In cerca di vera sovranità, a tutto vantaggio della nazione

Le forze armate, tra cui i carabinieri, e di polizia italiane sono purtroppo succubi del dominio Nato, inquadrate in un’ottica di occidentalismo di matrice americana che le rende prive di vero potere e di vera azione sovranistica. Questo passa anche per il loro essere alle dipendenze di una politica governativa e di una magistratura che, allo stesso modo, prima di rappresentare Italia e Italiani rappresentano i potentati stranieri, che hanno ridotto la Repubblica Italiana al rango di colonia atlantica, da una settantina di anni. Militari, carabinieri, poliziotti devono obbedire agli ordini che piovono loro addosso dall’alto, perciò l’opera di repressione di stato del dissenso anti-antifascista non può essere addebitato, in prima istanza, alle forze dell’ordine.

Chiaramente qui non si sta parlando di Anni di piombo e terrorismo politico, ma di come militi e poliziotti vengano usati da governo e magistratura come braccio armato anche per applicare le leggi antifasciste della repubblica che peraltro, diciamocelo, hanno poco a che vedere con qualcosa di morto e sepolto (il fascismo), ma sono il pretesto per ridurre al silenzio tutti coloro che non si riconoscono nei valori di finta democrazia di questo stato. Uno stato che, oltretutto, non è libero e sovrano ma è schiavizzato dall’unipolarismo americano, che è lo stesso, assieme all’Unione Europea che ne è filiale, a volere che carabinieri e poliziotti italiani (e così anche le forze armate e di polizia in genere) prima di servire l’Italia servano la Nato e il suo dispotismo.

Anche per questo motivo l’antifascismo della “sacra” Costituzione è stucchevole, essendo solo un favore agli stranieri che flagellano il nostro Paese, sia che siano ricchi e abbienti e installino basi militari e multinazionali o banche, sia che si tratti di allogeni del terzo mondo giunti in Italia tramite gommoni e carrette del mare. L’antifascismo non è mai patriottismo, casomai è statolatria, e considerando che la Repubblica Italiana libera ed indipendente non è, sarà una forma di statolatria totalmente slegata da popolo e nazione ma funzionale all’affermazione dittatoriale dell’unipolarismo Usa e del pensiero unico che vige in Italia dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale.

Non possiamo certo prendercela con i singoli carabinieri, i singoli poliziotti, i singoli militari italiani. Il problema è chi li comanda e sfrutta, che è poi lo stesso a lasciarli senza stipendi decenti, senza benzina e risorse, senza mezzi, senza rinforzi in mezzo a situazioni spesso di totale degrado e criminalità dove sono costretti a fronteggiare minacce (vere, non le inesistenti minacce dei “fascisti”) provenienti da più parti. Non da ultimo, questo stato pseudo-italiano li umilia sbattendoli nelle piazze rosse d’Italia a tenere a bada, in pochi contro masse amorfe di parassiti, la teppa politicizzata di centri sociali e movimenti extraparlamentari anarco-sinistrorsi, finendo per buscarsele senza poter reagire tra sputi, schiaffi, insulti, cori odiosi, bastonate, calci inferti anche dalle preziosissime risorse boldriniane, come quell’egiziano arrestato in questi giorni per i disordini di Piacenza (in cui un carabiniere fu malmenato da una vergognosa torma di “zecche”).

Gli agenti e i militari hanno le mani legate contro immigrati fuori posto e teppisti rossi ma mettono ampio zelo nello stroncare quelle associazioni, o quei singoli, che seguono posizioni identitarie e tradizionaliste, anche solo virtualmente, sospettati addirittura di “terrorismo” o di istigazione all’odio e alla violenza razziali (curioso come i governi italiani, e meglio ancora la magistratura, condannino i razzismi ma si ricordino delle razze, quando gli fa comodo…). Questo accade perché il nostro Paese non è sovrano, ed è costretto a seguire il carrozzone funebre euro-atlantico anche nel campo delle leggi ideologiche tese a mettere a tacere le posizioni (meta)politiche non allineate alla vulgata antifascista, socialdemocratica o liberale.

Polizia e carabinieri non possono nemmeno difendersi e neppure fermare in maniera decisa un delinquente, spesso non possono agire direttamente contro la criminalità che viene, sovente, concentrata in alcuni settori periferici cittadini onde “controllarla”, il che tramuta in ghetti vaste aree delle nostre città contemporanee, infestate da criminali stranieri, tossicodipendenti, prostitute, avanzi di galera, nel degrado più totale. E questo non riguarda solo centri come Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Palermo, Bologna ecc. ma, ormai, anche città medio-piccole, persino delle ridenti lande prealpine. Le forze dell’ordine, e soprattutto i cittadini onesti indigeni, diventano ostaggio del crimine e dello sfacelo umano, costretti a convivere con marmaglia che starebbe bene o in galera o in altri lidi.

Riordinare la Repubblica Italiana intervenendo pesantemente, come si dovrebbe, sulla Costituzione significherebbe anche contribuire all’affrancamento delle nostre forze armate e di polizia dai dispotismi stranieri, con la conseguenza di rafforzarle, dotarle di più risorse e mezzi, meglio pagandole, e dando così loro la possibilità di farsi davvero veicolo di ordine, autorità, disciplina, legalità per contrastare nel miglior modo possibile la delinquenza e le situazioni di soqquadro materiale e morale che attanaglia l’Europa contemporanea. Altra cosa importante sarebbe quella di riorganizzare territorialmente l’esercito, le forze armate, carabinieri e polizia perché gli Italiani centrali e settentrionali latitano e la stragrande maggioranza degli agenti e dei militari è di origine meridionale. Certo, questo è per annose vicende di statalismo e disoccupazione, ma riorganizzando la repubblica va da sé che molte delle attuali grane che affliggono l’Italia verrebbero risolte definitivamente, anche mediante una salutare azione federalista.

Oggi il poliziotto e il carabiniere sono lavoratori sottopagati, bistrattati, sfruttati e presi a sputi in faccia dai parassiti, e non sono messi nelle condizioni migliori per poter svolgere il proprio operato in armonia con gli onesti cittadini italiani (e con una magistratura rinnovata da capo a piedi e non più ideologizzata). Parimenti, i militari (con leva abolita) vengono usati nelle “missioni di pace” americane, atlantiche e Onu all’estero per portare avanti l’agenda degli Usa, quando invece sarebbe davvero il caso di tenerli in Italia a presidiare i confini, impedire gli sbarchi, commissariare città disastrate come la stessa Roma, combattere e sradicare una volta per tutte il tumore mafioso, servire la Patria nella propria autodeterminazione sovranistica stroncando ogni forma di terrorismo antinazionale.

L’idea di riaprire alla leva obbligatoria non sarebbe affatto male pensando soprattutto a quelle tradizioni militari onuste di gloria come gli alpini, i granatieri, parà e marò, bersaglieri e via dicendo che sovente mostrano un radicamento viscerale in certi territori italiani (mi viene in mente l’amore per gli alpini dell’Italia nordorientale). Bisognerebbe, insomma, rieducare gli Italiani all’amor patrio – senza dimenticare le proprie radici etno-culturali – e ristrutturare forze armate e di polizia in una maniera consona ad uno stato nazionale di recuperata sovranità, cosicché vi sia pure una rappacificazione tra Italiani e istituzioni dello stato.

Se la Repubblica Italiana divenisse etno-federale, sovrana, presidenziale e animata da un vero spirito social-nazionale, finalmente libera da ogni potentato ed ente straniero sovranazionale, ne guadagnerebbero decisamente anche le forze armate, i carabinieri e la polizia che, rafforzandosi, sarebbero al servizio, per davvero, della Patria senza più doversi prestare a divenire strumento di occupazione militare americana, che ci ha appestato con un centinaio e passa di installazioni militari tese a controllarci e schiavizzarci all’unipolarismo euro-atlantico, che ovviamente implica anche repressione ideologica in nome del pensiero unico mondialista.

Liberiamoci dall’immigrazione di massa, dalla società multirazziale, dal meticciato, dalla cattività atlantista ed “europea” (che è politica, militare, economica, finanziaria, sociale, culturale ecc.) e battiamoci per dare un volto etnonazionale non solo all’esercito, alla marina militare, all’aeronautica militare, a carabinieri e polizia ma anche, e soprattutto, a politica e magistratura, anch’esse da riequilibrare in senso ideologico e territoriale.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2018/02/in-cerca-di-vera-sovranita-a-tutto-vantaggio-della-nazione.html

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Profilo etno-antropologico della Bergamasca

Dopo avervi presentato, brevemente, un discreto numero di volti più o meno noti bergamaschi (usando esempi di sportivi e sportive e di uomini e donne politici), al fine di fornire immagini concrete di fenotipi orobici, ho deciso di realizzare qualcosa di più ampio e sistematico, dunque davvero soddisfacente, offrendovi un’ampia panoramica con l’impiego di 419 individui, sempre bergamaschi.

Mi sono basato su Bergamaschi viventi, sempre più o meno famosi, tratti dalle voci italiane ed inglesi di Wikipedia e aventi cognomi tipicamente bergamaschi o con una buona diffusione nel territorio orobico; naturalmente, non posso garantirvi siano tutti quanti davvero nostrani o, perlomeno, lombardi, ma di sicuro la stragrande maggioranza di essi è certamente legata al territorio grazie a vincoli di sangue, e non solo di nascita.

Questa volta, però, al fine di effettuare un’analisi più approfondita e sistematica, suddividerò i nostri Orobici in base al fenotipo cosicché si possa anche osservare la frequenza dei vari tipi fisici distribuiti nella Bergamasca. Direi che vi sia sicuramente corrispondenza tra le percentuali fenotipiche di questi individui più o meno noti e quelle di individui “comuni”, anche perché nel primo caso si tratta di soggetti impegnati nella società civile (politica, cultura, religione), nel campo delle arti o dello spettacolo e dello sport o divenuti noti per particolari meriti (o demeriti), e dunque tratti da svariati campi.

Avevo già parlato negli articoli precedenti della composizione fenotipica bergamasca, che si riflette anche nelle caratteristiche genetiche del DNA autosomico dei nativi, in particolare nel primo della serie, qui. Ricapitolando, nel caso bergamasco e lombardo-etnico, si può parlare di una situazione etnica che si inscrive nel quadro dell’Europa sudoccidentale stemperato da concreti influssi continentali che, tuttavia, si fanno più importanti nell’Italia nordorientale assieme a quelli balcanici/adriatici. La Lombardia etnica, in sostanza, si allinea alla composizione etnica di Iberici e Francesi meridionali da una parte e del Triveneto dall’altra, senza dimenticare la prossimità di Liguri, Toscani e Romagnoli.

I Lombardi, e dunque i Bergamaschi, uniscono ad un fondamentale aspetto paleo-mediterraneo, risultato del rimescolamento tra le genti cromagnoidi mesolitiche e quelle (preponderanti) mediterranoidi neolitiche, lo strato steppico, indoeuropeo, giunto in Italia via Europa centrale (dove si deve essere mescolato con i dinaromorfi del vaso campaniforme) con i popoli celtici ed italici; questa componente era di natura nordoide ma anche alpino-cromagnoide e dinaroide e, nella Pianura Padana, andò a modificare, l’aspetto indigeno che miscelava tratti (atlanto)mediterranei, alpini e dinarici.

L’elemento nordico e/o cromagnoide fu molto discretamente rinforzato dalle infiltrazioni di genti germaniche medievali come i Longobardi, rimanendo comunque sempre minoritario in Lombardia, ma anche nel Nord-Est dove i geni indoeuropei sono maggiori rispetto alla controparte occidentale, e ovviamente al resto d’Italia.

Nell’Età del rame e del bronzo potrebbero essersi verificate delle intrusioni di elementi levantini (assieme a qualche più tardo apporto di epoca romana), ma di scarsissima importanza, soprattutto se confrontate con lo spostamento di genti egeo-anatoliche e mediterraneo-orientali nel Meridione d’Italia. Paradossalmente, il Neolitico settentrionale fu più “puro” di quello meridionale, essendo quest’ultimo alterato dalle citate influenze levantine anche di cultura ariana (anatolica). In Italia, naturalmente, il popolo più neolitico di tutti è ancor oggi quello sardo.

Tuttavia negli ultimi 2.000 anni nessun popolo, in nessuna parte d’Italia (con l’eccezione di alcune aree alpine), ha sensibilmente modificato il pool genico e, di conseguenza, il profilo fenotipico degli Italiani, pertanto sarebbe oltremodo ridicolo parlare di un Nord germanico, un Centro bizantino, un Sud arabo/bizantino, a meno che si vogliano intendere gli influssi culturali e sociali esercitati dai dominatori medievali. Da un punto di vista biologico, gli Italiani sono pressoché gli stessi dell’epoca preromana, e infatti costituiscono non un popolo omogeneo, ma più popoli eterogenei, un insieme di nazioni, potremmo dire.

Dalle Alpi a Pantelleria è, anche biologicamente, Europa meridionale (con l’eccezione delle zone alpine estreme), ma va doverosamente specificato che questo gigantesco “cluster” non è affatto omogeneo, come del resto dimostra il famoso cline genetico italiano; se il Centro-Nord segue una direzione occidentale, il Sud va decisamente nella direzione opposta, assieme ai Greci (soprattutto delle isole).

Nel Nord dell’Italia il maggior numero di geni continentali (dunque indoeuropei e nordici) alza la statura, schiarisce pelle, capelli e occhi, irrobustisce le ossa, aumenta la dimensione dei crani che da dolicocefali si fanno mesocefali e soprattutto brachicefali, rende più tolleranti al lattosio da adulti. Naturalmente a questo concorrono anche clima, ambiente, dieta, adattamento.

Si potrebbe dunque dire che nel caso bergamasco (ma anche lombardo) il maggior contributo in termini antropologici (fisici) e genetici arrivi dalle genti alpine e liguri preindoeuropee, unitamente ad influssi di quelle adriatiche, seguito dall’apporto ariano dei Celti (golasecchiani e lateniani). Da registrare, a livello globale, minori influssi etruschi, italici (protovillanoviani, umbro-liguri e romani) e, nel Medioevo, germanici (laeti, Goti, Longobardi, Franchi, coloni teutischi).

I resti umani preistorici rinvenuti nelle grotte delle valli bergamasche ci restituiscono tipi fisici robusti, alpini e mediterranei (associati, in questo caso, soprattutto alle donne) mentre le necropoli altomedievali offrono interessante materiale osseo relativo a uomini e donne dai tratti nordici e cromagnoidi, sicuramente appartenuti ad individui germanici, segnatamente longobardi; accanto a questi sono stati studiati resti ancora una volta alpinoidi e (atlanto)mediterranei. Mancano invece, purtroppo, testimonianze concrete del periodo protostorico e romano poiché, come è facile intuire, i riti di incinerazione di origine indoeuropea non hanno lasciato tracce.

Ora vi presenterò i 419 individui bergamaschi selezionati, maschi e femmine, in ordine alfabetico e suddivisi in base al fenotipo, dal più al meno frequente. Vi ricordo che mi sono basato su soggetti viventi tratti dalle voci italiane ed inglesi di Wikipedia, senza cherry picking, aventi cognomi tipici del Bergamasco o comunque ben distribuiti nel nostro territorio, escludendo dunque tutti coloro non in possesso di questo requisito. Chiaramente non posso sapere se tutti questi 419 personaggi siano bergamaschi almeno per 4/4 ma di sicuro non ho inserito nella rassegna individui, per certo (che io sappia) recentemente mescolati, anche solo con un genitore delle province limitrofe.

Il mio intento, appunto, è quello di dare un affresco corale di Bergamaschi, non di Lombardi in genere, per quanto la Lombardia etnica sia un territorio piuttosto omogeneo e non vi siano dunque sensibili differenze etniche. Ricorderò giusto la maggior concentrazione alpina del Piemonte, il più forte influsso ligure nella bassa transpadana e in Emilia e la maggior incisività dell’elemento nordico depigmentato lungo l’arco alpino, rispetto al settore prealpino e della pianura, il che coincide anche con l’aumentare del DNA continentale ed indoeuropeo. Sicuramente il dato etnico celto-germanico è maggiore nel Piemonte alpino, in Val d’Aosta, nell’alta Insubria (e quindi nel Canton Ticino) e nell’area alpina centro-orientale (Valtellina, alta Valle Camonica, Trentino occidentale, anche se qui esiste un certo sostrato retico basato su residui alpini neolitici) che nella zona pedemontana, anche bergamasca. D’altronde, la prevalentemente montagnosa provincia orobica è sempre stata piuttosto “chiusa” e isolata essendo situata nel cuore dell’odierna Lombardia.

Utilizzerò, da adesso, le diciture scientifiche per indicare i vari fenotipi, ossia quelle con i classici suffissi tassonomici di -ide e -oide; questo perché, per fare un esempio, “alpino” può voler dire varie cose, ancorché più immediato, mentre “alpinide” indica esclusivamente il tipo fisico chiamato, in maniera generica, “alpino”, essendo il suo areale di elezione quello che ruota attorno alle Alpi e dunque all’Europa centrale/centro-meridionale. Preciso anche che, sempre scientificamente, è errato chiamare “razza” dei sottotipi fisici in quanto trattasi, per l’appunto, di fenotipi, di varianti regionali, cioè, della sottorazza europide (i cosiddetti “bianchi”) che a sua volta è una diramazione della famiglia razziale caucasoide, o europoide. Questa gerarchia tassonomica è dettata anche dall’esigenza di integrare l’antropologia fisica alla genetica delle popolazioni: un alpinide bergamasco sarà sempre più geneticamente simile ad un suo conterraneo dinaride che ad un alpinide bavarese, e così via risalendo le ramificazioni dell’albero razziale dei popoli.

Alpinidi. Di certo il sottotipo più cospicuo della Bergamasca, caratterizzato dalla riduzione del fenotipo mesolitico di base cromagnoide (brachicefalia, viso tondeggiante, naso corto e concavo, corporatura tozza, tratti somatici infantilizzati, pigmento intermedio). L’areale alpinide è l’arco alpino e l’Europa centrale/centro-meridionale e l’origine risale ad un fenomeno di adattamento, intercorso in epoca neolitica, ad un ambiente pacifico, sedentario, rurale dal clima temperato e anche freddo. La vecchia antropologia associava, erroneamente, la distribuzione del tipo alpinide al di qua delle Alpi all’espansione celtica irradiatasi dall’Europa centrale.

Davide Agazzi, Amedeo Amadeo, Gianfranco Andreoletti, Angelo Baiguini, Enrico Baleri

Gianni Bergamelli, Valerio Bettoni, Lucia Blini, Tony Bombardieri, Fabrizia Carminati

Elena Cattaneo, Cesare Cavalleri, Silvia Cuminetti, Mario Donizetti, Livio Fanzaga

Roby Facchinetti, Gregorio Fontana, Fabrizio Frigeni, Nicole Garavelli, Oliviero Garlini

Giulia Gatti, Pietro Ghislandi, Sara Ghislandi, Giovanni Giavazzi, Alessandro Gritti

Giovanni Gualdi, Mirco Gualdi, Franco Mandelli, Michela Moioli, Luigi Moretti

Fausto Masnada, Battista Mombrini, Lisa Morzenti, Vinicio Mossali, Mario Noris

Giovanni Ongaro, Alessandro Pagani, Gianfranco Pagnoncelli, Marco Pagnoncelli, Alberto Paloschi

Filippo Maria Pandolfi, Antonio Panzeri, Luigi Pasinetti, Luca Percassi, Sergio Piffari

Savino Pezzotta, Pier Luigi Pizzaballa, Alex Redolfi, Corrado Rossi, Daniele Rossi

Giordano Rota, Ivan Rota, Giovanni Sanga, Fabio Santus, Paolo Savoldelli

Annamaria Serturini, Giuliano Sonzogni, Giorgia Spinelli, Marco Teani

Paolo Valoti, Gianluca Vegini, Marta Zenoni

In ambito alpinoide rientrano due fenotipi, uno peculiare dell’Alta Italia, l’altro presente anche nel resto del Paese e dell’Europa sudoccidentale. Il primo è una combinazione alpino-dinaride/dinaro-alpinide che per certi versi ricorda il tipo padanide del Biasutti (una sorta di dinaroide locale) e che può anche assumere un’aria mitteleuropea, l’altro è il classico alpino-mediterranide che si fa fenotipo di transizione tra l’ambito padano-alpino e quello propriamente mediterraneo, un fenotipo direi pure pan-italiano (fermo restando che nel Mezzogiorno scolora sovente nel beride, il cosiddetto “paleo-sardo”, apparendo decisamente mediterraneizzato). L’alpino-dinaride, presentato qui sotto, sembra predominante.

Fabio Adobati, Giancarlo Bergamelli, Thomas Bergamelli, Roberta Bonanomi, Gaetano Bonicelli

Daniele Capelli, Ludovico Carminati, Maurizio Carrara, Valerio Carrara, Vera Carrara

Matteo Cavagna, Imelda Chiappa, Greta Cicolari, Maria Cocchetti, Simone Consonni

Martina Cortesi, Renato Cortesi, Chicco Crippa, Erica D’Adda, Sara Dossena

Giuseppe Facchetti, Bruno Foresti, Mauro Ghilardini, Francesco Giavazzi, Ivan Gotti

Lia Gotti, Roberto Grigis, Giovanni Guerini, Elio Gustinetti, Pia Locatelli

Tomas Locatelli, Livio Magoni, Mario Manzoni, Ettore Ongis, Tullio Pellegrinelli

Telmo Pievani, Costantino Rocca, Titta Rota, Beppe Savoldi, Valentina Sbergia

Elena Scarpellini, Vittorio Seghezzi, Beppe Signori, Fabio Sonzogni, Carlo Ubbiali

Gianluca Valoti, Stefano Valtulini, Giacomo Vismara, Francesco Zana

Ed ecco invece la carrellata di alpino-mediterranidi, che rimangono metricamente alpinidi/alpinoidi e non sono da confondersi coi beridi, intermedi mediterraneo-cromagnoidi infantilizzati specifici dell’Europa propriamente mediterranea.

Alberto Almici, Gianbattista Baronchelli, Bruno Belotti, Monica Bergamelli, Norman Bergamelli

Vittore Boccardi, Marco Bolis, Valter Bonacina, Luciano Bonetti, Diego Caccia

Ileana Citaristi, Enio Cometti, Alessandro Cortinovis, Giuseppe Crippa, Micol Cristini

Roberto Donadoni, Jenny Dossi, Tiziano Fratus, Laura Gamba, Giovanni Guerini

Valentina Lanfranchi, Angela Locatelli, Elisabetta Maffeis, Siria Magri, Raffaello Martinelli

Denia Mazzola, Marta Milani, Silvestro Milani, Bortolo Mutti, Andrea Possenti

Antonella Rebuzzi, Alessandro Ruffinoni, Andrea Scarpellini, Laura Teani

Chicco Testa, Pierguido Vanalli, Stefano Vanoncini, Luigi Zambaiti

Padanidi. Altro gruppo cospicuo è quello del cosiddetto Padana type individuato dall’antropologo Renato Biasutti, un’etichetta atta a designare un caratteristico miscuglio di elementi dinaridi/adriatidi e atlanto-mediterranidi peculiare dell’Italia settentrionale (ma anche centrale, in parte, soprattutto in Toscana) che ricorda il tipo baschide iberico e occitano, così come il fenotipo alpino-dinaride nostrano può ricordare il carpatide di Romania e dintorni. In effetti padanide e alpino-dinaride cisalpino sono collegati dal dinaromorfismo (alto indice cefalico dunque), il che fa pensare all’espansione del vaso campaniforme da una parte (da qui la comunanza col baschide o con gli atlanto-dinaridi francesi) e agli influssi balcanici e mitteleuropei dall’altra (ed ecco le affinità col carpatide). Non stupisce il fatto che, talvolta, il padanide possa tradire un’impressione “celtica” essendo il frutto di una commistione tra atlanto-mediterranidi indigeni liguri e dinaridi/dinaroidi giunti in Italia proprio dall’Europa centrale proto-italo-celtica, portando seco l’aplogruppo R1b-P312 (più sul celtico/celto-ligure) e anche l’L2 (più sul veneto-italico). Tratti salienti sono brachicefalia/mesocefalia, viso allungato, naso aquilino o comunque convesso dalla radice alta, mento aguzzo, statura medio-alta, mesomorfismo.

Paolo Aresi, Gianpaolo Bellini, Alessandro Belometti, Andrea Bettinelli, Rolando Bianchi

Giosuè Bonomi, Roberto Calderoli, Bruno Carrara, Gisella Donadoni, Maurizio Gervasoni

Stefano Gervasoni (tendenze alp.-din.), Flavio Giupponi, Cristian Invernizzi, Paolo Lanfranchi, Roberto Locatelli (tendenze alp.-din.)

Aurora Lussana, Fabio Maj, Cristiano Masper, Eddy Mazzoleni (tendenze Keltic), Mario Mazzoleni

Matteo Milani, Alessandro Paganessi, Renato Pasini, Pierbattista Pizzaballa, Mirco Poloni

Cristian Raimondi, Giovanni Sala, Giancarlo Salvoldi, Giulio Terzi di Sant’Agata

Claudio Vertova, Marina Zambelli, Cristian Zenoni, Damiano Zenoni

Dinaridi. Ed ecco ora i dinaridi veri e propri, detti anche adriatidi, che in Italia sono massimamente presenti nel Triveneto e lungo le coste adriatiche centro-settentrionali, ma con una discreta presenza anche nella Lombardia orientale. Sono caratterizzati da cranio brachicefalo con alta volta cranica, viso allungato e naso aquilino, mento aguzzo, alta statura, ectomorfismo, pigmento dallo scuro all’intermedio, dimorfismo sessuale marcato. La culla dei dinaridi è nel cuore delle Alpi Dinariche (da cui il nome) da cui si sono diffusi nel resto dei Balcani, nell’Italia adriatica soprattutto settentrionale, nell’Europa centro-orientale (Alpi incluse). La loro morfologia è il risultato dell’adattamento ad un clima aspro di montagna, probabilmente a partire da una forma di tipo paleo-europide balcanico, e rappresentano la controparte europea della famiglia armenoide levantina. La vecchia antropologia associava al fenotipo dinaride le genti italiche irrotte in Italia dall’Europa centro-orientale, il che, in parte può essere vero, fermo restando che gli antenati centro-europei di Venetici, Latini e Umbri saranno stati una miscela di tratti nordoidi e dinaro-cromagnoidi.

Simone Albergoni (tendenze alpinoidi), Franco Arrigoni, Gilberto Bonalumi, Lorenzo Bonetti, Stefano Bonetti

Giovanni Calegari, Ermanno Capelli, Giulio Capitanio, Pieralberto Carrara, Titta Colleoni

Marco Colombo, Angelo Domenghini, Giorgio Fornoni, Matteo Giupponi, Andrea Lazzari (tendenze padanidi)

Angelo Lecchi, Agnese Maffeis, Lara Magoni, Paoletta Magoni (alpinizzata), Giuseppe Merisi 

Tiziano Mutti, Devis Nossa (tendenze padanidi), Fabio Pasini, Armando Pellegrini, Filippo Perucchini

Alessandro Pesenti-Rossi (influssi kurganoidi), Alfredo Pesenti, Marco Pinotti, Mauro Radaelli, Francesco Roncalli

Marco Serpellini (tendenze padanidi), Valerio Tebaldi, Gianfranco Zilioli   

Nella categoria dinaroide rientrano anche i dinaro-mediterranidi, un sottotipo piuttosto pan-italiano (se non specificamente italiano) presente tanto al Nord che al Centro e al Sud, soprattutto nel settore adriatico del Paese, risultato dell’acclimatamento, in contesto mediterraneo, del tipo fisico dinaride proveniente dai Balcani, o anche dall’Europa centrale. Metricamente i dinaro-mediterranidi rimangono, come detto, nell’ambito dei dinaromorfi.

Maurizio Agazzi, Davide Astori, Marco Belotti, Dario Bergamelli, Daniel Bombardieri

Sergio Bonaldi, Roberto Bonazzi, Alberto Carrara, Claudio Cominardi, Claudio Corti

Marino Curnis, Alessandro De Leidi, Ivan Del Prato (tendenze alpinoidi), Danilo Finazzi, Patrizio Gambirasio (tendenze robuste)

Silvio Garattini, Daniele Ghidotti, Sergio Ghisalberti (tendenze alpinoidi), Sofia Goggia, Giacomo Grisa

Maurizio Lorenzi, Luigi Mamoli, Gianstefano Milani (tendenze alpinoidi), Adelio Moro, Vittorio Pessina

Giusi Quarenghi, Giuseppe Remuzzi, Gigi Riva (tendenze alpinoidi), Stefano Salvi, Valentino Salvoldi

Gianluigi Trovesi, Aladino Valoti, Damiano Valsecchi

Anche i noridi appartengono alla sottofamiglia dinaride della sottorazza europide, e trattasi di fenotipo fondamentalmente dinaromorfo alterato da una netta influenza di tipo nordide. Devono il nome al Norico, regione storica dell’odierna Austria, dove infatti la loro presenza si fa più accentuata, denunciando così la propria appartenenza ad un areale limpidamente mitteleuropeo, arianizzazione degli indigeni dinaridi di origine balcanica. In Italia, come è ovvio aspettarsi, i noridi hanno il proprio picco nel Triveneto prealpino e alpino.

Paolo Acerbis, Giorgia Baldelli, Costanzo Barcella, Martina Caironi, Ivano Camozzi

Mario Donadoni, Giancarlo Finardi, Emanuele Merisi (tendenze sub-nordidi), Davide Milesi, Michele Oberti

Eugenio Perico, Gabriele Perico, Morris Possoni, Attilio Rota, Federica Tasca

Matteo Teoldi, Stefano Tomasini, Marco Vistalli, Marco Zanchi

Infine, va ricordato che il fenomeno della dinaricizzazione accomuna i dinaridi agli armenoidi del Levante, inscrivendo entrambi nella cosiddetta categoria tauride (dal nome dei monti del Tauro, in Anatolia). Il tratto saliente comune sta, per l’appunto, nel fenomeno della dinaricizzazione che comporta brachicefalizzazione, cranio piuttosto stretto e plano-occipitale, naso largo e convesso, adunco, unito a statura alta ed ectomorfismo, il tutto dovuto, pare, ad un adattamento ambientale in contesti montagnosi di vita pastorale. Quando non si sa bene se attribuire un fenotipo al dinaride o all’armenoide ecco la comune etichetta di tauride. In Italia, terra alquanto neolitica e levantino-antica, si ha maggior incidenza di questa “ambiguità” nel Meridione, ma qualche caso si può registrare anche al Nord come nei due soggetti bergamaschi qui sotto.

Giovanni Carlo Ferrari, Felice Gimondi

Questi altri, invece, potrebbero presentare influssi di tipo tauride.

Mattia Caldara, Leonardo Morosini, Valerio Nava

Il tauride non è da confondersi con il litoride, ossia con un atlanto-mediterranide (che vedremo sotto) predominante alterato da una mistura secondaria dinaro-armenoide, dunque tauride, presente sporadicamente nell’Europa sudoccidentale, in particolare lungo le coste iberiche.

Flavio Carera, Simone Colombi, Zaccaria Cometti, Giulia Ferrandi, Diego Flaccadori

Manolo Gabbiadini, Melania Gabbiadini, Luca Gamba (forti tendenze tauridi), Beppe Guerini

Atlanto-Mediterranidi. Il tipo padanide che abbiamo incontrato sopra, come visto, è il risultato di una commistione di elementi dinaridi e atlanto-mediterranidi; quest’ultimi appartengono ad una variante “progressiva” ossia alta, robusta, depigmentata e nettamente dolicocefala e leptoprosopa della più vasta famiglia mediterranide, una variante il cui areale di diffusione è situato nell’Europa sudoccidentale (Iberia, Francia meridionale, Italia nordoccidentale). Gli atlanto-mediterranidi si associano al megalitismo dell’Europa occidentale e rappresentano l’ibridazione tra l’agricoltore mediterranoide del Neolitico e il cacciatore-raccoglitore paleo-europide (cromagnoide) dell’Europa atlantica. In Italia esso è presente soprattutto nell’area storica ligure, perciò nella parte occidentale del Nord (non a caso la vecchia antropologia lo chiamava proprio “tipo ligure”), mentre nella Pianura Padana si mescola ai tipi dinaridi (“adriatici”) dando vita al noto Padana type biasuttiano.

Michael Agazzi, Emiliano Brembilla, Nicholas Caglioni, Daniele Filisetti, Laura Ghislandi

Massimo Gotti, Andrea Locatelli, Claudio Mascheretti, Andrea Offredi, Simone Perico

Matteo Pesenti, Marcello Possenti, Pamela Rota

Esiste anche una versione di atlanto-mediterranide depigmentata e più ectomorfa, chiamata atlantide, tipica delle coste atlantiche iberiche ma anche francesi, britanniche e nordoccidentali in genere, frutto dell’adattamento ad un clima, appunto, oceanico dalle estati brevi e fresche e dagli inverni lunghi ma non eccessivamente rigidi. Chiameremo atlantoidi quei tipi atlanto-mediterranidi nostrani che presentano depigmentazione (senza misture nordidi) e che si avvicinano all’atlantide occidentale. Una loro curiosa peculiarità è il viso vagamente “equino” essendo parecchio allungato, unito ad un’aria “iberica”.

Michela Azzola, Michele Bacis, Cristian Bonfanti, Mattia Cattaneo, Marcella Filippi, Oscar Pelliccioli

C’è poi una qualità di atlanto-mediterranide, peculiare dell’Europa nordoccidentale (in particolare della Britannia), che è fortemente influenzata da elementi nordidi, segnatamente Keltic, tanto che per qualche autore si tratta di un vero e proprio nordide dai capelli scuri. Trattasi dell’atlantide settentrionale, atlanto-nordide o nordo-atlantide, alquanto raro in Italia ma che di tanto in tanto può presentarsi nelle terre celtizzate o anche – in casi ancor più sporadici – nelle aree meridionali colonizzate dai Normanni.

Alessio Boni, Roberto Corti, Roberto Tiraboschi, Tomaso Trussardi

Nell’Europa centro-meridionale esiste invece un fenotipo analogo, sotto certi aspetti, all’atlantide occidentale che è il nordo-mediterranide, vale a dire una fusione di tratti mediterranidi e nordidi peculiare di un’area da sempre di incontro tra le genti indigene mediterranoidi – di origine neolitica – e quelle nordoidi – di lingua e cultura indoeuropee – irrotte nel sud europeo a partire dall’Europa centrale/centro-orientale. Questi contatti risalgono alla fine dell’Età del bronzo ma soprattutto all’Età del ferro (tanto che i nordidi classici italo-celto-germanici vengono proprio chiamati “del Ferro”), con il graduale rimescolamento, nel Nord Italia, tra gli autoctoni “liguri” e gli invasori ariani. I nordo-mediterranidi, dunque, prevedono un netto influsso di tipo nordide, a differenza degli atlantidi che sono semplicemente depigmentati dall’adattamento climatico. Nordo-mediterranide potrebbe anche essere un soggetto il cui fenotipo suggerisce una più recente commistione “germanica” medievale, sempre con il tipo indigeno anariano.

Paolo Alborghetti, Andrea Belotti, Massimo Bossetti, Rossano Brasi, Matteo Carrara

Sara Carrara, Janis Cavagna, Carlo Cremaschi, Federica Curiazzi, Marino Defendi

Carolina Moscheni, Valentina Pedretti, Paolo Pelandi, Jacopo Sala, Gaia Trussardi

Anche il sottoscritto, orobico da sempre, rientra in questo ambito (ma qui non ne terrò conto).

Paolo Sizzi

Borreby. Questo fenotipo relativamente arcaico si colloca in un grado intermedio tra l’alpinide e il paleo-europide vero e proprio (cromagnoide) che ha già subito un parziale processo di riduzione di tipo alpinoide. Tipicamente, si tratta di tipo fisico settentrionale associato alle popolazioni germaniche (pur non essendo legato alle ondate ariane) e che, dunque, nell’Europa meridionale può essere giunto anche nel Medioevo grazie alle incursioni barbariche, ad esempio dei Longobardi. Tuttavia è possibile che sia preesistito alle invasioni in questione, come nei Balcani, dove si trova un Borreby specifico di quell’area (e forse coinvolto nel processo di dinaricizzazione), ed è dunque probabile si trovasse anche al di qua delle Alpi tra Mesolitico e Neolitico. In Lombardia non è rarissimo e, sovente, proprio come nei Balcani, presenta pigmento scuro. Tratti peculiari sono cranio brachicefalo e ipsicefalo massiccio, viso lungo, naso grande e concavo (ma non è infrequente quello aquilino), tratti grezzi in parte smussati dall’alpinizzazione, alta statura, endomorfismo. È lecito ipotizzare che i Borreby lombardi depigmentati siano associati alle presenze germaniche medievali.

Gianantonio Arnoldi, Mauro Belotti, Vito Callioni, Enrico Corali, Maurizio Donadoni 

Gian Battista Fracassetti, Giorgio Marchesi, Marco Milesi, Nando Pagnoncelli, Antonio Percassi

Carlo Pesenti, Massimiliano Pesenti, Enrico Piccinelli (influssi nordidi), Matteo Rossi

Giacomo Stucchi (tendenze alp.-din.), Pierluigi Tami, Giovanni Vavassori, Mauro Zinetti (tendenze alpinoidi)

Mediterranidi. La categoria mediterranide basica (anche piccola o gracile) può essere suddivisa in occidentale (o ibero-insulare) e orientale; la prima è peculiare dell’Europa sudoccidentale, la seconda di quella sudorientale e, in parte, del Levante. Oggi non è molto frequente trovare tipi mediterranidi inalterati perché, soprattutto in Italia, hanno subito processi di alpinizzazione e dinaricizzazione. Tuttavia si può ancora dire che il mediterranide occidentale sia tipico di Sardegna, Corsica e Italia centromeridionale (ma si può anche trovare al Nord, soprattutto nella sua metà “ligure”) e l’orientale del Mezzogiorno, con qualche appendice nell’alto Adriatico. Caratteristiche salienti sono cranio piccolo e meso-dolicocefalo, viso allungato, naso leptorrino, tratti armonici, ectomorfismo, pigmento relativamente scuro (soprattutto nel caso orientale); la differenza principale tra ovest ed est sta nell’aria vagamente “levantina” del secondo, che gli conferisce un aspetto spiccatamente meridionale. Ho reperito tipi mediterranidi basici anche tra i Bergamaschi presi in rassegna, che possono risultare logicamente depigmentati; in taluni casi, orientali soprattutto, non posso escludere vi sia qualche natale dell’Italia centromeridionale. Ecco i soggetti occidentali.

Sara Battaglia, Laura Bianchi, Yuri Breviario, Alberto Brignoli (tendenze coarse), Claudia Cagninelli

Lorenzo Carissoni, Ivan Cattaneo, Giuseppe Erba, Alessia Gritti, Daniela Masseroni

Filippo Melegoni, Luca Milesi, Sandro Salvioni, Marco Zanni, Davide Zappella

E qui invece gli orientali, che mostrano effettivamente un aspetto piuttosto “meridionale” e che, dunque, potrebbero anche avere origini legate al Sud Italia, pur avendo cognomi bergamaschi.

Stefano Avogadri, Sergio Carnesalini, Mauro Minelli, Alessandro Salvi

Beridi. Anche detti paleo-sardi, sono questi degli individui peculiari, parimenti, dell’Europa sudoccidentale, in particolar modo di Sardegna, Corsica, Iberia e Italia centromeridionale, che sono caratterizzati da una riduzione alpinoide di un iniziale fenotipo mediterraneo-cromagnoide che potremmo anche definire paleo-atlantide (e cioè il cromagnoide occidentale scuro). Si tratta di un tipo fisico di solito raro nel Nord Italia o che, perlomeno, è difficile appaia nella sua forma canonica al di là degli Appennini; tuttavia credo di avere individuato alcuni Bergamaschi con caratteristiche beridi o, come vedremo più sotto, mediterranidi grezze (coarse, in inglese), contraddistinti da pigmento relativamente scuro, tratti somatici ruvidi ma infantilizzati, aspetto vagamente arcaico, cranio sul brachicefalo, viso tondeggiante, corporatura tarchiata, che se non proprio beridi da manuale potremmo definire “alpinoidi grezzi”. Questi fenotipi sono riconducibili ad un miscuglio di fattezze mesolitiche e neolitiche frutto del rimescolamento tra genti liguri e alpine antiche. Anche qui, ad ogni modo, potrebbero sempre esserci di mezzo influenze meridionali.

Piero Baffi, Andrea Boffelli, Guido Cavalleri, Gian Paolo Facchinetti, Eugenio Gamba

Nicole Gamba, Matteo Guerinoni, Ezio Locatelli, Edoardo Milesi

Alessandro Ruggeri, Giuseppe Valsecchi, Angelo Vescovi

Il mediterranide grezzo suaccennato è invece un tipo mediterranide occidentale alterato da residui grezzi di tipo cromagnoide, tipico del medesimo areale del beride/paleo-sardo, che lo rendono mesocefalo, mesomorfo, robusto, dai tratti somatici tendenzialmente arcaici. Anche qui, per quanto riguarda i rari casi settentrionali (sempre che siano settentrionali “puri”), si tratterà di “fossili” antico-liguri dei tempi neolitici, dall’aspetto vagamente sardo o iberico; effettivamente sono fenotipi che non hanno nulla di levantino (alla mediterranide orientale), ma che tradiscono una certa affinità somatica con quelle che dovevano essere le popolazioni preindoeuropee neolitiche dell’Europa sudoccidentale, non atlanto-mediterranidi.

Giuseppe Biava, Gian Mario Consonni, Giacomo Ferrari, Ruben Garlini, Ivan Pelizzoli

Roberto Previtali, Pierre Regonesi, Ugo Riva (tendenze din.-med.), Damiano Sonzogni

Sub-Nordid. C’è un fenotipo intermedio tra l’alpinide e il nordide, che potremmo anche considerare nordide periferico (nordoide) al pari dell’atlanto-nordide, del nordo-mediterranide, del noride (che abbiamo già incontrato in questa rassegna di tipi fisici bergamaschi), chiamato convenzionalmente sub-nordide, tipico dell’Europa continentale celto-germanica con alcune propaggini cisalpine. Anche in questo caso si tratta di una nordicizzazione, recata da Celti e (soprattutto) Germani, dell’elemento autoctono, qui alpinide.

Nicola Adobati, Stefania Corna, Eugenio Coter, Enrico Ghezzi, Matteo Gritti

Gian Paolo Manighetti, Roberta Midali, Nadir Minotti, Simone Moro

Nicola Radici, Daniela Tognoli, Luca Zanotti

Cromagnoidi. O, forse meglio ancora, paleo-europidi. Con queste etichette si designano i cosiddetti sopravvissuti del Paleolitico superiore/Mesolitico europei, ossia soggetti dalle fattezze arcaiche che sembrano avvicinarsi (in quanto gracilizzati, ovviamente) alla morfologia dell’Uomo di Cro-Magnon, l’uomo anatomicamente moderno che sta alla base degli Europei, assieme all’Uomo di Combe-Capelle che è invece una sorta di proto-mediterranoide (aurignacoide). Il cromagnoide appare alto, massiccio, dal cranio possente dolicocefalo, con viso largo, basso e squadrato, occhi stretti, tratti somatici grezzi e duri, virili, naso convesso aquilino ma anche concavo, pigmento variabile, dimorfismo sessuale marcato. È tipico dell’Europa continentale, soprattutto centro-settentrionale, dove cioè si è meglio conservata l’eredità mesolitica europea, ma si può trovare anche nell’Europa occidentale e meridionale dove, allo stato “puro”, viene chiamato paleo-atlantide e appare scuro. Tra i soggetti bergamaschi analizzati, i seguenti si avvicinano alla categoria rappresentata dal termine generico di paleo-atlantidi.

Evandro Agazzi, Oliviero Bergamini, Edoardo Defendi, Francesco Duzioni, Vincenzo Guerini

Raffaella Lamera, Stefano Lorenzi, Antonio Maggioni, Mario Remonti, Luca Tiraboschi

Vi sono poi altri individui che invece potrebbero rientrare in ambito cromagnoide prettamente continentale, incarnando fenotipi che sembrano essere in linea con gli standard paleo-europidi dell’Europa centrale/centro-orientale e settentrionale. Nel primo caso si tratterà di kurganoidi, o anche balto-cromagnoidi e cromagnoidi orientali, cioè di una forma di tipi fisici arcaici – di aspetto vagamente europeo orientale – associabili alle genti protoindoeuropee originarie delle steppe. Nel caso nord-italiano, questi individui potrebbero avere a che fare con le invasioni germaniche di Ostrogoti e Longobardi, che recarono in Italia profili antropometrici cromagnoidi, naturalmente depigmentati; il kurganoide trova le sue peculiarità in un insieme di caratteristiche somatiche quali occhi infossati, arcata sopraccigliare sporgente, zigomi pronunciati, ampio filtro tra naso e bocca, aspetto scavato, “maturo”, pseudo-dinaroide. 

Luca Belingheri, Domenico Casati, Cesare Natali, Beatrice Trussardi

Anche il più classico dei cromagnoidi, ossia il falide (o dalo-falide), che rappresenta il paleo-europide più prossimo al Cro-Magnon, e dal pigmento chiaro, e che è tipico della Germania centro-settentrionale e della Scandinavia meridionale, è legato alle popolazioni indigene di lingua germanica, e dunque gli sporadici casi reperibili in Italia saranno imputabili alle invasioni medievali. Ciò nonostante è utile precisare che questo tipo fisico va antidatato all’avvento dei nomadi ariani proto-germanici nelle terre teutoniche, essendo associato al sopravvissuto del Paleolitico superiore, fusosi successivamente con i conquistatori del Ferro (a cui infatti vanno primariamente attribuiti nordidi, cordati e kurganoidi). Il tratto forse più caratteristico del falide è dato dal viso squadrato e dalla linea mascellare pesante, con mento marcato e arcata sopraccigliare forte.

Franco Caccia, Carolina Lussana, Ennio Vanotti

Nordidi. Chiudiamo questa lunga carrellata fenotipica del Bergamasco parlando del tipo fisico nordide che, seppur decisamente minoritario, è presente anche nel Nord Italia, soprattutto – come è logico che sia – lungo il settore centro-orientale dell’arco alpino. I tipi fisici davvero nordidi sono infrequenti, essendo questi peculiari dell’Europa centrale e in particolare settentrionale, tuttavia la presenza storica di genti proto-celtiche, galliche e germaniche comporta anche qualche riemergenza nordica in senso antropologico. Il nordide è l’equivalente settentrionale del mediterranide basico, ovverosia l’arianizzazione, recata dai cordati indoeuropei, dei mediterranoidi danubiani: cranio grande e mesocefalo, viso allungato, naso leptorrino, tratti armonici e taglienti, alta statura, ectomorfismo, depigmentazione. L’antropologia tradizionale divide i nordidi occidentali in due rami, chiamandoli “del Ferro”, per via delle invasioni ariane di quel periodo: un ramo è quello Hallstatt, “germanico”, l’altro è il Keltic, “celtico-gallico”. Nel caso dei 419 Bergamaschi presi in considerazione, vi è prevalenza dell’elemento Keltic (o Keltoid), cioè del ramo nordide nordoccidentale, ma che è presente anche nell’Europa centrale, contraddistinto da netta mesocefalia, volta cranica cilindrica, fronte ripida, grande naso convesso, viso quasi a triangolo rovesciato, mento piccolo, statura medio-alta, capello anche castano con occhi azzurri/verdi; in buona sostanza un nordide dinaromorfo formatosi nella culla celtica dell’Europa, a nord delle Alpi.

Pietro Algeri, Vittorio Algeri, Filippo Carobbio, Manuel Cuni, Matteo Gamba

Oscar Magoni, Paolo Mazzoleni, Alessio Pala, Edo Ronchi

Omar Torri, Alessandro Vanotti, Stefano Vecchi

L’Hallstatt è invece il nordide canonico, associato alle genti germaniche continentali dell’Europa centro-settentrionale, e tra gli individui passati in rassegna ne ho inquadrato solo uno che potesse rientrare sotto questa etichetta fenotipica.

Paolo Signorelli

Secondo l’antropologo americano Coon la genesi del nordide è da attribuirsi alla fusione tra l’elemento steppico cordato (Corded), recato dagli invasori ariani che dilagarono nell’Europa centrale, e quello danubiano, rappresentato dai mediterranoidi agricoltori del Neolitico. Il cordato (non necessariamente di pigmento nordico) è caratterizzato da corporatura ectomorfa e cranio grande, ipsicefalo, nettamente dolicocefalo, con fronte alta e diritta, viso molto allungato e stretto, naso leptorrino, mento forte, un fenotipo cioè di base mediterranoide ma estremamente “progressiva”. Oggi è raro, ma il suo areale precipuo rimane quello dell’Europa nordorientale/settentrionale (dove ha dato vita al nordide orientale e ha contribuito alla formazione di diversi tipi nordo-cromagnoidi), con qualche sprazzo qua e là in ogni area raggiunta dai nomadi indoeuropei. Tra gli Orobici analizzati ne ho individuati due che potrebbero mostrare fattezze cordate.

Carlo Pesenti, Emanuele Suagher (trisnonno austriaco, ma il cognome è ormai tipico della Bergamasca)

Altri due (ma defunti) soggetti che mostravano tratti somatici e fisici cordati, mescolati ad elementi nordidi e cromagnoidi, erano Nicola e Francesco Trussardi, in particolare il primo. Due esempi limpidi di germanizzazione delle Lombardie.

Il danubiano, o meglio neo-danubiano oggi, è invece una sottospecie di nordo-mediterranide mitteleuropeo brachicefalizzato, con naso corto e concavo, mesomorfo, come alpinizzato, a cui successivamente si deve essere aggiunto un flebile elemento lappoide dovuto agli spostamenti medievali delle tribù uraliche e altaiche. Tra i 419 eccone uno che potrebbe avvicinarsi a tale descrizione, e che chiude così la nostra ampia analisi.

Fulvio Bonomi

Naturalmente, ho preso in considerazione solo quei fenotipi che risultavano rappresentati dai soggetti bergamaschi qui citati, tralasciando in buona sostanza i tipi fisici dell’Europa orientale e settentrionale (e quelli esotici, dunque).

Ricapitolando, possiamo dire che questa rassegna è abbastanza in linea con le consuete stime sulla frequenza dei vari fenotipi nell’Italia nordoccidentale, nella Lombardia etnica; su un totale di 419 individui, alpinidi e alpinoidi rappresentano il 36,52%, dinaridi e dinaroidi il 24,34%, nordidi e nordoidi il 15,75%, mediterranidi e mediterranoidi il 9,31%, i cromagnoidi l’8,35%, ed infine gli atlantoidi il 5,73%. Una graduatoria molto più precisa, basata sulle entità per fenotipo, è la seguente:

  1. alpinidi (62)
  2. alpino-dinaridi (53)
  3. alpino-mediterranidi (38)
  4. padanidi e dinaro-mediterranidi (34 entrambi)
  5. dinaridi (28)
  6. noridi e Borreby (18 entrambi)
  7. nordo-mediterranidi e mediterranidi ovest (15 entrambi)
  8. sub-nordidi (13)
  9. beridi/paleo-sardi (12)
  10. atlanto-mediterranidi e paleo-atlantidi (10 entrambi)
  11. litoridi mediterranidi grezzi (8 entrambi)
  12. nordidi Keltic (7)
  13. atlantoidi e tauroidi (6 entrambi)
  14. Keltoid (5)
  15. atlanto-nordidi, mediterranidi est e kurganoidi (4 ciascuno)
  16. falidi (3)
  17. cordati (2)
  18. nordidi Hallstatt e neo-danubiani (1 entrambi)

È bene ricordare che questa mia disamina, per quanto indubbiamente indicativa, è “a occhio” e basata su delle fotografie; un’analisi ottimale del profilo craniologico ed antropometrico di un individuo andrebbe effettuata, ovviamente dal vivo, mediante l’utilizzo di strumenti precisi di misurazione, e questo varrebbe anche per la pigmentazione di occhi, capelli e pelle. Il lavoro di un Ridolfo Livi – Antropometria militare – per quanto possa essere anacronistico ci fornisce dati ancor oggi assai interessanti sulla popolazione indigena italiana, con le sue differenziazioni interne. Purtroppo l’antropologia fisica si è persa un po’ per strada (anche per colpa dell’inflazione subita ad opera degli eventi postbellici) e andrebbe riscoperta e aggiornata. Oggi si fa molto più affidamento sulla genetica delle popolazioni, venendo a parlare di biologia umana, ma lo studio di craniometria, antropometria e antroposcopia rimane a mio avviso basilare per ricostruire come si deve la disciplina razziologica, volta all’esame antropologico delle diverse razze e sottorazze umane, con gli svariati loro sottotipi. L’antro-genetica corre ogni giorno il rischio di sparire venendo snaturata, a tutto vantaggio dell’antropologia culturale che non è scienza (esatta) ma pura ideologia neomarxista.

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“Contro ogni razzismo”. Fatto salvo quello contro l’Italia e l’Europa

Vorrei cercare di scrivere alcune considerazioni in materia di immigrazione senza fare concessioni all’estremismo, al becerume, a toni razzistici per dimostrare come tale faccenda sia alquanto delicata e, dunque, bisognosa di essere affrontata in maniera razionale e costruttiva, anche per inchiodare alle proprie imbarazzanti responsabilità tutti coloro che istigano ad emigrare dal terzo mondo in Europa e che vogliono imporre l’accoglienza (bell’ossimoro) ai popoli indigeni del continente, e dell’Italia, nel nostro caso. In questo senso anche la necessità di politiche etniche che tutelino Europei ed Italiani non sarebbe alcunché di demoniaco e aberrante, proprio perché la difesa non è offesa e viviamo in un momento storico in cui il rischio di auto-genocidi democratici è davvero altissimo.

Vedete amici, ieri pomeriggio a Macerata si sono dati appuntamento svariate associazioni, sigle e movimenti – tra cui gli immancabili centri sociali – che si definiscono antifascisti e antirazzisti, per sfilare contro “il ritorno del fascismo e il razzismo italiano” dopo l’episodio delle pistolettate di Luca Traini ai danni di alcuni immigrati sub-sahariani presenti in città (tra cui, sembra, un soggetto indagato per l’atroce fine di Pamela Mastropietro). Questa vicenda ha oscurato ciò che l’ha scatenata, vale a dire la citata morte della povera diciottenne romana, drogata, violentata, colpita alla testa, uccisa e fatta a pezzi da un branco di criminali nigeriani che in questi giorni si stanno rimpallando la responsabilità dell’aberrante fatto di sangue. E a chi si dice antifascista poco ne cale della sfortunata Pamela, liquidata come ragazza problematica che “se l’è cercata”, perché agli antifa poco ne cale della bomba migratoria e delle sue tragiche conseguenze e, quindi, della delinquenza allogena.

I galantuomini del corteo antirazzista ecc. ecc. di ieri hanno una visione totalmente all’acqua di rose circa l’immigrazione, tanto più che per questi gli immigrati sono sempre povere vittime, mai carnefici, e la colpa sta tutta negli indigeni che “non li sanno integrare, li sfruttano, li incattiviscono, sono razzisti e maligni, li provocano” e via di amenità consimili. Non sorprende affatto che tra i manifestanti si siano levati cori contro i martiri istro-dalmati delle foibe titine, dimostrando razzismo anti-italiano (e quindi contro sé stessi), ed è stucchevole che gli organizzatori della manifestazione ne prendano le distanze; il corteo, col pretesto del Traini e senza il minimo ricordo della povera Pamela, era animato da puro anti-italianismo condito allegramente da terzomondismo, e di sicuro a tutti questi personaggi che agitano bandiere rosse, iridate, anarcoidi, antifasciste delle foibe non può che fregarne di meno.

Ma questo perché l’antifascismo contemporaneo – che ciancia di fantomatici ritorni dei fascismi in Europa, per dare un senso alle proprie patetiche rivendicazioni – è solamente un’ancella, una sguattera, del grande capitale, dell’unipolarismo americano, del mondialismo, dell’odiosamato “sistema”, completamente sganciata dalla realtà, e senza dunque un briciolo di buonsenso di fronte ad una grave emergenza come quella dell’immigrazione allogena. L’antifascista condanna i dispotismi, i razzismi, l’intolleranza, i “fascismi”, fatti salvi quelli che vanno contro l’Italia e gli Italiani, e tutti gli altri popoli europei; infatti, se egli coccola gli immigrati, sputa veleno addosso ai demonizzati indigeni dimostrando di non avere alcuna obiettività e alcuna forma di razionalità in ciò per cui protesta. Del resto, l’antifascista parla tanto di democrazia, libertà, giustizia, uguaglianza ma, puntualmente, si rivela essere il primo intollerante sbirresco che vuole mettere a tacere tutti coloro che escono dal coro pecoreccio dell’omologazione di sinistra, o liberal-democratica, scatenando vero e proprio becerume non solo contro i vivi, ma pure contro i morti. Non servono le becere gazzarre dei centri sociali per capire quale sia il pensiero rosso in materia di foibe, esodo istro-dalmata, criminali titini…

Non si può avere l’approccio emotivo e irrazionale dei progressisti (cosiddetti…) all’immigrazione, perché costoro si ritrovano sugli occhi le loro belle fette di salame ideologico stellato. Certo, anche a destra può esserci ideologia, ed eccessi, ma di sicuro i conservatori hanno una visione più concreta e realistica, soprattutto in materia di conseguenze negative scatenate dalla presenza di una amorfa massa di migranti sul territorio nazionale. Naturalmente, dividersi in destra e sinistra, oggi, non ha più alcun senso: esiste il sistema, e chi lo combatte, e le sinistre europee sono del tutto funzionali, a tale sistema. Come del resto lo sono anche i ciarlatani liberali. La verità più vera, mi si perdoni il giuoco di parole, è la seguente: l’immigrazione, soprattutto di massa, oggi, non è altro che una conseguenza delle sciagurate politiche imperialistiche dell’Occidente guerrafondaio in giro per il globo, che del resto la caldeggia e fomenta per distruggere la civiltà europea, al fine di tramutarla in un cimitero che lasci spazio ad una succursale artificiale “europea” del padrone d’oltreoceano. La Nato, d’altronde, serve a quello.

Partendo, dunque, dal presupposto che l’immigrazione è un grimaldello usato dai parassiti plutocratici globali per scassinare la sovranità delle nazioni europee, non si può che abbracciare politiche di identitarismo etnico, socialismo nazionale e sovranismo, non per inquadrare l’immigrato come un nemico ma per condannare e contrastare le perverse dinamiche dell’agenda mondialista, che vorrebbe distruggere tutti i popoli della Terra per sostituirli con quel meticciato amorfo che starebbe in piedi a colpi di consumismo e materialismo – da consumarsi nell’Occidente – e che sarebbe animato solo ed esclusivamente dal culto del danaro. Non esisterebbero più razze, nazioni, popoli, terre incontaminate ma solo una distesa sterminata di macerie ove edificare la propria novella Babilonia globale, retta da uno stato mondiale che racchiuda il peggio di ideologie già di per sé nefaste come comunismo, liberalismo, cristianesimo laico, atlantismo, ateismo, antifascismo e antirazzismo pezzenti, quelli cioè plasmati dal laboratorio anti-europeo (quando parlo di europeismo non mi riferisco affatto a quell’abominevole baracca sfornata dai sogni bagnati di epigoni di Kalergi e Soros, ma alla vera Europa) della socialdemocrazia.

Il nostro nemico non è tanto il singolo immigrato, a meno che sia un criminale, ma chi lo usa come pedina, chi ne istiga l’emigrazione per sbarcare in Europa, dove si presterà come schiavo a scapito del nativo. L’immigrato, non avendo nulla da perdere, finisce per diventare uno strumento, anche di crimine e morte, nelle grinfie dei parassiti nostrani, e bene che vada sarà, appunto, un novello schiavo da usare come forza lavoro sottopagata (o nemmeno pagata) sconvolgendo così il mercato del lavoro che toglie la speranza ai giovani disoccupati italiani, ma anche agli stessi lavoratori che rischiano il posto, e facendo solo che un favore ai pescecani (che ovviamente lucrano sugli esodi dal terzo mondo). Ma, del resto, non si può pretendere che gente proveniente da Africa, Americhe, Asia, una volta in Europa, si comporti come fosse europea da generazioni, anche perché certe costumanze di laggiù suonano barbare nel nostro continente, e per di più non è affatto compatibile da un punto di vista biologico e culturale, o sociale, con la nostra civiltà.

Razzismo? No, realismo. Io condanno il colonialismo, ma condanno anche l’immigrazionismo e il terzomondismo, anche perché l’immigrazione in Europa non va a scapito dei borghesi, dei ricchi, degli industriali, dei banchieri, dei filantropi (col sedere altrui) ma dei poveri disgraziati nostrani, del popolo, che viene così coinvolto in una guerra senza quartiere con gli allogeni. Chi se ne sta chiuso nella sua bella torre d’avorio se ne frega altamente, ma chi è costretto a convivere con soggetti lontani anni luce dall’Italia, in tutti i sensi, sa cosa significhi dover misurarsi quotidianamente con gli effetti dell’immigrazione “regolare” e clandestina. Oltretutto, non mi risulta che l’Italia avesse colonie nell’Africa nera, nelle Americhe, nel Medio Oriente, nel subcontinente indiano e così via, quindi anche chi evoca lo spettro del colonialismo per giustificare una massiccia presenza di soggetti da tutto il mondo, nel nostro Paese, la fa fuori dal vaso, come si suol dire…

Il fatto che esistano anche criminali italiani e che anche gli Italiani possano uccidere e violentare non è un buon motivo per imbarcare altri veri o potenziali delinquenti, anzi, è veramente una scemenza pronunciata da gente che può campare di rendita sulle spalle degli allogeni, che insomma ci guadagna con la presenza immigrata nel nostro Paese, risultando dunque altamente ipocrita nel fomentare accoglienza, tolleranza, antirazzismo, che sono semplicemente strumentali al trionfo della bestia immonda rappresentata dal mondialismo sradicatore. Bisogna, infatti, saper ammettere che tutti questi esodi non risolvono né gli atavici problemi del sud del pianeta né i problemi recenti dell’Europa che, anzi, per colpa dei movimenti migratori scomposti ha solo da rimetterci sotto svariati aspetti.

Non dobbiamo demonizzare indistintamente gli immigrati che possiamo trovare sul nostro cammino, perché buona parte di questi è ovvio che si sposti perché nata in terre devastate e alquanto sfortunate, ma non è scritto da nessuna parte si debba pagare noi per la situazione tragica in cui versano i Paesi meridionali, noi popolo incolpevole ma che, anzi, da sempre ha dovuto subire le angherie dei ceti parassitari come quello clericale. Un popolo che ora si deve misurare pure con l’emergenza migratoria che, come detto, travolge – in una guerra tra poveri – i diseredati nostrani, snobbati da tutti quei movimenti e partiti lib-dem che preferiscono solleticare le fantasie antirazziste della popolazione per garantirsi potere, poltrone e quattrini.

Se dunque consideriamo demografia, legalità, ordine pubblico, periferie urbane, omogeneità etnica, cultura, società e tradizioni, mercato del lavoro, armonia delle nostre comunità non possiamo che condannare con forza e fermezza la presenza allogena di massa in Italia, auspicando il blocco totale degli immigrati e il loro rimpatrio graduale, affinché possano tornare nei loro Paesi e battersi là per la propria autodeterminazione e il proprio benessere: non è intasando l’Europa che i problemi di Africa e dintorni si risolvono. I tempi per la “remigrazione” sono ormai maturi e abbiamo raggiunto livelli folli di flussi migratori, flussi che, ricordiamolo, sono il risultato delle scellerate campagne terroristiche dell’atlantismo nel Medio Oriente, con l’appoggio di Califfato, Turchi, Sauditi, sionisti e varia marmaglia ora alleata ora (per finta) nemica della Nato e dei veri stati-canaglia come Usa, Francia, Gran Bretagna, che sono i caporioni dell’Occidente globalizzato.

Che vi piaccia oppure no, l’immigrazione comporta una distruzione del tessuto etnico e sociale originale del territorio costretto ad accogliere, che si vede così minato nelle proprie fondamenta storiche e conseguentemente sconvolto dall’ingresso di elementi incompatibili portatori di geni, lingue, culture, religioni, costumanze del tutto diverse, con svariate ricadute negative sul benessere e il progresso delle comunità in questione. Sostenere questo non è razzismo e non è suprematismo, e ne è dimostrazione la netta condanna identitaria della fine patita dalle popolazioni amerindie settentrionali e meridionali, od oceaniane, oggi quasi estinte a causa della colonizzazione violenta (e del meticciato) messa in atto dall’Europa. Che forse si voglia fare la stessa loro fine? Con l’aggravante che quelle genti, perlomeno, un minimo di resistenza l’hanno organizzata, mentre qui in Europa siamo proprio noi a promuovere il nostro genocidio democratico e progressista, accelerando il declino indigeno mediante la rottamazione di ius sanguinis e sovranità.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2018/02/contro-ogni-razzismo-fatto-salvo-quello-contro-litalia-e-leuropa.html

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Vietato prestare il fianco al nemico: non scivoliamo dalla parte del torto

La notizia della diciottenne romana, con problemi di droga, uccisa, smembrata e occultata in due valigie abbandonate come spazzatura da un pendaglio da forca nigeriano (fuori posto in tutti i sensi, considerando anche i precedenti di spaccio e permesso di soggiorno scaduto) dalle parti di Macerata, ha ovviamente suscitato una grande ondata di sdegno e condanna assoluta da parte dell’opinione pubblica italiana, esasperata dai fatti di cronaca concernenti immigrati che vanno ad accrescere i reati che vedono come protagonisti i delinquenti nostrani.

Non è infatti la prima volta che, in Italia, si sente parlare di cadaveri fatti a pezzi come insulto estremo all’ammazzato, ma questo non può sminuire e mettere in secondo piano la ferocia e la barbarie d’importazione, con tutta probabilità legata a macabri rituali sub-sahariani. Come si può essere così imbecilli da spostare l’attenzione sui crimini italiani, di fronte ad aberranti reati allogeni? Si vuole forse giustificare, in maniera subdola, la delinquenza  delle “risorse” dei parassiti nostrani?

L’uccisione barbara di Pamela Mastropietro, questo il nome della sfortunata ragazza, ha suscitato grandemente rabbia e riprovazione anche in tale Luca Traini, ventottenne maceratese che ieri ha impugnato una pistola e si è messo a sparare a casaccio contro immigrati negroidi nella cittadina marchigiana, servendo su di un vassoio d’argento, ai detrattori dell’identitarismo, un pretesto per criminalizzare tutti i movimenti diciamo di destra esistenti in Italia, colpevoli di gettare benzina sul fuoco a proposito di immigrati e malefatte immigrate. Non si è, infatti, fatta attendere la reazione del celebre sputasentenze di professione Roberto Saviano, che dall’alto del suo inesauribile vittimismo ha perso completamente la zucca accusando Salvini di essere il “mandante morale” delle pistolettate di Macerata. Spero che quest’ultimo voglia prendersi la briga di querelare le infamanti dichiarazioni dello scrittore perché sarebbe anche ora che pure gli spocchiosi e insopportabili professionisti dell’antifascismo paghino le conseguenze dei loro deliri, capendo che istigare all’odio e alla violenza non ha alcun colore politico.

Il Saviano sorvola sulla criminalità allogena e scatta come una molla quando sembra intravedere una trama fantascientifica di terrorismo neofascista, perché lui ovviamente deve portare acqua al suo mulino. Questo, naturalmente, non sminuisce il gesto del giovane marchigiano perché sparare nel mucchio è, non solo eticamente esecrabile, ma pure controproducente, prestando il fianco alle strumentalizzazioni di tutti i tipi dei nemici di identità e tradizione, peraltro in piena campagna elettorale. Un bell’assist alle sinistre, ai radicali e ai liberali, non c’è che dire, in un momento in cui, oltretutto, appaiono in affanno dopo 5 anni di governi non voluti dal popolo.

Ma questo Luca Traini non rappresenta nessuno, solo sé stesso e le proprie rivendicazioni. Si era candidato con la Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia, sempre nel Maceratese, ma questo che vorrebbe dire? Che davvero ad armargli la mano sia stato l’Alberto da Giussano in versione italianista? Quindi, per par condicio, dovremmo pensare che siano stati Prodi e Veltroni ad armare il… pistolino di Luca Bianchini, lo stupratore seriale di Roma affiliato al Partito Democratico? Vi rendete conto dell’inaccettabile assurdità delle teorie complottiste dei vari Saviano in circolazione? Questi personaggi dovrebbero contare fino a 1.000 prima di uscirsene con queste sconsiderate sparate, intrise di anti-identitarismo e quindi prontissime a strumentalizzare ogni cosa pur di danneggiare l’avversario politico.

Anche evocare il terrorismo neofascista di fronte al gesto sconsiderato del ventottenne è francamente ridicolo; il tizio ha svuotato due interi caricatori senza ammazzare nessuno e ha ovviamente agito non perché pianificava da settimane, mesi, un’azione simile ma perché accecato dall’emotività alla notizia della truculenta fine della diciottenne (solo 18 anni…) di Roma. Che poi se costui fosse un terrorista come dovremmo considerare il criminale incallito nigeriano che ha trucidato e vilipeso la povera Mastropietro? Traini ha sbagliato e dovrà rispondere in tribunale di quanto ha compiuto, ma ha anche sbagliato, comportandosi da idiota, perché atti del genere danneggiano innanzitutto la bontà di battaglie patriottiche portate avanti in maniera seria, razionale, equilibrata ed intelligente da chi sa di essere dalla parte del giusto e della verità. Quanto accaduto ieri a Macerata, dunque, si commenta da solo, soprattutto per la sua inutilità. In tribunale e a marcire in galera ci devono andare gli Oseghele (l’omicida), non gente che potrebbe davvero trasformare la rabbia e l’impulsività in qualcosa di molto più costruttivo…

Tuttavia, non basterà spostare l’attenzione della gente su di un lucido cranio rasato, un tatuaggio runico, un tricolore buttato sulle spalle assieme a qualche saluto romano fatto meccanicamente per nascondere dietro un dito (di nome Luca Traini) le nefandezze immigrate e le scandalose responsabilità di questo stato repubblicano fondato sull’antifascismo e sulla svendita pressoché totale della sovranità nazionale italiana. Uno stato che si dà governi non voluti dal popolo, capeggiati da anodine marionette, con presidenti di Camera, Senato e della Repubblica che hanno più a cuore il destino della “comunità internazionale” che del Paese che dicono di rappresentare. Uno stato intriso di retorica antifascista e proprio per questo ridotto a succursale degli Americani e zimbello d’Europa nel consesso del Benelux, incapace di farsi valere e di imporsi su questioni drammatiche come l’immigrazione di massa, la sicurezza nazionale, la sovranità su suolo italiano (che ha ricadute gravissime sulla vita quotidiana della povera gente nostrana, basti pensare alle dinamiche del mercato del lavoro).

La retorica variopinta dei “diritti civili”, del volemosebbène xenofilo, del porte-aperte-a-tutti tanto auspicato ipocritamente dai vescovoni di bossiana memoria e dal loro caporione vestito di bianco, si infrange come un’onda sugli scogli di fronte all’evidente esasperazione dei nativi che prima o poi rischiano di perdere la celebre brocca e passare alle vie di fatto. Uno stato forte e davvero sovrano riuscirebbe tranquillamente a prevenire ogni atto di violenza insensata se, per davvero, si facesse rispettare pigliando a calci nel sedere chi in Italia non ci deve stare, punendo severamente tutti i criminali, smettendola di imbarcare torme di disgraziati manco fosse una gigantesca organizzazione “umanitaria” (quanto è ambiguo e subdolo tale termine, vero amici?) per cominciare, invece, a rimpatriare a ritmi serrati. Basta, diamine, diamoci un taglio con l’immigrazione, che non risolve i problemi di nessuno e, anzi, aumenta i nostri e non pone fine a quelli di chi emigra.

“Anche gli italiani delinquono”, ti vengono a dire con arroganza e cieco fanatismo i progressisti di ogni forma e dimensione; il che è vero, ma dunque, fatemi capire: la soluzione sarebbe importare altri criminali, veri e/o potenziali? Se già esiste una criminalità organizzata italiana dobbiamo darle manforte “acquistando” innesti freschi e copiosi dai mercati forestieri? Ma dite sul serio o ve l’hanno tagliata male? Bisogna far passare il messaggio che migrare non risolve in nessun modo i problemi del terzo mondo e che accogliere indiscriminatamente gente che non ha nulla da perdere (e che fino a ieri giaceva in posti dimenticati da dio e afflitti da ogni genere di piaga possibile e immaginabile) è pericolosissimo, e lo abbiamo visto in Francia, in Belgio, nel Regno Unito, in Germania, in Isvezia… Ma lo vediamo anche leggendo un qualsivoglia giornale locale e assistendo alla cronaca dei telegiornali di provincia, pure di quelle grasse province bianche dell’Italia nordorientale.

Ci sono antifascisti e “democratici” che prendono in giro i motti delle destre come “Prima gli Italiani” o “Italia agli Italiani”, accusandoli anche, ovviamente, di istigazione all’odio, alla violenza, al razzismo. Ecco, fatemi dire che il concetto di “istigazione all’odio” è molto interessante, perché noto che funziona solo quando si prendono di mira immigrati, omosessuali, piddini, “eletti” e compagnia bella. Per il resto sembra essere cosa buona e giusta auspicare di appendere a testa in giù i “fasci”, impiccare pupazzi di Borghezio, prendere di mira con disgustosi insulti buttati sul personale gli avversari politici diciamo, appunto, di destra, vilipendere l’Italia (non certo in senso leghistoide, ma anti-identitario) e i popoli europei indigeni. Si ha la sensazione che, ormai, parlare di Italia, di Italiani, di Lombardia, di Lombardi, di Europa ed Europei, di identità insomma, significhi odiare tutti gli altri… E non a caso c’è chi, in politica, nemmeno parla più di Italia, e preferisce blaterare di “stati uniti d’Europa”, degna succursale degli Usa che sono l’anti-patria per antonomasia.

Dim a trà a mé (traduzione: datemi retta), le munizioni usatele nel segreto della cabina elettorale, e prima ancora abbracciando stili di vita e visioni del mondo che non abbiano nulla a che vedere col regime di pupari che ci angaria quotidianamente; in questo senso, pensando al tragico epilogo della parabola esistenziale della stessa Pamela, la condanna della società multirazziale, che si nutre anche di droghe e tossicodipendenza, deve essere totale. Non prestate, non prestiamo il fianco a chi non aspetta altro che strumentalizzare drammatiche debolezze irrazionali per seppellirci sotto cumuli di letame, impariamo a fregarli anche con acume e intelligenza, dimostrando appieno che sono loro ad essere dalla parte del torto marcio, spesso senza manco accorgersi di come il sistema li stia usando a guisa di utili idioti. La rivoluzione nasce innanzitutto dentro sé stessi, riscoprendosi parte di una razza, di una sottorazza, di un’etnia e di una nazione, concetti sacrali che sono agli antipodi di odio e violenza, vitali antidoti contro i veleni del mondialismo. E solo così farete piangere per davvero il nemico che trama contro i destini dei nostri popoli…

Ave Italia!

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Buona continuazione nell’era della psicopolizia

Dopo quasi sei anni di ininterrotta (e onestissima) attività, l’account Twitter del sottoscritto è stato sospeso in maniera permanente, poiché (secondo loro) avrei violato i Termini di Servizio in materia di “condotta detestabile” discriminando le solite categorie protette e utilizzando il mio profilo per minacciare e attaccare le “minoranze”, promuovendo addirittura la violenza (!) contro di esse. La verità è che sono stato segnalato in massa, a più e più riprese, da quella torma amorfa di antifascisti da tastiera che per davvero (a differenza mia) promuove e inneggia alla violenza, a una novella Piazzale Loreto, a crociate comunistarde per buttar fuori dalla rete tutti coloro che non aderiscono ai dogmi del politicamente corretto, a cui suddetta massa, invece, ha giurato fedeltà sino alla tomba.

Non intendo qui tediarvi con le vicissitudini del mio account passato a miglior vita (azzerato sia nei contenuti che nei seguaci pazientemente raccolti), ma vorrei, prendendo le mosse da ciò, stigmatizzare questa oscena tendenza, presente su internet ormai da decenni, che a quanto sembra ha contagiato anche un social che, rispetto ad altri come Facebook, si era sin qui dimostrato decisamente più liberale e rispettoso della libertà d’espressione (che, a parole, riguarderebbe tutti ma che poi, puntualmente, vale solo per i detrattori di identitarismo e tradizionalismo). Non pensate siano baggianate, anche perché se tutti usiamo pc, o telefono, e il web, non possiamo essere ipocriti.

Il sottoscritto, probabilmente, è stato fatto fuori in un momento altamente simbolico, cioè a ridosso della “Giornata della memoria” e dopo le furiose polemiche sulla “razza bianca”, seguite alle dichiarazioni del leghista Fontana. Ho poi, però, notato che da circa tre mesi a questa parte, Twitter ha deciso di dare un risoluto giro di vite alla tutela parziale della libertà d’espressione, buttando fuori diversi soggetti che, sempre secondo i nuovi parametri, promuoverebbero odio, violenza e discriminazione contro razze, etnie, religioni, orientamenti sessuali ecc., e non necessariamente su quel social! Sono provvedimenti a senso unico, perché ad essere tutelati in maniera così zelante sono i soliti noti, e non tutte le razze, tutte le etnie, tutte le religioni e tutti gli orientamenti sessuali; è, insomma, la solita ipocrisia liberal, che con la scusa dell’inesistente ritorno dei fascismi prende la palla al balzo per irrobustire la dittatura del pensiero unico, secondo cui tutti sono uguali e non esisterebbero più differenze di sorta.

Lo sapete, no? Per le sinistre occidentali è tutto un “costrutto sociale” inventato dal demoniaco uomo bianco eterosessuale e normodotato per sottomettere e discriminare. Cosicché non esistono più razze, etnie, generi sessuali, orientamenti sessuali, condizioni di salute e la normalità viene sacrificata in nome di una untuosa retorica (intrisa di ipocrisia) che vuole annientare le identità e la tradizione, con il preciso scopo di omologare tutto il genere umano, affinché i popoli non esistano più e cedano il passo a sterminate schiere di zombie che “vivono” solo per consumare.

I fascismi sono morti e sepolti, ma in compenso vige il dispotismo “illuminato” dell’antifascismo che non è altro che una propaggine della tirannia turbo-capitalista dell’Occidente unipolare a guida americana, dove tutto quello che rende orgoglioso un popolo viene liquidato, appunto, come costrutto sociale da condannare. Tutto diventa costrutto sociale, eccetto ovviamente i pingui conti in banca dei pensatori sinistrorsi dei salottini buoni, quelli cioè che amano dividere l’umanità semplicemente in ricchi e poveri, guardandosi però bene dallo sporcarsi le mani con i poveri, soprattutto se sono poveri indigeni d’Europa. In questo caso, infatti, i poveri diventano retrogradi analfabeti di ritorno da condannare perché elettori dei vari Salvini e di CasaPound, e poco importa se questo è anche conseguenza della prostituzione della sinistra italiana al grande capitale globalista.

Il problema che voglio sottoporre alla vostra attenzione, dunque, non è tanto l’epurazione del Sizzi quanto la fregola di psicopolizia che accomuna moltissimi ambienti virtuali (e non, ovviamente), una fregola senza scrupoli che non va molto per il sottile, presa com’è dall’intento oscurantista di mettere a tacere tutti coloro che si sottraggono all’omologazione del pensiero. Ora, io personalmente posso garantire di non aver mai usato Twitter per istigare a odio, violenza, discriminazione e altre amenità del genere; l’ho sempre usato con ironia, sarcasmo e, certo, perentorietà laddove servisse, al limite rispondendo per le rime a chi interveniva a gamba tesa con insulti, calunnie, minacce, prese per i fondelli e soprattutto con quell’osceno squadrismo rosso dove il singolo viene attaccato in massa e messo alla gogna, semplicemente perché non la pensa come tutti questi gonzi sinistroidi.

Si atteggiano come tanti bulletti, rigorosamente anonimi (è chiaro), si prendono libertà che a noialtri identitari non sono consentite, e manifestano la loro mitologica “superiorità morale” (unica forma di suprematismo che, francamente, vedo in giro) seppellendo il malcapitato sotto una selva di segnalazioni indiscriminate, soprattutto laddove reagisse; eh sì, amici, lorsignori possono permettersi di tutto e di più, con la scusa del loro antifascismo pezzente (in un’epoca di totalitarismo antifascista) e guai, guai se gli si risponde per le rime, in discussioni in cui ci si ritrova soli contro decine e decine di questi sfigatissimi troll senza nome e faccia che appaiono come isteriche scimmie urlatrici. Approfittando del dibattito sulla “razza bianca” innescato dal Fontana, negli scorsi giorni ho difeso con le unghie e con i denti il concetto scientifico e biologico di razze umane (vi do una notizia: anche l’uomo è un animale) perché anch’esso parte di un identitarismo razionale e coerente con i dettami völkisch ispirati alla natura. E non per odio verso gli allogeni, ma per amore della verità.

Il problema è che questa doverosa battaglia attira un nugolo di professionisti della censura antifascista che, in mancanza di argomenti, non può che banalizzare il tutto con insulti, offese, minacce e vera istigazione alla violenza, contro il sottoscritto e contro chiunque altro tenti di ragionare con la propria testa, e non con quella di Saviano, Gad Lerner, Dacia Maraini, genetisti politicizzati come Barbujani o chi per esso. Queste reazioni isteriche sono sintomo di una grandissima paura, da parte progressista e libertaria, verso tutto quello che mette seriamente in discussione il dogmatismo post 1945 e che dunque rischia di aprire gli occhi ad un un gran numero di persone circa le balle messe in circolo da una settantina d’anni per porre le basi di uno stato mondiale occidentale dove non esistano più differenze ma solo un’umanità meticciata, tutta uguale, svuotata di ogni ideale nobile e puro e farcita di velenose stupidaggini consumistiche.

Si vede che, ormai, anche su Twitter vengono apprezzati gli account che si limitano a commentare il consueto panem et circenses: il calcio, il Grande Fratello, i programmi tv, le mode, i selfie, il gossip o al massimo la politica castrata che deve portare i cittadini a riconoscersi obbligatoriamente solo nel centrosinistra piddino o nel centrodestra berlusconiano, altrimenti si viene accusati di molestare, minacciare, istigare alla violenza e bla bla bla.

Non c’è nulla da fare, amici miei, i nostri avversari sono così pieni di terrore, isteria, paura mortale verso tutti coloro che escono dal gregge occidentale che hanno bisogno non solo di bannare a vita dai social (arrivando addirittura ad estromettere i potenziali “seminatori di odio”, in puro stile Minority Report) ma pure, cosa ben peggiore, di inventare sempre nuove leggi liberticide che puniscano la libertà d’espressione non apprezzata dai tromboni del politicamente corretto. E poco importa se a seminare odio, per davvero, sono quelli che ostentano bandiere arcobaleno, tessere di movimenti sinistrati, gingilli da centri sociali come canne e affini, truci slogan da volanti rosse, cenci rossi e anarcoidi, e che passano le loro tristissime giornate auspicando una rinnovata Piazzale Loreto per tutti i “fasci”.

Non sottovalutiamo tutti questi inquietanti segnali, amici. Spacciare per soggetto pericoloso il sottoscritto o un altro normalissimo identitario è semplicemente demenziale e la dice lunga su che razza di idee marce e corrotte abbiano nel cranio i nostri nemici; a essere veramente pericolosi sono proprio costoro, gli antifascisti in assenza di fascismi, gli utili idioti al servizio del grande capitale che con le loro pagliacciate partigianesche mettono in secondo o terzo piano il vero problema dell’Italia e del resto dell’Europa occidentale, che è la spaventosa omologazione e sottomissione degli indigeni alla sete di dominio unipolare a stelle e strisce, quella delle 113 installazioni militari americane su suolo italico, per capirsi.

Guai a pensarla diversamente dai cani da guardia dello status quo di un’italietta schiava di tutti e annichilita nel suo orgoglio patriottico e sovranista! Concetti come “dio”, “nazione”, “patria”, “famiglia”, “razza” sono banditi in quanto termini grondanti odio (!), parole che mandano in bestia i geniali algoritmi di Facebook e di Twitter, a meno che vengano accostati ad epiteti irripetibili tipici degli ambienti di sinistra che li dissacrano. Se volete avere lunga vita sui social, dunque, non posso che consigliarvi di riempirvi la bocca con le parole divenute vangelo per i democratici e i progressisti italiani: Serie AGrande FratelloIsola dei famosiMasterChefLeopoldaAmici (di Maria De Filippi) ecc. ecc., ovviamente preceduti da “#”, cosicché possiate unirvi a tutti gli altri morti viventi celebrando il suicidio del vostro cervello.

Ave Italia!

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Una brutta pagina di censura

Sono su Twitter dal primo di giugno del 2012, e in tutti questi anni non ho mai avuto seri problemi di censura, a differenza di Facebook, dove questa, invece, si fa sciocca, rigida e sensibilissima alle segnalazioni indiscriminate di cani e porci. Ho avuto modo, in diverse occasioni, di elogiare Twitter proprio per la maggior libertà d’espressione, ma prima o poi, a quanto sembra, l’idillio doveva finire. Ieri sera, infatti, il mio account è stato sospeso perché avrebbe violato le regole contro i comportamenti offensivi: molestie a terzi e incitazione di qualcun altro a fare lo stesso, minacce e bavagli imposti ad altri utenti. Come prego? Io che non blocco, non silenzio, non segnalo mai nessuno avrei fatto tutto questo? Ovviamente Twitter ha agito in base all’ennesima ondata di segnalazioni inviate dagli zelanti castigamatti di quel social; il problema è che se qui c’è qualcuno che ha subito, e per anni, molestie, minacce, insulti, offese, blocchi, calunnie, segnalazioni da cani e porci, prese per i fondelli e subdoli attacchi da bulletti virtuali, quello è proprio il sottoscritto! Ce la fai, “cinguettatore”? Pure a te è venuta la fregola della censura a targhe alterne, dove si sacrifica lo “scomodo” e isolato utente sorvolando sulla marea di liquame che fuoriesce dalle bocche di quell’amorfa massa di ipocriti che rispondono al nome di antifa (da tastiera, ovviamente)? Fa davvero ridere, amaramente, che si venga a sospendere l’account a me accusandomi di cose che si attagliano alla perfezione a quelli che si sentono “moralmente superiori”, e che vogliono dunque tapparti la bocca a tutti i costi, semplicemente perché 1) non la pensi come loro, 2) sono ipocriti come il peggiore dei farisei e 3) ragioni con la tua zucca e non con quella dei loro idoli (che spesso più che zucca definirei fondo schiena…).

Sì, questi qui sono dei gran furbacchioni: ti vengono ad accusare di nazifascismo, razzismo e suprematismo ma, puntualmente, i violenti, gli arroganti, gli intolleranti, i finti pacifisti sono proprio loro, che si prendono la libertà di dare il peggio di sé mettendosi a decine e decine contro uno solo. Cercatele, cercatele pure su Twitter tutte le amenità che i “signori” di sinistra mi dedicano, e poi vediamo chi aggredisce e istiga ad aggredire. Questi eroici anonimi (io nome, cognome e faccia li ho sempre messi, viceversa manco per sbaglio) ti segnalano perché, secondo loro, tu semini odio, prepotenza e rabbia ma, puntualmente, sono i primi ad indire crociate contro, ripeto, uno solo, perché non la pensa come vogliono o, al più, reagisce con sarcasmo rendendo pan per focaccia; ogni tanto, lungo un periodo di quasi sei anni, la voglia di mandarli al diavolo rispondendo per le rime verrebbe pure ad un santo. Io non ho mai usato Twitter per molestare, istigare a molestare, minacciare, spargere odio ecc.; io l’ho sempre usato per i fatti miei, senza invadere spazi altrui o esercitare in qualche modo azioni da cyber-bullo, limitandomi talvolta a rendere la pariglia ai cialtroneschi assalitori che, costantemente, tengono in assedio il mio profio. In questi giorni i dibattiti sono stati più accesi del solito, per via delle note polemiche sulla “razza bianca”, e io ho difeso con le unghie e con i denti la scientificità del concetto biologico di razza, che vale anche per l’uomo, e la bontà dell’identitarismo etnonazionale, senza mettermi a propagandare idee discriminatorie, razziste, violente e suprematiste.

Non sarei qui a lamentarmi di questi fatti se Twitter non mi avesse sospeso l’account; il vero problema è infatti questo: uno si becca insulti di ogni genere conditi con calunnie, minacce e azioni squadriste e per di più si piglia la beffa dell’account bannato! Una cosa oscena e assurda! La vittima di molestie, minacce e contumelie sono io però Twitter “fa fuori” il mio account! Ma dunque, se davvero avessi sbagliato io, quale sarebbe il messaggio che si vuole mandare? Che uno dovrebbe pigliarsi insulti da mattina a sera senza reagire? Che uno dovrebbe abbassare il capo e stare zitto di fronte alle intimidazioni costanti di chi si sente superiore (?) perché ostenta stracci arcobaleno, tessere di movimenti di sinistra, truci minacce ai “fasci” e paccottiglia da centro sociale? Che uno non dovrebbe difendere le proprie idee, e pure dati scientifici e/o culturali, perché sennò i nipotini dei partigiani ti segnalano, soffrendo di gastrite ogniqualvolta uno non si sottomette alla vulgata antifascista e al pensiero unico che li usa come marionette? Cari amici del Twitter, se mi avete sospeso l’utenza perché in qualche modo sarei risultato aggressivo e molesto, sta bene, ma allora, per coerenza, sospendete tutti coloro che da anni mi fanno la “guerra” a suon di insulti irripetibili, altrimenti passa l’idea che se uno dice cose che a quelli là non piacciono deve beccarsi angherie di tutti i tipi e starsene zitto. Altro che difesa della libertà d’espressione! Un segnale non proprio edificante in tempi in cui i social vengono troppo spesso usati per mettere alla gogna mediatica il singolo riconoscibilissimo, attaccato vergognosamente sul personale da un magma indistinto di troll e anonimi.

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Quella… sinistra ignoranza a proposito di sottospecie (razza)

Le affermazioni del candidato leghista alla presidenza della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a riguardo della difesa e preservazione della razza bianca minacciata dall’immigrazione di massa allogena, hanno – come era prevedibile – scatenato un putiferio mediatico attorno al centrodestra lombardo, ma soprattutto hanno sollevato l’ennesimo polverone relativamente alla tematica su razza, razze, questione razziale e razzismo, con la poderosa strumentalizzazione delle parole del leghista da parte dei soliti menagrami di sinistra, che sembrano nutrirsi di queste polemiche come fosse il loro (unico) pane quotidiano. D’altronde, se levate alle sinistre tutta la loro brava paccottiglia ammuffita di vieto antifascismo da volanti rosse cosa rimane? Il nulla assoluto.

Ho già parlato diverse volte di queste faccende, ma siccome l’attualità offre il destro ad un ulteriore approfondimento ne approfitto per mettere in chiaro alcuni punti fondamentali, mai compresi abbastanza (se non deliberatamente ignorati), soprattutto da coloro che amano confondere il piano razziologico, ossia relativo allo studio delle razze umane, con quello del razzismo, che riguarda cioè tutta una serie di manifestazioni violente ed intolleranti tese alla discriminazione pesante di una o più razze in nome di una presunta superiorità di un’altra su queste. Vorrei fosse chiaro, una volta per tutte, che sostenere la bontà del concetto di razza (o sottospecie) nell’uomo, con il suprematismo non ha nulla a che vedere, non foss’altro, al di là della morale, che la questione della superiorità risulterebbe essere altamente opinabile ed intrisa di aspetti socioculturali, non certo biologici.

Il concetto di razza, nel mondo animale, non è nulla di diabolico, anzi, è qualcosa di più che ovvio poiché riguarda un raggruppamento biologico (fisico e genetico) che per un certo numero di caratteri comuni può essere distinto da altri gruppi della stessa specie; questa, infatti, si suddivide in razze (o sottospecie) e sottorazze (sotto-sottospecie) caratterizzate da elementi fisici trasmissibili ereditariamente, in conseguenza di vari meccanismi, come ad esempio l’isolamento geografico, la selezione sessuale, le mutazioni genetiche. E, se non sbaglio, l’uomo è un animale, non una creatura angelica eterea ed immateriale…

I negazionisti amano trastullarsi con l’obsoleta sparata di Einstein sull’esistenza di una sola razza, quella umana; Einstein di genetica non ne sapeva nulla, perché negli anni ’30 del secolo scorso di genetica delle popolazioni non si parlava ancora, e il DNA non era ancora stato scoperto. Infatti, ad essere unica e umana (nel senso, cioè, di condivisa da tutti gli uomini) è la specie sapiens del genere homo, e non la razza intesa come sub-specie. Se “razza” non vi piace parliamo pure di sottospecie o sub-specie (meglio ancora subspecies, in latino scientifico), che sono termini, anzi, più scientifici che “romantici”.

Mi preme sottolineare che il razzismo, nel senso moderno del termine, con tutto questo non c’entra nulla perché nulla c’entrano con il concetto biologico di razza gli aspetti sociali, culturali, psicologici, comportamentali, intellettivi. Certo, vi sono studi sulla correlazione tra QI e gruppi razziali e tra questi e abilità matematiche (quanto ci annoiano, ad esempio, con l’intelligenza degli Ebrei aschenaziti?) ma non hanno un’importanza e una precisione tale da poter gerarchizzare, e dunque discriminare, una razza piuttosto che un’altra.

Il fatto è che il negazionismo razziale si basa sull’antropologia culturale, disciplina di stampo neomarxista, che per ovvie ragioni politiche, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, conduce una spaventosa campagna di demonizzazione totale non solo del razzismo in sé ma pure del concetto biologico di razza, come se sostenere l’esistenza delle razze umane volesse dire gerarchizzare, discriminare e magari pure sterminare! Tutto questo è assurdo, perché seguendo questa “logica” tutto potrebbe portare a gerarchizzare e discriminare (o peggio), come del resto la storia ci insegna a proposito, per fare un esempio, delle guerre di religione. Aboliremo forse le religioni perché in passato, e tuttora, ci sono state e ci sono sanguinose guerre combattute in nome di opposti estremismi basati sul dio che “ce l’ha più lungo”?

Chi nega e sputa sul concetto biologico di razza, negli uomini, lo fa per mera propaganda politica e ideologica di sinistra, o liberale, e trovo patetico evocare il KKK o il nazifascismo (una delle crasi più cretine che esistano) accostandoli all’antropologia fisica e alla genetica delle popolazioni, e dunque alla biologia. Pensate che la diabolica agenda progressista arriva a dire che la razza sarebbe solo un costrutto sociale che esiste nella testa dei razzisti! Beh, in effetti, l’indice cefalico, l’indice nasale, l’indice vertico-longitudinale, l’angolo facciale, la rilevazione di altezza, peso, somatotipo sono solo opinioni, certamente, e così anche gli aplogruppi, il cromosoma Y, il DNA mitocondriale e quello non sessuale autosomico, l’altissima intolleranza al lattosio di mongoloidi e negroidi, il gene Duffy ecc. ecc. sono tutte mere idee, senza sussistenza scientifica… Rendetevi conto a che imbarazzanti livelli può arrivare la crociata dell’antropologia culturale…

Gli eroi di questa strampalata armata Brancaleone sono due tizi come Boas (antropologo culturale) e Lewontin (genetista smascherato da un altro genetista e biologo come il britannico Edwards) con le loro tesi ormai superate e, soprattutto, inflazionate dalle proprie personali paranoie etniche, in quanto ebrei. No, non è antisemitismo affermare ciò, ma solo constatare l’ipersensibilità ebraica quando si viene a parlare di razza e razze. E con l’emotività, signori, non si può parlare di scienza. Il Lewontin, in particolare, fu colui che affermò, basandosi su una striminzita quantità di marcatori genetici (17), che la naturale variabilità genetica interna ad un popolo sarebbe maggiore rispetto a quella tra questo e altri popoli, il che fa letteralmente scompisciare perché solo il principe degli scartati ai provini del Grande Fratello può credere che un tizio indigeno di Bergamo sia più simile ad un Masai che ad un altro tizio indigeno di Bergamo, o Brescia, o Firenze o Napoli.

Purtroppo per gli antifascisti, le paranoie antirazziali non possono nulla contro l’attendibilità scientifica di craniologia e antropometria, discipline ancor oggi tenute in gran considerazione da medici forensi, anatomopatologi, archeologi, e men che meno contro la totale affidabilità della genetica delle popolazioni, grazie a cui si possono agevolmente distinguere le note 5-6 razze della specie umana: caucasoidi, mongoloidi, amerindioidi, australoidi, congoidi, capoidi (a volte compresi nell’unico macro-gruppo razziale negroide).

La stessa genetica determina le percentuali razziali varie nel caso dei meticci, il che smentisce tutti quelli che pensano di invalidare il concetto di razza perché sarebbe impossibile distinguere i confini tra una sottospecie e l’altra. A nulla serve, oltretutto, evocare la supposta comune origine africana degli uomini perché nell’arco di 100.000 anni l’isolamento, la selezione, il clima, la dieta, l’adattamento, la genetica ha portato ad una ovvia distinzione continentale (ma non solo, si prenda l’Africa) tra i diversi gruppi razziali umani. Ad accomunarci, in quanto uomini, è il 99,5% del DNA (e non il 99,9% come si credeva) ma in quello 0,5% c’è un mondo intero di differenza, basti pensare che la somiglianza con lo scimpanzé è del 98,5% e la differenza tra questo e il bonobo (due specie distinte, addirittura) è dello 0,3%.

Inutile anche cassare la dicitura “razza” per utilizzare quella di “etnia” essendo questo un concetto culturale (per quanto, sicuramente, basato anche su un dato biologico che distingue, ad esempio, i Lombardi dai Sardi), anche perché la distanza che intercorre tra un Tedesco e un Italiano non è certo la stessa che intercorre tra questi e un Arabo, e ancora tra caucasoidi e negroidi e così via.  La tassonomia dell’homo sapiens sapiens(ossia dell’uomo anatomicamente moderno) è dunque genere, specie, razza (sub-specie), sottorazza (sub-sub-specie), etnia, ricordando che all’interno delle sottorazze (ad esempio quella europide del ceppo razziale caucasoide) vi sono tutta una serie di sfumature fenotipiche, e logicamente genetiche. Non dimentichiamo che un’ulteriore distinzione tra razze è data, ad esempio, da quel massimo di 4% di DNA neanderthaliano presente nel genoma caucasoide e assente nelle altre razze, che a loro volta potrebbero avere invece remote ibridazioni con altri sapiens arcaici.

Quando Fontana parla di “razza bianca” andrebbe corretto precisando che egli si riferisce alla sottorazza europide (“bianca” è un arbitrario termine coloniale usato dagli Americani, il che è tutto dire), le cui peculiarità non sono solo di pigmento ma anche e soprattutto antropometriche e antroposcopiche, oltre che genetiche. Ciò che invece dice di sacrosanto è la necessità di difendere, preservare e trasmettere i nostri geni europidi per sconfiggere l’orripilante auto-genocidio degli Europei, che non è solo culturale ma è anche etnico e quindi, sotto sotto, biologico.

Non servono persecuzioni e massacri per accorgersi di come, oggi, vi sia il più totale sprezzo del dato etno-razziale, tra immigrazione di massa, società multirazziale, meticciamento e sostituzioni etniche dettate dal turbo-capitalismo che tanto piace ANCHE alle sinistre europee, a cui si sono prostituite più che volentieri dimenticandosi dei bisogni dei moderni proletari indigeni d’Italia e d’Europa. L’unico odio che vedo non è quello verso gli immigrati (un fenomeno amplificato retoricamente ma che in realtà è ben poca cosa) ma quello verso gli autoctoni europei, demonizzati per il solo fatto di essere “bianchi”, prova ne è l’ottuso terzomondismo di antifascisti, preti (papa in testa), antirazzisti vari secondo cui gli abitanti del sud del globo sono sempre povere vittime dell’imperialismo razzista dei bianchi senza alcuna colpa e responsabilità per la situazione di spaventoso degrado, miseria, corruzione in cui vivono.

In conclusione, possiamo giustamente affermare che le razze umane esistano e che quella caucasoide europide sia a rischio estinzione (naturalmente più per colpa sua che altrui, è evidente). Da qui la necessità non di discriminare, di aggredire, di segregare violentemente gli allogeni, ma di salvaguardare tutto quello che compone il nostro patrimonio etno-culturale e razziale (dunque biologico) senza cui l’Europa sarebbe completamente svuotata della propria anima a tutto vantaggio del carrozzone funebre di Bruxelles, o meglio ancora dei famigerati “stati uniti d’Europa” che tanto eccitano la fantasia dei piddini e degli altri “socialisti” europei. Il comunitarismo, l’etnonazionalismo, il socialismo nazionale sono dottrine tutte tese alla tutela della nostra identità, che in accezione schietta e genuina non può limitarsi alla sola cultura; senza più sangue e suolo (incontaminato) europeo, a che servirebbe un’identità civica europeista, e a vantaggio di chi andrebbe? Il nostro continente è intrinsecamente europide, da millenni; cambiargli democraticamente (?) i connotati vorrebbe dire snaturarlo e condurlo ad una ecatombe. Democratica eh, ma sempre di ecatombe si tratta.

Ave Italia!

P.S.: a chi volesse approfondire la questione della tendenziosa disinformazione riguardo razze umane, antropologia fisica e genetica delle popolazioni consiglio questo utilissimo collegamento, divulgativo e accessibile a tutti. A meno che abbiate paraocchi politici, si capisce.

http://www.ereticamente.net/2018/01/quella-sinistra-ignoranza-a-proposito-di-sottospecie-razza.html

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