Valli di Lanzo e nell’area del Moncenisio. Il loro nome, come accennato, deriva dall’oronimo delle Alpi Graie.

Le Alpi Pennine (da cui la piccola provincia romana omonima), catena montuosa compresa tra Italia e Svizzera, devono il loro nome al dio celtico e celto-ligure delle montagne Pennino (celtico penn, “altura, monte”), da cui anche l’oronimo appenninico. Sotto la dominazione romana tale divinità venne rinominata Giove Pennino con tanto di tempio dedicato al suo culto sul Gran San Bernardo.

I Vennoneti (o Vennoni, dall’indoeuropeo *weni, “gli amati, gli amici, i benvoluti” – come per i Venetici – oppure dal celtico vindo, “bianco, splendente”, riferito alle nevi, o alle montagne) erano un antico popolo retico stanziato in Valtellina e nell’odierna Svizzera orientale. Il loro territorio cisalpino è noto anche per le incisioni rupestri, i massi incisi e le stele valtellinesi, parte del più vasto gruppo camuno. Ad essi è attribuita una piccola ruota in piombo dell’Età del ferro, rinvenuta a Grosio, appartenuta ad un carretto votivo funebre, secondo il gusto indoeuropeo.

I Bergalei (dalla radice indoeuropea *brhg-, “altura, montagna”, quindi letteralmente “i montanari”) erano un popolo celto-retico che diede il nome alla Val Bregaglia, nel Grigioni lombardofono.

Gli Orumbovii (od Oromobii, Orobi è termine nato in età umanistica; l’etimologia è incerta ma di sicuro celtica e dovrebbe significare “palafitticoli”, secondo Pensa) erano un’antica tribù celtica, sottosezione degli Insubri, affiliata alla cultura di Golasecca e stanziata nel territorio prealpino lombardo che va da Como a Bergamo, passando per Lecco e Parre (Val Seriana). A loro può essere attribuito il famoso carro da parata della necropoli della Cà Morta di Como, che forse fungeva da letto funebre di un personaggio celtico di alto rango, probabilmente una donna.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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La Venetia antica

Regio X Venetia et Histria

Regio X Venetia et Histria. Il Venetorum angulus di Augusto non comprendeva solamente l’attuale Veneto ma anche gli odierni Lombardia orientale, Trentino, Friuli e, ovviamente, Istria un tempo abitati da popolazioni galliche, retiche e illiriche (i Veneti veri e propri erano stanziati tra Adige e Tagliamento). Il confine orientale della regione, nel II secolo dopo Cristo, correva lungo il fiume Eneo, includendo Tergeste (Trieste), Pola e l’antica Fiume. E infatti l’Italia settentrionale, in senso est-ovest, va dall’Eneo al Varo.

Popoli antichi

I Venetici (o Paleo-Veneti,  secondo Villar da una radice indoeuropea *wen, “amare”, e dunque “gli amati, amabili”) erano un antico popolo italico del ceppo latino-falisco (prima ondata ario-italica in Italia) storicamente stanziato nelle sedi che divennero poi quelle dei Veneti moderni, loro diretti discendenti. Si è molto dibattuto sulle origini etniche di questo antico ed importante popolo, fiero alleato di Roma, ma sembra ormai chiaro che la sua origine vada ricercata nell’ampio ceppo (proto)italico calato in Italia dall’Europa centro-orientale; la diffusione, nell’Europa preromana, di varie genti con etnonimo similare a quello venetico non deve trarre in inganno, portando a fantasticare di Paleo-Veneti baltici, germanici o slavi. Del resto sia le antiche iscrizioni in lingua venetica che l’odierno idioma romanzo di quell’area depongono a favore di un’origine comune veneto-latino-falisca. Come presso le altre popolazioni italiche, anche nel caso dei Venetici vi erano le tipiche spade hallstattiane “ad antenne”, sviluppatesi nell’Età del bronzo.

I Galli Cenomani (secondo la De Bernardo Stempel da una radice indoeuropea *keino, “lontano”, più *men, “camminare”, che nell’etnonimo varrebbe come “quelli che vanno lontano”) erano un’antica tribù celtica della Gallia Transalpina migrata nel territorio cisalpino compreso tra i fiumi Oglio e Adige (Brescia, Verona, Cremona e forse pure Mantova e Trento) ove fondarono Brixia, loro capitale. Quanto i Veneti, furono fedeli alleati di Roma nella lotta contro Boi e Insubri, e naturalmente contro i Cartaginesi. La nota Vittoria Alata di Brescia, è il simbolo della città romana, rinvenuta nei pressi del noto Capitolium.

I Triumplini (o Trumplini e simili, forse da un etnonimo connesso all’antico latino triumpus, “trionfo”) erano un antico popolo preindoeuropeo reto-ligure da cui deriva il coronimo della Val Trompia, nel Bresciano. Il loro nome, assieme a quello di molte altre tribù alpine, compare nel famoso Trofeo delle Alpi di Augusto, eretto per celebrare la vittoria dell’imperatore su 46 popoli montanari dell’Europa alpina. Nel territorio triumplino si erge il Monte Guglielmo, becera italianizzazione del bresciano Gölem (“culmine”).

Nella bresciana Valle Sabbia (dal latino sabulum, “sabbia”), nota per l’ubicazione del Lago d’Idro, v’era stanziato un antico popolo alpino forse ramo orientale dei Triumplini, i Sabini (o Venni), da non confondersi con i più noti Sabini italici.

Tra le Valli del Chiese e le Giudicarie (ossia tra Bresciano e Trentino occidentale lombardofono) si trovava l’antico popolo reto-ligure degli Stoni (o Stoeni, Stini, Steoni un etnonimo che potrebbe rimandare ad un ligure *ast, “altura, pascolo di alta montagna”), sottoclasse degli Euganei, che erano appunto una popolazione alpina preindoeuropea a metà tra Liguri e Reti.

I Camuni (probabilmente dalla radice celtica *cam, “essere curvo”, forse con riferimento allo stesso zoonimo del camoscio, animale totemico camuno, vedi il Dizionario Etimologico online) erano un’antica popolazione fondamentalmente reto-ligure, anariana, che abitava la Valle Camonica, divenuta celebre per la gran mole di incisioni rupestri lasciataci in eredità. Nel tempo subirono una forte celtizzazione, a cui si deve l’introduzione dei temi dell’ideologia indoeuropea nell’arte rupestre. Presso i Camuni rivestiva molta importanza la figura divina di Cernunnos, divinità di origine alpina degli animali cornuti (cervi, soprattutto), delle foreste, della virilità fecondatrice e della natura selvaggia. La nota rosa camuna, con una figura antropomorfa, è stata rinvenuta, ad esempio, presso le Foppe di Nadro.

Gli Anauni (da un etnonimo di origine celtica che potrebbe significare “quelli che si fermano”, per De Bernardo Stempel, oppure “ricchezza, abbondanza”, in quest’ultimo caso dal gallico anauo-, secondo Isaac) erano un antico popolo alpino, celtizzato, che diede il nome alla Val di Non (Trentino).

Gli Euganei (etnonimo dotto, che in greco varrebbe “gli originari” ma che più probabilmente è la storpiatura di un nome similare a quello ligure degli Ingauni, a parere di Petracco Sicardi) erano un antico popolo anariano reto-ligure che, tradizionalmente, comprendeva Camuni, Triumplini e Stoni e andava dal fiume Oglio all’Adriatico, segnatamente nelle zone prealpine e alpine, come ad esempio nella Valle del Sarca, in Trentino.

I Tridentini (da Tridentum, l’antico nome romano di Trento che dovrebbe valere “triforcazione”, a partire da un termine retico) erano convenzionalmente gli abitanti indigeni di Trento, di origine retica. Il Doss Trent (o anche Monte Verruca, per via della forma) è una piccola collina cittadina che, secondo la tradizione, costituisce uno dei “tre denti” della città assieme al Dosso di San Rocco e al Dosso di Sant’Agata. Sulla sua sommità doveva trovar posto un antico castelliere nord-etrusco.

Gli Isarci (dall’idronimo dell’Isarco che deriva da un tema ariano *eis-/*ois-/*is-, “muoversi velocemente”, come in altri nomi di corsi d’acqua europei come Isar, Isonzo, Isère, Oise ecc., ipotesi di Krahe e Pokorny) erano un antico popolo retico stanziato nella Valle Isarco (Alto Adige), anch’essi sottomessi dai Romani di Augusto con la conquista della Rezia e dell’arco alpino.

A sud del Passo di Resia (sul confine tra Italia e Austria, o meglio, Germania, visto che l’Austria non esiste) si trovava l’antico popolo retico dei Venosti, stanziato in quella che è l’odierna Val Venosta (Alto Adige), e il cui etnonimo ricorda quello di altre genti retiche come Vennoneti, Venni, Vennoni e altri, forse formati o dalla nota radice indoeuropea *weni, “gli amati, gli amici, i benvoluti” (la stessa dei Venetici) oppure dal celtico vindo, “bianco, splendente”, riferito alle nevi, o alle montagne. Il Du Cange ci segnala, comunque, un gallico vanne/venne, “ruscello”. Nel Lago di Resia vi è il celeberrimo campanile che emerge dalle acque, in inverno ghiacciate.

I Carni (dal protoceltico *karnos, “cumulo di pietre”, la stessa dello scozzese cairn) erano un antico popolo celtico delle Alpi orientali stanziato tra Carnia, Carniola e Carinzia, toponimi che rimandano proprio a quell’ethnos. Essi fondarono Akileia (?) da cui successivamente i Romani dedussero la colonia di Aquileia. Antichissima tradizione di origine carnica è la femenate epifanica romboidale (tipica di Paularo, altrove nel Friuli vi sono i pignarûi), connessa ai riti propiziatori celtici di inizio anno, per favorire un buon raccolto.

Un’altra suggestiva tradizione della Carnia, dagli echi celtici, è il tîr des cidulis, ossia il lancio di dischi di legno infuocati (las cidulos, in friulano, dal palese rimando solare di gusto ariano) grazie all’accensione di un grande falò sul culmine di un poggio. Il getto viene accompagnato da una filastrocca benaugurante o scanzonata riguardo una coppia di innamorati. Questa sorta di rituale folcloristico si inscrive nel più ampio fenomeno alpino dei grandi falò solstiziali, belle tradizioni celtiche, ovviamente precristiane, dedicate al moto invernale del sole e rimaste nella memoria popolare delle rustiche genti di montagna.

Gli Istri (dal latino Hister, nome romano del Danubio che dovrebbe derivare da un tema idronimico indoeuropeo similare a quello del classico Ausar o Aisar) erano un popolo composito veneto-illirico, con influssi celtici, stanziato nella regione storica italiana dell’Istria. A loro va attribuita, assieme ai Carni, la cultura dei castellieri. Su di un vaso degli Istri rinvenuto a Nesazio, antico centro istriano di fondazione preromana, campeggiano degli svastika, con buona pace dei titini.

I Liburni (etnonimo incerto, accostabile a gentilizi latini di origine etrusca come Leburnius o Liburnius o ad una radice prelatina *lib, che ritorna nel latino labes, “caduta, crollo, frana”, e pure nel toponimo Labrone e, dunque, Livorno) erano un antico popolo italico affine ai Venetici che abitava le coste settentrionali dell’Adriatico, sponda orientale, tra Istria e Dalmazia. Nonostante gli influssi degli Illiri, quanto gli Istri, sembra accertato fossero pirati e navigatori di lingua affine al venetico. In una delle famose stele di Novilara vi è raffigurato uno scontro navale tra Liburni e Piceni. L’italicità dell’area istro-dalmatica settentrionale è cosa assai antica.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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La Liguria etnica

Regio IX Liguria

Regio IX Liguria, che in età augustea comprendeva solamente il territorio storico dei Ligures, dal Varo ai confini con l’Etruria, ad oriente. Per quanto parte di quest’ultima, la terra degli Apuani (odierna Lunigiana) rientra etnicamente e culturalmente nell’ambito ligure, così come l’area nizzarda. La Liguria romana includeva anche l’Oltrepò pavese e il Piemonte cispadano, territori, assieme alla Liguria canonica, alquanto caratterizzati dalla presenza antica degli Ambrones.

Popoli antichi

I Liguri (secondo Puncuh da una radice anariana *liga che indicherebbe i luoghi melmosi e paludosi abitati in origine da costoro) erano un antichissimo popolo dell’Italia nordoccidentale, per taluni preindoeuropeo per altri indoeuropeo, un tempo stanziato soprattutto tra Po e Mar Tirreno. Anche in questo caso, probabilmente, la verità sta nel mezzo: su di un iniziale, arcaico, sostrato paleo-mediterraneo “iberico” può essersi innestato un successivo, e robusto, strato ariano (anche linguistico) recato in ambito cisalpino dalle genti protoceltiche e italiche calate dai valichi alpini, tanto che l’etnonimo storico con cui i Liguri erano soliti denominarsi – ossia Ambrones – risulta molto simile a quello degli Umbri, con un termine indoeuropeo che richiama la presenza dell’acqua nei territori da essi abitati. Noti manufatti liguri sono le cosiddette statue-stele, tra cui quella di Taponecco (Apuania) è una delle meglio conservate.

I Liguri Apuani (secondo Guazzelli dal termine indoeuropeo *apua, similare a quello che trovasi alla base dell’oronimo appenninico, indicante “punta, cima, vetta”) erano un insieme di tribù liguri stanziate nell’odierno territorio di Lunigiana e Garfagnana, ove sorse il centro romano di Luni (noto per l’anfiteatro con, alle spalle, le Alpi Apuane). Parte di essi, una volta debellati dai Romani, venne deportata nel Sannio dopo il 179 a.C.

Gli Ingauni (il cui etnonimo, per Petracco Sicardi, è forse composto da una radice preindoeuropea *ing- seguita da un classico suffisso etnico celto-ligure -auno-, e che per qualche autore potrebbe essere accostato al nome dei reto-liguri Euganei) erano un’antica tribù ligure stanziata attorno al centro di Albium Ingaunum, l’odierna Albenga. Nota è l’isoletta di Gallinara, al largo della città ligure.

Gli Intemelii (o Intimilii, nome in cui è forse presente il termine celto-ligure *mellum, “collina, collina fortificata”) erano un’antica tribù ligure attestata in ciò che oggi è la moderna Ventimiglia (antica Albium Intimilium, dove Albium, a parere di Falileyev, riprende il classico toponimo ligure Alba, che in celtico vale “bianco”, e quindi “cielo”, ma anche “città capoluogo” o “città posta in alto”, per analogie con il bianco luminoso del cielo, appunto), ma che occupava anche il territorio che andava dal Varo, antico e vero confine occidentale d’Italia, alla vecchia Oneglia-Porto Maurizio, passando per Nizza e Montecarlo.

I Bagienni (o Vegenni, dall’indoeuropeo *bhagos, “faggio”, + suffisso del ligure antico -enn-) erano un’antica tribù ligure stanziata nella Valle del Tanaro, Piemonte sudoccidentale. Loro antica capitale Augusta Bagiennorum, oggi Bene Vagienna (che ha alle spalle il Monviso).

Gli Statielli (o Stazielli, Statiellati, etnonimo da qualcuno accostato alla voce latina statio, “luogo di dimora, soggiorno”) erano un’antica tribù ligure delle alte valli della Bormida che occupava una vasta area compresa tra Liguria appenninica e Piemonte meridionale, attorno all’attuale Acqui Terme (già Aquae Statiellae), dove sorgeva la loro capitale. La città è capoluogo dell’alto Monferrato e dell’Acquese.

La Pietra di Bismantova è una caratteristica montagna dell’Appennino reggiano che nell’antichità ricopriva un importante valore sacrale per i popoli cispadani, in particolare per i Liguri montani. Il toponimo sembra derivare dalla storpiatura del latino Suismontium, “monte del cinghiale” (per via della forma?), nome originale, e derisorio, dato dai Romani al curioso altopiano, difeso strenuamente dagli indigeni. Seppur oggetto dello scherno capitolino, esso divenne monumento della resistenza ligure ai conquistatori romani. Da citare, altresì, la tesi dello studioso Zavaroni, secondo cui Suismontium potrebbe corrispondere ad un ipotetico Mons Mocconius, dal celtico *moccos, “suino, cinghiale”, che è anche antroponimo.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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Emilia e Romagna (Gallia Cispadana)

Regio VIII Aemilia

Regio VIII Aemilia, che includeva l’antico territorio cispadano della Gallia Cisalpina, oggi corrispondente alla regione emiliano-romagnola (o meglio ancora lombarda cispadana).

Il toponimo Emilia deriva dal nome di Marco Emilio Lepido, politico e comandante militare della Repubblica romana, a cui si deve la costruzione della famosa Via omonima che collega sin dall’antichità Piacenza a Rimini, attraversando tutta l’odierna Emilia. A ben vedere Emilia non vuol dire, dunque, nulla di significativo, da un punto di vista etno-antropologico; gli Emiliani non sono altro che Lombardi meridionali, intesi come parte del continuum etnico e storico della Lombardia (già Gallia Cisalpina) che in antico racchiudeva gran parte dell’Italia nordoccidentale colonizzata dai Longobardi, linguisticamente gallo-italica. Il fiume Panaro rappresenta sin dal Medioevo il confine tra Emilia propriamente detta (Lombardia etnica) e l’area di transizione lombardo-romagnola rappresentata dal Bolognese e dal Ferrarese che, comunque sia, fanno anch’essi parte, nella coscienza popolare e identitaria, della Lombardia meridionale/Emilia. La Romagna propriamente detta comincerebbe dunque dal Sillaro che, infatti, separa l’area imolese da quella bolognese.

Popoli antichi

L’elmo celtico di Riolo Terme (Ravenna), ascrivibile ai Galli Senoni, fu ritrovato nelle acque del fiume Senio. Era usanza gallica quella di deporre nelle acque dei fiumi, a mo’ di offerte votive, spade e altri tipi di armi e armamenti. Il territorio romagnolo si forma storicamente dalla fusione di elementi italici, etruschi, gallici e romani ed è proprio grazie al dominio “romano” dei Bizantini che quella terra ebbe il suo nome storico, derivato da Romandiola, la “piccola Romània”. La Romagna vera e propria include la moderna subregione, l’Imolese, il nord delle Marche e alcuni territori appenninici residui della Toscana nordorientale; tuttavia le aree bolognese e ferrarese presentano ancor oggi un aspetto piuttosto ibrido a metà tra la vera e propria Lombardia etnica e le Romagne. Non a caso il fiume Panaro, che grossomodo separa il Modenese dal Bolognese, fu per lungo tempo un importante confine culturale tra terre di tradizione longobarda e bizantina, seppure unite dalla comunanza gallo-romana.

I Lingoni (secondo Delamarre da una radice gallica ling che vale “saltare, balzare” e dunque “i saltatori”, vuoi per pratiche guerriere vuoi per pratiche religiose afferenti il culto di Lug, dio celtico solare) erano un’antica tribù gallica della Cisalpina, stanziata storicamente nell’area del Delta del Po, tra Boi e Senoni. Nel territorio ferrarese occupato in antico dai Lingoni possiamo trovare ancor oggi uno scampolo di quella che doveva essere la maestosa foresta planiziale che ricopriva in epoca antica la Pianura Padana: il Bosco della Mesola. Tra l’altro va anche ricordato che proprio tra odierne Emilia e Romagna trovavasi la famigerata (per Roma) Selva Litana, ove i Galli Boi tesero un agguato ad un grosso contingente romano massacrandolo.

I Boi (da una radice celtica boio-, che potrebbe significare sia “vacca”, secondo Koch, che, “guerriero”, per Pokorny, similare a bogos, “devastatori, distruttori”) erano un’antica tribù gallica stanziatasi sia in Italia che nell’Europa centro-orientale (Boemia), a cui si deve il toponimo gallo-romano di Bologna Bononia, che sostituì l’etrusco Velzna (significante forse “terreno fertile” oppure “luogo fortificato”, sebbene VEL in etrusco stia per “sole”). I Boi occuparono buona parte dell’odierna Emilia liquidando gli Etruschi, e loro importanti reperti sono stati ritrovati nelle necropoli di Monte Bibele e di Monterenzio, nell’Appennino bolognese. Lo stanziamento gallico fu consistente anche nella Gallia Cispadana, dove si sovrappose a quello etrusco-italico e/o ligure. Con la conquista romana una parte dei Boi lasciò l’Italia, prendendo la via spontanea dell’emigrazione verso nordest.

I Friniati (latino Friniates, ma Briniates nei documenti antichi, probabilmente da una radice celtica *bren che indica un luogo scosceso, dirupato) erano un’antica tribù ligure stanziata nell’area appenninica modenese, da cui è derivato il nome del territorio storico del Frignano. In questo territorio si erge il Monte Cimone, il maggior rilievo dell’Appennino settentrionale.

Tra i territori dell’Oltrepò pavese e del Piacentino si trovavano gli Anamari, antico popolo ligure, o celto-ligure, strettamente imparentato con i Marici transpadani del Pavese (e il cui etimo potrebbe essere riconducibile alla radice celtica *mar che indica luogo paludoso o acquitrinoso). Nel territorio degli Anamari si trovava Clastidium (odierna Casteggio), ove nel 222 avanti Cristo i Romani distrussero l’esercito insubrico e dei mercenari transalpini gaesati, preludio alla più antica unificazione italiana. Tra la provincia di Piacenza e quella di Pavia sorge il suggestivo Lago di Trebecco.

Veleia, antica città romana dell’Appennino piacentino, sorgeva in pieno territorio degli antichi Liguri Veleiati (Veleiates o Ilvates, in latino) il cui etnonimo deriva da una radice affine al celtico *var, “acqua”, con classico suffisso etnico -ates, come per i Friniates modenesi. Anche il suffisso -eia potrebbe essere di origine celtica, come nel caso di Aquileia.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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L’Etruria/Tuscia

Regio VII Etruria

Regio VII Etruria, comprendente Toscana e Lazio settentrionale (Tuscia), Umbria a ovest del Tevere, brandelli di Liguria a sud del Magra. Quest’area fu la culla della civilizzazione etrusca, originale prodotto culturale indigeno dell’Italia antica.

Popoli antichi

L’epicentro della culla della civilizzazione etrusca si trova tra Toscana meridionale e Lazio settentrionale, attorno al Lago di Bolsena (Viterbo), ove sorge il noto promontorio, e sito archeologico, di Bisenzio. Sugli Etruschi tanto si è detto e scritto ma, stando agli studi più recenti (sia archeologici che antro-genetici), si può ormai affermare con Pallottino che la loro civiltà sia prodotto squisitamente indigeno del cuore dell’Italia antica, nato dalla stratificazione di tre fondamentali elementi: quello paleo-mediterraneo “proto-sardo” da cui la lingua anariana etrusca; il protovillanoviano e villanoviano indoeuropei dovuti alla calata degli Italici nel Centro Italia; quello finale nato dalla mediazione tra il mondo italico e l’ellenico, che introdusse il gusto orientaleggiante dovuto al periodo orientalizzante, un fenomeno artistico-culturale diffuso in tutto il Mediterraneo a partire dalla fine dell’VIII secolo a.C (che sembra non aver lasciato tracce concrete nell’etnogenesi etrusca). Il mito dardanico di cui ci parla l’Eneide si basa sulla classe di mercenari e pirati etruschi, provenienti dall’Italia assieme ad altre genti italiche, che andarono a formare i cosiddetti Popoli del mare, i devastatori del Levante e dell’Egitto. Il famigerato lemnio, parte della famiglia linguistica tirsenica con etrusco e nord-etrusco (retico), non è altro che un lascito linguistico di questi pirati di origine italica, ribattezzati proprio dai Greci “Tirreni”.

Secondo il Pittau, l’etnonimo degli Etruschi (usato da popoli stranieri, visto che essi si definivano Rasna o Rasenna) nasce dall’appellativo etnico, in origine usato dai Greci, di Tirreni che dovrebbe derivare da una voce indoeuropea col significato di “torre” e dunque “costruttori di torri” (Tursenoi); un termine come tursa trova attestazione persino in gaelico, dove significa “megalito”, e questa accezione si fa suggestiva se pensiamo alle genti proto-sarde e ai nuraghi, loro caratteristiche costruzioni, che vanno messi in relazione con lo strato più arcaico dell’etnia etrusca, quello paleo-mediterraneo. Da Etruscus abbiamo la contrazione Tuscus e quindi i toponimi di Tuscia e Toscana, mentre l’endo-etnonimo di Rasna (letteralmente “il popolo”) è in lingua etrusca (preindoeuropea) e ha dato vita al gentilizio Rasenna, sulla falsariga di Porsenna e affini. L’arianizzazione etrusca si fa evidente in molti manufatti, tra cui le urne cinerarie villanoviane come quella proveniente da Chiusi (Toscana, sul confine con l’Umbria), in cui si distinguono chiaramente i più classici simboli solari ariani, gli svastica.

La stele funebre di Aule Feluske, ritrovata a Vetulonia, raffigura un guerriero etrusco (o falisco?) con un classico emblema solare sullo scudo, a guisa di “sole celtico”. Risalendo alla seconda metà del VII secolo avanti Cristo, difficilmente avrebbe potuto chiedere i diritti d’autore a Bossi… Scherzi a parte, il cosiddetto “sole delle Alpi” è in realtà un simbolo presente in moltissime culture antiche, italiane e non, ed è ricorrente anche in quella etrusca.

Tinia, omologo dello Zeus greco e del Giove romano, era la precipua divinità degli Etruschi, probabilmente adorata sotto il suo principale aspetto, che è quello di Voltumna, il protettore della città di Volsinii (Bolsena) e titolare del vicino santuario federale della Lega delle dodici città etrusche (Dodecapoli), il Fanum Voltumnae. Qualche studioso preferisce situare l’ubicazione di questo tempio a Tarquinia. Nota è l’iscrizione votiva dedicata a Tinia/Tin riportata sulla zampa anteriore destra della celebre Chimera di Arezzo.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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Umbria e Ager Gallicus

Regio VI Umbria (et Ager Gallicus)

Regio VI Umbria (et Ager Gallicus), territorio augusteo che comprendeva due distinte aree: l’Umbria ad est del Tevere (Terni, Narni, Spoleto, Foligno, Assisi, Gubbio e Città di Castello) e l’Ager Gallicus Picenus (territorio delle odierne Marche a nord del fiume Esino), dove i Galli Senoni si mescolarono agli italici Piceni. L’Umbria ad ovest del Tevere rientrava nel territorio dell’Etruria.

Popoli antichi

Gli Umbri (secondo alcuni autori, antichi e moderni, da una radice indoeuropea similare al celtico *amb-, “fiume”, e al latino imber, “pioggia”, che tra l’altro, pare aver dato luogo all’endo-etnonimo ligure Ambrones) erano il principale popolo italico del ceppo osco-umbro-sabellico, la cui sede storica è ancor oggi da ricercarsi nel cuore umbro dell’Italia. Tuttavia, in antico, l’estensione del dominio umbro (la “Grande Umbria”) raggiungeva dimensioni ragguardevoli, dall’Appennino settentrionale alla Sabina, seguendo la diffusione della cultura indoeuropea protovillanoviana, che riguardò anche Emilia-Romagna e Toscana (alla base della successiva civilizzazione etrusca, la villanoviana). Questo popolo era strettamente imparentato con i Celti (come tutti gli Italici, del resto), tanto che diversi storici romani e greci suggerivano di ricercare le origini degli Umbri presso i Galli. Esempi di lingua umbra, lingua italica della seconda ondata, ci sono giunti grazie alle famose Tavole eugubine. Tra le note statuette votive umbre possiamo trovarne una che raffigura il dio Mart, omologo del Mars latino.

Il Monte Catria è una montagna dell’Appennino umbro-marchigiano, la cui mole è considerata sacra sin dall’antichità. Alle sue falde, infatti, sorgeva il tempio umbro-romano di Giove Appennino (ricordiamoci che l’oronimo appenninico presenta etimologia similare a quella del dio celtico delle alture Pennino), ma pare che la sua vetta fosse venerata anche dai Galli Senoni, in virtù di alcuni ritrovamenti archeologici. Proprio dal tempio dedicato a Giove pare provengano le famose Tavole eugubine, che ci testimoniano la natura italica dell’antico umbro.

L’Ager Gallicus fu quel territorio gallo-piceno strappato dai Romani ai Galli con la Battaglia del Sentino, e aggregato alla Regio VI Umbria, sotto Augusto. Esso comprendeva l’odierno nord delle Marche e parte della provincia riminese e deve il suo nome alla presenza storica dei Galli Senoni (l’etnonimo gallico, impiegato dai Romani, secondo Cuzzolin, sembra derivare da una radice celtica *gal- allusiva alla forza fisica e al vigore dei Celti, mentre quello senone, a parere di Koch, rimanda al protoceltico *senos, “vecchio, saggio”). Una suggestiva località dell’Ager Gallicus è San Leo (Rimini), villaggio che sorge sullo sperone roccioso del Mons Feretrius (da cui il toponimo Montefeltro), ove si trovava un tempio dedicato a Giove Feretrio.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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Paolo Sizzi a “Piazzapulita”

Il sottoscritto

Quella che sta per concludersi è stata una settimana impegnativa, per il sottoscritto, essendo passato per ben tre interviste effettuate dai media di regime: due interviste de La Zanzara di Cruciani e Parenzo e una ad opera del programma di La7 Piazzapulita. Qui parlerò di quest’ultima.

Mercoledì 27 novembre, mentre rincasavo dal lavoro, mi sono trovato tra capo e collo un giornalista di Piazzapulita con un cameraman, che praticamente sono irrotti in casa mia seguendomi alle spalle, essendo il cancello aperto. Sono stato preso alla sprovvista, così come mia madre che trovandosi due estranei in casa (abito in un rustico villino del contado bergamasco) usciva allarmata per vedere che accadesse.

Capendo la situazione mia madre, anziana e vedova, si è spaurita, venendo colta da sconforto, e di fronte alla telecamera ha espresso tutta la sua preoccupazione e sofferenza per via delle mie vicende giudiziarie (condanna, non definitiva, per offesa all’onore e al prestigio del PdR, Napolitano, e istigazione alla discriminazione razziale).

Questo, cari amici, suscita in persone normali ed oneste la persecuzione liberticida di chi si sfila dalle maglie dello status quo mondialista, finendo denunciato, condannato, esposto alla berlina mediatica. Leggi come la Mancino e il vilipendio delle istituzioni italiane sanzionano mere idee ed opinioni, e chi si macchia di tali “reati” non fa alcuna vittima, non danneggia né persone né cose: le uniche vittime sono gli stessi identitari, e i loro famigliari tirati in ballo nella caccia alle streghe.

Ho cercato di tranquillizzare mia madre, facendole capire (per l’ennesima volta) che io non dico nulla di male, nonostante certe esagerazioni del passato – anche se lei non sente ragione e teme per me, soprattutto in chiave lavorativa (perché un lavoro ce l’ho) – e che, francamente, dell’opinione altrui me ne sbatto allegramente i cosiddetti. L’odio o il disprezzo che le reti sociali possono vomitare su di me non mi tange, anche se fa capire chi, per davvero, è vittima di persecuzioni, di insulti, calunnie, minacce, bullismo internettiano e squadrismo fucsia da tastiera.

Dopo la scena patetica scatenata dall’intervento dei due figuri di La7 – che pensavo non venisse filmata e poi mandata in onda, avendo detto di non coinvolgere il genitore – ho comunque deciso di rilasciare un’intervista di un quarto d’ora circa, fuori dalla mia abitazione, in cui ho esposto il mio pensiero völkisch, la bontà della battaglia lombardista, la necessità di un Italianesimo etnofederalista e la mia passione per l’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni.

Pur comprendendo come il rischio del taglia e cuci fosse concreto, ho deciso di affrontare le telecamere, nonostante tutto e tutti, e ho illustrato il mio punto di vista, anche in merito alle domande che mi venivano fatte. Si è parlato di craniometria e craniologia, di antropologia fisica, di genetica delle popolazioni, di Ebrei (Segre) e di Balotelli, del concetto di cittadinanza e nazionalità, di endogamia e di altri aspetti emersi dalla mia visione del mondo, ripescando miei vecchi cinguettii su Twitter.

Ultimata l’intervista, i due se ne sono andati e io sono rincasato. Una settimana dopo, giovedì 5 dicembre, ho visto il servizio su La7, anticipato dagli spot della trasmissione, Piazzapulita. Il sottoscritto è stato presentato dissotterrando un vecchio filmato che circola su YouTube, sulla mia fase lombardista radicale, praticamente un video di quasi 8 anni fa, e mostrando alcuni tweet del vecchio profilo Twitter, in pratica andati perduti (essendo stato cacciato da quel social), ma salvati dalla “preziosa” opera dell’Osservatorio antisemitismo. La cornice? Il tema dell’odio, ovviamente.

Sì, perché è stato proprio tale osservatorio democratico (?), ossessionato dai neonazisti virtuali o presunti tali e malato di censura, a dare l’imbeccata al giornalista Alessio Lasta, questo il suo nome, indirizzandolo verso di me, al fine di confezionare un servizio in cui si mettesse alla gogna pubblica il “nazi” disadattato di turno per fare notizia. Sono stato presentato come un nazista, un odiatore, un leone da tastiera che vomita bile su Internet (come se mi fossi mai nascosto dietro avatar e nickname, peraltro!), un disagiato sociale, accostandomi a personaggi controversi e facendo passare il messaggio che, da un momento all’altro, potrei passare all’azione, come se l’identitarismo fosse odio e la passione antro-genetica fosse il prodromo alla violenza.

Dell’intervista, ovviamente, sono stati mandati pochi spezzoni raffazzonati, evidenziando faziosamente i passaggi più pruriginosi, se vogliamo, ancorché espressi in tutta calma, lucidità, razionalità, senza deliri e senza atteggiamenti nazisteggianti. Hanno trasmesso i frangenti in cui ho parlato di endogamia all’europide, affermando l’importanza della salvaguardia anche biologica della propria identità (caucasoide bianca, italica, lombarda); la necessità di difendere il concetto di razza, come subspecie, che non è nulla di nazista e hitleriano – checché ne dica l’intervistatore – ma è realtà antropologica, genetica, biologica appunto (mentre etnia è un concetto più culturale che altro); la differenza tra cittadinanza (carta) e nazionalità (sangue), sottolineando come la Segre, ebrea italiana, sia di cittadinanza italiana ma di nazionalità giudaica, così come un Balotelli nato e cresciuto in Italia sia negroide ghanese, e non italico per sangue.

Non mi sembra proprio di aver affermato delle castronerie perché la stessa genetica delle popolazioni ci dice come esistano Ebrei distinti in vari rami (Aschenaziti e Sefarditi, i principali, ma anche gli Italkim, cui la Segre appartiene) e soprattutto dai popoli europei, essendo una popolazione sì ibrida ma comunque situata, come cluster genetico, tra Sud Italia e Levante. E questo vale per tutte le popolazioni del globo che possono essere delimitate sia dalla genetica che dall’antropologia fisica, che passa pure per l’analisi del cranio.

Infine, una battuta sulla Segre che, senza addentrarmi nel suo passato che rispetto tranquillamente, oggi è un’anziana signora longeva e distinta, rispettabile, ma dai propositi a mio avviso troppo bellicosi verso la libertà d’espressione, che non è libertà di insultare ma libertà di dire, ad esempio, che gli Ebrei sono un’etnia a sé stante, distinta dagli Italiani (che a loro volta si distinguono in differenti etnie), ponte tra Levante ed Europa. Questo è forse odio? Affermare che esistono razze, sottorazze e profili fenotipici peculiari, nonché etnie innervate proprio sul concetto di sangue e, naturalmente, di cultura è istigazione a fare del male, a passare all’azione? Ma che stiamo dicendo? Questo è un delirio bello e buono.

Terminata l’intervista, in cui il Lasta si è dimostrato chiaramente prevenuto, ignorante, partigiano e censore, ecco il commento in studio di eminenti esperti di antropologia e genetica: Laura Boldrini, Arianna Ciccone, Valentina Petrini, Gennaro Sangiuliano e un giovane sovranista meloniano di cui non ricordo il nome. Conoscevo solo la Boldrini, che ovviamente può vantarsi di essere una gigantesca testa pensante in materia di sangue, suolo, spirito.

Orchestrati dal Formigli, il conduttore, indeciso sul come classificarmi (scemo o futuribile criminale nazista), i presenti si producono in tutta una serie di beceri luoghi comuni, conditi da insulti, e continuano a mescolare il sottoscritto con neonazismo, fascismo, suprematismo bianco, Hitler, Mengele, e gente che fa della violenza o aizza a farla. Io ho avuto guai giudiziari, è vero, ma per mere questioni di opinione; sicuramente, ai tempi, ho esagerato ma non ho mai fatto il nazifascista della mutua o il suprematista alla lombarda, non ho mai propagandato odio, e tanto meno lo faccio ora!

Piuttosto infervorata è la signora Ciccone che vuole liquidarmi alla stregua di personaggio folcloristico preso per i fondelli da tutti (tutti chi? i guitti antifascisti di Twitter, probabilmente, quelli che si vantano di essere democratici e liberali ma poi fanno le crociate per bannare e sospendere in perpetuo, dimostrando come dietro le “prese per il culo” vi sia comunque una grande paura per tematiche spinose e poco simpatiche come etnonazionalismo, antro-genetica e razzialismo, che sono sonori pugni nello stomaco al pensiero unico antifa e al mondialismo, con le sue perversioni) che non merita alcuna visibilità.

A questa signora dico che censura fa rima con paura e, pur concordando sul fatto che io sia innocuo perché lo sono totalmente, ribadisco che le tematiche da me trattate stanno profondamente sulle gonadi, ma non perché odio, istigazione alla violenza, neonazismo o altre assurde accuse di questo genere, ma perché vanno a sbugiardare clamorosamente tutte le balle antirazziste e antifasciste, tutte le narrazioni liberali e progressiste, tutte le costruzioni e sofisticazioni del politicamente corretto e della retorica resistenziale, che in questo Paese è una vera e propria droga, nonché una forma di dittatura che vuole eliminare tutto quello che esula dal contesto “democratico” (ossia schiavo dell’alta finanza), e infatti gli ospiti in studio condannano pure il comunismo, altro nemico mortale del capitalismo e dell’imperialismo americano, quanto nazionalsocialismo e fascismo.

Formigli insiste dandomi del povero scemo, e dimostrando una grandissima profondità intellettuale, mentre questa Ciccone continua a minimizzare riducendomi al rango di macchietta senza alcun peso ed importanza; in entrambi i casi stiamo parlando di ignoranti abissali che nulla sanno di ciò di cui mi occupo, e nulla sanno di antropologia, di genetica, di etnonazionalismo, però parlano, parlano e dicono un mucchio di castronerie, assieme al giovane meloniano che prende le distanze da me difendendo il suo miserabile partitello sovran-sionista amante della Repubblica Italiana, della Costituzione e di tutta la chincaglieria partigiana, dicendo che la sua capa, la Meloni, nulla ha a che fare con l’etnonazionalismo. E meno male, diamine!

Scemo, scemo del villaggio, pazzo, personaggio folcloristico, nazista, soggetto dalle opinioni criminali, le ficcanti argomentazioni dei presenti in studio si sprecano, senza che nessuno entri nel merito della questione: odio? nazismo? razzismo? no no, nulla di tutto questo, parlo del preservazionismo etno-razziale fondato su basi scientifiche e biologiche che non è sacrosanto perché lo dice Sizzi ma perché lo suggeriscono la realtà che viviamo ogni giorno, una realtà fatta di globalizzazione che sradica, calpesta, infanga e distrugge l’identità in tutti i suoi aspetti, un’opera infame di demolizione supportata sia dai guitti di sinistra che dai guitti di destra, pecoroni statali della baracca tricolorita, entità coloniale di proprietà Usa e Nato.

La trasmissione intendeva stigmatizzare l’esistenza dei “nazisti del web” ma, detto francamente, è stata solamente la messa in onda di una sceneggiata spoetizzante in cui una persona, io nella fattispecie, viene linciata senza contraddittorio sparando nello spazio le più becere banalizzazioni e ridicolizzazioni, senza, ripeto, entrare nel merito della vera questione che è la salvaguardia dell’identità e della tradizione di un popolo, di una comunità, in tempi di globalizzazione galoppante che non lascia spazio all’orgoglio etno-razziale.

Del resto perché si parla tanto, a vanvera, di fantomatico pericolo fascista o nazista, in Italia? Perché bisogna far guardare da un’altra parte, e perché si creano finti problemi con lo scopo di incanalare l’odio della gente verso il capro espiatorio “nazista”, lasciando belli tranquilli i veri nemici del Paese che sono gli squali, i banchieri, i finanziocrati, i mondialisti, gli imperialisti euro-atlantici, la mafia nelle sue varie sfumature.

Qualcuno mi dice che avrei fatto meglio a non farmi intervistare; il problema è che il servizio, questi, lo avrebbero fatto comunque, e se li avessi cacciati a malo modo avrei dato l’idea del tizio che si spaventa ed evita di parlare, esprimendo il suo dissenso a questo sistema. Io approfitto di tutte le situazioni propizie per divulgare il messaggio etnonazionalista, che si costruisce anche sulle basi biologiche, e francamente la figuraccia la fanno questi soliti giornalisti appecoronati alla volontà dei tecnocrati antifascisti, che non sanno nulla, non sanno di cosa uno parli, tentano di mettergli in bocca cose mai nemmeno pensate e fanno della retorica cosmopolita da quattro soldi.

Un discorso che può essere fatto anche per le due chiamate di Cruciani (che mi aveva già chiamato nel giugno 2015), dove lui e Parenzo si dimostrano i veri fanatici intolleranti, ignoranti come caproni, che più di insultare, coprire la voce dell’interlocutore con la propria, e buttare in vacca discussioni molto profonde e degne di attenzione, non possono fare.  Tra l’altro, anche qui, solito taglia e cuci, senza dare lo spazio che merita alla basilare questione del sangue. Chiaramente il loro programma radiofonico è quello che è, fatto di satira, provocazioni e banalizzazioni, ma non sarebbe male cercare di confrontarsi seriamente evitando a ogni spron battuto di aggredire verbalmente a vuoto, senza che, peraltro, vi sia da parte di chi parla (io) arroganza, presunzione, protervia. Io cerco solo di propagare il messaggio etnonazionalista, che ovviamente si avvale anche della scienza per corroborare le proprie idee.

L’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni meritano rispetto, perché sono branche scientifiche, così come meritano rispetto l’etnonazionalismo, l’identitarismo sangue e suolo e il comunitarismo. Chi si approccia a questi contesti colmo di pregiudizi dettati da superficialità e ignoranza crassa non andrà da nessuna parte, e non capirà mai come lo studio dell’uomo, anche in chiave biologica, sia fondamentale soprattutto oggi, con lo scopo di annichilire tutte le fesserie egualitariste della vulgata progressista, antifascista, liberale.

Da ultimo una precisazione: circola una bufala secondo cui io avrei detto, in merito all’argomento Liliana Segre, che “i campi di sterminio sono una fandonia come l’11 settembre”; questa affermazione mi è stata attribuita da un giornalista di Repubblica, Piero Colaprico, che si è basato su questo commento Facebook (il primo), postato da un tal Daniele (cognome cancellato) collegandolo, non so come, al sottoscritto.

Tutto ciò voleva forse essere una trappola architettata contro il sottoscritto per presentarlo come mostro nazista da sbattere in prima pagina? Se così fosse il trabocchetto non ha funzionato perché, nonostante i soliti mezzucci giornalistici, credo proprio di aver detto la mia in una maniera sobria, equilibrata e ben lontana sia dallo stereotipo del neonazi che da quello della macchietta da tastiera. Sta alla gente obiettiva farsi un’idea circa la mia condotta, nella personale convinzione che nelle mie parole non vi sia alcuna forma di odio, discriminazione e incitamento alla violenza, ma solamente e semplicemente tanto amore per la natura che sta alla base di una sana visione del pianeta Terra e di chi lo abita.

Eccovi, infine, i link delle interviste:

Piazzapulita

La Zanzara 1

La Zanzara 2

Lascio giudicare a voi il taglio giornalistico assunto da questi personaggi, e se qui il problema vero sia io o, piuttosto, la dittatura dell’imperante pensiero unico che si serve di cervelli succubi incapaci di animare soggetti per davvero liberi. Il vero dispotismo sta nell’antifascismo e nella sua macchina del fango, produttrice di leggi liberticide, giustificate da una presunta superiorità sinistroide e/o liberale, e di prodotti “culturali” affetti da faziosità cronica, dove i buoni e i belli sono i complici del regime mentre i brutti e i cattivi tutti quelli che sfuggono alle maglie di questa fosca temperie occidentale.

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