Toponomastica germanica del Bergamasco

Bergamo, Colle della Fara

Ho già trattato in articoli precedenti della toponomastica germanica a Bergamo e nel Bergamasco, ma vorrei qui riprendere la questione ampliandola con l’aggiunta di altri toponimi e microtoponimi, spesso perduti, ricavati dalle antiche documentazioni bergamasche di epoca altomedievale. In questo articolo, dunque, intendo presentare tutti i nomi di luogo, a me noti, di etimologia germanica, che sono nella maggior parte dei casi riconducibili alla presenza e all’influenza dei Longobardi nel territorio bergamasco.

Sono prevalentemente concentrati in zone specifiche di quello che era il comitatus altomedievale di Bergamo quali la città e il contado (rispettivamente sede del Ducato longobardo e sua cintura difensiva), il centro di Zanica a sud di Bergamo, la Val San Martino (verso Lecco-Como), la Val Calepio (verso Brescia), la Gera d’Adda attorno al centro di Fara (sul confine col Milanese), l’area di pianura compresa tra gli importanti centri di Martinengo, Cortenuova e Romano di Lombardia, la bassa pianura nella fascia che comprende Caravaggio, Fornovo San Giovanni, Fara Olivana (verso Cremona) e, oggi fuori dall’ambito provinciale bergamasco, l’intero territorio cremasco che ancor oggi mostra una fitta rete di toponimi in -engo (suffisso di origine germanica) indicante i possedimenti fondiari longobardi successivi alla conquista militare del regno di Pavia a scapito dei presidi bizantini del Cremonese.

In questa rassegna prenderò in considerazione i toponimi che, nei secoli, si sono radicati nel territorio ancor oggi bergamasco, quindi entro i confini provinciali, ricordando comunque che Crema e il suo circondario per motivi storici, linguistici e anche etno-culturali potrebbero tranquillamente rientrare nelle pertinenze bergamasche, anche perché la stessa città fu fondata nel Medioevo da cavalieri di origine bergamasca (vedi i rami sviluppatisi dalla stirpe dei conti giselbertini di Bergamo) stanziatisi nel Cremasco, per sfuggire allo strapotere vescovile a Bergamo città e nel Bergamasco, prima dell’affermarsi del libero comune.

I toponimi medievali d’Italia, in particolar modo di origine germanica, e dunque anche bergamaschi possono suddividersi in cinque categorie, stando al linguista Alberto Zamboni: 1) etnici e derivati; 2) nomi propri personali; 3) appellativi di insediamento e appellativi di organizzazione sociale; 4) altri appellativi; 5) con suffissi specifici. In linea di massima, con questa tassonomia, si intendono indicare: 1) toponimi derivati da nomi di popolo (es. Bolgare, Gibidi); 2) toponimi derivati da antroponimi, nati anche da espressioni formulaiche (es. Boltiere, Torre Boldone, Teuderata, vite Garialdoni, sorte da Gaiperto); 3) toponimi derivati da appellativi insediativi, antropici, sociali come i noti Fara Sala longobardi o anche GazzendaRomano (di Lombardia) e Stodari; 4) toponimi derivati da altri appellativi, presenti anche altrove, come Gaggio o Gazzo, Breda o Braida, Piunda, sovente anche di natura militare come ad esempio Stodegarda, Niardo, Gaito; 5) toponimi suffissali, tipicamente di natura prediale o aggettivale, con uscite quali -engo/-ingo (da -ing) ed -esco/-isco (da -isk): nel primo caso possiamo trovare toponimi composti da antroponimi sia germanici che latini come ad es. Vallarengo e Guntoningo o Martinengo e Pedrengo.

Vi è inoltre una categoria a parte che non è legata a etimologie germaniche ma che raggruppa tutti quei toponimi che possono essere ricondotti, culturalmente, alla presenza di popoli germanici in Italia; per rimanere nel contesto bergamasco possiamo citare a mo’ d’esempio gli agiotoponimi come San Michele, San Giorgio o San Martino, afferenti alla religiosità popolare dei Longobardi (i primi due) e dei Franchi (il terzo), Valle delle Pertiche (allusivo al rito longobardo delle sepolture con pertica) o Disderoli (dal nome dell’ultimo re longobardo Desiderio). Nell’esporre i nomi di luogo bergamaschi cercherò dunque, per dare un minimo di coerenza allo scritto, di rispettare lo schema poc’anzi delineato.

Elencherò il toponimo nella sua forma odierna (qualora, ovviamente, non sia scomparso) accompagnato dalla localizzazione geografica e, laddove possibile, dalla sua forma più antica attestata, seguiti dalla spiegazione etimologica; le voci in corsivo, in grassetto, indicano nomi di luogo perduti giunti alla nostra conoscenza solo grazie ai documenti medievali. Naturalmente, anche in questo caso, mi sono confrontato e aiutato con le analisi toponomastiche compiute da studiosi come Dante Olivieri, Giovan Battista Pellegrini, Maria Giovanna Arcamone e Umberto Zanetti, analizzando nomi di luogo tratti dall’Atlante storico del territorio bergamasco curato da Oscar e Belotti, dall’Indice toponomastico altomedievale del territorio di Bergamo di Del Bello e da Le Pergamene degli archivi di Bergamo a. 740-1000 di Cortesi e Bosco, lavori debitori della Corografia Bergomense (1880) di Angelo Mazzi e, ovviamente, del Codice Diplomatico Bergomense del canonico Mario Lupo (1784)¹. Senza dimenticare i fondamentali studi onomastici, soprattutto circa i Longobardi, di Nicoletta Francovich Onesti, da cui cito puntualmente le ricostruzioni etimologiche di nomi, toponimi e lessico.

¹ Ricordare il Codex diplomaticus civitatis et ecclesiae Bergomatis di Mario Lupo significa anche rimandare all’insieme dei documenti bergamaschi, di epoca franco-longobarda, inserito dal Finazzi nel Codex Diplomaticus Langobardiae (1873) curato da Porro-Lambertenghi, e soprattutto al più pregevole e autorevole Codice diplomatico longobardo (CDL, anni ’30 del XX secolo) curato da Schiaparelli e Brühl, raccolta sistematica di carte e diplomi altomedievali dell’area dell’antico Regno Longobardo, fortemente debitrice dell’impianto ottocentesco dei Monumenta Germaniae Historica (MGH), curati, tra i primi, da Pertz e Waitz.

1 – Etnici e derivati

Bolgare (alta pianura): Bulgaro (830), da un insediamento di Bulgari, popolo delle steppe sceso in Italia coi Longobardi.

Borgogna (alta pianura): forse da un antico Burgundia, indicante un insediamento di Burgundi, popolo germanico orientale?

Francesca, Strada (pianura): percorso medievale che collegava Milano a Brescia passando per il territorio bergamasco. Il toponimo risale all’etnico francone (a sua volta dal germanico frank ‘libero’) e indicava le vie dei pellegrinaggi e dei commerci seguite da chi giungeva in Italia dalla Francia.

Gibidi (Bassa): anche Zibidi (sec. XI-XII), presso Romano di Lombardia, da un insediamento di Gepidi, popolo germanico orientale assorbito dai Longobardi prima di calare in Italia dalla Pannonia.

Golta (Bergamo): attestato come grumellus de Golta (1233), potrebbe presupporre un antico *Gauta, riferimento etnico ai Goti.

Langobardorum, Longobardica, via: microtoponimo presente a Fara Gera d’Adda, Zanica (XI secolo) e Fornovo San Giovanni, indicante insediamento longobardo.

2 – Nomi propri personali

Agemundo, prado de (Martinengo): secolo IX, dal nome longobardo Agemund (*agjō ‘lama’ + *mundu-z ‘difensore’).

Aldani, Casaga (località non identificata): sec. IX-X, il secondo elemento è probabilmente un toponimo gallo-romano; il primo è un nome formato da *alda- ‘vecchio, saggio’ con suffisso latino, elemento che forse torna anche in Aldero, località di Zogno in Val Brembana.

Alriuni (località non identificata): sec. IX-X, richiama il nome longobardo, alterato, Alari, composto da *ala ‘tutto’ e *harja-z ‘esercito’.

Altamarie (Val Brembana): potrebbe essere la corruzione del nome Aldemaro (alla longobarda), da *alda- ‘vecchio’ e *mērija-z ‘famoso’.

Anzani, braida (Zanica): sec. XI, dall’ipocoristico longobardo Anzo, derivato da *ansu- ‘soffio vitale, dio’ o da *anti- ‘gigante’.

Ardiche (località non identificata): sec. IX-X, richiama un nome germanico formato da hard ‘forte, duro’ con suffisso -ich. Etimo similare presenta il foramen Ardizzonis, principale (antica) miniera d’argento di Ardesio, segnalato da Menant.

Ariheni, a campo (media pianura): sec. IX, ricorda nomi longobardi come Arichis da *harja-z ‘esercito’ + *gīsaz ‘germoglio’ con suffisso latino al genitivo -eni.

Aroldi, Prato (Val Brembana): dal longobardo Aroald*harja-z ‘esercito’ + *walda-z ‘dominatore’.

Artighera, Monte (Val Brembana): forse da un nome personale Hardger, che suona come ‘forte lanciere’.

Aufri, Casale (Bassa): 915, dal nome longobardo Aufrid o Aufrit, composto da *auða- ‘possesso, fortuna’ e *friþu- ‘pace’.

Azzone (Val di Scalve): da un personale barbarico come Atto (o Azzo), Attonem, ipocoristico formato da *aþala- ‘nobile’. Toponimo similare è Azzonica (Colli di Bergamo).

Beltrame (Val Seriana): dal nome personale maschile Beltrame, variante di Bertrando, entrambi dal composto germanico berth + hraban ossia ‘illustre come il corvo’, animale sacro per la mitologia germanica.

Berlino (Val Seriana): da un nome personale germanico *Berling, forse formato da *bera-n ‘orso’. Etimo similare presenta la località Berlinghetti (Val Cavallina), derivata da un cognome.

Bertello, fontana del (Bergamo): sec. XI, richiama un nome in *behrta-z ‘splendente’. Toponimo similare è l’oronimo Punta del Bert (Sebino).

Bertholdi, Castellum (Contado): sec. XII, dal nome Berthold, formato da *behrta ‘splendente’ e *walda-z ‘potente’. Segnalato da Menant.

Boldone, Torre (Colli di Bergamo): Turris Paldoni in carte medievali, dal nome Paldo, -onis (*balþa-, balda- ‘ardito’). Toponimo similare Boldesico (1263, Val Calepio), dal personale Baldisio.

Boltiere (Gera d’Adda): Bolterio (909), come sopra + *harja-z ‘esercito’.

Bramati (Gera d’Adda): presumibilmente da un cognome di origine nordica afferente alla voce *brammon ‘muggire’, da cui il verbo bramare.

Branico (Sebino): secondo Olivieri da un personale *Berano, vedi germanico *bera-n ‘orso’.

Bruntino (Val Brembana): 1294, Olivieri ipotizza un Barontino, dal vocabolo latino-germanico baro ‘uomo libero’.

Bugolo (Bassa): 959, evoca gli ipocoristici germanici Bugo e Bugonis, forse derivati da *burg- ‘cittadella’.

Castelrampino (Val Calepio): Se non allude ad una piccola rampa (comunque germanismo) potrebbe essere un diminutivo dell’ipocoristico longobardo Rampo derivante da *hraƀna ‘corvo’. In questa località venne alla luce una necropoli longobarda.

Catremerio (Val Brembana): da leggersi Cà Tremerio; Olivieri ipotizza, per il secondo elemento, un antroponimo germanico sul tipo Thurmaro (da *þurisa-z ‘gigante’ + *mērija- ‘famoso’).

Costalottiere (Val San Martino): nella seconda parte del toponimo si può intravvedere un nome di persona maschile, franco, Chlothar vale a dire ‘esercito vittorioso’ (in latino Lotharius).

Dardellis de, Monte (Bergamo): 1237, potrebbe derivare dal lemma bergamasco dard o dàrder che indica il balestruccio, un vocabolo che risale al germanico antico *darod ‘dardo, freccia’. Nel nostro caso è probabile che il toponimo nasca da un cognome medievale.

Fulchardo (località non identificata): sec. IX, ricorda il longobardo *fulka- ‘popolo’ ma il suffisso -ardo potrebbe essere franco.

Gaffiona (Val di Scalve): nome di una miniera di Schilpario, che probabilmente prende il nome da un ipocoristico longobardo come Gaff, derivato dal tema *wēpna- ‘arma’.

Gailone, torrente (Valle Imagna): evoca il longobardo *gailjan- ‘gioire’ alla base di nomi il cui esito potrebbe essere Gail- o Gall-.

Gaiperto, sorte da (località non identificata): sec. IX-X, dal nome longobardo Gaipert, *gaiðō ‘punta’ + *berhta-z ‘splendente’; sorte è un classico microtoponimo latino, ma usatissimo dai Longobardi, per indicare l’equivalente italico del franco mansio.

Gaito (Colli di Bergamo): potrebbe derivare dall’ipocoristico longobardo Gaido, derivato da *gaiðō ‘punta’ (di freccia). A meno che riprenda il termine *wahta ‘posto di guardia’

Garialdoni, vite (Bergamo): sec. IX, l’antroponimo deriva da un bimembre longobardo composto da*gaiza- ‘lancia’, che si realizza come Gari-, + *walda-z ‘dominatore’.

Garimóncc, prati di (Val Seriana): probabilmente da un cognome, volgarizzato, nato dal nome longobardo Garimund, da *gaiza- (come Gari-) ‘lancia’ + *mundu-z ‘difensore’.

Garo (Isola Bergamasca): da un ipocoristico di *gaiza- ‘lancia’ Garo. Etimo similare Pregarisso (Val Seriana), segnalato da Olivieri, che presenta un ipocoristico *Garizzo.

Gelmo (Val di Scalve): Attestato dal Basso Medioevo, nasce dall’aferesi del nome germanico Wiligelmo, composto da *wilja- ‘volontà’ e *helma-z ‘elmo’.

Grini (Val Seriana): se non è contrazione del cognome Guerini, dal nome Warin ‘difensore’ o da *werra ‘guerra’ potrebbe discendere da un *grinjan ‘fare boccacce, storcere la bocca’ dunque un soprannome (vedi anche bergamasco grignà ‘ridere’).

Hebrego (località non identificata): 829, evoca un nome longobardo in Hebre-, esito grafico di *eƀura- ‘cinghiale’.

Isso (Bassa): Isio (915), forse da un ipocoristico longobardo Iso, Isione dal germanico *īsa- ‘ghiaccio’.

Leffe (Val Seriana): Leufo (903), potrebbe derivare dal germanico *leuƀa- ‘caro’, magari incrociato col latino Lupus (in bergamasco Lüf). Etimo analogo presenta la località brembana di Valleve, attestata per la prima volta come Valle de Lefe (1181).

Leone et Gausperga, da (Val Calepio): nome di una sorticella, un piccolo appezzamento di terreno; il primo antroponimo è, naturalmente, latino mentre il secondo è un nome femminile longobardo composto da *gauta- ‘goto’ e *bergō ‘protezione’.

Marigolda, Cascina (Contado): forse da Mauruald, dal latino Maurus + *walda-z ‘dominatore’, ibrido latino-germanico, oppure da Meruald, dove il primo elemento è *mērija-z ‘famoso’. Etimo similare può presentare la località Meraldo, in Val di Scalve.

Mezzoldo (Val Brembana): dall’ipocoristico germanico Matzolo (da *matjan ‘mangiare’?) con suffisso derivante da *walda-z ‘dominatore’.

Mincio (Contado): da un diminutivo neolatino Miccio/Mincio, forse influenzato dal germanico *meku- ‘molto’.

Odas (Val Cavallina): Potrebbe essere messo in relazione con l’ipocoristico longobardo Odo, da *auða- ‘possesso, fortuna’ e dunque con l’antico casato patrizio degli Odasio.

Olda (Val Taleggio): deriverà dal germanico Aldo, modificato dal vernacolo, significante ‘vecchio, saggio’.

Pratomano (Val Brembana): la seconda parte del composto potrebbe alludere ai nomi longobardi Mano, Manno da *mann-(an)- ‘uomo’.

Rancho (Val Seriana): 1364, a mio avviso potrebbe rimandare ad un antico alto tedesco rank ‘storto, curvo’, magari riferito ad un soprannome.

Retoldi, pratum (Trescore Balneario): 1392, riprende un nome longobardo del tipo Raduald, Radoald da *rēða- ‘consigliere’ + *walda-z ‘dominatore’, con esito grafico Rat-/Ret-.

Pregaroldi (Val Serina): da pré ‘prato’ + Garoldi nome longobardo al genitivo accostabile a Garoald, *harja-z ‘esercito’ + *walda-z ‘dominatore’.

Raineri (Val di Scalve): attestato dal Basso Medioevo, nasce da un cognome di etimo germanico composto da *ragina- ‘ordine, destino, consiglio’ e *harja-z ‘esercito’.

Redona (due località, a Bergamo e in Val Cavallina): citate nei documenti come Raudona e Ratdona (Alto Medioevo) potrebbero avere a che fare con il longobardo *rauða- ‘rosso’ oppure con *rēða- ‘consigliere’.

Richetti (Val di Scalve): Avrà sicuramente a che fare con un cognome, o soprannome, derivato dal germanico rich ‘potente, dominante’ con classica desinenza lombarda in -etti.

Righenzolo (Val Cavallina): Olivieri lo fa discendere da un ipocoristico Riginzo, derivato dal tema germanico *ragina- ‘ordine, destino, consiglio’.

Rodi (Isola Bergamasca): Raudus (774), da un ipocoristico longobardo derivante da *rauða- ‘rosso’ oppure da *hrōþ- ‘fama’. Etimo similare potrebbe presentare il nome della località di Rudello (Sebino), a meno che derivi dagli antroponimi latini Rutilius o Rudius.

Rotardi, pratum (Zanica): sec. XI, da *hroþ- ‘fama’ + *harja-z ‘esercito’, sempre che il suffisso non sia il germanico -ard.

Seneverti, prato (Bergamo): 994, da *sena- ‘vecchio’ + esito *berhta-z ‘splendente’ con [b] > [v].

Tadone, torrente (Val Cavallina): ricorda gli ipocoristici longobardi Tato, Tatone e Tadone derivanti da *dēði- ‘azione, gesta’.

Tassone, torrente (Val Serina): dal nome di origine longobarda Tasso, -onis da *dēði- ‘azione, gesta’ tramite la forma ridotta*dēs-.

Teoperti, casteneto (Isola Bergamasca): sec. IX, da *þeuðō- ‘popolo’ + *behrta-z ‘luminoso, splendente’ (con rotazione consonantica) che dà nomi come Teopertus. Etimo similare presenta vinea Teuperti, località di Bergamo, attestata sempre nel IX secolo.

Teuderata (Bergamo): 879, dall’omonimo nome personale femminile composto da *þeuðō- ‘popolo’ e *rēðō ‘consigliera’.

Teuderulfi, braida (Zanica): sec. XI, dal tema esteso di þeuðō- ‘popolo’ Teuder- + *wulfa-z ‘lupo’. Per il significato di braida, termine longobardo assai ricorrente nei documenti bergamaschi e lombardi medievali, vedi più sotto.

Trussano (Sebino): Evoca un antroponimo come Turso o Trusso, che deriva dal germanico þurisa-z ‘gigante’ (vedi anche il cognome bergamasco Trussardi).

Vuasconis, prato (Bassa): 915, forse è forma germanizzata dell’etnico, o soprannome, vascone ‘abitante dei Paesi Baschi’, oppure forma contratta di un antroponimo germanico.

Willeri, curtis (Gera d’Adda): sec. XI, da un nome longobardo formato da *wilja- ‘volontà’ + esito -hari (sempre ‘esercito’).

Zarda (Bergamo): località cittadina posta in collina, il cui nome dovrebbe derivare dall’aferesi di un nome come Guizzardo, variante di Guiscardo, composto da wis- ‘saggio’ e hard ‘forte’.

Zuffalino (Val Seriana): potrebbe derivare da un soprannome indicante ‘ciuffo’, dal longobardo *zupfa.

3 – Appellativi di insediamento e appellativi di organizzazione sociale

Amagno (Valle Imagna): forse è corruzione di *arimannio ‘luogo degli arimanni’ (vedi Limania sotto), oppure di qualche nome germanico similare all’ipocoristico Manno (da *mann-(an)- ‘uomo’).

Fara: nel bergamasco se ne contano tre attestazioni, documentate sin dall’Alto Medioevo, ancor oggi esistenti, vale a dire il Colle della Fara (e la Torre della Fara, a Bergamo), Fara Gera d’Adda (in antico Autarena, dal nome del re longobardo Autari) e Fara Olivana (in antico Libani, secondo Zanetti corruzione di Arimannia – vedi voce Limania – nella Bassa); il toponimo, diffuso in tutta l’Italia longobarda, eccettuata la Toscana, deriva dal germanico *farō che significa ‘gruppo migrante, comunità in marcia, lignaggio, famiglia, distaccamento militare’, equivalente longobardo della gens romana, e parte delle Sippen germaniche.

Frola (Val Brembana): secondo il Pellegrini deriva dal gotico frawila (tramite la variante froila) ‘capo, padrone, signore’.

Gazzenda (Val Cavallina): a detta dell’Olivieri riecheggia il termine sociale longobardo gasindio, che designa l’uomo fidato del re, subalterno di duca e/o gastaldo (derivante da *ga-sinþja-z ‘compagno di viaggio’).

Limania (Isola Bergamasca): attestato dall’Alto Medioevo, sarà sicuramente una corruzione di Arimannia, colonia di exercitales longobardi (gli arimanni).

Romano di Lombardia (Bassa): Romano Veteri (1183), come altri toponimi similari settentrionali potrebbe essere nato per indicare un insediamento arimannico (arimannorum corrotto in romanorum).

Sale (Martinengo): 979, dal germanico *sali- ‘casa di un unico grande vano’, presente in tutta l’Italia longobardo, soprattutto come Sala (ad es. il toponimo parimenti bergamasco Sala, in Val San Martino). Etimo similare potrebbe presentare Salianisco (località scomparsa di Onore, in Val Seriana, dove vennero rinvenuti sepolture e reperti longobardi) e Sallianense, villaggio estinto di Trezzo d’Adda, centro del Milanese che in epoca longobarda ruotava nell’orbita del Ducato di Bergamo e luogo di ritrovamento di un’importante necropoli.

Stodari (Cortenuova): X secolo, deriva dal termine germanico, latinizzato, stodarii (germanico *stōda ‘mandria di cavalli’), indicante gli addetti alle scuderie.

Valle Imagna: in grafia documentaria Valdemania, secondo Arcamone deriverebbe da *Waldemania indicante un ‘bosco demaniale’, proprietà boschive e fondiarie del fisco longobardo (vedi waldeman ‘guardiaboschi’, in longobardo).

4 – Altri appellativi

Asxor (media pianura): sec. X, nome di un campo che sembra evocare il germanico *aski- ‘frassino’.

Bani (Val Seriana): deriva dal francone ban (in mediolatino bannum) ‘bando’ quindi ‘bosco, pascolo feudale comune’.

Bastia, Monte: toponimo ricorrente nel Bergamasco (ad esempio nel caso del colle più alto di Bergamo), si rifà al germanico bastjan ‘costruire’ per indicare la presenza di una fortificazione.

Beuma, Blum (antica foresta della Val San Martino e monte della Val Seriana): possono accostarsi ai vocaboli dialettali bergamaschi bièm, biöm ‘tritume di fieno’, che mostrano affinità col tedesco Blum ma soprattutto col longobardo blosem ‘fiore’ (vedi anche bergamasco blösen). Il primo toponimo riportato è sopravvissuto nella località di Bema.

Beriocco (Val San Martino): il linguista tedesco Köbler accosta un longobardo *biril ‘canestro’ al vocabolo bergamasco berlòch, forse alla base del toponimo.

Bernazio (Val Seriana): in bergamasco esiste il termine bernàss ‘paletta da fuoco’ ma anche bernìs ‘cenere ancora calda’, termini accostabili al longobardo *bruni ‘brace’.

Bigarletto (media pianura): sembra rimandare al dialettale bigarla o bigaröl ‘grembiule’, etimologicamente forse germanico (vedi tedesco biegen ‘piegare, incurvare, torcere’).

Binda (Isola Bergamasca): 959, dal germanico *bindō ‘striscia’, in senso toponomastico ‘di bosco’ o ‘di campo’. Etimo similare ha Bindo, in Val Brembana.

Bionda (Val Calepio): Piunda (911), dal germanico *beundō ‘proprietà recintata (privata)’, un classico toponimo di origine longobarda.

Bisighe (Val Brembana): ricorda il bergamasco bisigà ‘lavoricchiare’ che potrebbe derivare dal longobardo *bisīg ‘occupato’.

Boga (Val Calepio): forse deriva da un longobardo *bauga ‘anello’ che si avvicina al verbo bergamasco imbogà ‘impastoiare (le bestie)’.

Bordesigli, Torrente (Val Taleggio): dal germanico bord ‘tugurio di tavole’ e per traslato ‘rumore, frastuono’ (da bordello). Sempre che non sia semplicemente un riferimento ai bordi.

Bracca (Val Serina): lo Jarnut indica la presenza, nel nostro territorio, di un antico lemma longobardo come blahha che indica ‘maggese’ oppure ‘terreno nero’. Che sia forse il caso di questo toponimo?

Braida, Breda: microtoponimo diffusissimo nel Bergamasco e in tutto il Nord Italia longobardo, presente nel nostro territorio a decine, un tempo, come attestano i documenti medievali; significherebbe, in longobardo, ‘pianura aperta, campo suburbano pianeggiante’ (in germanico *braidō ‘luogo spazioso’). Nel caso bergamasco vanno segnalati, a mo’ di esempio, gli svariati Braida e Breda, Braida Pagana (riferito forse agli antichi culti longobardi), Pochabraida, e le varianti Brede, Bradella, Bradalesco (suffisso germanico -isk), Bratta e Bratto (secondo Arcamone), Briana, Brione, Breiarolo, tutti massimamente diffusi nell’alta e bassa pianura.

Bretto (Val Brembana): fa venire in mente il gotico bretan ‘stringere, premere’ da cui anche l’italiano bretto nel senso di ‘stretto, angusto’ ma anche di ‘sterile’, aggettivi che calzano ad un luogo di montagna.

Celtro (Bergamo): in bergamasco sélter o sìlter, microtoponimo cittadino che significa ‘soffitto a volta’, tipico di antiche costruzioni rustiche bergamasche, forse dal longobardo scild ‘scudo’ (vedi inglese shelter ‘riparo, rifugio’).

Dalmine (media pianura): forse dal termine germanico medievale almenda ‘bosco, pascolo comune’.

Fenita: microtoponimo con diverse occorrenze, soprattutto di pianura, nei documenti medievali bergamaschi, che potrebbe essere il risultato dell’ibridazione tra il latino finis e il longobardo snaida col significato di ‘taglio nel bosco per indicare confine’.

Feudo (Bracca): richiama il longobardo *fehu ‘ricchezza, beni’, originariamente ‘bestiame’.

Füdrìs, Cà (Valle Imagna): deriva dal termine di origine longobarda fodro (fōdr ‘foraggio’) che in epoca altomedievale indicava il diritto del sovrano di sfamare le proprie cavalcature ovunque si trovasse (l’albergaria).

Gaggio, Gazzo: anch’esso microtoponimo diffusissimo nel Bergamasco e in tutto il Nord, mentre in Toscana si trova nella forma Cafaggio; deriva dal termine longobardo, latinizzato, gahagium (germanico ga + *hagja-, nome collettivo per ‘siepe, recinzione’), indicante una bandita, un terreno o bosco riservato. Oltre ai citati, e numerosi, Gaggio e Gazzo, e derivati, nel Bergamasco possiamo trovare anche l’arcaico Cazi, Gazza, Ingagitto, l’importante toponimo seriano di Gazzaniga e gli analoghi, e scomparsi, GagianisicaCazanigo, che appaiono formati da un *gazzano + suffisso gallo-romano -iga/-igo.

Gaito (Colli di Bergamo): località già menzionata il cui nome potrebbe anche ricollegarsi al termine *wahta ‘posto di guardia’, al pari dello scomparso Gatina (IX secolo), presso Nembro.

Gangita, Gangitula (località non identificate): sec. IX, sono accostabili ai toscani Ganghio e Gagno, dal longobardo *wangjō– ‘campo aperto, prateria’.

Goroles, Gorones: sec. IX, probabilmente corrispondono alle moderne Gorle (contado di Bergamo) e Gorno (Val Seriana) e Grone (Val Cavallina); sono accostabili all’italiano gora che deriverebbe dal germanico *wōrō ‘argine, canale’.

Groppino (Val Seriana): dal longobardo *kruppja ‘groppa’ e in senso lato ‘collina’, probabilmente incrociato col termine di origine latina greppo.

Guadali, predio (Zanica): ricorda il termine longobardo wadia ‘pegno, garanzia’ con grafia guadia (germanico *waðja-, latinizzato in wadium ‘pegno’).

Guarda, La (Val San Martino): toponimo eloquente indicante una postazione militare risalente all’epoca longobarda, o gotica, dal germanico *warda o *warta (derivato dalla voce *wardō). Etimo similare presenta Valle Gardata (Val Brembana).

Guidana, Roggia (Bergamo): forse è storpiamento del germanico wat ‘guado’, a meno che si riferisca al personale Guido o al sostantivo guida, anch’essi di etimo germanico (francone witan ‘indirizzare, condurre’).

Lesina, torrente (Isola Bergamasca): l’idronimo riprende forse l’immagine dell’omonimo attrezzo da calzolaio, derivante etimologicamente dal gotico *alisna.

Malmera, torrente (Val Cavallina): ricorda la voce melma, che è di origine longobarda (*melm ‘fango’).

Niardo (Val Cavallina): Vico Niarde (973), come gli analoghi toponimi di Niardo in Valle Camonica e di Niguarda, a Milano, risale ad un germanico *newja-wardō ‘nuova guardia’ (che secondo Arcamone poteva suonare, in longobardo, come *ni-warda o *ni-warta).

Perelassi (Bergamo): 806, l’equivalente longobardo del latino arena, composto da *bera ‘orso’ e *laika ‘giuoco’, usato dai Germani per indicare gli anfiteatri romani (b > p è esito longobardo).

Pergolanio (località non identificata): IX secolo, potrebbe avere affinità con l’italiano pergola, termine di origine longobarda.

Robbadello (Valle Imagna): da raub, maschile in *-a ‘rapina’ da *rauƀa-z ‘furto, spoliazione’. Opinione dell’Olivieri.

Scais, Punta (monte delle Orobie): accostabile al longobardo skaida ‘cocuzzolo’.

Scaraguaita, torre della (Bergamo): è il nome di un antica torre medievale oggi inglobata negli edifici del seminario vescovile di Città Alta; deriva dai termini germanici, franconi, skara ‘truppa’ e wahta ‘guardia, sentinella’.

Schilpario (Val di Scalve): da *skerpfa che dà scherpa/schirpa ‘corredo della sposa’; per traslato passa a designare il corredo di un forno fusorio (la località scalvina è rinomata per le sue miniere di ferro).

Spedone, Monte (Val San Martino): chiaramente mostra connessione con la versione antica del vocabolo tedesco Spitze ‘punta’, da cui pizzo e spiedo.

Stodegarda, Stongarda: sec. XI, dal germanico *stodi-garda ‘recinto per cavalli’, un toponimo presente a Zanica e Cortenuova, importanti centri longobardi della pianura bergamasca, e a Bergamo (presente ancor oggi, come Stongarda). Da segnalare il rinomato allevamento di cavalli da guerra presente, in epoca longobarda, proprio a Zanica.

Strozza (Valle Imagna): dal longobardo *strozzā ‘gola’, riferito ad un luogo montagnoso.

Tomenone, Monte (Val Cavallina): dovrebbe derivare da tonimen, voce latinizzata tratta dal francone tun ‘siepe’ (vedi longobardo *tūna-z ‘recinto’) e in senso lato ‘palizzata’, posta a difesa di un castrum. Non posso certo escludere che il lemma sia passato ai Franchi dai Galli tramite la voce gallo-romana dunum ‘rocca, fortificazione’.

Treschiera (Bassa): da una voce gotica thriskan ‘pestare coi piedi’, accostabile al tedesco dreschen ‘trebbiare’. Con tutta probabilità è questo il caso anche del toponimo Trescore (Balneario), in Val Cavallina.

Treganto (località non identificata): 909, forse da un gotico *treuwa ‘luogo di sosta’ (vedi anche italiano tregua).

Tri Plòch (Val Cavallina): letteralmente ‘tre massi’, da una voce germanica *bloc con rotazione consonantica longobarda (o alto-tedesca in genere) p.

Vàgine, Vazze (Bergamo): il primo toponimo indica un ruscello che scorre nella Bergamo vecchia e che potrebbe avere, come base etimologica, un tema di tipo alto-tedesco waso ‘terreno acquoso, umido’.

Valtero, Monte (Sebino): Pellegrini richiama il lemma longobardo *wald- ‘bosco d’altura’ per indicare l’oronimo Valt di Falcade, a Belluno. Valtero richiama anche il nome longobardo Walteri.

Vodala (Val Seriana): località alpestre che ricorda il longobardo *wald- ‘bosco d’altura’, con trasformazione dialettale di -al- in o (vedi latino alter > bergamasco óter). In Piemonte, col medesimo etimo, troviamo i toponimi alpini Vaudala e Vaudaletta.

Zaffarde (Zanica): ha alla base il termine zaffo, dal longobardo zapfo, che significa ‘tappo’, usato nel toponimo per indicare probabilmente un perno, un cuneo, un oggetto per otturare (anche un pugno di paglia). Il suffisso -ard è un rafforzativo francone.

Zeduro (Gera d’Adda): in origine Zelute, antico quartiere di Treviglio, che alcuni storici locali mettono in connessione con l’antico tedesco zehute, zehuten ossia ‘decima’. Ipotesi un po’ troppo dubbia, a mio parere.

5 – Con suffissi specifici

Asnenga (media pianura): dalla presenza di un allevamento di asini + *-inga-z, classico suffisso prediale germanico che nei nostri toponimi dà esito -ingo o -engo (anche al femminile, come in questo caso).

Auteningo (località non identificata): Audeningo 915, da *auða- ‘possesso’ negli esiti Aude-, Aute– + *-inga-z. Olivieri richiama nomi come Audinus/Audenus.

Blancanugo (Gera d’Adda): 774, dal nome Blancani (da *blanka- ‘candido, luminoso’) con suffisso, che Olivieri reputa celtico, -ucus.

Breniadesco (Zanica): sec. XIV, dal dialettale di origine celtica brègn ‘rovine, ruderi’ + suffisso germanico -isk.

Bugeningo (Bassa): 959, Zanetti suggerisce un latino bucina ‘tubo per acquedotto’ + *-inga-z.

Goteringo (media pianura): sec. IX, da *gōða- ‘buono’ o *guþa- ‘dio’ da cui gli esiti Gode- e Got- + *-inga-z.

Guntoningo (località non identificata): 881, da *gunþjō ‘battaglia’ con esiti Gunde- e Gunt- + *-inga-z.

Invernenghi, Piazza de (Valle Imagna): prende il nome dall’aggettivo invernengo, riferito a prodotti agricoli che maturano tardivamente.

Martinengo (Bassa): Martiningo 847, importantissima località longobarda della Bergamasca ricca di toponimi germanici risalenti al periodo altomedievale, dal nome latino Martinus + *-inga-z.

Mascherpinga (Val Cavallina): dal lombardo maschèrpa ‘ricotta’ + *-inga-z, indicante evidentemente una casera.

Morengo (Bassa): Mauringus 824, da Mauro + *-inga-z.

Motardingo (località non identificata): 1066, forse dal nome germanico Mothar (mot, muot ‘mente’), o simili, + *-inga-z.

Nianingo, monte (Martinengo): 847, dal primo elemento oscuro + *-inga-z.

Passirengo (Bassa): toponimo oscuro di Fornovo San Giovanni, dove vennero ritrovati importanti reperti archeologici longobardi.

Paltaringo (Contado): curtis Paltaringus 816, composto da Palt-, esito dell’ipocoristico Paldo (da *balþa- ‘audace’) + -hari da*harja-z ‘esercito’, con suffisso *-inga-z.

Pedrengo (Contado): Pedringo 830, dal nome latino Petrus + *-inga-z.

Pregalinga (Val Calepio): 912, toponimo opaco, sebbene la prima parte possa stare per ‘prato’ (volgare pré); la seconda è di difficile interpretazione: -inga potrebbe anche essere, in questo caso, l’evoluzione gallo-italica del latino –enica/-inica.

Pucialinga (località non identificata): sec. IX-X, etimo oscuro accostabile al toponimo alsaziano di Buchilingen o Puchilingen. La prima parte potrebbe riprendere un ipocoristico longobardo come Buccio, segnalato da Konrad Huber (vedi germanico *bōsi-, bausi- ‘cattivo’).

Pumenengo (Bassa): Piumenengi 1366, dal cognomen romano Pleminius + *-inga-z.

Puseningo (Bassa): Possenengo 903, forse dall’ipocoristico Possoni (*bōsi-, bausi- ‘cattivo’) al genitivo + *-inga-z.

Rodenasco (Bergamo): sec. IX, ricorda il nome Rhodanus, Rodanus da *hrōþ- ‘fama’ col tipico suffisso ligure -asco, molto frequente e produttivo nel Bergamasco, anche in epoca medievale.

Sorengo (alta pianura): sec. IX-X, che sia forse un riferimento al solengo, il cinghiale adulto solitario? Altrimenti sarà da identificarsi con la scomparsa località di Suvernigo (suffisso celtico).

Vallarengo (Martinengo): fenita Vallaringa 847, dall’antroponimo del primo duca longobardo di Bergamo Wallari (cfr. *walho- ‘celtico’ + *harja-z ‘esercito’) + suffisso *-inga-z.

Vidalengo (Bassa): Vidalingo 903, dall’ipocoristico germanico Wido o Wito derivante da *wiðu- ‘bosco’ o *wīda- ‘lontano’ che come esiti danno Wide- e Guit-, tra gli altri. Etimo similare presenta Vuiteningo/Witeningo (915), toponimo di località non identificata.

Vualdeningo (località non identificata): sec. IX, da *walda- ‘dominare’ si ottengono gli esiti documentari Uualde- e Walde- con l’aggiunta di -*inga-z. Etimo similare presenta la località, parimenti non identificata, di Waldeningo (sempre che non sia la medesima).

Per quanto riguarda, infine, quei toponimi a parte che possono essere ricondotti, culturalmente, alla presenza di popoli germanici in Italia, ricorderemo qui i seguenti:

Disderoli (Val Taleggio): dal nome personale Desiderio, reso famoso dall’ultimo re longobardo a partire dalla fase finale del regno.

Lama (Val Seriana): tale toponimo vale ‘stagno, peschiera, pozza’, dal latino lama ‘palude’ che Paolo Diacono impiega nella sua Historia accostandolo al germanico *laima ‘limo’ (evidentemente imparentato col termine latino). Secondo Olivieri anche le località Ama e Amora (Val Seriana) sarebbero da ricondurre a tale etimo.

Pertiche, Valle delle (Sebino): potrebbe derivare il suo nome dall’antica pratica pagana longobarda di conficcare una pertica, con sopra una colomba di legno, nel terreno per ricordare un caduto in guerra morto lontano dalla patria, con la riproduzione dell’uccello orientata verso il luogo della morte (vedi Santa Maria delle Pertiche, a Pavia).

San Giorgio: almeno cinque località degne di nota possiamo contare, nel Bergamasco, recanti il nome del santo guerriero caro alla corte cattolica e filo-romana di Pavia, una figura che, in quanto cavaliere che sconfigge un drago, si riaggancia alla mitologia germanica; possiamo ricordare chiese intitolate a San Giorgio, e di fondazione longobarda, ad Almenno San Salvatore, sede di una importantissima curtis altomedievale, a Dalmine, Fara Gera d’Adda e Martinengo, tutte località che ci tramandano il ricordo, linguistico o culturale, dei Longobardi.

San Giovanni Battista: una località bergamasca, degna di nota, porta il nome di questo santo, senza contare le dedicazioni di edifici sacri al suo culto, presente nella pietas longobarda.

San Michele: agiotoponimo diffusissimo in tutta la Bergamasca, come del resto in tutta l’Italia longobarda; nasce dal culto popolare longobardo per l’arcangelo Michele, un santo guerriero che ricorda, presso i Longobardi, la figura di Wotan. Per il territorio bergamasco possiamo segnalare la presenza di cinque località degne di nota, con tale toponimo sacro, senza dimenticare San Michele all’Arco e San Michele al Pozzo Bianco (Città Alta), chiese cittadine ricordate a partire dall’epoca longobarda. Nei documenti altomedievali relativi ad Almè (antica curtis) si ricorda una chiesa dedicata a Sancti Michaelis.

San Romolo (Almenno San Salvatore): nome di una chiesa scomparsa dedicata ad un santo pannonico caro alla devozione cristiana dei Longobardi, tanto da importarlo in Italia; secondo il Mazzi tale chiesa fu edificata da re Ratchis o da suo fratello Astolfo durante il loro soggiorno presso la curtis Lemennis di proprietà regia, in virtù anche della loro provenienza dal Friuli, in cui San Romolo era alquanto venerato.

San Salvatore: famosa è la specifica attribuita ad uno dei due Almenno (l’altro è San Bartolomeo), un tempo uniti nella corte longobarda di Lemine. Si ricordano anche il monastero di San Salvatore, che lo storico Bortolo Belotti dice di fondazione longobarda, in Bergamo alta e la chiesa di San Salvatore a Terno citata nel testamento del gasindio Taido del 774. Anche la figura di Cristo come Santo Salvatore, era oggetto di profonda devozione tra i Longobardi. San Salvatore è anche il nome di un colle su cui sorge il nucleo antico di Bergamo.

Santa Eufemia: nome di un’antica chiesa di Bergamo alta edificata intorno al 600, per volontà di Agilulfo e della moglie Teodolinda, per la conversione al cristianesimo romano dei guerrieri longobardi ancora pagani o ariani. Sembra che anche la devozione per questa santa fosse cara alla monarchia di Pavia.

San Vincenzo (Bergamo): l’antica cattedrale cittadina, la cui più antica attestazione risale ad un testamento longobardo del 774; nasce, forse, come basilica di culto ariano, contrapposta alla chiesa cattolica di Sant’Alessandro, e si ritiene sia di fondazione longobarda.

Sorte: microtoponimo diffusissimo nel Bergamasco che indicava in origine una porzione di terreno che va in eredità (il mansus dei Franchi), un termine tipicamente utilizzato dai possidenti longobardi nei documenti altomedievali.

Chiudo questa rassegna ricordando che, come nelle altre città padane conquistate dai Longobardi, sul finire del regno sorsero istituzioni caritative come gli xenodochi, ossia ospizi gratuiti per pellegrini e forestieri, che proprio grazie ai Longobardi ricevettero un forte impulso. Quello presente nella città di Bergamo era intitolato a San Cassiano, annesso all’omonima chiesa.

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Ora e per sempre NO allo ius soli!

Il governo abusivo targato Pd, dopo aver avallato le unioni omosessuali, si appresta a confezionare un altro durissimo colpo all’identitarismo italico, tentando, come sentiamo in questi giorni, di approvare una legge sullo ius soli, grazie a cui l’allogeno che nasce su suolo italiano diventerebbe automaticamente italiano. Intendiamoci, la legge dovrebbe prima passare al Senato e quindi, per quanto Gentiloni stia già cantando vittoria, i giochi non sono ancora fatti. Anche la depenalizzazione del reato di clandestinità, caldeggiata da Renzi, si è arenata in parlamento con un nulla di fatto. Ma la temperie ideologica dei non eletti che occupano gli scranni governativi ormai dal 2011 si capisce bene quale sia.

Lo ius soli è una porcheria, ma non per ragioni razzistiche, come vorrebbero far credere i pifferai magici del governo, bensì perché sarebbe un ulteriore passo in direzione dell’ecatombe del popolo italiano, tanto bramata da chi ha un bisogno vitale di liquidare le genti europee per portare avanti l’agenda mondialista; il tema della sostituzione etnica che tanto diverte i servi del pensiero unico relativista non è un complotto rettiliano ma è sempre più realtà: pensate alle località meridionali abbandonate dai nativi, emigrati al Nord, e rioccupate con gente arrivata coi gommoni, o all’accoglienza incondizionata verso i migranti che vengono forzatamente ripartiti tra comuni italiani (col menefreghismo più totale del resto d’Europa), o ancora allo stesso sfruttamento di manodopera, non qualificata, immigrata che sostituisce i vecchi e costosi indigeni con gente disposta a lasciarsi schiavizzare in cambio di un piatto di lenticchie.

Spacciare per italiani i figli degli immigrati che nascono in Italia è pura follia, e oltretutto è opportunismo becero mascherato da buoni sentimenti sinistrorsi: i politici progressisti vogliono fortissimamente immigrati per sfruttarli, per riempire le urne, per silurare l’autoctono abbandonato dallo stato, per usarli come esercito industriale di riserva, che costa poco o nulla, che è facilmente sfruttabile e ricattabile e che ha tassi di prolificità incentivati da politiche alla Soros. Già pensare di fare politica con l’ottica cristiana o socialdemocratica e liberale è patetico, figuratevi se questo serve a camuffare la realtà delle cose che consiste semplicemente nella costruzione di un’Europa finta, di cartapesta, inquadrata nella Ue, dove non vi sia più la spina dorsale identitaria che per secoli ha retto il continente.

Fa riflettere il fatto che tutto questo sia appoggiato e portato avanti da un governo che non ha voluto nessuno, con presidenti del Consiglio imposti dall’alto, e con figure ambigue messe a capo di ministeri fondamentali che nessuno si sognerebbe mai di eleggere. In tutto ciò trovano spazio anche le untuose omelie di Mattarella, sacerdote laico del politicamente corretto e dell’agenda mondialista, un personaggio che, quanto Gentiloni, suscita di tutto fuorché orgoglio patriottico. Ma nulla è per caso, e ogni cosa che riguardi questo stato fa capire dove voglia andare a parare l’italietta coloniale manovrata dai poteri forti cosmopoliti (o apolidi, che poi è la stessa cosa).

Signori, l’identità non è un pezzo di carta sfornato dalla burocrazia statolatrica di un ente appecoronato alla volontà rapace dei finanziocrati, l’identità è sangue, suolo, spirito, la decide la natura non la politica dei maneggioni antinazionali! Essere bergamaschi, lombardi o italiani significa appartenere per legami etnici, territoriali e culturali a Bergamo e alla Bergamasca, alla Lombardia o all’Italia; non significa essere migliori degli altri, ma nemmeno esserne da meno arrivando al punto di annullarsi, rinnegare i propri natali per fare un favore al dispotismo “illuminato” dell’universalismo pezzente, odiarsi! Non esiste che all’identità biologica e spirituale si preferisca quella artificiale fabbricata dallo stato italiano o dall’Unione Europea, a maggior ragione perché caldeggiata da belve travestite da placidi agnellini. Un congoide che nasce in Italia è italiano? Quindi un gatto che nasce in una cuccia è un cane? Attenti al relativismo…

Si comincia con il laicismo, si passa per l’antifascismo rancoroso e isterisco e si culmina nel negazionismo totale di tutto quello che rappresenta un’identità etnica e nazionale, ridotta al folclore popolare e sostituita dai sacri emblemi del repubblicanesimo postbellico. Come può un Italiano riconoscersi in un anonimo tricolore copiato dalla Francia, in una ruota dentata inventata pochi decenni fa, in una costituzione che nemmeno tutela la lingua italiana come lingua nazionale ufficiale? E adesso vorrebbero pure ridurre la cittadinanza ad un concetto artefatto, di comodo, ad un capriccio legalizzato, come se fosse una banalità quanto il tifo per una squadra di calcio o un gusto personale. Qui si sta parlando di sangue e suolo, signori, di nazionalità, non di futilità! Italiani si nasce, non si diventa, e quel “si nasce” significa “nascere da gente di sangue italiano”. Ius sanguinis.

E infatti ritengo che la cittadinanza debba aderire alla nazionalità, altrimenti è una farsa, una di quelle strampalate idee progressiste dove l’individualismo borghese, camuffato da umanitarismo (concetto già di per sé inquietante), decide cosa si è: uomini che si sentono donne, africani che si sentono europei, transessuali che si sentono normalissimi, e con lo stato che asseconda per di più! La cittadinanza deve rispecchiare l’identità biologica e culturale proprio perché indigeni si nasce, non si diventa grazie ai maneggi della politica degli intriganti, sul libro paga dello stato mondiale in fieri. Ho sempre pensato che, ad esempio, lombardo è non chi lo fa (e che diavolo vuol dire? parlare come Pozzetto?) ma chi ha quattro nonni biologici cognominati alla lombarda, e lo stesso concetto può tranquillamente applicarsi ai criteri di italianità, anche se si potrebbe magari tollerare un nonno non italiano, ma almeno europeo.

Dobbiamo capire, amici, che tutto questo non deve essere inquadrato in un’ottica di razzismo, intolleranza, suprematismo (?), “populismo”, ma di razionalità e buonsenso, e ovviamente di salutare patriottismo: la cittadinanza non si può regalare a dritta e mancina, anche perché si porrebbero poi seri problemi relativi alla demografia, all’ambiente, all’eco- ed etno-sostenibilità, in un’Italia già sovraffollata di suo che rischierebbe di collassare sotto il peso della bomba demografica allogena. Per non parlare delle guerre tra poveri, del lavoro e della disoccupazione, di tutto quello che riguarda il cosiddetto welfare (per usare un orrido forestierismo), che significa poi benessere, progresso, sviluppo, prosperità. Tutte cose che diventano miraggi nella società drogata dal multirazzialismo e schiavizzata al feticcio del denaro e del consumo, come gli Usa. Società multirazziale è sinonimo di caos, fatevene una ragione.

Chiudo con una riflessione: ieri sentivo il fiacco Gentiloni accostare lo ius soli alle grandi battaglie di civiltà, sostenendo che integrare gli immigrati significherebbe, oltre alle solite bubbole, combattere e stroncare il terrorismo sul nascere. Ma certo Paolo, certo: in Francia, infatti, gli attentati terroristici in nome dell’islamismo non sono stati compiuti da palandrane con barba fino alle caviglie, scimitarre, cammello d’ordinanza e fluente arabo, da freschi invasori dunque, ma da gente integratissima, di lingua francese, di seconda o terza generazione, spacciata per francese grazie alle scellerate politiche terzomondiste e occidentalizzata al punto di essere più narcisista, viziosa, drogata, alcolizzata e promiscua degli occidentali stessi. Il terrorismo non si combatte e vince calando le braghe di fronte all’immigrazione, ma rivendicando orgogliosamente le proprie radici e rispettando, a casa sua, chi merita il nostro rispetto, evitando così accuratamente lo sfacelo in cui sguazzano gli stati dell’Europa centro-settentrionale.

Cari Italiani, volete davvero rinunciare alla vostra identità etnica, nazionale e culturale per fare la fine di ciò che resta degli eredi di Celti e Germani?

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/06/ora-e-per-sempre-no-allo-ius-soli.html

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Il mito di Roma e la rivoluzione nazional-federale

L’attuale quadro politico italiano è piuttosto desolante poiché la scena è fondamentalmente occupata da due soggetti, con i restanti nel ruolo di comprimari. Questi due soggetti sono il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, e tra i comprimari possiamo trovare ciò che resta della destra italiana: Lega Nord, berlusconiani, ex aennini, altri minori (e troppo deboli per entrare in Parlamento). Il quadro politico è desolante, dicevo, anche per via della situazione che riguarda, per l’appunto, le forze politiche genericamente classificate come “di destra” e che potremmo vagamente definire “patriottiche” o “nazionaliste”.

Il berlusconismo è da sempre una piaga, un’imbarazzante infezione liberale; il mondo ex Alleanza Nazionale è un ridicolo mosaico di partitini orfani di quel gran “genio” di Gianfranco Fini, sciagurato traghettatore della destra post-fascista dall’Msi al neo-conservatorismo; i partitini di “estrema destra” sono extraparlamentari e, per quanto composti spessissimo da militanti volenterosi ed encomiabili nella loro opera di ri-educazione, risultano poco incisivi, per ovvie ragioni; infine ecco la Lega Nord, orfana in questo caso di Umberto Bossi, che è stato accantonato dall’ambizioso Salvini per una svolta nazionalista e sovranista a scapito delle (inutili) farse sulla secessione della Padania, ottenendo però un partito che troppo spesso assume i grotteschi contorni del liberalismo islamofobo e filo-sionista in stile Wilders, unito ad una buona dose di qualunquismo e spoetizzante mediocrità.

La politica non solo serve ma è indispensabile per garantire ordine, autorità e disciplina in un Paese, soprattutto pieno di contraddizioni come il nostro, che rischierebbe di precipitare nell’anarchia senza una politica sana e uno stato forte e autorevole, che ovviamente rappresenti per davvero l’ossatura della nazione e non, al contrario, la sua opprimente gabbia. Per questo la politica italiana, alla cui base dovrebbe esserci un generale processo rieducativo e metapolitico che si faccia cultura e militanza attiva, ha bisogno come l’aria di un grande rinnovamento nel segno di identità e tradizione, un rinnovamento che non può venire dai pasticcioni pentastellati (tra cui non v’è il benché minimo accenno ad etnonazionalismo e patriottismo) e men che meno da robaccia come il partito di Renzi e dalle macerie di Forza Italia.

Anche la Lega ha, francamente, fatto il suo tempo; un partito pieno zeppo di incoerenza, incongruenze, bipolarismi e ribaltoni, che cerca di grattare la pancia alla base celodurista puntando comunque tutto sull’occupazione in pianta stabile del posto vacante lasciato da An, assorbendo così il peggio che già fu di quel partito (e che lo è ancora, nelle vesti di Giorgia Meloni): la destraccia atlantista filo-sionista, l’anticomunismo e l’islamofobia pezzenti, le pesanti aperture liberali ispirate da uno che, seppur ottantenne e vieppiù ridicolo, continua a fare da catalizzatore delle forze destrorse (parlo ovviamente di Berlusconi).

Non so voi ma io francamente ne ho piene le tasche del berlusconismo, del leghismo e di tutta la pacchiana destra che mescola le pulsioni reazionarie a quelle liberal-democratiche apparendo “populista” ma non troppo, e che non stacca nemmeno per un secondo la lingua dalle natiche dell’imperialismo occidental-sionista in nome dell’ostilità rivolta contro il (defunto) comunismo e l’islam (in termini meramente religiosi e culturali, non certo etnici). Aggiungiamoci poi l’eterna sudditanza nei confronti del cristianesimo e della Chiesa cattolica, sebbene non vengano risparmiate bordate all’attuale papa, Bergoglio, l’idolo di atei, omofili, terzomondisti, migranti, “vips”, sincretisti (o sincretini?) vari.

Nonostante qualcuno, ogni tanto, veda nei grillini una sorta di (mettetelo fra abbondanti virgolette) “nazionalsocialismo” edulcorato e 2.0, il che fa abbastanza ridere se pensiamo alla natura del movimento dei 5 Stelle, non penso proprio che la compagine del comico genovese sia l’antidoto a tutti i mali politici che affliggono il nostro Paese perché è tutto e il contrario di tutto, è un guazzabuglio unico dove trovano posto personaggi provenienti dai più svariati mondi, e non dicono nulla di nuovo e concreto in ambiti fondamentali come quelli di stato e patria, di politiche etniche, di etnonazionalismo e federalismo. Questi, col loro inesauribile qualunquismo, fanno leva sui sentimenti (sacrosanti, per carità) anti-casta e anti-politica da seconda repubblica ma si fermano qui, non arrivano al sodo e al punto nodale della questione che riguarda la visione dell’Italia e della sua natura nazionale. Vogliamo rifondare la repubblica con la bandiera del M5S? Fa sbellicare il solo pensiero.

Ho davvero molta più stima per un movimento come CasaPound che per quanto piccolo, e inevitabilmente ghettizzato, scende concretamente in piazza per questioni serie e basilari, non limitandosi alle parole ma militando attivamente, e anche culturalmente, dalla parte degli indigeni cercando di occuparsi di ogni ambito che riguarda la società civile anche grazie all’associazionismo. Il problema è che rimangono inquadrati come “neofascisti” e nostalgici, agli occhi della gente comune, finendo per incasellarsi in una nicchia da cui difficilmente – a livello nazionale – riuscirebbero ad uscire. Dico questo col massimo del rispetto e con stima, soprattutto perché ho in grande considerazione chi va al di là delle parole impegnandosi concretamente, epperò servirebbe una vera svolta anche su generali questioni ideologiche.

Quel che voglio dire è che dobbiamo andare oltre i fascismi, i nazismi, i comunismi, i leghismi (lasciamo perdere i berlusconismi) per cercare di raggiungere quella fondamentale sintesi tra istanze patriottiche e istanze particolaristiche, ovverosia per trovare finalmente la quadra identitaria ed etnonazionalista grazie a cui rappresentare degnamente e senza più contraddizioni l’anima dell’Italia, che è senza dubbio nazionale ma al contempo è anche etno-regionale, sub-nazionale, locale. E penso proprio che la rivoluzione politica che andrebbe attuata, previa ri-educazione metapolitica e culturale (anche metafisica, oserei dire), sia per l’appunto nel segno dell’etno-federalismo non però in chiave legaiola o neoborbonica bensì sempre guidato dalla grande Idea di Roma e della romanità che rimangono il carburante, per così dire, dell’azione politica salutare e costruttiva.

Il mito fondante d’Italia passa per Roma, ovviamente la Roma vera e tradizionale non quella contemporanea… Così come l’istanza federalista passa per le grandi realtà etno-culturali d’Italia in senso tradizionale, perché nelle odierne Torino, Genova, Milano, Napoli ecc. vi lascio dire quanta identità e tradizione vi sia… E passando per Roma e per le realtà locali i miti fondanti alla base di questa auspicabile rivoluzione nazional-federale escludono in maniera netta ogni inquinamento – che tanto piace ai destrorsi consueti – di tipo giudeo-cristiano, papista, liberal-democratico ed europeista, e cioè ogni immonda baggianata reazionaria o neocon che zavorra il contesto patriottico e social-nazionale impedendogli di spiccare il volo verso nuovi lidi. Va da sé che l’attuale Costituzione e l’attuale repubblica d’italietta atlantista non possano rappresentare il grande auspicio di rivoluzionario rinnovamento italiano.

Basta robaccia azzurra (sia in senso sabaudo e statolatrico che centro-berlusconiano), basta fuffa verdastra da celtismo pezzente, e basta destraccia di ispirazione fiuggina e/o clericale. La peste della politica italiana, che è il piddismo unito alla lurida cancrena socialdemocratica che vorrebbe ridurre il nostro Paese alla stregua di una succursale del marasma relativista nordeuropeo, si sconfigge solo con una armonica e razionale coesione tra socialismo nazionale ed etnofederalismo che dà vita a quell’etnonazionalismo di cui abbiamo bisogno come fosse ossigeno. Un etnonazionalismo che finalmente marchi una distanza netta da Chiesa e cristianesimo, dal liberalismo, dal sionismo e dalla giudeofilia, e da quell’inutile becerume islamofobo e anticomunista che serve solo a gettare benzina sull’incendio appiccato dall’imperialismo occidentale, degli apolidi americani, che da decenni attossica anche il panorama politico italiano rafforzando la natura coloniale di questa repubblichetta partigiana.

Ave Italia!

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Tragiche dimenticanze e isterismi di massa

Come ogni anno arriva l’estate e come, purtroppo, è già diverse volte successo in questa stagione la gente si dimentica inspiegabilmente (?) dei propri figli in auto, dando vita a tragedie che potevano tranquillamente evitarsi. No guardate, non è colpa delle macchine che non segnalano la presenza dell’infante a bordo, la colpa è di chi si scorda della cosa per lui più preziosa al mondo (o che perlomeno tale dovrebbe essere) nemmeno fosse una borsetta, un paio d’occhiali, una felpa lasciando che muoia per il caldo in un’auto trasformata in fornace ardente. Qualcuno mi ha tacciato di misoginia e addirittura di istigazione alla violenza perché, commentando la vicenda di questi giorni della donna di Arezzo, avrei detto di non far figli se si ha la testa a viole e inoltre che se avessi una moglie che si macchia di una inaccettabile mancanza simile l’avrei presa tutt’altro che bene: e grazie tante, vorrei vedere! Forse i poverini che mi criticano astiosamente non hanno capito che avrei condannato nettamente il fatto anche se il protagonista fosse stato un uomo, anzi, sarei stato fors’anche più drastico perché da un uomo ci si aspetterebbe un po’ più di attenzione…

Vedete amici, queste sono le conseguenze del postmoderno e del suo infetto femminismo, dove le donne sono drogate dal soldo, dal successo, dalla carriera, dal lavoro a tutti i costi a scapito della famiglia e finiscono per mettere in cima a tutto ciò che ruota attorno al guadagno dimenticandosi di ciò che è più importante. La donna aretina è stata giustamente iscritta nel registro degli indagati per omicidio colposo, ma non sto dicendo che vada condotta al patibolo o messa alla pubblica gogna; sicuramente non l’avrà fatto di proposito, e ci mancherebbe pure! Tuttavia è solo colpa sua, troppo comodo additare stress, lavoro, maschilismo (?), tecnologia e altre amenità simili: fosse stato uomo le isteriche di turno lo avrebbero crocifisso insinuando di averlo fatto apposta. Che poi i frenetici ritmi della società contemporanea tramutino le persone in automi è pacifico, ma questo succede perché perdiamo noi di vista i valori, gli ideali, la tradizione, la nostra identità, anteponendo alla famiglia il feticcio del materialismo e del consumismo. Chiudo qui la faccenda, ma per favore, davvero, non tiratemi fuori la propaganda femminista d’accatto: la vittima è solo una, ed è la bambina morta.

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Islamismo e mondialismo: nomi diversi, stesso mandante

Il mondo islamico, storicamente, ha senza dubbio una grande spinta e predisposizione alla guerra e alla conquista, perché, a differenza del cristianesimo, la religione di Maometto è chiaramente molto maschia, guerriera, aggressiva e orgogliosa, e punta alla conversione tramite la spada più che il missionariato. Oltretutto, la fede in Allah è inscindibile dall’elemento etnico arabo (e anche per questo l’islam in Europa diventa problematico), pur avendo la sua innata sete di conquista, mentre la fede cristiana è slegata da qualsiasi connotazione etnica e razziale. E questo è un gravissimo limite delle chiese (eccetto l’ortodossa, legata alle nazioni e culture slave), così come la morale cristiana untuosa e patetica incentrata su pace, amore, perdono, masochismo. Basti pensare al solo Bergoglio, capo di un cattolicesimo che va a braccetto col mondialismo e con l’odio per sé stessi, la propria civiltà e cultura, e i tappeti rossi stesi di fronte agli invasori islamici, e non.

Dobbiamo fare però una necessaria distinzione, all’interno del mondo islamico, tra sunniti e sciiti, in particolar modo tra quest’ultimi e i salafiti-wahhabiti del sunnismo, poiché il fenomeno del terrorismo islamico, comunque disgiunto dalla fede musulmana, non ha nulla a che vedere con gli sciiti (presenti soprattutto in Iran, Siria, Libano, Iraq, Yemen) e, anzi, prende di mira innanzitutto gli islamici anti-mondialisti che, a casa loro, combattono contro di esso e le ingerenze imperialiste di Usa e Israele (più lacchè atlantisti). E così l’islamismo in combutta con l’Occidente ha fatto fuori Saddam, Gheddafi, vorrebbe far fuori Assad e attacca l’Iran alimentando quella destabilizzazione mediorientale che fa comodo agli americani e quindi allo stato mondiale in fieri caldeggiato dall’alta finanza apolide. L’Occidente sfrutta il fanatismo islamico per armare il terrorismo, al fine di rovesciare i legittimi potentati, come quello alawita, e mettere le grinfie su petrolio, ricchezze, risorse e siti strategici, contando sull’appoggio dei sionisti e dei sauditi. L’islamofobia è una cretinata laddove faccia confusione per coprire le responsabilità occidentali, ma l’islam benigno è quello che se ne resta a casa sua e combatte, come Hezbollah, contro terrorismo e atlantismo, che dopotutto hanno il medesimo mandante.

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A che giova tutto ciò?

Sabato sera a Torino, in Piazza San Carlo, un falso allarme terroristico diffuso da non si sa chi, ha seminato panico e scompiglio tra le migliaia di tifosi juventini radunati in massa per assistere alla finale di Coppa dei Campioni di Cardiff, persa dalla seconda squadra di Torino contro il Real Madrid. Più di un migliaio i feriti, di cui tre gravi, travolti dalla violenta calca formatasi per via o di una bravata legata ad un allarme bomba fasullo oppure di un’esplosione dovuta a dei petardi, o comunque di un comportamento sconsiderato tenuto da qualche frangia del tifo bianconero. Fermo restando che il comune di Torino avrebbe potuto organizzare presso lo stadio della Juventus la visione della finale tramite maxischermo, evitando così i consueti problemi legati agli eventi di massa (logistica, sporcizia, rischi legati all’incolumità delle persone e all’integrità e decoro dell’arredo urbano, ordine pubblico ecc.), e che gli autori dello sfacelo (se, come sembra, ve ne sono) vadano consegnati alla giustizia prendendo i calci nel sedere che non hanno preso dai genitori, io mi chiedo che senso abbia radunarsi in massa in una piazza per assistere ad una stramaledettissima partita di pallone.

Naturalmente non voglio arrivare a dire che la colpa sia di chi ha preso parte alla manifestazione “sportiva”, non abbiamo tutti la medesima idea su come spendere il proprio tempo libero e a cosa dedicarsi nella vita al di là di studio e lavoro, però trovo che il valore della nostra esistenza e della nostra integrità psico-fisica ci imponga di ridimensionare l’importanza data ad autentiche futilità come il calcio, e soprattutto alla sua assurda idolatria figlia della metastasi generata dal tumore affaristico che affligge questo sport (che di sport ha sempre meno). Stesso discorso per altri eventi come i concerti, in cui le masse umane si radunano annullandosi nell’adorazione per gente che fa la bella vita alle loro spalle, e che in un mondo normale andrebbe a zappare i campi. Assieme ai multimilionari in mutande. Chi ossessivamente ripete che “non dobbiamo darla vinta ai terroristi modificando il nostro stile di vita” si dimentica di come la società europea si sia resa vulnerabile barattando proprio l’orgoglio patriottico e gli ideali identitari e tradizionalisti con il benessere drogato della democrazia occidentale, che trova nel dio pallone uno dei suoi fondamentali capisaldi.

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Difendi la tua terra, la tua gente, il tuo destino

Guerre, carestie e pestilenze, un tempo, in Europa, tenevano sotto controllo i picchi demografici della popolazione, portando ad inevitabili selezioni dei più forti con una pronta rinascita delle comunità colpite dagli antichi flagelli. Naturalmente, detto così, può suonare sin troppo duro e cinico (ed è sempre facile fare i “duri” dietro ad una tastiera, comodamente appollaiati su una confortevole poltrona, nel XXI secolo) e non è certo auspicabile che ritornino in auge mali arcaici ormai sconfitti, per quanto si sia ampiamente rammolliti dal troppo benessere, dai consumi, dai media, dai vizi e uno scossone, sotto certi aspetti, non potrebbe che fare bene.

Chiaramente non è necessario prefigurare scenari apocalittici (sebbene, più passano gli anni, più il rischio di un collasso non è poi così peregrino) per mettere in risalto la necessità di un cambio di registro da parte anche solo del territorio italiano. Se pensiamo all’inquinamento, alla cementificazione, al disboscamento e all’esproprio di campi e terreni per asfaltare e costruire orridi centri commerciali, all’impoverimento di flora e fauna a vantaggio dell’inurbamento che erode il tessuto delle campagne, all’insostenibile traffico su gomma (e non su rotaia o acqua), all’uso e abuso dei combustibili fossili, per non parlare della bomba demografica migratoria che si inserisce, sovente, in contesti in cui la densità demografica è già estrema (basti solo il caso della pianura padana) ci rendiamo conto di come il nostro Paese, in particolare nel settore centro-settentrionale, non goda certamente di una salute anche solo decente.

Va anche detto che non seguo i “decrescisti” su tutti i loro ragionamenti, perché costoro vorrebbero arrivare a rottamare la sovranità nazionale e i posti di lavoro in nome di un ambientalismo un po’ troppo pezzente che se ne infischia della ragion di stato ma che al contempo tace di fronte ai fenomeni migratori, alla società multirazziale e all’ampio degrado delle città principali le cui periferie diventano invivibili ghetti stracolmi di disagio, degrado e criminalità. Si prenda anche solo il caso delle zingaresche presenze sul nostro territorio, di soggetti cioè incompatibili col nostro tessuto e i nostri valori che per di più conducono uno stile di vita distruttivo anche nei riguardi dell’ambiente. Le cronache romane ci sbattono in faccia ogni giorno le loro malefatte e le situazioni limite che le degradate zone di Roma raggiungono anche per via dei poco ortodossi stili di vita delle genti nomadiche.

Ci sono zone in Italia che a prescindere dai fenomeni migratori sono già sovrappopolate per conto loro, come ad esempio nel famigerato caso padano e in quello campano; la sovrappopolazione rappresenta un problema anche in termini ambientali, se qualcuno non ci avesse mai pensato, perché comporta necessariamente cementificazione, sfruttamento intensivo delle risorse naturali, industrializzazione ed inquinamento. E come detto, un tempo, ci pensavano le calamità naturali a regolare l’andamento demografico, cosa che oggi (e per fortuna!) non avviene più, perlomeno nell’Europa occidentale. Senza arrivare all’estremo di dover invocare estinti flagelli biblici, le soluzioni sono ben altre, anche se necessariamente devono passare dal sacrificio e da una radicale palingenesi di certi comportamenti, stili di vita e di politiche ambientali, energetiche, agricole, industriali.

Serve però anche un equilibrio laddove si tratti di argomenti cruciali come la sovranità nazionale, il lavoro, l’indipendenza dai forestieri; capite bene che se io rinunzio all’industria, al nucleare, alle trivellazioni per dipendere dai forestieri, per delocalizzare, e per lasciare che gli avventurieri di mezzo mondo vengano in casa mia ad impossessarsi dei marchi storici, sfruttando le leggine antinazionali dell’Unione Europea, mi tiro la zappa sui piedi e quel che guadagnerei in ambiente lo perderei in sovranità, qualità, e occupazione, con gravi danni arrecati alle famiglie che sono la cellula base della società, e all’economia del Paese.

Per questo dico che l’ecologismo deve andare di pari passo col rispetto del sangue, della patria, e della sovranità nazionale, monetaria ed economica, altrimenti tanto vale: a che pro migliorare la qualità della vita in senso ambientale se poi devo rimetterci in altri campi finendo al guinzaglio dello straniero? Oltretutto va da sé che dall’Italia dovrebbero essere cacciate le multinazionali straniere che, pur dando lavoro alle persone, appestano il territorio, lo spremono come un limone e spostano i guadagni dalle casse italiche alle proprie, alimentando l’infernale fornace del mondialismo. Si tratta chiaramente della turbo-capitalistica peste, la stessa che aizza fenomeni migratori di massa per liquidare i lavoratori indigeni schiavizzando quelli allogeni, che ha in non cale non solo l’ambiente ma pure le persone, le famiglie e la nazione infettata da tale virus, che ovviamente infetta anche la sovranità del Paese stesso.

Io penso che patriottismo, socialismo, economia, mondo del lavoro ed ambientalismo debbano tutti remare dalla stessa parte, per il vero benessere delle nostre comunità, cercando di trovare la quadra per salvare sia la natura (e quindi l’uomo) sia i naturali interessi economici di un Paese sovrano; l’Italia va agli Italiani non solo in accezione etno-culturale e demografica, ma anche in termini di lavoro, di economia, di benessere e di sviluppo, di qualità della vita, di sovranità e naturalmente di gestione del territorio e delle sue risorse naturali.

Del resto, l’etnonazionalismo di cui mi faccio umile portavoce promuove tutti questi basilari elementi, affinché non vi sia una sola voce fuori posto per la maggior gloria della patria e pel benessere della gente che la compone. Chi difende la propria nazione difende la sua gente, il suo territorio, ed avrà a cuore la qualità della vita, poiché la lotta al morbo mondialista passa proprio per la sinergia tra coscienza etnica, culturale ed ambientale. Non c’è sangue senza suolo, e non c’è suolo senza sangue, laddove per suolo si intenda l’ambiente antropizzato e trasformato così in patria grazie alla sapiente e razionale opera umana, rispettosa delle immortali leggi della natura.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/06/difendi-la-tua-terra-la-tua-gente-il-tuo-destino.html

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