L’Europa e i suoi simboli

Europa

Dalla Galizia agli Urali, da Capo Nord a Creta. L’Europa è la nostra grande famiglia imperiale, culla del ramo europide della razza caucasoide e della civiltà. AVE EVROPA!

L’esistenza dell’uomo (indo)europeo è scandita dal naturale ciclo delle stagioni che segue la posizione di quello che da sempre è il nostro vitale punto di riferimento: il sole. La classica ruota solare ariana rappresenta così icasticamente lo spirito e la civiltà d’Europa, un simbolo potentissimo e immortale dalla valenza solare, virile, guerriera in linea con la mentalità dei nostri padri, ossia di coloro che hanno plasmato il nostro continente rendendolo unico.

La nota croce celtica nasce dall’incontro tra la ruota solare della gentilità e la croce cristiana, ed è espressione della fusione delle due grandi identità spirituali del nostro continente: paganesimo e cristianesimo. Il cattolicesimo stesso è profondamente debitore delle radici gentili della religio romana e degli altri culti precristiani.

L’Aquila romana, emblema di Zeus-Giove e delle legioni di Roma, passando per gli imperi medievali del Sacro Romano Impero e di Bisanzio, è assurta ad immagine dell’Europa intera come fiero animale indoeuropeo solare e uranico, simbolo di forza, maestà ed elevazione spirituale. Venne impiegata anche da vari potentati europei e da Russia, Balcani, Napoleone, Prussia, Fascismo e Nazionalsocialismo. Si accosta all’ipotetico motto europeo (in origine asburgico) A.E.I.O.U.: Aquila Elegit Iovis Omnia Vincit.

Il Sol Invictus è solstiziale divinità romana emblema dell’ariana solarità degli antichi padri, e dell’Europa forgiata dagli Indogermani. Patrono pagano d’Europa sorto dal culto del sole, riassume in sé gli attributi di luminose divinità gentili come Giove e Apollo. Il suo Natale e la sua radiosa natura si sono sovrapposti alla figura divina e solare del Cristo. Il patrono cristiano d’Europa, ricordiamo, è invece San Benedetto da Norcia.

Il tipico cromatismo indoeuropeo bianco-rosso-nero rappresenta quella tripartizione funzionale della società ariana composta da sfera spirituale, sfera militare e sfera rurale, che si rispecchia anche nel pantheon dei principali credi indoeuropei. In base a ciò noi possiamo ravvisare nel bianco il luminoso spirito della gentilità (confluito nel cristianesimo), nel rosso il sangue versato sui campi di battaglia dai nostri padri, nel nero l’ubertoso suolo europeo inscindibilmente legato al popolo.

Questo cromatismo è giunto sino al Medioevo europeo, ove durante l’investitura di un cavaliere – rituale intriso di guerresco ethos germanico – si prevedeva che il milite si cingesse di vesti nere, bianche e rosse a seconda delle fasi di purezza (bianco), morte (nero) e al dovere di versare anche il proprio sangue per difendere il proprio signore (rosso). Colori schiettamente pan-europei che assieme al disco solare ariano rappresentano un ideale vessillo imperiale dell’Europa.

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Sardegna e Corsica

Provincia Sardinia et Corsica

La romana provincia Sardinia et Corsica fu creata nel 237 avanti Cristo, e comprendeva l’isola sarda e quella corsa, isole indiscutibilmente italiane, soprattutto la Corsica. In seguito alle riforme amministrative di Diocleziano e Costantino fu annessa alla Diocesis Italiciana (nel 286) e successivamente alla Prefettura del pretorio d’Italia (dopo il 293), come parte dell’Italia suburbicaria, diocesi peninsulare.

Popoli antichi

Il toponimo sardo (dal latino Sardinia) deriva, secondo Dedola, da un antichissimo radicale sard-, di origine anariana, presente un po’ in tutto il bacino mediterraneo e che nel caso dei Sardi avrà a che fare col teonimo del dio eponimo Sardus (Pater), mitico fondatore della stirpe. Sardus potrebbe quindi valere “creatore dell’universo”, da Sar-du. I Sardi antichi, anche Shardana/Sherden (parte dei famosi pirati del mare, gli Hyksos), erano un popolo autoctono dell’isola, e non degli immigrati anatolici dell’Età del bronzo e di lingua indoeuropea.

Il menhir e l’altare megalitico di Monte d’Accoddi (Sassari) è uno straordinario sito archeologico – unico nel suo genere in Europa e nel Mediterraneo – afferente alla Sardegna megalitica prenuragica.

La Mater Mediterranea rinvenuta a Senorbì (Cagliari), risale al III millennio avanti Cristo, ed è uno dei simboli della Cultura prenuragica di Ozieri, la prima grande cultura sarda. A questo periodo vanno ricollegate le domus de janas, camere funerarie tagliate nella pietra, vere e proprie case dei defunti che sotto certi aspetti ricordano le tombe etrusche.

Le tombe dei giganti sono sepolture collettive appartenenti all’età nuragica (II millennio a.C.) e presenti in tutta la Sardegna. Famosa è la tomba dei giganti di Sa Domu ‘e S’Orcu di Siddi (Oristano), a forma di grembo femminile, che simboleggia la morte come ritorno.

I nuraghi sono un tipo di costruzioni in pietra di forma troncoconica presenti con diversa densità su tutto il territorio della Sardegna. Sono unici nel loro genere e rappresentativi della Civiltà nuragica, il periodo antico più noto della Sardegna. Avevano diverse funzioni; alcuni erano però spiccatamente dei luoghi di culto funebre, denotando una conoscenza degli astri e un particolare tipo di venerazione molto interessanti. Il nuraghe Losa di Abbasanta (Oristano) è di certo uno dei più noti rimasti in piedi sull’isola.

La Sardegna nuragica centromeridionale era occupata dal popolo degli Iliensi (o Iolei, secondo la leggenda dal nome del mitologico accompagnatore e cocchiere di Eracle, Iolao, che avrebbe colonizzato la Sardegna, ma l’etnonimo, con tutta probabilità, per Blasco Ferrer si riconnette alla radice mediterranea *ili-, “insediamento”), gente neolitica autoctona dell’isola, identificata dagli scrittori antichi come coloni greci o esuli troiani. Ricordiamo i classici bronzetti sardi, raffiguranti guerrieri e capi tribù, come quello rinvenuto a Uta (Campidano, Cagliari).

Gli Sherden (o Shardana), il noto popolo facente parte la coalizione dei Popoli del mare, i mercenari e pirati dell’Europa meridionale che attaccarono le civiltà del Mediterraneo orientale invadendo Anatolia, Siria, Cipro, Egitto e Palestina, non erano altro che i Sardi nuragici, in particolar modo la tribù centromeridionale degli Iolei. Guerrieri e navicelle in bronzo sono le icone della rappresentazione sarda antica, non senza contaminazioni indoeuropee.

I Balari (per qualcuno dal greco ballein, “lanciare”, con riferimento a qualche arma da getto) erano un antico popolo sardo nuragico portatore della Cultura del vaso campaniforme sull’isola, proveniente dalle coste ibero-francesi. Non si può escludere che questo popolo, stanziato nella Sardegna nordoccidentale (Logudoro), risentisse di qualche influsso indoeuropeo, anche a livello linguistico. Da ricordare qui la necropoli di Su Crucifissu Mannu, sito archeologico di Porto Torres usato sino all’epoca della Cultura di Bonnanaro (1500 avanti Cristo circa), cultura questa strettamente connessa al campaniforme e con diverse similitudini con quella di Polada dell’Italia settentrionale, recata al di qua delle Alpi da genti centro-europee arianizzate. Similarità vi sono anche con alcune opere siciliane, vedi Pantalica.

Il noto Orso di Palau (Gallura, Sardegna nordorientale) è formato da un insieme di tafoni, ossia cavità rocciose create dalla erosione eolica e da quella dovuta al sale marino. Nell’antichità, tali tafoni erano usati anche come sepolture, ed è proprio grazie ad essi che si sono conservati resti osteologici relativi alla popolazione della Sardegna nordorientale, con tutta probabilità di filiazione corsa e dunque ibero-ligure antica. Ancor oggi la Gallura risente della componente corsa dell’isola: il gallurese è una varietà dell’idioma corso meridionale.

I Corsi (e dunque la loro isola, la Corsica, che ricordo essere imprescindibile parte dell’Italia, più della Sardegna), gli antichi progenitori dei moderni abitanti dell’isola a nord della Sardegna, erano un popolo di origine ibero-ligure forse con influenze di tipo indoeuropeo recate, come nel caso dei Balari sardi, da genti della Cultura campaniforme. Ad essi si lega l’antica civiltà torreana, collegata a quella nuragica della Sardegna, il cui simbolo è (come dice il nome) la Torre, ossia una costruzione troncoconica similare al nuraghe. L’etnonimo corso potrebbe derivare dalla radice indoeuropea *krs, “carro da corsa”, nel senso di “gente che assale a bordo di carri”, il che potrebbe confermare l’affinità con i vicini Balari. Note sono le statue stele del sito di Filitosa (Sartena).

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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La Sicilia

Provincia Sicilia

La provincia Sicilia romana fu creata tra 241 e 237 avanti Cristo, e comprendeva la Sicilia e le rimanenti isole dell’arcipelago siciliano, incluso quello maltese dunque (eh sì, Malta è Italia). In seguito alle riforme amministrative di Diocleziano e Costantino fu annessa alla Diocesis Italiciana (dopo il 284) e successivamente alla Prefettura del pretorio d’Italia (dopo il 293), come parte dell’Italia suburbicaria, diocesi peninsulare (il Nord rientrava in quella annonaria). Malta fu annessa nel 212 a.C. insieme a Pantelleria e Lampedusa e alla Sicilia orientale che era ciò che rimaneva del Regno di Siracusa passato di mano a Gerone II.

Popoli antichi

I Siculi (il cui etnonimo può essere confrontato col latino sica, “pugnale”, e soprattutto, come suggerisce Zamponi, con la radice indoeuropea *sek-, “tagliare”, riferito a qualche loro arma, forse ad una sottospecie di falce) erano un antico popolo italico appartenente al ceppo latino-falisco, spostatosi in un secondo momento dal Lazio nella Sicilia orientale, a cui diedero il nome. Nel sito archeologico di Paliké (Mineo, provincia di Catania), un tempo sorgeva l’omonima città rifondata dal condottiero siculo Ducezio, in cui vi era un santuario dei Palici, divinità indigene figlie di Adrano inserite successivamente nel pantheon della mitologia greco-romana. Il loro culto era incentrato attorno a due piccoli laghi (laghetti di Naftia) che emettevano vapori sulfurei.

I Morgeti (etnonimo che potrebbe evocare un prelatino, anariano, *morra, “mucchio di sassi, pietraia”) erano un antico popolo probabilmente italico (ceppo enotrico, ossia appendice meridionale latino-falisca, come i Siculi) che dopo un iniziale stanziamento in Calabria si insediarono stabilmente in Sicilia, nell’entroterra. Fondarono, a scapito dei Sicani, il centro eponimo di Morgantina, oggi sito archeologico con tanto di acropoli ed Etna sullo sfondo, nel comune di Aidone (provincia di Enna, oltretutto uno dei centri della Lombardia siciliana).

I Sicani (etnonimo similare a quello siculo) erano un antico popolo di origine (e lingua) incerta stanziato nella parte centrale della Sicilia, tra i fiumi Salso e Platani, ossia nell’antica Sicania. Alcune tesi vogliono che questo popolo fosse imparentato con Iberi e Liguri, dunque di stirpe mediterranea preindoeuropea, ma non mancano studiosi che li vogliono arianizzati (il loro nome e l’uso dello svastika potrebbero rappresentare degli indizi, in questo senso). Purtroppo, allo stato attuale degli studi, il loro idioma risulta inclassificabile. Le celebri gole del Sosio si trovano nel cuore del territorio sicano.

Gli Elimi (per Room dal nome greco Ἔλυµος che significherebbe “faretra”) erano un antico popolo stanziato nella Sicilia nordoccidentale, tra Palermo e Trapani, forse di origine italica (o ligure). Le città principali da essi fondate furono Erice, che ospitava il centro religioso elimo sulla vetta dell’omonimo monte, Entella, Iaitias e Segesta, la città più rilevante. Interessante la connessione toponomastica tra alcuni centri elimi e altri liguri: Erice ~ Lerici, Entella ~ Entella (fiume ligure), Segesta ~ Segesta Tigulliorum (Sestri Levante).

Ricordiamo che la colonizzazione greca dell’Italia meridionale (Magna Grecia e Sicilia) avvenne in due ondate, la prima tra VIII e VII secolo a.C., la seconda nel IV secolo a.C. circa. I coloni greci d’Italia e Sicilia erano denominati, rispettivamente, Italioti e Sicelioti.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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Lombardia e Piemonte (Gallia Transpadana)

Regio XI Transpadana

Regio XI Transpadana. Corrispondeva al territorio dell’antica Gallia Transpadana, parte nordoccidentale della Cisalpina, ossia Piemonte a nord del Po (senza la Val di Susa), Val d’Aosta, Svizzera italiana, attuale Lombardia traspadana con l’esclusione delle aree orientali di Brescia, Camunia, Cremona e Mantova che appartenevano alla Venetia et Histria. Capoluogo Mediolanum.

Popoli antichi

I Taurini (secondo De Bernardo Stempel dal celtico tarvos, “toro”, loro animale totemico) erano un antico popolo celto-ligure stanziato nella Valle del Po, al centro dell’attuale Piemonte. La loro sede principale era Taurasia, forse ubicata in quello che oggi è l’odierno quartiere di Vanchiglia, a Torino. Giulio Cesare fu il fondatore della colonia romana di Julia Augusta Taurinorum.

I Salassi (per Alberti, forse da un antico preindoeuropeo *sala, “canale”, indicante la prossimità di questo popolo a condotti d’acqua o acquitrini) erano un’antica popolazione di origine celtica stanziata nel Canavese, ove fondarono Eporedia (odierna Ivrea, per diversi studiosi dal celtico epo, “cavallo”, e reda, “carro”, a indicare una stazione di carri equestri), e nella valle della Dora Baltea.

I Libici (o Lebeci, dal termine anariano *liga, “fango, melma”, che sta alla base anche dell’etnonimo ligure e che può valere come “abitanti delle paludi”, elementi naturali abbondantemente presenti nella Cisalpina in epoca antica; l’etnonimo indoeuropeo dei Liguri, Ambrones, ha lo stesso significato) erano un’antica popolazione ligure o celto-ligure stanziata tra Lomellina e Vercellese, in un territorio ricco di risaie. Nelle loro terre storiche sorge Trino, l’antica Rigomagus celtica.

I Vertamocori (per Delamarre dal celtico *uertamos + cori, “superbe truppe”) erano un antico popolo gallico fondatore della Novara preromana, divenuta colonia romana di Nova Aria.

Gli Agones (per Delamarre dall’idronimo del fiume Agogna, dal celtico *acu-, “rapido”) erano una tribù celtica del Medionovarese, il cui capoluogo amministrativo trovavasi a Cureggio e il santuario tribale a Suno. Nel territorio antico-novarese di Agoni e Vertamocori venne rinvenuta la stele di Briona (toponimo celtico, da *brig, “altura fortificata”), noto documento lapideo bilingue gallo-etrusco.

I Levi (trattasi di etnonimo affine a quello dei Liguri al pari di Libici, Lebeci, Libui ecc.) erano un antico popolo (celto-)ligure stanziato nei dintorni di Ticinum (Pavia), successivamente assorbito dai Galli.

I Marici (dalla radice celtica *mar che indica luogo paludoso o acquitrinoso) furono, assieme ai Levi, i fondatori dell’antica Pavia, stanziati nell’odierna Lomellina; due popoli, questi, di stirpe (celto-)ligure. Dovevano essere affini agli Anamari (o Anari) presenti tra Piacentino e Oltrepò pavese.

Gli Insubri (secondo Holder dal celtico *suebro-, “forte, violento, feroce”, oppure dalla medesima radice dell’endo-etnonimo ligure Ambrones – e umbro – che è l’indoeuropeo *amb-, “acqua, pioggia, fiume”) erano un antico popolo celtico golasecchiano stanziato nell’area dell’odierna Lombardia centro-occidentale, nel Ticino, nel Piemonte orientale, e che includeva anche la sotto-tribù degli Oromobii, tra Como e Bergamo. Furono due i popoli celtici a valersi dell’etnonimo insubrico: gli Insubri golasecchiani della prima Età del ferro e gli Insubres gallici del leggendario Belloveso, lateniani, che occuparono tutto il territorio gravitante attorno alla capitale Mediolanum, sino all’Oglio. Furono senza dubbio il principale ethnos celtico/gallico dell’Italia nordoccidentale, e un fiero avversario della crescente egemonia romana sulla Gallia Cisalpina, assieme a Boi e Senoni. La nota pietra del Tredesin de marz, situata nella chiesa milanese di Santa Maria al Paradiso e associata al culto di San Barnaba, è una pietra forata dai caratteristici 13 raggi, un antichissimo simbolo solare di origine celtica; fu adottato dai primitivi cristiani milanesi che vi conficcarono nel mezzo una croce, ma in principio doveva ricoprire un’importante valenza in termini cultuali e astronomici. El Tredesin de marz è il ricordo del primo diffondersi del cristianesimo a Milano e rappresenta ancor oggi la tradizionale festa della primavera e dei fiori milanese, dagli echi pagani.

I Leponzi (per il cui etnonimo è stata proposta, da Falileyev, una forma celtica ricostruita *leikʷ-ont-yo-, col significato di “quelli che partono”, sebbene non si possa escludere un etnico similare a quello di Levi, Lebeci, Libui e Liguri) erano un’antica popolazione celtica golasecchiana stanziata nelle Alpi centro-occidentali (alta Insubria), nota soprattutto per la propria lingua, un dialetto celtico pre-gallico ricco di elementi anariani parlato anche dalle altre tribù protoceltiche d’Italia. La nota stele di Prestino (frazione di Como), redatta nell’alfabeto di Lugano, uno dei sistemi di scrittura italo-settentrionali derivati dall’alfabeto etrusco, presenta iscrizioni in lingua leponzia, ed è probabilmente la più antica attestazione conosciuta di un idioma celtico.

In quel di Susa vi è l’Arco di Augusto, costruito da Marco Giulio Cozio, re della dinastia celto-ligure dei Cottii (da cui il nome delle Alpi omonime) e praefectus romano della provincia Alpes Cottiae. Per Falileyev, il nome latino, di origine celtica, Cottius sembrerebbe derivare dal termine gallico cotto-, “incurvato, vecchio”.

I Graioceli (dal celtico *crag/graig a sua volta da *carrac, “roccioso, montagnoso” – riferito alle Alpi Graie – e dal, sempre celtico, *ocelo, “residenza, abitazione”, col significato di “abitanti delle montagne rocciose”, ipotesi di Falileyev) erano un antico popolo celtico che abitava tra odierna Francia e odierno Piemonte, nelle Valli di Lanzo e nell’area del Moncenisio. Il loro nome, come accennato, deriva dall’oronimo delle Alpi Graie.

Le Alpi Pennine (da cui la piccola provincia romana omonima), catena montuosa compresa tra Italia e Svizzera, devono il loro nome al dio celtico e celto-ligure delle montagne Pennino (celtico penn, “altura, monte”), da cui anche l’oronimo appenninico. Sotto la dominazione romana tale divinità venne rinominata Giove Pennino con tanto di tempio dedicato al suo culto sul Gran San Bernardo.

I Vennoneti (o Vennoni, dall’indoeuropeo *weni, “gli amati, gli amici, i benvoluti” – come per i Venetici – oppure dal celtico vindo, “bianco, splendente”, riferito alle nevi, o alle montagne) erano un antico popolo retico stanziato in Valtellina e nell’odierna Svizzera orientale. Il loro territorio cisalpino è noto anche per le incisioni rupestri, i massi incisi e le stele valtellinesi, parte del più vasto gruppo camuno. Ad essi è attribuita una piccola ruota in piombo dell’Età del ferro, rinvenuta a Grosio, appartenuta ad un carretto votivo funebre, secondo il gusto indoeuropeo.

I Bergalei (dalla radice indoeuropea *brhg-, “altura, montagna”, quindi letteralmente “i montanari”) erano un popolo celto-retico che diede il nome alla Val Bregaglia, nel Grigioni lombardofono.

Gli Orumbovii (od Oromobii, Orobi è termine nato in età umanistica; l’etimologia è incerta ma di sicuro celtica e dovrebbe significare “palafitticoli”, secondo Pensa) erano un’antica tribù celtica, sottosezione degli Insubri, affiliata alla cultura di Golasecca e stanziata nel territorio prealpino lombardo che va da Como a Bergamo, passando per Lecco e Parre (Val Seriana). A loro può essere attribuito il famoso carro da parata della necropoli della Cà Morta di Como, che forse fungeva da letto funebre di un personaggio celtico di alto rango, probabilmente una donna.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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La Venetia antica

Regio X Venetia et Histria

Regio X Venetia et Histria. Il Venetorum angulus di Augusto non comprendeva solamente l’attuale Veneto ma anche gli odierni Lombardia orientale, Trentino, Friuli e, ovviamente, Istria un tempo abitati da popolazioni galliche, retiche e illiriche (i Veneti veri e propri erano stanziati tra Adige e Tagliamento). Il confine orientale della regione, nel II secolo dopo Cristo, correva lungo il fiume Eneo, includendo Tergeste (Trieste), Pola e l’antica Fiume. E infatti l’Italia settentrionale, in senso est-ovest, va dall’Eneo al Varo.

Popoli antichi

I Venetici (o Paleo-Veneti,  secondo Villar da una radice indoeuropea *wen, “amare”, e dunque “gli amati, amabili”) erano un antico popolo italico del ceppo latino-falisco (prima ondata ario-italica in Italia) storicamente stanziato nelle sedi che divennero poi quelle dei Veneti moderni, loro diretti discendenti. Si è molto dibattuto sulle origini etniche di questo antico ed importante popolo, fiero alleato di Roma, ma sembra ormai chiaro che la sua origine vada ricercata nell’ampio ceppo (proto)italico calato in Italia dall’Europa centro-orientale; la diffusione, nell’Europa preromana, di varie genti con etnonimo similare a quello venetico non deve trarre in inganno, portando a fantasticare di Paleo-Veneti baltici, germanici o slavi. Del resto sia le antiche iscrizioni in lingua venetica che l’odierno idioma romanzo di quell’area depongono a favore di un’origine comune veneto-latino-falisca. Come presso le altre popolazioni italiche, anche nel caso dei Venetici vi erano le tipiche spade hallstattiane “ad antenne”, sviluppatesi nell’Età del bronzo.

I Galli Cenomani (secondo la De Bernardo Stempel da una radice indoeuropea *keino, “lontano”, più *men, “camminare”, che nell’etnonimo varrebbe come “quelli che vanno lontano”) erano un’antica tribù celtica della Gallia Transalpina migrata nel territorio cisalpino compreso tra i fiumi Oglio e Adige (Brescia, Verona, Cremona e forse pure Mantova e Trento) ove fondarono Brixia, loro capitale. Quanto i Veneti, furono fedeli alleati di Roma nella lotta contro Boi e Insubri, e naturalmente contro i Cartaginesi. La nota Vittoria Alata di Brescia, è il simbolo della città romana, rinvenuta nei pressi del noto Capitolium.

I Triumplini (o Trumplini e simili, forse da un etnonimo connesso all’antico latino triumpus, “trionfo”) erano un antico popolo preindoeuropeo reto-ligure da cui deriva il coronimo della Val Trompia, nel Bresciano. Il loro nome, assieme a quello di molte altre tribù alpine, compare nel famoso Trofeo delle Alpi di Augusto, eretto per celebrare la vittoria dell’imperatore su 46 popoli montanari dell’Europa alpina. Nel territorio triumplino si erge il Monte Guglielmo, becera italianizzazione del bresciano Gölem (“culmine”).

Nella bresciana Valle Sabbia (dal latino sabulum, “sabbia”), nota per l’ubicazione del Lago d’Idro, v’era stanziato un antico popolo alpino forse ramo orientale dei Triumplini, i Sabini (o Venni), da non confondersi con i più noti Sabini italici.

Tra le Valli del Chiese e le Giudicarie (ossia tra Bresciano e Trentino occidentale lombardofono) si trovava l’antico popolo reto-ligure degli Stoni (o Stoeni, Stini, Steoni un etnonimo che potrebbe rimandare ad un ligure *ast, “altura, pascolo di alta montagna”), sottoclasse degli Euganei, che erano appunto una popolazione alpina preindoeuropea a metà tra Liguri e Reti.

I Camuni (probabilmente dalla radice celtica *cam, “essere curvo”, forse con riferimento allo stesso zoonimo del camoscio, animale totemico camuno, vedi il Dizionario Etimologico online) erano un’antica popolazione fondamentalmente reto-ligure, anariana, che abitava la Valle Camonica, divenuta celebre per la gran mole di incisioni rupestri lasciataci in eredità. Nel tempo subirono una forte celtizzazione, a cui si deve l’introduzione dei temi dell’ideologia indoeuropea nell’arte rupestre. Presso i Camuni rivestiva molta importanza la figura divina di Cernunnos, divinità di origine alpina degli animali cornuti (cervi, soprattutto), delle foreste, della virilità fecondatrice e della natura selvaggia. La nota rosa camuna, con una figura antropomorfa, è stata rinvenuta, ad esempio, presso le Foppe di Nadro.

Gli Anauni (da un etnonimo di origine celtica che potrebbe significare “quelli che si fermano”, per De Bernardo Stempel, oppure “ricchezza, abbondanza”, in quest’ultimo caso dal gallico anauo-, secondo Isaac) erano un antico popolo alpino, celtizzato, che diede il nome alla Val di Non (Trentino).

Gli Euganei (etnonimo dotto, che in greco varrebbe “gli originari” ma che più probabilmente è la storpiatura di un nome similare a quello ligure degli Ingauni, a parere di Petracco Sicardi) erano un antico popolo anariano reto-ligure che, tradizionalmente, comprendeva Camuni, Triumplini e Stoni e andava dal fiume Oglio all’Adriatico, segnatamente nelle zone prealpine e alpine, come ad esempio nella Valle del Sarca, in Trentino.

I Tridentini (da Tridentum, l’antico nome romano di Trento che dovrebbe valere “triforcazione”, a partire da un termine retico) erano convenzionalmente gli abitanti indigeni di Trento, di origine retica. Il Doss Trent (o anche Monte Verruca, per via della forma) è una piccola collina cittadina che, secondo la tradizione, costituisce uno dei “tre denti” della città assieme al Dosso di San Rocco e al Dosso di Sant’Agata. Sulla sua sommità doveva trovar posto un antico castelliere nord-etrusco.

Gli Isarci (dall’idronimo dell’Isarco che deriva da un tema ariano *eis-/*ois-/*is-, “muoversi velocemente”, come in altri nomi di corsi d’acqua europei come Isar, Isonzo, Isère, Oise ecc., ipotesi di Krahe e Pokorny) erano un antico popolo retico stanziato nella Valle Isarco (Alto Adige), anch’essi sottomessi dai Romani di Augusto con la conquista della Rezia e dell’arco alpino.

A sud del Passo di Resia (sul confine tra Italia e Austria, o meglio, Germania, visto che l’Austria non esiste) si trovava l’antico popolo retico dei Venosti, stanziato in quella che è l’odierna Val Venosta (Alto Adige), e il cui etnonimo ricorda quello di altre genti retiche come Vennoneti, Venni, Vennoni e altri, forse formati o dalla nota radice indoeuropea *weni, “gli amati, gli amici, i benvoluti” (la stessa dei Venetici) oppure dal celtico vindo, “bianco, splendente”, riferito alle nevi, o alle montagne. Il Du Cange ci segnala, comunque, un gallico vanne/venne, “ruscello”. Nel Lago di Resia vi è il celeberrimo campanile che emerge dalle acque, in inverno ghiacciate.

I Carni (dal protoceltico *karnos, “cumulo di pietre”, la stessa dello scozzese cairn) erano un antico popolo celtico delle Alpi orientali stanziato tra Carnia, Carniola e Carinzia, toponimi che rimandano proprio a quell’ethnos. Essi fondarono Akileia (?) da cui successivamente i Romani dedussero la colonia di Aquileia. Antichissima tradizione di origine carnica è la femenate epifanica romboidale (tipica di Paularo, altrove nel Friuli vi sono i pignarûi), connessa ai riti propiziatori celtici di inizio anno, per favorire un buon raccolto.

Un’altra suggestiva tradizione della Carnia, dagli echi celtici, è il tîr des cidulis, ossia il lancio di dischi di legno infuocati (las cidulos, in friulano, dal palese rimando solare di gusto ariano) grazie all’accensione di un grande falò sul culmine di un poggio. Il getto viene accompagnato da una filastrocca benaugurante o scanzonata riguardo una coppia di innamorati. Questa sorta di rituale folcloristico si inscrive nel più ampio fenomeno alpino dei grandi falò solstiziali, belle tradizioni celtiche, ovviamente precristiane, dedicate al moto invernale del sole e rimaste nella memoria popolare delle rustiche genti di montagna.

Gli Istri (dal latino Hister, nome romano del Danubio che dovrebbe derivare da un tema idronimico indoeuropeo similare a quello del classico Ausar o Aisar) erano un popolo composito veneto-illirico, con influssi celtici, stanziato nella regione storica italiana dell’Istria. A loro va attribuita, assieme ai Carni, la cultura dei castellieri. Su di un vaso degli Istri rinvenuto a Nesazio, antico centro istriano di fondazione preromana, campeggiano degli svastika, con buona pace dei titini.

I Liburni (etnonimo incerto, accostabile a gentilizi latini di origine etrusca come Leburnius o Liburnius o ad una radice prelatina *lib, che ritorna nel latino labes, “caduta, crollo, frana”, e pure nel toponimo Labrone e, dunque, Livorno) erano un antico popolo italico affine ai Venetici che abitava le coste settentrionali dell’Adriatico, sponda orientale, tra Istria e Dalmazia. Nonostante gli influssi degli Illiri, quanto gli Istri, sembra accertato fossero pirati e navigatori di lingua affine al venetico. In una delle famose stele di Novilara vi è raffigurato uno scontro navale tra Liburni e Piceni. L’italicità dell’area istro-dalmatica settentrionale è cosa assai antica.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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La Liguria etnica

Regio IX Liguria

Regio IX Liguria, che in età augustea comprendeva solamente il territorio storico dei Ligures, dal Varo ai confini con l’Etruria, ad oriente. Per quanto parte di quest’ultima, la terra degli Apuani (odierna Lunigiana) rientra etnicamente e culturalmente nell’ambito ligure, così come l’area nizzarda. La Liguria romana includeva anche l’Oltrepò pavese e il Piemonte cispadano, territori, assieme alla Liguria canonica, alquanto caratterizzati dalla presenza antica degli Ambrones.

Popoli antichi

I Liguri (secondo Puncuh da una radice anariana *liga che indicherebbe i luoghi melmosi e paludosi abitati in origine da costoro) erano un antichissimo popolo dell’Italia nordoccidentale, per taluni preindoeuropeo per altri indoeuropeo, un tempo stanziato soprattutto tra Po e Mar Tirreno. Anche in questo caso, probabilmente, la verità sta nel mezzo: su di un iniziale, arcaico, sostrato paleo-mediterraneo “iberico” può essersi innestato un successivo, e robusto, strato ariano (anche linguistico) recato in ambito cisalpino dalle genti protoceltiche e italiche calate dai valichi alpini, tanto che l’etnonimo storico con cui i Liguri erano soliti denominarsi – ossia Ambrones – risulta molto simile a quello degli Umbri, con un termine indoeuropeo che richiama la presenza dell’acqua nei territori da essi abitati. Noti manufatti liguri sono le cosiddette statue-stele, tra cui quella di Taponecco (Apuania) è una delle meglio conservate.

I Liguri Apuani (secondo Guazzelli dal termine indoeuropeo *apua, similare a quello che trovasi alla base dell’oronimo appenninico, indicante “punta, cima, vetta”) erano un insieme di tribù liguri stanziate nell’odierno territorio di Lunigiana e Garfagnana, ove sorse il centro romano di Luni (noto per l’anfiteatro con, alle spalle, le Alpi Apuane). Parte di essi, una volta debellati dai Romani, venne deportata nel Sannio dopo il 179 a.C.

Gli Ingauni (il cui etnonimo, per Petracco Sicardi, è forse composto da una radice preindoeuropea *ing- seguita da un classico suffisso etnico celto-ligure -auno-, e che per qualche autore potrebbe essere accostato al nome dei reto-liguri Euganei) erano un’antica tribù ligure stanziata attorno al centro di Albium Ingaunum, l’odierna Albenga. Nota è l’isoletta di Gallinara, al largo della città ligure.

Gli Intemelii (o Intimilii, nome in cui è forse presente il termine celto-ligure *mellum, “collina, collina fortificata”) erano un’antica tribù ligure attestata in ciò che oggi è la moderna Ventimiglia (antica Albium Intimilium, dove Albium, a parere di Falileyev, riprende il classico toponimo ligure Alba, che in celtico vale “bianco”, e quindi “cielo”, ma anche “città capoluogo” o “città posta in alto”, per analogie con il bianco luminoso del cielo, appunto), ma che occupava anche il territorio che andava dal Varo, antico e vero confine occidentale d’Italia, alla vecchia Oneglia-Porto Maurizio, passando per Nizza e Montecarlo.

I Bagienni (o Vegenni, dall’indoeuropeo *bhagos, “faggio”, + suffisso del ligure antico -enn-) erano un’antica tribù ligure stanziata nella Valle del Tanaro, Piemonte sudoccidentale. Loro antica capitale Augusta Bagiennorum, oggi Bene Vagienna (che ha alle spalle il Monviso).

Gli Statielli (o Stazielli, Statiellati, etnonimo da qualcuno accostato alla voce latina statio, “luogo di dimora, soggiorno”) erano un’antica tribù ligure delle alte valli della Bormida che occupava una vasta area compresa tra Liguria appenninica e Piemonte meridionale, attorno all’attuale Acqui Terme (già Aquae Statiellae), dove sorgeva la loro capitale. La città è capoluogo dell’alto Monferrato e dell’Acquese.

La Pietra di Bismantova è una caratteristica montagna dell’Appennino reggiano che nell’antichità ricopriva un importante valore sacrale per i popoli cispadani, in particolare per i Liguri montani. Il toponimo sembra derivare dalla storpiatura del latino Suismontium, “monte del cinghiale” (per via della forma?), nome originale, e derisorio, dato dai Romani al curioso altopiano, difeso strenuamente dagli indigeni. Seppur oggetto dello scherno capitolino, esso divenne monumento della resistenza ligure ai conquistatori romani. Da citare, altresì, la tesi dello studioso Zavaroni, secondo cui Suismontium potrebbe corrispondere ad un ipotetico Mons Mocconius, dal celtico *moccos, “suino, cinghiale”, che è anche antroponimo.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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Emilia e Romagna (Gallia Cispadana)

Regio VIII Aemilia

Regio VIII Aemilia, che includeva l’antico territorio cispadano della Gallia Cisalpina, oggi corrispondente alla regione emiliano-romagnola (o meglio ancora lombarda cispadana).

Il toponimo Emilia deriva dal nome di Marco Emilio Lepido, politico e comandante militare della Repubblica romana, a cui si deve la costruzione della famosa Via omonima che collega sin dall’antichità Piacenza a Rimini, attraversando tutta l’odierna Emilia. A ben vedere Emilia non vuol dire, dunque, nulla di significativo, da un punto di vista etno-antropologico; gli Emiliani non sono altro che Lombardi meridionali, intesi come parte del continuum etnico e storico della Lombardia (già Gallia Cisalpina) che in antico racchiudeva gran parte dell’Italia nordoccidentale colonizzata dai Longobardi, linguisticamente gallo-italica. Il fiume Panaro rappresenta sin dal Medioevo il confine tra Emilia propriamente detta (Lombardia etnica) e l’area di transizione lombardo-romagnola rappresentata dal Bolognese e dal Ferrarese che, comunque sia, fanno anch’essi parte, nella coscienza popolare e identitaria, della Lombardia meridionale/Emilia. La Romagna propriamente detta comincerebbe dunque dal Sillaro che, infatti, separa l’area imolese da quella bolognese.

Popoli antichi

L’elmo celtico di Riolo Terme (Ravenna), ascrivibile ai Galli Senoni, fu ritrovato nelle acque del fiume Senio. Era usanza gallica quella di deporre nelle acque dei fiumi, a mo’ di offerte votive, spade e altri tipi di armi e armamenti. Il territorio romagnolo si forma storicamente dalla fusione di elementi italici, etruschi, gallici e romani ed è proprio grazie al dominio “romano” dei Bizantini che quella terra ebbe il suo nome storico, derivato da Romandiola, la “piccola Romània”. La Romagna vera e propria include la moderna subregione, l’Imolese, il nord delle Marche e alcuni territori appenninici residui della Toscana nordorientale; tuttavia le aree bolognese e ferrarese presentano ancor oggi un aspetto piuttosto ibrido a metà tra la vera e propria Lombardia etnica e le Romagne. Non a caso il fiume Panaro, che grossomodo separa il Modenese dal Bolognese, fu per lungo tempo un importante confine culturale tra terre di tradizione longobarda e bizantina, seppure unite dalla comunanza gallo-romana.

I Lingoni (secondo Delamarre da una radice gallica ling che vale “saltare, balzare” e dunque “i saltatori”, vuoi per pratiche guerriere vuoi per pratiche religiose afferenti il culto di Lug, dio celtico solare) erano un’antica tribù gallica della Cisalpina, stanziata storicamente nell’area del Delta del Po, tra Boi e Senoni. Nel territorio ferrarese occupato in antico dai Lingoni possiamo trovare ancor oggi uno scampolo di quella che doveva essere la maestosa foresta planiziale che ricopriva in epoca antica la Pianura Padana: il Bosco della Mesola. Tra l’altro va anche ricordato che proprio tra odierne Emilia e Romagna trovavasi la famigerata (per Roma) Selva Litana, ove i Galli Boi tesero un agguato ad un grosso contingente romano massacrandolo.

I Boi (da una radice celtica boio-, che potrebbe significare sia “vacca”, secondo Koch, che, “guerriero”, per Pokorny, similare a bogos, “devastatori, distruttori”) erano un’antica tribù gallica stanziatasi sia in Italia che nell’Europa centro-orientale (Boemia), a cui si deve il toponimo gallo-romano di Bologna Bononia, che sostituì l’etrusco Velzna (significante forse “terreno fertile” oppure “luogo fortificato”, sebbene VEL in etrusco stia per “sole”). I Boi occuparono buona parte dell’odierna Emilia liquidando gli Etruschi, e loro importanti reperti sono stati ritrovati nelle necropoli di Monte Bibele e di Monterenzio, nell’Appennino bolognese. Lo stanziamento gallico fu consistente anche nella Gallia Cispadana, dove si sovrappose a quello etrusco-italico e/o ligure. Con la conquista romana una parte dei Boi lasciò l’Italia, prendendo la via spontanea dell’emigrazione verso nordest.

I Friniati (latino Friniates, ma Briniates nei documenti antichi, probabilmente da una radice celtica *bren che indica un luogo scosceso, dirupato) erano un’antica tribù ligure stanziata nell’area appenninica modenese, da cui è derivato il nome del territorio storico del Frignano. In questo territorio si erge il Monte Cimone, il maggior rilievo dell’Appennino settentrionale.

Tra i territori dell’Oltrepò pavese e del Piacentino si trovavano gli Anamari, antico popolo ligure, o celto-ligure, strettamente imparentato con i Marici transpadani del Pavese (e il cui etimo potrebbe essere riconducibile alla radice celtica *mar che indica luogo paludoso o acquitrinoso). Nel territorio degli Anamari si trovava Clastidium (odierna Casteggio), ove nel 222 avanti Cristo i Romani distrussero l’esercito insubrico e dei mercenari transalpini gaesati, preludio alla più antica unificazione italiana. Tra la provincia di Piacenza e quella di Pavia sorge il suggestivo Lago di Trebecco.

Veleia, antica città romana dell’Appennino piacentino, sorgeva in pieno territorio degli antichi Liguri Veleiati (Veleiates o Ilvates, in latino) il cui etnonimo deriva da una radice affine al celtico *var, “acqua”, con classico suffisso etnico -ates, come per i Friniates modenesi. Anche il suffisso -eia potrebbe essere di origine celtica, come nel caso di Aquileia.

Nota: le informazioni storiche, etnografiche e geografiche puntuali sono tratte da Wikipedia.

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