L’idiozia dell’Occidente uccide i suoi innocenti figli

La Gran Bretagna, come altri Paesi del Nord Europa, sta pagando a carissimo prezzo lo scotto non solo di secoli di imperialismo coloniale ma anche della conseguente immigrazione di massa e società multirazziale, creatasi dopo lo smantellamento del colonialismo vecchio stampo. Senza dimenticare, naturalmente, il fiancheggiamento degli Usa in Medioriente nel contesto delle guerre atlantiche, che per certi versi sono la scaturigine del terrorismo islamico, assieme all’occupazione della Palestina da parte dei sionisti. L’ultimo attentato compiuto a Manchester è dei più vili perché perpetrato contro masse di ragazzine radunate per uno di quei patetici concertini delle starlette americane, vuoti simulacri che rimbecilliscono le giovanissime generazioni con messaggi stucchevoli di pace, amore, meticciamento, relativismo e materialismo spicciolo, atto a macinare quattrini in cambio dello svuotamento spirituale dell’Occidente. E d’altro canto, se il fondamentalismo maomettano può fare i danni che fa è perché chi di dovere, se non è intento ad accogliere cani e porci, dorme e sorvola sulle “marachelle” dei nuovi “britannici” in sottana, fez, barbe nere e donne rinchiuse in scafandri di stoffa.

Fortunatamente l’Italia non versa in condizioni pessime come quelle di Francia, Uk, Usa, Paesi Bassi, Belgio, Germania, anche perché non ha alle spalle secoli di violenze e prepotenze coloniali che, presto o tardi, si ritorcono contro i figli di chi le ha perpetrate. Però anche l’italietta di Gentiloni, essendo parte del carrozzone Nato in veste di zerbini e avendo in casa un bel po’ di “fratelli migranti” e di nuovi “italiani” (e la loro garanzia sulla vita chiamata Vaticano) può correre i suoi rischi, ed è meglio non prendere alla leggera le minacce dell’Isis. L’unica ricetta per tentare di arginare questo inquietante fenomeno degli attentati in Europa è quella di rafforzare il patriottismo, il rispetto di sé stessi, la sovranità, l’identità e l’autorità del Paese e di cominciare a rimpatriare gli immigrati fermando l’immigrazione di massa, dentro cui potrebbero nascondersi esplosivi vigliacchi. Le bombe scagliate dai leccapiedi di Americani e sionisti sugli innocenti del Medioriente tornano indietro e colpiscono, in nome di una perversa logica del terrore, gli innocenti figli dell’Occidente, già di per sé vittime delle apolidi metropoli multirazziali d’Europa.

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Il benessere del singolo è quello della sua comunità

Il benessere di un individuo e della comunità di cui egli fa parte passa per la propria realizzazione, che non dev’essere distruttivo egoismo anarco-individualista bensì assertiva creatività finalizzata alla libertà e alla felicità della collettività etno-culturale. E si sa: libertà non è fare quel che più mi pare e piace, per giunta a scapito della mia terra, ma fare il bene del popolo, della comunità di origine affinché l’auto-affermazione personale non si costruisca sulla schiena della nostra gente e della nazione. Si ripete come un mantra che l’uomo è un animale sociale, ma io mi permetterei di dire che l’uomo deve essere animale nazional-sociale, poiché senza spina dorsale patriottica rischierebbe il caos che tutto inghiotte a vantaggio del nulla che avanza.

Chi pensa di affermarsi a scapito della comunità è un soggetto antisociale che si pone fuori dal recinto comunitario in nome di meri egoismi e di infantili capricci spesso stuzzicati dalla temperie mondialista; la nostra individualità, che non è individualismo, si costruisce nel rapporto con gli altri a partire dai nostri simili, dai nostri conterranei e compatrioti, non per sacrificare sé stessi ma, anzi, per rendersi partecipi della vita comunitaria tentando ogni giorno di migliorarla grazie ai nostri doni e ai nostri talenti, che ovviamente vanno messi a frutto per il benessere proprio e di chi ci circonda.

Viviamo in un delicato momento storico in cui l’uomo europeo è sballottato tra il cinico individualismo borghese e il catastrofico ecumenismo terzomondista che abbatte muri per stendere tappeti rossi agli invasori, due estremi che sono anche due facce della stessa medaglia nichilista: il messaggio che manda il pescecane globalista è che per “essere accettato” dalla vacua e frivola società occidentale contemporanea (che ovviamente non è la comunità etnonazionale) si deve ragionare in termini di assoluto relativismo che, in un modo o nell’altro, demolisce i più alti ideali che un Europeo può avere: il sangue della stirpe, il suolo patrio, lo spirito della nostra civiltà.

Il cinico individualista che bada solo a sé stesso e ai propri affari volta le spalle al Paese e agisce sempre e solo nell’ottica del proprio deleterio egoismo, e quindi fa spallucce, in maniera ridicola e patetica, di fronte all’avanzante rottamazione della nazione italiana e delle sue comunità etno-culturali; il fesso terzomondista che sfila in piazza con striscioni arcobaleno, e brache calate, invocando accoglienza e porte-aperte-a-tutti si fa prono dinnanzi all’immigrazione di massa e alla società multirazziale, che sono la tomba dell’Europa e dei suoi valori.

La libertà, la felicità e quindi il benessere del singolo e della collettività non vanno scissi, proprio perché il singolo senza collettività è un niente, un fuscello in balia delle tempestose onde contemporanee, e, certo, la collettività non deve divenire una insipida standardizzazione dallo sgradevole retrogusto cristiano o comunista, una schiera di omini tutti uguali che fanno tutti le stesse cose vivendo come apolidi o automi che obbediscono ai dettami di satrapi del nuovo millennio, gli stessi che dopotutto vorrebbero tanto asfaltare le nostre comunità col rullo compressore del pluralismo cosmopolita. Ognuno deve avere la propria identità individuale ma pur sempre armonicamente inserita nel proprio peculiare ambito etnico e nazionale, appunto per evitare che l’individualismo da una parte e la standardizzazione dall’altra stritolino l’individuo o sacrifichino sull’altare del conformismo borghese le proprie radici.

Ma sono due cose che a mio avviso vanno di pari passo e non possiamo distinguere il benessere del singolo da quello della comunità proprio perché sono intimamente connessi: va tutelata, per l’appunto, la propria personalità e al contempo la collettività comunitaria senza cui, del resto, il singolo soggetto verrebbe abbandonato a sé stesso finendo preda delle sirene e dei veleni del consumismo, del capitalismo, del materialismo barbarico e distruttore.

Ne avevo parlato anche nel precedente articolo di soledì scorso sulla depressione, sul male oscuro che annienta, siccome icneumone dell’anima, la propria felicità, la propria speranza, la propria voglia di vivere e di rendersi utili alla comunità. L’età contemporanea ci priva del nostro spirito, svuotandoci, e ci colma di cianfrusaglie, futilità e spazzatura che alla lunga ci avvelenano facendoci perdere di vista quei valori alti e sublimi per cui vale davvero la pena vivere e lottare. La solitudine, il senso di abbandono, la svalutazione di sé stessi e degli altri, il cupo pessimismo che lascia senza speranze nel domani e può sfociare nel suicido e in altri gesti sconsiderati e distruttivi sono il modernissimo (e “occidentalissimo”) esito della società contemporanea apolide, cosmopolita, relativista e nichilista dove per essere “qualcuno” si fa credere, in particolar modo ai giovani, che serva fregarsene altamente dell’identità e della tradizione prostituendosi agli idoli narcisistici dell’anti-nazione.

Si finisce così per credere che una vita senza paccottiglia mondialista sia una vita indegna di essere vissuta, ed è assurdo perché è esattamente il contrario, e gli stessi che campano come marionette del materialismo e del consumismo, del culto del denaro e del successo o di finti valori effimeri e mortali, da una parte calpestano gli altri ma allo stesso tempo calpestano anche sé stessi, le proprie radici e la propria dignità di uomini e donne. Ma badate bene che da questo tunnel di dolore e disperazione, di desolante deserto interiore, non si esce aggrappandosi alle filosofie di vita cristiane o sentimentalistiche del “volemosebbene”, del pacifismo e dell’egualitarismo, perché sarebbe come rimangiarsi il vomito (perdonatemi il paragone).

I contemporanei mali dell’anima, che sono poi gli stessi che nascono dal demoniaco ventre del mondialismo che spaccia la finzione infame per felicità e benessere – o la schiavitù dei consumi per libertà e realizzazione – si curano e vincono una volta per tutte solo diventando identitari e tradizionalisti, coltivando l’amore e l’orgoglio per le radici etniche, culturali e territoriali, riscoprendo il proprio habitat e rispettandolo in linea coi comandamenti patriottici (non c’è sangue senza suolo, e viceversa), creando famiglie e tutelando il lavoro nostrano che è fonte di sostentamento delle nostre comunità. Lavorare per vivere e non vivere per lavorare, alienandosi e smarrendo la retta via che conduce al vero benessere, alla vera felicità, alla vera libertà.

Siamo parte di una comunità etnonazionale non per annullare sé stessi e la propria individualità ma, anzi, per diventare motore sempre più potente ed efficiente di una comunità forte, sana, virtuosa, sostenibile, ricca di veri valori spirituali e materiali, che edifichi il salutare spirito comunitario per battere il nostro mortale nemico, che oggi ha l’orripilante volto del mondialismo.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/05/il-benessere-del-singolo-e-quello-della-sua-comunita.html

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L’impronta longobarda (e germanica) nel territorio storico bergamasco

Basilica Autarena di Fara Gera d’Adda

Il territorio di Bergamo, durante il periodo altomedievale, ha conosciuto una discreta germanizzazione in termini etnici e sociali, ma soprattutto culturali e linguistici: antroponimia (nomi di persona e poi di famiglia), toponomastica (nomi di luogo), lessico del dialetto bergamasco, accompagnati da costumi giuridici che durano anche per secoli. I principali protagonisti di questo fenomeno di (per lo più) acculturazione sono i Longobardi, il popolo germanico giunto in Italia nel Medioevo che più di tutti ha influito sulla società italica dei tempi, in particolar modo su quella centro-settentrionale, tanto da lasciare il suo nome a buona parte delle regioni del Nord.

Oltre a quello longobardo, altri apporti germanici sono stati dati, fondamentalmente, da Ostrogoti, Franchi e immigrati bavari e alemanni scesi in Italia con gli imperatori del Sacro Romano Impero e i loro eserciti. Superfluo dire che le zone più debitrici di questi influssi sono le settentrionali, seguite dalla Toscana, per quanto anche il Centro e il Sud conobbero dominazioni parimenti germaniche come la longobarda, la normanna e la sveva. Ad ogni modo i Longobardi, anche grazie alla loro azione politica e militare secolare attuata grazie ad un regno quasi pan-italiano e ben strutturato e radicato, rimangono senza dubbio i principali “germanizzatori” del nostro Paese.

Stando alle testimonianze di storici antichi e moderni, a partire dallo storico dei Longobardi, Paolo Diacono, possiamo comprendere come Bergamo e il suo territorio siano stati profondamente influenzati dalla penetrazione germanica dei Longobardi, tanto da istituire, nel Bergamasco dell’epoca altomedievale, uno tra i potentati politici più forti di tutta l’Italia longobarda, ovvero il Ducato di Bergamo. Studiosi moderni come Jörg Jarnut, François Menant, Stefano Gasparri, Gian Piero Bognetti, Giovanni Tabacco, Gian Pietro Brogiolo (dalle cui opere ho attinto per le informazioni più puntuali) e autori locali come Bortolo Belotti confermano, infatti, il quadro delineato in antico dal Diacono, contribuendo a tratteggiare la fisionomia della Bergamo longobarda che, per l’appunto, spicca grazie al contributo etnico, guerriero, politico, sociale, economico, giuridico e culturale ad opera del popolo di Alboino, dilagato nella Pianura Padana tra il 568 e il 572, anno della presa di Pavia, eletta a capitale del Regno.

La quantità e la qualità dell’insediamento longobardo nel nostro territorio dipende infatti dal ruolo politico cruciale svolto da un’area che da sempre rappresenta una realtà confinaria tra Nord-Ovest e Nord-Est, nel cuore del territorio alpino-padano; Bergamo si pone infatti in una zona strategica allo sbocco delle valli prealpine, capoluogo di un territorio, oggi per lo più provinciale, delimitato dalle Alpi Orobie a nord, dal fiume Adda ad ovest, dal corso del Serio morto a sud (in territorio cremasco) e dal fiume Oglio ad est. In epoca romana il Bergomatum Ager rientrava nella Regio XI (Transpadana), territorio insubrico con capoluogo Mediolanum, mentre in età dioclezianea passò alla Regio X (la Venetia) assieme ad altre città lombardo-orientali quali Brescia, Cremona e Mantova.

Proprio in virtù di questa situazione, i Longobardi posero il confine occidentale, fortificato, dell’Austria longobarda, all’Adda, che delimitava così la regione della Neustria (quella di Pavia, Milano, Monza, della Langobardia lealista, cattolica e filo-romana) con la detta Austria, la parte del Regno Longobardo più turbolenta, riottosa, guerriera e tradizionalista, ancora pagana e ariana, o al più scismatica (vedi i Tre Capitoli). I principali centri della regione nordorientale erano così Cividale del Friuli, Trento, Brescia e appunto Bergamo, sedi di importanti e bellicosi ducati. La loro forza stava nel numero e nell’influenza esercitata dai guerrieri longobardi, gli arimanni, raggruppati in gentes, o meglio Sippen, le fare, guidate da un duca, il titolare del ducato che ricalcava le funzioni del precedente dux bizantino.

Nel territorio bergamasco le aree principali di insediamento arimannico furono, oltre alla città e alla sua cintura difensiva posta nel contado, la Val Calepio, situata sulla strada per Brescia, a sud del Lago d’Iseo, la Bassa coi centri di Martinengo, Cortenuova, Romano di Lombardia, Fornovo San Giovanni, Fara Olivana, la Gera d’Adda nei dintorni del nucleo, arimannico, di Fara Autarena, la pianura attorno all’importante centro di Zanica e, probabilmente, la Val San Martino, verso Lecco-Como, dove ancor oggi c’è un toponimo come Sala, caratteristico dei Longobardi, indicante una casa padronale germanica, la pars dominica delle curtes. I centri del potere longobardo erano dunque posti, segnatamente, in città e contado, media e bassa pianura, e all’imbocco delle valli o in altre aree strategiche poste lungo l’asse viario o il corso dei fiumi. L’unica località prealpina di un certo rilievo, presso i Longobardi di Bergamo, sembra essere stata l’odierna Onore, in Val Seriana, dove non a caso sono state rinvenute delle sepolture relative agli invasori germanici in questione.

Pur essendo, ovviamente, una minoranza rispetto alla maggioranza della popolazione, che potremmo definire “romanica”, i Longobardi seppero esercitare una intensa opera di acculturazione (del resto reciproca, visto che questi abbandonarono gradualmente la loro lingua e i loro culti per abbracciare quelli dei nativi) grazie al prestigio della classe aristocratica, che impose la propria moda onomastica, la propria professione giuridica e diversi nomi di luogo di etimo longobardo. Secondo autori come Jarnut e Menant, fino alla piena età comunale, l’86% dei soggetti citati nei documenti notarili presenta nome longobardo e professa diritto longobardo, segno questo che se l’influenza longobarda non va intesa in senso squisitamente etnico è sicuramente da interpretare come massiccia longobardizzazione della maggioranza autoctona, per quanto, certamente, la presenza etnica dei Longobardi sia ampiamente documentata e testimoniata, a partire dal 568/569, lungo tutti i secoli centrali del Medioevo. Secondo il parere dello storico Belotti, si hanno testimonianze di professioni giuridiche longobarde perfino nel XV secolo, anche grazie alla regolazione dei rapporti matrimoniali che risentì per lungo tempo delle mode longobarde.

L’Età di mezzo, in Italia inaugurata dal popolo calato dalla Pannonia, ci parla dei Longobardi in termini, dunque, etnici, culturali (anche in chiave gastronomica), linguistici, sociali, economici, giuridici, storici, militari, insediativi, cultuali e anche – come oggi ci permette di scoprire l’archeologia – in termini antropologici e genetici, ma parimenti artistici e materiali, soprattutto, nel nostro territorio, grazie alle necropoli, ai tipi di sepolture (accompagnate in alcuni casi dalla deposizione di cavalli, costume germanico), ai corredi funerari (sovente costituiti da armi da parata), alla ceramica longobarda e ad altri oggetti d’arte, tutte caratteristiche che corroborano l’entità e la penetrazione dei Longobardi nel Bergamasco, e ovviamente pure nel resto del Paese, a cominciare dai territori storici lombardi.

Necropoli, o comunque tombe, riconducibili ai Longobardi, nel territorio bergamasco sono state rinvenute a Fornovo San Giovanni, Scanzorosciate, Castelli Calepio, Zanica, Onore, Caravaggio (anche nella frazione di Masano), Fara Olivana, Bergamo (in Città Alta, nel quartiere di Colognola al Piano e in quello di Loreto), Osio Sopra, Trescore Balneario (località Niardo), Treviolo, Verdello, Bolgare, Brignano, Cologno al Serio, Gorlago, Stezzano, Ubiale Clanezzo. Eccetto Onore ed Ubiale Clanezzo (Valle Imagna), si tratta di località di pianura o al limite collinari, dove appunto si stanziò il grosso dell’esercito-popolo longobardo dislocato nella Bergamasca. Da segnalare anche l’importante necropoli di Trezzo sull’Adda, sul confine tra giurisdizione milanese e bergomense.

Al periodo longobardo risalgono pure insediamenti altomedievali, castra e castella, torri, fortificazioni di terra e di legno, chiese, villaggi su preesistenze romane che sono stati indagati anche grazie a mirati scavi archeologici, sovente sulla scorta di quanto viene citato nella documentazione dell’epoca. Nell’Alto Medioevo, un po’ in tutta Italia, prende piede il bosco, l’incolto, la foresta e la campagna che del resto sono ambiti molto legati alle popolazioni germaniche, non ancora pienamente romanizzate, che nelle prime fasi dell’insediamento nell’Europa romana prediligevano le strutture in legno rispetto alle costruzioni in pietra.

Utile ricordare come, a partire dall’epoca della centuriazione romana dell’agro bergamasco, l’attuale territorio di Crema rientrasse nell’ambito orobico, comprendendo l’area che va dalla foce del Serio a Montodine sino a Casalbuttano, includendo quindi località i cui toponimi indicano chiaramente l’insediamento longobardo: Offanengo, Romanengo, Ricengo, Ticengo, Isengo ecc. Probabilmente anche la Valsassina rientrava nel territorio di Bergamo, prima romano e poi longobardo; sembra infatti che l’estremo confine occidentale del Ducato bergamasco fosse posto all’Isola Comacina, nel ramo comasco del Lario.

Il crollo del Regno nel 774, per opera dei Franchi di Carlo Magno, non comportò una rivoluzione per la Bergamasca e il resto dell’Italia padana: nella maggior parte dei casi la classe dirigente longobarda rimase al suo posto e continuò a prosperare, ancorché priva di un organismo politico indipendente. Tra l’altro, proprio a Bergamo, il Ducato venne soppresso agli inizi del secolo VIII per via delle continue ribellioni dei suoi titolari, in favore di un diretto controllo monarchico grazie all’istituzione di un gastaldato. I beni della corona pavese, e poi carolingia, nell’Orobia dovevano essere davvero ingenti, come ci testimoniano anche le carte più tarde.

L’epoca longobarda propriamente detta, dal 568 al 774, ci ha lasciato ben pochi documenti scritti bergamaschi sebbene, associati a quelli di tutto l’Alto Medioevo, siano un cospicuo patrimonio maggiore di quello di tutti gli altri principali centri lombardi transpadani, Pavia inclusa. Dopo il dominio longobardo, si aprono per Bergamo le porte del dominio franco, nella figura del conte fedele ai Carolingi (i longobardi Giselbertini inaugurano una stirpe comitale indigena), e alla formazione del comitatus medievale, che ricalcava il territorio del Ducato longobardo. Assieme agli imperatori franchi prima e teutischi poi, calano nel Bergamasco e nella Pianura Padana diversi coloni germanici, soprattutto franconi, alemanni e bavari, le cui tracce affiorano dalla documentazione pergamenacea conservata nei nostri archivi cittadini. Tra fine del Regno Longobardo e nascita del libero comune di Bergamo (tradizionalmente posta al 1098) va anche delineandosi, su impulso franco-longobardo, l’economia curtense che proprio nel Bergamasco conosce un notevole successo grazie al diffondersi di numerose aziende (il sistema delle curtes) ancorché poco estese (fatta eccezione per quella di Cortenuova).

Possiamo dire, senza esagerare, che il Medioevo bergamasco, e lombardo, germanizzò discretamente le nostre terre incidendo anche sulla genetica e l’aspetto fisico della popolazione. I Germani in Italia furono più che altro classe dirigente ma a lungo andare si mescolarono con la popolazione raggiungendo una compenetrazione tale da influenzarsi a vicenda, dando vita di fatto ad una popolazione nuova, che da gallo-romana si fa lombarda (il che non significa diventare parenti stretti di Inglesi e Fiamminghi ma rafforzare la propria natura di cinghia di trasmissione tra Mediterraneo ed Europa centrale). I Longobardi abbracciarono la lingua latina, e il volgare bergamasco, si convertirono al cristianesimo romano e si adeguarono alla cultura di Roma antica; gli indigeni orobici assunsero la moda onomastica germanica, adottarono la professione giuridica dei dominatori longobardi e, chi poté, si amalgamò alla classe dirigente, fondamentalmente costituita da proprietari terrieri e guerrieri. Oltretutto il tradizionalismo aristocratico (e ghibellino), particolarmente forte a Bergamo anche in epoca comunale, è anch’esso testimonianza del forte carattere longobardo del territorio, che contraddistinse per secoli il quadro orobico, fondato su tre basilari fattori tipici delle élite germaniche: l’antichità del blasone, il possesso fondiario, la forza militare.

In un successivo articolo radunerò tutti i toponimi germanici del Bergamasco, sopravvissuti o scomparsi, che per la maggior parte sono da ascriversi ai Longobardi, e che testimoniano il radicamento nel territorio di Bergamo dei conquistatori venuti dal Nord. Un altro contributo proveniente dai popoli germanici, soprattutto nel caso longobardo, è quello di aver modificato le strutture politiche e amministrative altomedievali anche per quanto riguarda la suddivisione del comitatus (già ducato o iudiciaria), di cui la sculdascia rappresentava la circoscrizione territoriale precipua, e il sistema della vicinia.

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Dai Umberto, dilla una scempiaggine ogni tanto!

Matteo Salvini è uscito vincente dalle “primarie” leghiste, battendo in maniera schiacciante Gianni Fava, candidato bossiano. Questi, e Umberto Bossi, hanno molto insistito, durante la loro piccola campagna elettorale, sulla “deriva nazionalista” della Lega salviniana, accusata di inseguire tematiche neofasciste per elemosinare voti al Centro-Sud, archiviando così la questione federalista e, soprattutto, secessionista. Scusate, ma a me vien letteralmente da ridere: Bossi, quello del cerchio magico, del Trota, di Rosy Mauro e della moglie di origini meridionali, di Belsito e della Tanzania, che per un ventennio si è strafogato ad Arcore e che ha aperto la Lega a politici centro-meridionali spedendo nel dimenticatoio la storia della Padania, accusa Salvini di aver regalato la Lega al Meridione d’Italia? Incredibile la faccia di tolla dell’Umbertone padano, si vede che ha imparato alla perfezione la lezione del suo patrono brianzolo. Bossi è il maestro dei ribaltoni, per mero opportunismo, e prima di accusare qualcun altro farebbe bene a farsi un bell’esamino di coscienza…

La Padania è stata un’invenzione propagandistica per gettare fumo negli occhi ai “militonti”, e infatti dopo 5 anni di smargiassate è stata bell’e che archiviata per tornare in buon ordine a cuccia, come giullari, alla corte di re Silvio. Adesso Bossi, messo in un angolino dopo gli scandali del 2012, vuol fare casino per tornare a far parlare di sé, cercando con un colpo di coda di prendere ancora una volta per i fondelli la base dei duri e puri, parlando di scissioni e diaspore verso altri soggetti. Lungi da me elogiare uno come Salvini, ma ce ne vuole per prenderlo di mira dal pulpito bossiano… Indubbio che esista una questione settentrionale, dal momento che il Nord ha una propria identità distinta da Centro e Sud, ma chi crede di risolverla con le cialtronerie padaniste è ormai fuori tempo massimo. Il progetto leghista serio era quello di pensatori come Miglio, fautori del federalismo, del presidenzialismo e di un parlamento federale, per armonizzare la struttura politica italiana dando così un volto etno-culturale ad una complessa nazione. Il resto è solo teatrino tra bossiani e salviniani, tra chi versa lacrime di coccodrillo e chi fa l’italianista per convenienza. D’altronde, dopo la crisi bossiana, solo una svolta nazionalista poteva riciclare un partito che langue da anni, andando a tappare il buco lasciato da Alleanza Nazionale.

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Unione Europea, prigione e tomba dei popoli d’Europa

Emmanuel Macron è il nuovo presidente francese, dopo aver sconfitto al ballottaggio, come era ampiamente prevedibile, Marine Le Pen. Il personaggio è un soggetto uscito dalle file dell’alta finanza (Rothschild) e infatti incarna il peggio della politica occidentale: centrista, liberal-democratico, europeista, a metà strada tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, che non a caso si sono affrettati ad elogiarne l’elezione. Il francese si è già recato in pellegrinaggio dalla sua padrona, la Merkel, a testimonianza del fatto che l’Unione Europea è fondamentalmente questo: padrone tedesco, lacchè francese. Tutto il resto vale zero. I britannici non sono fessi, infatti hanno tagliato la corda e tanti saluti al giocattolo franco-tedesco. L’italietta, che oggi è “governata” da Gentiloni – uno che ha una faccia da quaresima che non finisce più – si nutre delle briciole che cadono dal tavolo di Germania e Francia e, per l’appunto, Gentiloni è pronto a correre a Parigi per riverire il nuovo cameriere della Merkel.

L’Unione Europea è la prigione e la tomba dei popoli europei, perché a contare sono solo gli stati, o meglio i due stati suddetti. Inutile illudersi che l’Italia possa contare qualcosa al tavolo di Bruxelles, essendo una realtà periferica rispetto al Benelux, e la considerazione che lassù nutrono per noi “mediterranei” è alquanto bassa, ancorché mascherata dall’antirazzismo (che funziona solo con gli allogeni). Per il resto è la sagra delle prese per i fondelli, del sussiego, o della benevolenza paternalistica di gente che se non fosse per Roma sarebbe ancora sulle piante. Ma la vera colpa è degli italiani collaborazionisti, che si beano di fare i lustrascarpe dei “nordici”, facendo credere alla gente che svendere sovranità, autorità e identità all’Unione sia un toccasana; è paradossale: se cedi le prerogative nazionali ad enti sovranazionali puoi dire “ciao ciao” all’indipendenza, alla libertà del popolo. E Macron è l’ennesimo pupazzo nelle mani di banche, alta finanza, tecnocrazia, pronto ad alimentare la demolizione delle residue sovranità nazionali, che è del resto l’obiettivo primario dell’europeismo. La salvezza dell’Italia sta negli italiani, non negli apolidi enti antinazionali.

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Il “male oscuro” si vince con il solare ethos identitario e tradizionalista

La depressione, che nel mondo occidentale miete sempre più vittime, si conferma come l’oscuro male del millennio, una malattia decisamente contemporanea frutto di una società altamente aggressiva, competitiva, materialista e senza scrupoli che taglia fuori e isola ampie fasce di popolazione, emarginate da un mondo che cambia impetuosamente e segue inesorabilmente il ruolino di marcia impostogli dall’agenda mondialista. Le menti più fragili naufragano in un mare di cupa disperazione anche se, più che debolezza, sovente si tratta di situazioni in cui non si riesce a vedere una via di uscita per colpa di una crisi che non è solo materiale ma anche, e soprattutto, spirituale. Abbiamo tutto, ma questo “tutto” è niente.

Il quadro è reso vieppiù desolante dalla mancanza quasi totale di quei valori su cui per secoli si è costruita una società sana, tradizionale, identitaria, oggi priva di maestri, esempi, punti di riferimento. Le persone sono sempre più sole e frammentate, lasciate ai margini da una temperie moderna che non guarda in faccia a nessuno (o quasi) e issa sugli scudi quei finti valori consumistici che animano l’opulenza e il “benessere” del mondo occidentale. Naturalmente le principali vittime di questa situazione sono gli strati sociali più deboli e disagiati, come ad esempio gli anziani, ma spesso ci finiscono di mezzo anche gli adolescenti, i giovani, gli imprenditori con l’acqua alla gola, professionisti che non riescono più a reggere i ritmi di un mercato del lavoro liberista e turbo-capitalista, e cinico.

Quando l’etica viene meno perdendo di vista valori sacri come la patria, la famiglia, il lavoro per vivere (e non la vita per lavorare), la coscienza etno-culturale e ambientale, la solidarietà comunitaria, la gente viene travolta dal treno dell’affarismo, che riduce la vita umana ad uno strumento per macinare quattrini e alimentare così l’orribile epa mondialista che fagocita senza pietà umani abbandonati a sé stessi e, dunque, facile preda della rapacità contemporanea.

Spero sia chiaro a tutti come i desolati scenari depressivi siano cagionati dalla spaventosa crisi etica e valoriale – tipica del mondo occidentale e dunque, purtroppo, anche europeo – che sputa sulla nazione e l’identità, dilania le famiglie, spedisce sul lastrico i lavoratori (ma anche, spesso, i più abbienti), distrugge la natura rendendo invivibile la vita delle persone, in particolar modo delle infernali metropoli, gigantesche tombe di acciaio, vetro e cemento con le loro sordide propaggini periferiche che diventano ghetti e cumuli di degrado senza fine. L’inquinamento avvelena e lentamente uccide da un punto di vista materiale, mentre la globalizzazione con i suoi esosi standard di successo e di benessere (concetto, si capisce, fittizio e fallace) inaridisce l’anima e ammazza la dignità dell’uomo, triturato dalla società capitalista e materialista.

La gente cerca nei paradisi artificiali, negli specchietti per le allodole e nelle vite dissolute il malato conforto ad una vita liquida e informe, credendo che le vie di fuga dalla contemporaneità barbarica basata sul culto del dio danaro siano rappresentate dai cattivi maestri e dalle loro poco raccomandabili soluzioni: denaro, successo, effimera gloria di cartapesta costruita nei laboratori tossici dell’americanizzazione portano allo sterminio morale (e non solo) degli Italiani e degli Europei, svuotati di tutto ciò che è vitale per essere farciti di cianfrusaglie che si spacciano per surrogato della felicità.

La depressione nasce dalla disperazione, dall’infelicità e dall’insoddisfazione, da quel pessimismo cosmico che trae linfa dall’incapacità di elaborare il passato per guardare avanti e costruirsi un futuro migliore di quanto vissuto precedentemente, il che si tramuta in una perdita di interesse per la vita, in cui non v’è più nulla per cui valga la pena vivere e lottare, e l’epilogo può trasformarsi in tragedia. Ma questo terribile quadro è destinato a rimanere immutato sino a che non si comprenderà che la depressione si vince recuperando il senso più vero e genuino della vita che riguarda l’amore patrio, il culto identitario, la famiglia, il comunitarismo, la coscienza del territorio e la salvaguardia dell’ambiente che ci circonda.

L’alienazione e la spersonalizzazione dell’essere umano nascono dalla perdita totale del contatto con la dimensione più intima, e naturale, dell’uomo che passa per lo spirito di appartenenza, per l’amore del focolare domestico, per l’attaccamento alle proprie radici e dunque per il rispetto della natura, che ci garantisce un futuro sostenibile, sotto tutti i punti di vista, armonicamente inserito nel nostro habitat naturale, che è l’unica degna cornice che possa coronare la nostra realizzazione, soddisfazione e serenità.

Dopotutto, amici, di cosa abbiamo bisogno per essere felici, per stare bene e per sconfiggere quell’oscuro artiglio che tiene in pugno le vite di molte persone disorientate da un mondo tirannico e infame che avvelena e uccide la speranza degli individui, dei popoli? Di una casa, dell’amore di una compagna, o compagno, di vita, di una famiglia, di un lavoro che garantisca sussistenza, di un ambiente reso vivibile grazie al recupero di un codice etico e civico, e di immortali ideali che ci legano ai nostri avi e ci proiettano al contempo verso i posteri: il sangue, il suolo, lo spirito, il culto razionale delle nostre radici unito ad una spiritualità gentile che sgombri il campo dagli inganni monoteistici per gustare nuovamente i valori tradizionali plasmati dall’ethos indogermanico.

Non con i paradisi artificiali, non con l’effimero successo propinato dalla società dei consumi, non con le fallaci promesse dei falsi messia, non con vite bruciate dai bassi appetiti stimolati dalla demoniaca scatola “magica” chiamata televisione, non con le tossiche balle spacciate dai ciarlatani schiavi del sistema mondialista (che è la cagione principale dei nostri mali, spirituali e non) si vince il male oscuro della depressione, ma con la visione del mondo identitaria e tradizionalista che è agli antipodi del ciarpame suesposto, e questo perché identità e tradizione vengono nobilitate dalla propria adesione alla dimensione naturale dell’uomo, che riguarda la verità “assoluta” della Madre Terra, fecondata dalla solare filosofia di vita delle nostre comuni origini indoeuropee.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/05/il-male-oscuro-si-vince-con-il-solare-ethos-identitario-e-tradizionalista.html

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Profilo etno-culturale della Bergamo preromana

Il Nord Italia in epoca augustea

Il territorio bergamasco, in epoca preistorica finale e protostorica, si colloca in una posizione di confine, come hanno dimostrato i valenti studi archeologici di studiose dell’ambito orobico come Raffaella Poggiani Keller e Stefania Casini¹. Esso si trova nel cuore dell’area padano-alpina, tanto da aver sviluppato nei secoli e millenni un profilo identitario peculiare e autonomo, pur partecipando, naturalmente, ai comuni sviluppi storici ed etno-culturali dell’Italia settentrionale. Di confine perché sebbene fondamentalmente si tratti di territorio nordoccidentale, più che nordorientale, risente da sempre degli influssi dell’Est retico e venetico, situazione questa che riguarda, però, più da vicino i cugini bresciani.

L’attuale territorio provinciale bergamasco, dunque, può essere suddiviso in due tronconi: il settore centro-occidentale, dal fiume Adda al Serio, con Bergamo, che rientra nel contesto pre-protostorico dell’Italia nordoccidentale, e quello orientale (soprattutto prealpino e alpino) che mostra una netta influenza centro-alpina e nordorientale in genere. Si prenderà qui in esame l’ambito preistorico del Neolitico e dell’Eneolitico (Età del rame) e soprattutto quello protostorico propriamente detto dell’Età dei metalli (bronzo e ferro), che è certo il più interessante e delinea la fisionomia preromana della Bergamasca.

Nel quadro neolitico della preistoria dell’Italia settentrionale, anche l’area di Bergamo si inserisce nell’ambito della Cultura della ceramica cardiale (o impressa), diffusa verso ovest dagli agricoltori e pastori neolitici provenienti dal Mediterraneo orientale via Balcani; nello specifico si hanno manifestazioni culturali, e artistiche, relative alla ceramica impressa ligure (prima metà del VI millennio a.e.v.) in una realtà padana piuttosto frammentata e successivamente unificata (inizio del V millennio a.e.v.) dalla cultura dei vasi a bocca quadrata (VBQ). La Bergamasca mostra anche caratteristiche legate alla cultura occidentale di Chassey, proveniente dall’attuale Francia, che in Lombardia prende il nome di “cultura di Lagozza” (sito preistorico del Varesotto), manifestatasi alla fine del V millennio a.e.v.

Sul finire del periodo neolitico, anche nell’Italia padano-alpina si hanno espressioni culturali relative al fenomeno del megalitismo, che, in Italia, offre le sue maggiori manifestazioni in aree come Sardegna, Puglia, Sicilia ed estremo occidentale del Nord Italia. Nel caso bergamasco non si registrano fenomeni particolari, relativi a questo periodo, se non il caso dei massi prealpini e alpini disposti a guisa di recinto (bàrech, in bergamasco), a volte lavorati e incisi con coppelle, e di alcuni presunti calècc, le classiche costruzioni di alta quota usate dai pastori bergamaschi come ricovero durante la stagione dell’alpeggio. Pastorizia e transumanza (dalle Alpi alla Pianura Padana) sono, assieme all’estrazione dei minerali dalle montagne orobiche e alla lavorazione metallurgica (sviluppatasi a partire dall’Età del rame), le attività bergamasche più antiche e radicate. In territorio orobico, stando allo stato attuale delle ricerche, non si riscontra la presenza di dolmen, menhir o cromlech.

La fase successiva a quella neolitica è la calcolitica, relativa cioè all’Età del rame (o Eneolitico), che per la nostra regione riguarda la Cultura di Remedello (Brescia) seguita dalla Cultura del vaso campaniforme. L’orizzonte cronologico di Remedello è il III millennio a.e.v. mentre quello del campaniforme si colloca nel tardo Calcolitico, tra 2600 e 1900 a.e.v. circa. Durante l’Età del rame si comincia a sviluppare il fenomeno delle statue stele (o stele-menhir) che in Italia settentrionale caratterizza l’area ligure, e lunense, la Val Camonica, Piemonte e area aostana. La diffusione del vaso campaniforme riguarda, in ambito lombardo orientale, soprattutto l’area gardesana del Bresciano e ha dei riverberi anche sul settore orientale del Bergamasco. Probabilmente, le prime avanguardie indoeuropee, si insinuarono in Italia proprio nel periodo finale del Calcolitico, sebbene un quadro come quello del vaso campaniforme sia un insieme di caratteristiche più culturali che etniche, comuni soprattutto all’ambito franco-iberico e centro-europeo.

Come ricordato sopra, il periodo protostorico di Bergamo è forse la fase archeologica più affascinante ed interessante che giunge alla nostra attenzione, anche perché costituisce l’epoca in cui va costruendosi concretamente il sostrato preromano dell’identità bergamasca. La Protostoria comprende, fondamentalmente, l’età dei metalli, in particolar modo la prima Età del bronzo e l’Età del ferro, dalla prima metà del IV millennio a.e.v. a tutto il I millennio a.e.v. I protagonisti indiscussi di questo ambito storico furono le genti celtiche e, meno, quelle retiche.

Un fenomeno interessante, che si situa tra Età del bronzo e del ferro, è quello delle grotte bergamasche, in particolare della Val Brembana, usate come luoghi di culto delle acque e delle divinità ad esse correlate (in epoca preistorica come sepolture con deposizione di corredi funerari), con tanto di oggetti votivi rinvenuti dagli speleologi. Probabilmente anche il santuario della Madonna della Cornabusa (in Valle Imagna), collocato – come indica lo stesso toponimo – in una caverna al cui interno si trova una sorgente d’acqua, continua, in chiave cristiana, l’antichissima tradizione pagana. Le grotte potevano anche fungere da luoghi della memoria degli antenati.

L’Età del bronzo (dal 3500 al 1200 a.e.v. circa) in Nord Italia è caratterizzata dalle incisioni rupestri della Valle Camonica, dalla Cultura di Polada che interessa, in particolar modo, l’Italia nordorientale con dei riflessi anche nel Bergamasco, le terramare della Pianura Padana e i castellieri nell’area dell’odierno Friuli-Venezia Giulia; nella tarda Età del bronzo vengono a collocarsi invece le emanazioni italiane, più precisamente lombardo-occidentali, della cultura centro-europea dei campi di urne (Urnfield), successiva a quella di Unetice e dei tumuli, quali la Scamozzina, Canegrate e soprattutto Golasecca, che si pone a cavaliere tra Età del Bronzo finale ed Età del ferro interessando anche il settore centro-occidentale della Bergamasca.

Durante l’Età del bronzo nord-italiana vanno delineandosi gli aspetti etno-culturali delle prime grandi ondate ariane nel nostro territorio, che riguardano tribù del ramo indoeuropeo proto-italo-celtico, e cioè Polada e le terramare emiliane (emanazione di Unetice). Alle prime genti italiche va ascritta la facies protovillanoviana che unisce Nord, Centro e Sud Italia, mentre nel contesto cosiddetto “retico” vanno inseriti i fenomeni culturali di Luco-Meluno e Fritzens-San Zeno, quest’ultima però nella piena Età del ferro. Nell’Italia nordoccidentale, invece, cominciano le pesanti infiltrazioni celtiche che dopo Canegrate passano il testimone a Golasecca. Questo orizzonte culturale si colloca tra Urnfield e Hallstatt, andando ad interessare il territorio tra attuale Piemonte orientale e attuale Lombardia occidentale, giungendo sino al fiume Serio che segna il confine tra mondo celtico golasecchiano e reto-euganeo centro-alpino (Val Camonica, Trentino, Alto Adige, Tirolo). Il contesto centro-alpino bergamasco appare influenzato, in particolare, dall’emanazione reto-camuna della facies di Breno-Dos dell’Arca, in cui si colloca anche Parre, una realtà comunque di confine tra mondo celtico e nord-etrusco (secondo alcuni autori il vero confine sarebbe rappresentato dal Monte Pora, il cui oronimo viene da essi ricondotto ad un attributo della dea Reitia, che sarebbe appunto Pora, allusivo del parto).

I misteriosi Reti non erano un omogeneo gruppo etnico ma un insieme di tribù eterogenee unite sacralmente dal culto per la sunnominata Reitia (da cui il loro etnonimo) e, pare, dalla lingua anariana affine all’etrusco, probabilmente un fossile alpino paleo-mediterraneo. Tra di essi vanno ricordati Euganei, Camuni e Triumplini, antichi popoli di base preindoeuropea che però hanno subito nel tempo infiltrazioni ariane, come dimostrano le stesse incisioni rupestri camune dell’Età del ferro.

La parte preponderante della Protostoria bergamasca riguarda comunque la Cultura di Golasecca, celtica (o celto-ligure), che vede come protagonisti gli Orobi, o meglio Oromobi, di cui parla Plinio nella Naturalis Historia, un’articolazione interna dei Celti insubri fondatori di Como, Lecco, Bergamo e Parra/Barra, l’odierna Parre, un abitato prealpino di base centro-alpina, retica, che ha però conosciuto una fase golasecchiana, tra VI e V secolo a.e.v., nel periodo in cui i Celti golasecchiani fondavano la Bergamo protostorica dandole un nome sacro (dal dio Bergimus). L’Età del bronzo europeo diffonde le prime ondate indoeuropee in Italia e con esse diversi elementi culturali del mondo centro-europeo arianizzato: la ruota raggiata, il carro da guerra, il rito dell’incinerazione (da cui le urne interrate, dei campi di urne), l’insediamento posto su alture fortificate, le strutture in legno (e il torchis, ossia un elemento abitativo composto da telai o graticci), le palafitte (e sembrerebbe che il significato dell’etnonimo orobico sia proprio “palafitticoli”), le armi in bronzo e la lavorazione di questo metallo, i gruzzoli di monete (un tesoretto di questo tipo è stato trovato, tra le altre località bergamasche, proprio a Parre), i culti solari e diversi oggetti riferibili a questo aspetto della religiosità ariana come ad esempio le decorazioni ad anatrelle o cigni.

Si tratta di un ambito protostorico di netta matrice proto-celtica che, nel caso di Golasecca, viene a riguardare la lingua leponzia, un dialetto celtico arcaico a cui vanno riferiti l’alfabeto di Lugano e la famosa stele di Prestino. Iscrizioni leponzie sono state ritrovate anche in territorio bergamasco, nello specifico nei pressi delle foci del Brembo, a Carona, in un presunto santuario dedicato al dio Pennino.

La Cultura di Golasecca principia nell’Età del bronzo finale su ispirazione della Cultura dei campi di urne e prosegue come espressione cisalpina della cultura tardo-bronzea e, soprattutto, del ferro di Hallstatt (1200-500 a.e.v. circa), la culla centro-europea dei Celti così come La Tène (VI-I secolo a.e.v.) può esserlo dei Galli, i Celti di Cesare. Nella piena Età del ferro si collocano, in Nord Italia, Golasecca, Este (cultura dei Venetici) e Villanova (cultura degli Etruschi), tutte e tre diramazioni hallstattiane che risentono infatti profondamente dell’elemento “mitteleuropeo” danubiano. Hallstatt è una evoluzione di Urnfield.

La Cultura di La Tène viene, invece, recata in Italia settentrionale dalle invasioni galliche principiate nel 388 a.e.v., che nel territorio di Bergamo sono fondamentalmente ascrivibili all’elemento “insubre” (in realtà dei Bituriges, gli Insubri erano i Celti golasecchiani), con influssi cenomani al di là del fiume Serio. Cultura spiccatamente del ferro, quella gallica, caratterizzata da inumazione, armi in ferro, deposizioni votive di spade nel letto dei fiumi, lingua gallica continentale (diversa dall’antico leponzio), ossa di maiale deposte nelle tombe per consacrarle assieme ad oggetti frantumati ritualmente, barre contorte, spade intenzionalmente piegate (sempre per questioni relative al rito funebre) e particolari elementi materiali come i cosiddetti “spiedini”.

L’Età del ferro rappresenta la fase finale dell’ambito protostorico che sfocia nel periodo preromano, dove il quadro etno-culturale italiano appare ben delineato, prima della romanizzazione (che non ha comunque alterato, etnicamente, le varie regioni d’Italia): Galli, su base celto-ligure, nel Nord-Ovest, Reti sulle Alpi centro-orientali, Veneti nel Nord-Est con gruppi gallo-carnici nell’attuale Friuli, Liguri lungo le coste della Liguria e in Corsica, Etruschi (poi spazzati via dai Galli) in Emilia-Romagna e innanzitutto tra Toscana e Lazio, Umbri tra Romagna e ombelico sabino d’Italia, Latini e altri minori nel Lazio antico, Piceni nell’odierna area marchigiana, Sanniti (o Sabelli) nel Sud interno assieme a Osci, Apuli, Lucani, Bruzi, Siculi con Sicani ed Elimi in Trinacria, genti nuragiche in Sardegna, ed infine le colonie greche lungo le coste meridionali e il pugno di colonie puniche in Sicilia e nella stessa Sardegna.

Le precipue tappe protostoriche, preromane e romane di Bergamo e del suo territorio sono dunque le seguenti:

  • Fine VI secolo a.e.v.: fondazione dell’abitato protostorico di Bergamo ad opera dei Celti golasecchiani Oromobi, il cui centro precipuo potrebbe essere inizialmente stato l’antica Parra (da leggersi Barra, alla celtica), odierna Parre, in Val Seriana, sul confine col mondo centro-alpino dei Reti;
  • IV-II secolo a.e.v.: invasioni dei Celti storici, i Galli, che per quanto riguarda la Bergamasca sono da inquadrare come Insubri lateniani, Bituriges, il cui capoluogo era Mediolanum: si fondono con i loro predecessori, e parenti stretti, senza interrompere bruscamente la cultura golasecchiana. Nei territori prealpini e alpini persistono elementi retici;
  • 222 a.e.v.: i Romani conquistano Mediolanum e assoggettano gli Insubri, quindi Bergomum, che comunque aveva sviluppato una sua identità peculiare e una sua autonomia rispetto ai potenti vicini milanesi e bresciani (Cenomani);
  • III-II secolo a.e.v.: conquista della Gallia Cisalpina da parte della Roma repubblicana;
  • Fine II secolo a.e.v. – Età sillana: la Gallia Cisalpina diventa provincia romana;
  • 89 a.e.v.: i territori transpadani, e dunque Bergamo, ottengono lo ius Latii, tramite deduzione fittizia di colonie: a differenza di quanto accaduto nella Cispadana, nella Gallia Transpadana non vi fu una vera e propria colonizzazione italico-romana;
  • 49 a.e.v.: Giulio Cesare concede la cittadinanza romana alla Cisalpina. Bergomum diventa municipium;
  • 42 a.e.v.: viene abolita la provincia della Gallia Cisalpina, che diviene parte integrante dell’Italia romana;
  • 7 e.v.: viene istituita la Regio XI Transpadana, con capoluogo Mediolanum, il cui confine orientale è posto al fiume Oglio, a testimonianza di come Bergomum e il suo territorio rientrassero nell’orbita gallo-insubre, legame iniziato con la Cultura celtica di Golasecca.

In età dioclezianea, in seguito al riordino delle province dell’Impero Romano, Bergamo venne assegnata alla Venetia, mentre l’ex Transpadana venne denominata Liguria. I Longobardi, non a caso, dopo essere dilagati nella Pianura Padana e averla conquistata posero lungo l’Adda il confine dell’Austria longobarda, distinguendola così dalla Neustria in cui erano situate Milano e Pavia, prima e seconda e definitiva capitale del Regno Longobardo.

La Transpadana, a differenza della Cispadana, non conobbe un intenso processo di colonizzazione italico-romana; Roma preferì che i Celti locali si integrassero spontaneamente romanizzandosi, senza dunque cancellare violentemente la cultura gallica ma anzi arrivando ad una sorta di commistione tra i perduranti tratti della tradizione lateniana e la romanizzazione della Cisalpina. Sicuramente vi furono alcuni coloni dell’Italia centro-meridionale che si spostarono anche nel Bergomatum Ager, ma questo non fu un fenomeno di massa e il grosso della popolazione rimase il medesimo, abbracciando spontaneamente, per questioni di prestigio, la cultura romana.

Una situazione, questa, che ci viene testimoniata in particolar modo dalla diffusione della ceramica, che mostra una miscela di tratti celtici e romani (come i peculiari Acobechern che combinano le figlinae romane con la morfologia celtica, negli ultimi decenni del I secolo a.e.v.), e dalle necropoli da cui emergono, in periodo augusteo e del primo Impero, elementi romani innestati in un ambiente ancora caratterizzato dai tratti lateniani dei Galli Insubri. Del resto gli autoctoni golasecchiano-lateniani restarono la maggioranza, pur assorbendo alcuni elementi centro-italici di filiazione patrizia (delle gentes) e militare, come i veterani di guerra. La romanizzazione della Bergamasca, e della restante Gallia Transpadana, fu decisamente più culturale che etnica, anche perché la deduzione di colonie fu fittizia.

L’impronta gallica emerge anche dall’antroponimia testimoniata da materiale lapideo e ceramico e dal perdurare del culto di divinità celtiche indigene, ancorché assorbite dal culto romano che le identifica con divinità proprie quali Minerva, Mercurio, Silvano, Priapo accanto a deità preromane quali Aburno/a e le Matres o Matronae della tradizione celtica (dette anche Dervonnae o Dervones) che trovano precisi riscontri nel mondo celto-germanico transalpino. Altre figure celtiche, che l‘interpretatio Romana ha associato a divinità del pantheon di Roma, sono Giunone (venerata nel Pagus Fortunensis, attuale Isola Bergamasca), Nettuno (presso le acque del fiume Cherio e il Lago d’Iseo), Diana ed Hercules.

L’integrazione tra cultura lateniana, gallica, e romana avviene nel I secolo a.e.v., mentre in epoca augustea si fanno sentire gli influssi culturali, e commerciali, dell’ambito venetico (segnatamente riferito ad Aquileia), padano (Cremona e Piacenza) e centro-italico. Continuano a manifestarsi anche gli influssi retici dovuti alla Cultura di Fritzens-Sanzeno, che trovano riscontri pure nelle necropoli gallo-romane della pianura.

L’area bergamasca protostorica, ma anche preromana e romana, si configura dunque come una realtà fondamentalmente celtica e successivamente gallo-romana ma, pure in virtù della propria posizione geografica, aperta all’influsso retico a nord/nord-est (in ambito prealpino-alpino al confine con Valtellina e Val Camonica) e a quello, culturale, etrusco-padano nell’area della bassa pianura, grazie ai contatti con Cremona e Piacenza. Non si registrano stanziamenti etruschi nel nostro areale orobico. Nel periodo imperiale inoltrato, altresì, va registrata l’influenza del mondo nordorientale venetico

¹Le informazioni puntuali relative al territorio bergamasco nel periodo preistorico e protostorico sono tratte dai due volumi, curati da Maria Fortunati e Raffaella Poggiani Keller, su “I primi millenni – Dalla Preistoria al Medioevo” parte della Storia economica e sociale di Bergamo, edita dalla Fondazione omonima (2007).

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