L’eterna polveriera mediorientale e il ruolo dell’Europa

Se non fosse che dietro l’occupazione militare sionista della Palestina ci sono tutti gli sporchi interessi turbo-capitalistici dell’imperialismo unipolare americano, direi che delle eterne beghe semitiche mediorientali tra Ebrei e Arabi ci dovrebbe fregare poco o nulla, essendo di un mondo totalmente estraneo all’Europa e alla sua civiltà. L’Europa è la culla della civiltà, signori, il faro della ragione, il lussureggiante habitat della cultura e dell’equilibrio, coi fanatici personaggi da presepe perennemente intenti a scannarsi per questioni biblico-coraniche non ha nulla a che vedere, per quanto, da 2.000 anni, sia radicato nel nostro continente il virus del monoteismo abramitico. Mi chiedo: cosa diavolo dovrebbe importarci di quanto accade in quell’arido budello di terra levantino, insanguinato da conflitti le cui moderne radici risalgono al periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900, a quando cioè la Palestina venne raggiunta dai veleni ideologici del nascente sionismo mitteleuropeo?

Questi problemi, purtroppo, ci riguardano nella misura in cui condizionano la nostra stessa vita, in quanto governati da canaglie atlantiste che spalleggiano lo stato di Israele, finendo per coinvolgere la stessa Europa in questi inesauribili conflitti che non cessano mai, e anzi, sembrano ora ringalluzzirsi grazie alle sparate di Trump. La sua uscita riguardo lo status di Gerusalemme come capitale ufficiale effettiva dell’entità sionista non è stata certo presa bene dagli Arabo-Palestinesi, e lo credo; la pace in Medioriente è ostaggio degli Israeliani, essendo costoro fuori posto, occupanti abusivi di un territorio che non gli appartiene solo perché la loro presenza fa comodo a chi porta avanti l’agenda mondialista.

La fuffa biblica e la strumentalizzazione ebraica di quelle vicende che vanno sotto il nome di “Olocausto” hanno goffamente giustificato le pretese di un popolo eterogeneo, frammentato, rimescolato, sparso su vari continenti ma unito da una comune fede religiosa, usata come mazza ferrata contro le ragioni della maggioranza arabo-musulmana (e della minoranza arabo-cristiana). Gli Ebrei, da un punto di vista etno-antropologico, non erano certo originari della Palestina essendo agli albori un popolo raccogliticcio ed errante, sovente schiavo dei potentati della mezzaluna fertile e del Vicino Oriente; la terra di Canaan fu raggiunta in un secondo momento, dai Giudei, la cui culla è in realtà una dispersione da ricercarsi nell’antica Mesopotamia. Non c’è che dire: la diaspora è da sempre nelle corde degli Israeliti.

In Israele possiamo trovare tutti i diversi raggruppamenti etnici della gente ebraica. V’è la classe dirigente costituita dagli Ebrei aschenaziti, ossia di quelli originari dell’Europa centro-orientale e della Russia, animatori del sionismo e della cultura yiddish, i più intolleranti, persino con il resto dei correligionari e non solo con gli Arabi o con gli Etiopi falascia convertiti al giudaismo; vi sono i Sefarditi, gli Ebrei del bacino mediterraneo, coloro che vennero espulsi in massa da Spagna e Portogallo durante il Medioevo, più versati per la teologia e la musica che per la vita intellettuale tipica degli Ebrei mittel; infine i Mizrahi, gli Ebrei mediorientali, i più vicini al ceppo ebraico originario, in particolare quelli dello Yemen, che sono di sicuro tra i più semitici degli Israeliti. Come accennato troviamo anche i Falascia, che rappresentano la carne da cannone dell’esercito israeliano, così discriminati che anni fa si sentiva parlare di un progetto di sterilizzazione per contenerne la popolazione.

Ma la maggior parte degli Ebrei non si trova in Palestina, bensì negli Stati Uniti d’America, in particolare a New York e dintorni, segno che, sotto sotto, nemmeno agli Israeliti interessi poi molto il destino di quello che dovrebbe essere il loro stato etnico. Del resto che cosa potrà mai c’entrare un tizio di origini aschenazite con i Beduini e il deserto del Negev? Questa storia della legge del ritorno è una farsa, perché coloro che, 2.000 anni fa, finirono erranti per il mondo dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme messa in atto dall’imperatore romano Tito, non sono certo la stessa cosa di coloro che, oggi, sono loro discendenti, tanto più che il discreto numero di visi europei, a volte nordici, presenti tra gli Ebrei d’Europa è frutto di una certa assimilazione di convertiti, in particolare russi.

Vero, la genetica delle popolazioni ci spiega che il DNA autosomico (ossia non sessuale) degli Ebrei odierni, incluso quello degli Aschenaziti, conserva un’impronta levantina remota al pari delle linee paterne, tanto che la loro similarità genetica ad alcuni popoli dell’Europa meridionale estrema, come i Siciliani, lascia intendere una sicura ibridazione con i geni europei, a partire da quelli dell’isola di Trinacria e del Sud Italia, dove alcuni Ebrei della diaspora finirono durante l’epoca imperiale romana. Dal Sud Italia si spostarono in Renania nel Medioevo, e successivamente, incalzati dalle persecuzioni dei crociati teutonici finirono ad est, a cavallo tra mondo germanico e slavo. La teoria kazara non ha alcuna credibilità e veridicità scientifica.

Viceversa, Gerusalemme è una città siriana, così come la Palestina è una provincia della Grande Siria al pari di Libano, Cisgiordania, Giordania, e il concetto di Israele riguarda solo un’entità politica sionista fortemente voluta dall’imperialismo occidentale, bisognoso di un avamposto strategico in mezzo al mare arabo-musulmano. Senza armamenti americani ed europei (soprattutto degli eternamente compunti Tedeschi) Israele sarebbe stato fagocitato in un sol boccone, altro che vittoriose guerre della seconda metà del ‘900, ed è anche per questo che si finisce per simpatizzare per i Palestinesi, macellati da decenni di strapotere militare e tecnologico israeliano. Lo stato giudaico è l’emblema del capitalismo e dell’unipolarismo americano (e gli Usa sono a loro volta tenuti per le palle dalle influentissime lobby ebraiche stile Aipac), mentre gli Arabi di Palestina, da settant’anni costretti a vivere come profughi o come topi ghettizzati a casa propria, sono l’emblema della lotta socialista dei diseredati abbandonati a sé stessi dall’Occidente capitalista.

Proprio in queste situazioni il terrorismo islamico trova il suo terreno fertile d’elezione, approfittandosene della disperazione, della povertà e dell’ignoranza di gente schiacciata sotto il tallone dell’anfibio sionista dal secondo dopoguerra. Ironia della sorte, i primi bombaroli della regione furono proprio i terroristi sionisti appena sbarcati in Palestina (i membri di Haganah, Irgun e Banda Stern), che prima se la presero con i colonialisti inglesi e poi direttamente con gli Arabi. La cosiddetta “terra santa” è lordata da una lunghissima striscia di sangue che prende le mosse proprio dal ritorno dell’elemento ebraico nell’area, a partire dalla seconda metà dell’800.

Per quanto utopico, ritengo che lo stato di Israele sia fuori posto: gli Ebrei in Palestina possono anche rimanerci, ma non con uno stato proprio perché laggiù è territorio nazionale siriano, e sarebbe una scelta sciocca anche quella di una Palestina libera ed indipendente, staccata dall’orbita di Damasco cui appartiene, quanto il Libano, per dire. L’area verrebbe davvero pacificata sotto il controllo della stirpe sciita alawita del grande Assad, con un governo presidenziale di socialismo nazionale, senza sottane sunnite, terroristi islamici, truppe d’occupazione sioniste, finti ribelli al servizio della Nato e Nato medesima, guidata dalla grossolana sagoma appesantita di Trump, che farebbe bene a badare ai propri affari interni invece di lanciarsi in uscite sciagurate destinate a seminare caos.

La zizzania statunitense è una piaga biblica, fonte di perenne destabilizzazione utile ad Israele e suoi cripto-alleati terroristici (Hamas e falchi israeliani fanno lo stesso gioco) ma altamente dannosa per l’innocente popolazione araba, e anche per quella ebraica, sicuramente. Ci si dovrà scannare e sbudellare ancora per molto tempo, per Gerusalemme? Per quella insignificante (da un punto di vista indoeuropeo) città che per secoli è stata fonte di odio, fanatismo, violenze esasperate, bigottismo farisaico di marca semitica, ma che certi politicanti-lacchè nostrani pro Israele possono ritenere addirittura la culla delle origini spirituali d’Europa. Culla delle nostre origini? Le nostre origini sono squisitamente europee, e dipartono dal tronco dell’albero indoeuropeo grazie a Italici, Romani, Celti, Greci, Etruschi (che indoeuropei originari non erano ma che di sicuro avevano una grande componente indoeuropea assorbita nel cuore d’Italia). Per le tenebrose fiabe del deserto palestinese non ci dovrebbe essere più spazio, poiché la civiltà europea è frutto del genio europeo, non di bislacche alchimie bibliche levantinamente mescolate con rimasugli pervertiti di tradizione ariana.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/12/leterna-polveriera-mediorientale-e-il-ruolo-delleuropa.html

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50 ragionevoli motivi per difendere la Lombardia e la sua identità etnica – Parte V

Eccoci all’ultimo appuntamento sulle 50 buone ragioni che, a mio avviso, rappresentano altrettanti validi motivi per difendere e preservare la natura etno-culturale della Lombardia, in quanto piccola patria storica plurimillenaria e non vuoto contenitore regionale senza legittimità sangue e suolo, come vanno affermando i suoi detrattori anti-identitari, spesso e volentieri per giunta lombardi ma quasi sempre, invece, utili e ignorantissimi idioti al servizio della causa mondialista. Una causa volta alla distruzione della biodiversità italiana ed europea e dunque all’annientamento identitario dei popoli e alla devastazione dell’ambiente naturale che li circonda. Qui trovate la quarta parte.

41) Cultura. È evidente che le differenze che vi sono tra Nord, Centro e Sud Italia riguardano anche diversità psicologiche e caratteriali, culturali, che si riflettono su mentalità, indole, inclinazioni. Sono frutto di secoli di storia diversificata grazie alle differenti vicende socioeconomiche e politiche e, se a Nord e in Toscana la nascita e l’evoluzione del libero comune ha contribuito alla formazione della mentalità imprenditoriale, dello spirito d’autodeterminazione e dell’individualismo (anche in termini di campanilismo), al Sud (come a Roma col papa) il potere feudale, accentratore e latifondista del Regno di Sicilia e di Napoli ha disabituato i popoli meridionali alla diretta gestione della propria vita pubblica, il che ha contribuito al valzer dei dominatori ma anche alla nascita delle mafie e a quella diuturna stasi in cui sembra immerso il Mezzogiorno. D’altro canto, il carattere di un popolo dipende sicuramente dal proprio peculiare impasto etnico, risultato dell’unione tra il dato di sangue e quello di suolo.

42) Famiglia. Una caratteristica sociologica meridionale che molti studiosi hanno preso in considerazione è il cosiddetto “familismo”, ossia il privilegiare gli interessi della famiglia, del proprio clan, a scapito di quelli della comunità, che a volte porta al fenomeno mafioso e a tutte le spiacevoli questioni ad esso connesso. Al Nord invece, e dunque anche nella Lombardia etnica, si tende ad avere una mentalità più aperta sul ruolo della famiglia, senza che questa vada ad inficiare il benessere collettivo. Ciò riflette le complesse vicende storiche d’Italia, con un Nord più dinamico ed intraprendente e un Sud più ripiegato su sé stesso e sul singolo nucleo famigliare, il che può comportare anche uno scarso spirito civico.

43) Società. Al Sud, in effetti, mancano spesso spirito cooperativo e fiducia tra cittadini (vedi capitale sociale), mentre in Lombardia, e più genericamente al Nord, vi è maggiore collaborazione, sinergia, sforzo comunitario, dinamismo dovuto anche alle vicende storiche di continuo conflitto che distinguono il Settentrione da un Mezzogiorno “addormentato” e unito sotto il potere centralista del regno per un millennio quasi, rassegnato al dominio straniero. Sicuramente al Nord c’è un certo spirito liberale che manca al Sud, il che non è per forza di cose detto che sia qualcosa di sempre positivo… E, capiamoci: il fatto che il Nord sia più laborioso, ricco, intraprendente, meglio organizzato, virtuoso (per tutta una serie di vicissitudini storiche) non presuppone una sua superiorità nei riguardi della controparte centro-meridionale.

44) Mentalità del lavoro.  Uno dei fattori culturali (e socioeconomici) più evidenti nel campo delle differenze che intercorrono tra Nord (soprattutto Lombardia) e Sud riguarda la diversa concezione del lavoro, la diversa mentalità del lavoro. Al netto delle battute da osteria, è evidente che in virtù della propria storia (e del proprio ambiente, oserei dire), il Settentrione sia, come detto sopra, più ricco, dinamico, intraprendente, industrioso rispetto al Meridione, che di certo risente ancor oggi di secoli di sistema feudale che inchiodava i contadini al latifondo senza alcuna miglioria agricola da parte del potere centrale e baronale. Senza contare sul fenomeno mafioso, l’arretratezza, l’atavica diffidenza, la classe dirigente spagnolesca ancor oggi corrotta e l’abbandono da parte dello stato. Non è vero che il Nord si è arricchito sulle spalle del Sud a partire dal Risorgimento: è evidente che l’indole, la mentalità, le inclinazioni e la cultura di un popolo sono legate ad etnia ed ambiente, e affondano le proprie radici nel passato più remoto.

45) Economia. La Lombardia etnica non è diventata ricca, prospera, industrializzata e sviluppata perché col Risorgimento avrebbe derubato un regno meridionale all’avanguardia su tutta la linea, rispetto ad un Nord degradato e con le pezze al sedere (questa è piagnucolosa propaganda meridionalista, di chi preferisce dare la colpa dei propri guai agli altri invece di farsi un serio esame di coscienza e rimboccarsi le maniche); la ricchezza e la prosperità della Lombardia era ben nota sin dai tempi dei Romani, e soprattutto Milano era già all’epoca un centro ricco e sviluppato grazie ai commerci, all’agricoltura e all’allevamento, alle attività artigianali, all’imprenditoria ante litteram. La fortuna della Lombardia è la sua felice posizione geografica, immersa nella fertile Pianura Padana, bagnata da una moltitudine di fiumi (primo tra tutti il Po), torrenti, corsi minori, canali, risorgive, con importanti laghi glaciali, e situata nell’area di contatto tra il mondo centro-europeo e quello mediterraneo. Il che, ovviamente, viene rispecchiato dal carattere della gente indigena che queste terre abita.

46) Liberalismo. Non è qualcosa di cui andar fieri, naturalmente, ma una delle grandi differenze socioeconomiche e politiche tra Nord e Sud sta nella mentalità liberale del primo contrapposta a quella più conservatrice e statalista del secondo, retaggio del passato borbonico. Anche questo, in effetti, può aver frenato lo sviluppo del Meridione, oppresso dal centralismo del regno, a fronte di un’Italia nordoccidentale e Toscana ove vigevano libero scambio, spirito imprenditoriale liberale ed importanti riforme in campo agrario. Ancor oggi abbiamo una Lombardia al passo coi tempi e un Sud che fatica ad ingranare, zavorrato com’è da problemi che sembrano insanabili.

47) Individualismo. La ricchezza e il benessere diffuso, in Lombardia, hanno promosso uno stile di vita borghese molto centrato sull’individualismo, mentre altrove in Italia (soprattutto a Sud, chiaramente) rimane un più forte attaccamento alla famiglia e/o alla solidarietà comunitaria, che dipende molto da una situazione economica meno felice rispetto a quella lombarda. La prosperità dell’Italia nordoccidentale ha i suoi lati positivi, ovviamente, ma anche i suoi coni d’ombra, che implicano un certo sradicamento dalla propria più intima dimensione etno-comunitaria e famigliare.

48) Imprenditoria. La Lombardia etnica è, sin da tempi non sospetti, una grande realtà imprenditoriale che ha sempre trovato il modo ideale per mettere appieno a frutto le grandissime potenzialità produttive della pianura, con il suo straordinario reticolo idrografico padano, e la sua innata vocazione ai commerci, all’artigianato, all’agroalimentare, all’industria. Basterebbe il solo esempio di Milano e delle sue secolari politiche agricole, alla base di una inclinazione imprenditoriale che affonda le proprie radici nel passato gallo-romano. 

49) Criminalità. La criminalità organizzata in Lombardia è un fenomeno d’importazione, in particolare meridionale, diffusosi nel secondo dopoguerra sulla spinta degli esodi interni da sud verso nord e, più di recente, dall’immigrazione allogena. Non si vuole ridurre, ovviamente, il Meridione d’Italia alle mafie ma di sicuro se cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita e altre mafie generiche sono nate e si sono sviluppate al Sud si deve, ancora una volta, a questioni culturali e ambientali. Anche i Lombardi hanno i propri difetti, non esistono popoli perfetti, ma di certo mafia e crimine organizzato non fanno parte del DNA storico lombardo.

50) Birra. L’Italia, tutta, è il regno del vino, come in tutti i Paesi dell’Europa centro-meridionale, e anche la Lombardia etnica dà il suo robusto contributo in materia enologica, producendo ottimi vini. Tuttavia esiste pure una tormentata storia di consumo della birra, bevanda spiccatamente celto-germanica, che va dal primato dell’attestazione nel consumo grazie ai ritrovamenti golasecchiani di Pombia (Novara) alle importazioni degli invasori germanici medievali; in epoche più recenti la produzione autoctona fu limitata ad alcune vallate alpine, per tornare in voga nel ‘700 grazie alla venuta nell’Italia settentrionale di alcuni birrai ed industriali tedeschi. Alla diffusione del consumo di birra contribuì anche l’occupazione asburgica del Lombardo-Veneto, ma soprattutto il decollo otto-novecentesco di birrerie e birrifici con noti marchi lombardo-etnici ancor oggi esistenti.

Mi auguro, grazie a queste cinque tappe percorse, di avervi fornito 50 spunti su cui riflettere, poiché l’identità etnica della Lombardia non deve essere qualcosa di vacuo, superfluo e dunque di obliato, ma motivo di riscoperta e di approfondimento prima di tutto per noi Lombardi, al fine di maturare uno spirito comunitarista, che possa integrarsi al meglio nel quadro del patriottismo nazionale, un patriottismo vivo, reale, animato dall’etnonazionalismo. La propria coscienza identitaria locale trova la sua naturale sede nel patriottismo italico etno-federale, prima ancora che in un europeismo etno-culturale. Non dobbiamo ridurre l’Italia alla Repubblica Italiana, ma al contempo non dobbiamo dimenticare che le nostre radici più profonde e intime affondano in quel retroterra comunitario, sub-nazionale, che prima di renderci italiani fa di noi degli individui gallo-romanzi cisalpini influenzati, in parte, dai germanici Longobardi, ossia dei Lombardi.

Saluu Lombardia!

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Guardatevi dalla “democrazia” antifascista, non da chi la mette in discussione

Trovo veramente inquietante che un’ampia fetta della popolazione italiana, chiaramente plagiata dai media di regime, ritenga possa esservi una “emergenza neofascismo” e non, piuttosto, un’emergenza legata al dilagare dell’immigrazione, della criminalità e del terrorismo ad essa connessi, che è soprattutto un’emergenza relativa ai devastanti effetti dell’agenda mondialista. Infatti, le stesse ipotetiche intemperanze “razziste” che potrebbero palesarsi tra il popolo non sarebbero altro che il frutto di questa nefanda guerra tra poveri scatenata dalle sciagurate scelte dei governi (non eletti) di marca piddina, ma che comunque, intendiamoci, non si  discostano poi di molto dai governi di quegl’altri, che si lanciano in virtuosismi patriottici solo quando sono all’opposizione…

Da quando il membro del Partito Democratico Fiano ha avuto la brillante idea di inventare una nuova leggina liberticida per sanzionare i comportamenti in odore di neofascismo (ma, è ovvio, questo è il pretesto, è facile intuire come le vere intenzioni del Fiano vadano ben oltre le solite beghe fuori tempo massimo tra neri e rossi…) abbiamo assistito ad uno stillicidio di strumentalizzazioni politiche, da parte antifascista, di tutta una serie di baggianate balzate agli onori della cronaca, baggianate vendute come “preoccupanti rigurgiti di squadrismo fascista”.

Giusto per citare qualche episodio, come non ricordare il casus belli della “spiaggia fascista” di Punta Canna (Venezia), risoltosi in un nulla di fatto perché nessun magistrato si è sognato di condannare il gestore, un vecchio pittoresco involontariamente comico? Oppure la gazzarra inscenata dalla comunità ebraica di Roma per quattro figurine laziali ritraenti Anna Frank con la casacca romanista? O ancora il giovane calciatore bolognese che, dopo aver segnato alla squadra di Marzabotto, si è sollevato la maglia da giuoco mostrando il vessillo della RSI con tanto di saluto romano? Per concludere con l’azione polemica di alcuni skin comaschi irrotti in uno stanzino durante una riunione di panciafichisti arcobalenati del Lario…

L’ultima chicca è, comunque, giunta ieri sera, con la notizia (?) di una bandiera “neonazista” appesa in una caserma toscana dei Carabinieri. Ho virgolettato perché il neonazismo non c’entra assolutamente nulla, essendo quel vessillo l’insegna ottocentesca (molto bella) della marina da guerra prussiana, e il fatto che talvolta possa essere sventolata da gruppi neonazisti non fa di essa una bandiera neonazista. Oltretutto, potrebbe anche trattarsi del frutto di un sequestro. Però lo capite da voi, amici, queste scempiaggini vengono abilmente strumentalizzate dalla stampa, dai politici, dagli antifa, da centri sociali e dintorni e dai vari sputasentenze da salotto televisivo che vogliono a tutti i costi creare il caso della settimana sbattendo in prima pagina il (fantomatico) ritorno del nazifascismo.

Si chiamano armi di distrazione di massa, poiché sapendo bene che ogni volta che si discetta di roba di più di 70 anni fa su fascismo, nazismo, Shoah, partigiani, Duce ecc. ecc., in Italia, si solleva un polverone che dura per giorni e giorni (oscurando i veri fatti di cronaca e politica), i professionisti dell’antifascismo (in assenza di fascismo, ricordiamocelo) gettano benzina sul fuoco finendo per ingigantire delle fesserie che, altrimenti, rimarrebbero nel ristrettissimo ambito del paese o, al massimo, della provincia. E questo a che pro? Semplice: creare ad arte il ritorno del fascismo, dare a bere al popolaccio che stanno tornando le bastonate e le sorsate coatte di olio di ricino, lo squadrismo, i gerarchi in orbace, le leggi razziali e, perché no, pure una bella guerra civile, affinché tutto quel che riguarda la VERA emergenza che l’Italia, come il resto dell’Europa, sta vivendo passi in secondo o terzo piano, ma venga anche nascosto sotto il tappeto. E quale sarebbe questa emergenza? Quella ricordata in apertura: i devastanti effetti del mondialismo, tra cui l’invasione dei novelli barbari.

Soggetti politici come la Lega di Salvini, CasaPound, Forza Nuova e altri movimenti minori semisconosciuti, anche se spacciati per compagini di razzisti, di fascisti, di nazisti, di suprematisti e chi più ne ha più ne metta, non sono in nessun modo pericolosi per la tanto amata democrazia, e sapete perché? Perché la tanto amata democrazia è la novella forma di totalitarismo sotto il segno dell’antifascismo, dove abbondano reati d’opinione sempre nuovi per terrorizzare e mettere a tacere le persone. La democraticissima Repubblica Italiana è tenuta in pugno dai poteri forti globali basati sui danari dei banchieri e sulle armi dell’occupante americano, e nonostante questo vorreste venirci a dire che il pericolo per l’Italia sono Salvini, Di Stefano e Fiore, e magari pure la Meloni?!

E vi dirò di più, tutti questi personaggi citati, se rappresentassero davvero un pericolo per lo status quo sarebbero già stati fatti sparire da un pezzo, nel senso che i loro soggetti politici si sarebbero presto sciolti come neve al sole. Io elogio tutti coloro che si danno da fare nel concreto, e non solo a chiacchiere, per essere militanti identitari e patriottici, ma i quadri dirigenziali dei partiti non vanno mai incensati, perché la storia politica italiana ci insegna benissimo come il voltafaccia sia dietro l’angolo, vuoi per convenienza, vuoi per paura, vuoi per omologazione. La parabola della Lega Nord è lì che parla da sola, ed è inutile che ora Bossi faccia la voce grossa contro Salvini, considerando che la Lega si è ridotta al rango di cagnolino di stato proprio per colpa sua e dei suoi scandali “troteschi” e tanzaniani. Anzi, si può dire che Salvini, quel partito, lo abbia un minimo rivitalizzato, altrimenti si sarebbero liquefatti immediatamente dopo le peripezie della primavera 2012. Non fatevi dunque delle illusioni su chi aspira a comandare senza mettere in discussione la Costituzione e la natura partigiana e filo-atlantica di questa repubblichetta: i problemi vanno risolti alla radice, inutile limitarsi a ciò che si vede in superficie, altrimenti la testa della bestia, inutilmente mozzata ogni volta, ricrescerà puntualmente.

In Italia, indi, non esiste alcuna emergenza neofascista perché i tempi delle camicie nere sono tramontati da un bel pezzo, e in un certo senso è un bene perché al Paese non servono idee, rituali e concetti del passato ma progetti volti al presente e al futuro che riescano a coniugare l’identità e la tradizione dei popoli d’Italia e d’Europa con la necessità di non rimanere fermi e fossilizzati, poiché il mondialismo si combatte e si può vincere solo affinando le proprie armi, svecchiandosi dove serve e mantenendosi sempre pronti, dinamici, intraprendenti e ricchi di idee vieppiù luminose, destinate a trapassare e sconfiggere le tenebre dell’oscurantismo globalista che domina le nostre terre da, ormai, sin troppo tempo.

Quello che, invece, deve rimanere per sempre principio fermo e irrinunciabile riguarda la difesa assoluta di Sangue, Suolo, Spirito, senza di cui non esisterebbe alcuna identità, alcun popolo, alcuna nazione, alcun futuro, poiché verrebbero triturati dal fagocitante nulla che avanza con l’avanzare dell’occidentalizzazione all’americana dell’Europa e del mondo intero. Ma per difendere i più alti e nobili ideali che dobbiamo avere serve molta intelligenza, molta furbizia e molta saggezza, che vanno uniti alla coerenza, alla tenacia e alla sana cattiveria agonistica, per così dire, derivanti dall’amore irriducibile per le nostre radici etniche, per il nostro territorio e per la nostra millenaria cultura forgiata nei secoli dalle menti indoeuropee.

Guardatevi dagli affabulatori in giacca e cravatta, che si riempiono la bocca della parolina magica “democrazia”, e che vedono complotti neofascisti in qualsiasi cosa possano essi immaginare, e non dai fantomatici squadristi 2.0, mostri di carta creati a tavolino da chi collabora zelantemente con l’auto-genocidio dei popoli europei. L’Europa dopo oltre 70 anni di propaganda antifascista ne esce con le ossa rotte e la riscossa è in buona parte compromessa da una quasi totale assuefazione alle infamie anti-identitarie diffuse dai nostri nemici; tuttavia, una volta compreso come il vero pericolo sia il totale annichilimento dell’orgoglio etnico europeo, e non certo 4 nazistelli, si potrà cominciare a rialzare la testa senza più prestare, inutilmente, il fianco a chi non aspetta altro che la benché minima inezia per affossare definitivamente le sacrosante istanze etnonazionaliste e tradizionaliste. Noi siamo coloro che non si arrendono di fronte all’odierna temperie omologatrice, e per quanto minoranza abbiamo il diritto e il dovere di non appiattirci sulla linea dell’orizzonte unipolare, perché il compito è svegliare dal coma post 1945 il più alto numero possibile di nostri simili.

Ave Italia!

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50 ragionevoli motivi per difendere la Lombardia e la sua identità etnica – Parte IV

Eccoci al quarto appuntamento sulle 50 buone ragioni che, a mio avviso, rappresentano altrettanti validi motivi per difendere e preservare la natura etno-culturale della Lombardia, in quanto piccola patria storica plurimillenaria e non vuoto contenitore regionale senza legittimità sangue e suolo, come vanno affermando i suoi detrattori anti-identitari, spesso e volentieri per giunta lombardi ma quasi sempre, invece, utili e ignorantissimi idioti al servizio della causa mondialista. Una causa volta alla distruzione della biodiversità italiana ed europea e dunque all’annientamento identitario dei popoli e alla devastazione dell’ambiente naturale che li circonda. Qui trovate la terza parte.

31) Sacro Romano Impero. Le vicende medievali e moderne della Lombardia sono intimamente legate a quelle del Sacro Romano Impero, per quanto spesso burrascose e caratterizzate dalla disfida, nella disfida (tra comuni e corona imperiale), tra guelfi e ghibellini, come accaduto anche per l’Italia centrale, a partire dalla Toscana. Le rivendicazioni dell’Impero sul Nord Italia testimoniano ulteriormente la natura di anello di congiunzione tra Europa centrale e Mediterraneo che ricopre da sempre il Settentrione.

32) Orbita franco-tedesca. Riagganciandosi a quanto sopra, c’è anche da dire che la Lombardia ha sempre ruotato attorno all’orbita rappresentata da Francia e Germania, basti pensare ai Galli, ai Franchi, all’Impero, al Regno di Francia, a Napoleone e al Lombardo-Veneto. Questo non è un dato di cui vantarsi ma è un dato di fatto che conferma come la Lombardia sia sempre stata coinvolta negli sviluppi geopolitici dell’Europa centrale e ne abbia risentito anche in termini etno-culturali (pure medievali).

33) Separazione di 1.500 anni. Non dobbiamo dimenticare che con il tracollo dell’Impero romano e del Regno degli Ostrogoti l’Italia restò politicamente divisa per un millennio e mezzo e questo non va visto, necessariamente, come una tragedia ma una tendenza piuttosto ovvia in un contesto alquanto eterogeneo come quello italiano. Questa separazione ha contribuito a plasmare ulteriormente le grandi identità etno-culturali del Paese, nel cui novero rientra anche la Lombardia etnica.

34) Civiltà comunale. Un prodotto storico squisitamente lombardo (e, ovviamente, toscano) è la civiltà dei liberi comuni medievali, frutto della nascente borghesia cittadina dell’epoca, la cui vivacità ci testimonia quanto la società centro-settentrionale fosse ricca, dinamica ed intraprendente già molti secoli addietro, e in rotta di collisione col potere accentratore del SRI. Anche la Lega Lombarda testimonia la comune presa di coscienza (anche se più economica che altro) dei Lombardi, che si uniscono per difendere i propri interessi stringendosi intorno a Milano.

35) Croci lombarde. La croce di San Giorgio (guelfa) e quella di San Giovanni Battista (ghibellina), unitamente al loro stesso cromatismo bianco-rosso, sono da secoli simboli indiscussi e peculiari della Lombardia etnica e delle sue comunità padano-alpine. La distanza temporale ci permette di osservare con distacco le vicissitudini politiche e socioeconomiche del Medioevo, ed è per questo che non dobbiamo commettere l’errore di esaltare la Lega Lombarda ai danni dei comuni fedeli all’Impero, e viceversa. L’identità dei Lombardi passa per ogni aspetto storico, genuino, che ha contribuito a forgiare il tipo gallo-romanzo cisalpino, erede dei Longobardi.

36) Visconti. Gian Galeazzo Visconti fu colui che portò il Ducato di Milano al suo apogeo, conquistando tutto il territorio lombardo-etnico, che già nel Medioevo includeva tutta l’Italia nordoccidentale. Per quanto il Ducato fosse espressione della potenza milanese, più che dell’unità lombarda, il dominio dei Visconti è certo degna di nota per avere, in un modo o nell’altro, riunito politicamente la Lombardia (in particolare il suo settore centrale, insubrico), che dopo il dominio longobardo e franco venne inquadrata in una marca imperiale nel contesto del SRI (attorno all’anno 888).

37) Ducati padani. La Pianura Padana fu interessata, nel corso dei secoli, dalla presenza di diversi potentati come il Ducato di Mantova, quello di Parma e Piacenza, quello di Reggio e Modena e di Ferrara. Anche questi sono elementi identitari del territorio, che hanno influenzato la cultura e l’indole dei popoli. Vale la pena ricordare anche i due marchesati piemontesi, quello del Monferrato e di Saluzzo. Del resto, dopo l’epopea comunale, comparvero le signorie, anche questo fenomeno specifico dell’Italia settentrionale e centrale.

38) Savoia. Il Piemonte è Lombardia occidentale (anche perché il suo nome è solo un coronimo), perciò anche le vicissitudini sabaude vanno inquadrate nell’ambito lombardo-etnico. I Savoia erano una casata straniera, arpitana, ma radicalmente collegata a quanto accadde storicamente in Lombardia, ed anche per questo, nel bene e nel male, il Risorgimento fu un fenomeno principalmente nordoccidentale. La Prussia italiana è dunque parte integrante del quadro etnico nostrano.

39) Venezia. La Serenissima, naturalmente, appartiene del tutto all’ambito venetico ma, come sappiamo, ebbe storici legami con la terraferma lombarda: Brescia, Val Camonica, Bergamo, Crema passarono, non sempre stabilmente, dal dominio milanese a quello veneziano e risentirono, anche culturalmente, del buongoverno di San Marco e della società veneta. Nel periodo rinascimentale, sotto la Repubblica veneta, città come Bergamo e Brescia diedero il meglio di sé stesse, in particolar modo da un punto di vista artistico.

40) Rito ambrosiano. Naturalmente non riguarda tutta la Lombardia ma solo i territori dell’arcidiocesi di Milano (del presente ma anche del passato), e rappresenta anch’esso un elemento di originalità all’interno della Lombardia etnica, nel suo fulcro insubrico ruotante attorno alla nostra capitale, Milano. Secondo qualcuno, tra l’altro, potrebbe essere alla base del rito gallicano o, forse meglio, una versione romanizzata del primo (dunque del rito occidentale ispano-gallico e celtico). Il resto del territorio, ovviamente, appartiene al rito cattolico romano.

Fine quarta parte.

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Maschilismo? La schiavitù femminile è il degrado anti-tradizionale

Da quando è scoppiato (in grandissimo ritardo) il caso Weinstein negli Usa, sollevato da attrici e attricette che, misteriosamente, si sentono violate a vent’anni di distanza, anche in Italia è scattata la caccia alle streghe finalizzata ad individuare il maniaco famoso di turno, procurando però strascichi che si riflettono anche sulla vita di tutti i giorni della gente comune. Si capisce bene, è una farsa, perché se non fosse stato per il vento d’oltreoceano nessuno qui si sarebbe sognato di sollevare un polverone mediatico attorno a personaggi accusati di vere o presunte molestie sessuali ai danni di ragazzine cresciute che “vorrebbero lavorare nel mondo dello spettacolo” (un mantra patetico, ormai, perché lavoro e spettacolo non possono trovarsi nella stessa frase, e questa fregola dell’apparire a tutti i costi rivela tutta la spoetizzante superficialità e frivolezza dei tempi moderni).

Ci sarebbe da chiedersi come mai certe donne denuncino violenze sessuali dopo decenni, tutte insieme, accusando la stessa persona; il sospetto che, a loro modo, siano state conniventi non fa fatica ad affacciarsi, pensando soprattutto al fatto che qui si tratti di “dive” del cinema, del marasma hollywoodiano, che prima di uscire allo scoperto hanno tenuto buono per vent’anni il danaroso pappone che gli ha permesso di fare carriera. Questo sinché il suddetto pappone non è caduto in disgrazia facilitando le operazioni di denunzia da parte delle sue “vittime”, dando successivamente il La alla smania di accuse italiche piovute addosso a soggetti noti o meno noti del Bel paese, come il regista Brizzi.

Cari amici, è naturale che le violenze contro le donne vadano condannate, anzi, sarebbe anche bene mettersi in testa che un uomo che alza le mani su di una donna o che perde la testa e il controllo arrivando a perseguitarla o peggio è un debole, un fallito, un castrato, però si deve marcare una bella distanza tra le povere disgraziate comuni che vengono realmente violate, malmenate, terrorizzate e financo uccise e le ricche capricciose che un bel giorno si svegliano con la luna storta e decidono, misteriosamente, di vuotare il sacco, proprio ora, ai danni del facoltoso lenone. In tutta sincerità ho anche più rispetto per una poveraccia costretta a prostituirsi per vivere che per le stelle di cartapesta del mondo dello spettacolo, o per quelle donne senza arte né parte che vogliono a tutti i costi darsi a canto, danza, cinema, teatro, tv ecc. perché, in maniera infantile, sprezzano il lavoro onesto quotidiano e una normale vita che è quella della stragrande maggioranza delle persone.

Se una donna viene realmente stuprata, molestata seriamente, ricattata, assoggettata denuncia immediatamente, non aspetta vent’anni, a maggior ragione se è una donna agiata e circondata da vizi e lusso; in caso contrario il sospetto che ci sia sotto qualcosa che non quadra è più che legittimo, e la sensazione di sozzura che queste civettuole possono sentirsi addosso appare più come un modo per finire al centro dell’attenzione dopo, magari, anni di oblio e di prestazioni anonime. Non sto ovviamente dicendo che delle violenze su donne di spettacolo siano meno importanti di quelle su donne normali, ma è evidente che se queste attricette accusano uno, in massa, dopo decenni è perché gli ha fatto comodo tacere per tutto questo tempo.

Ci sono, sicuramente, casi in cui una donna non può effettivamente denunziare, ma si tratta, oggi, di casi limite in Occidente che nascono spesso da situazioni di totale degrado e abbandono, di disagio e povertà, di ignoranza e di violenze quotidiane. Queste sì che sono vittime e necessitano di aiuto e di riscatto, per venir salvate da un mondo di squallore che sovente ha origine da grame vite bruciate nei sobborghi periferici delle metropoli alienanti e cosmopolite di oggi, e dunque da immigrazione di massa e società multirazziale.

Quando invece la cronaca viene animata da notizie come quelle relative a Weinstein, sembra davvero di essere finiti al centro di una moda, che presto contagia tutto l’Occidente, perché si sa, oggi quel che accade negli Stati Uniti deve per forza di cose avere una ripercussione sulle sue colonie d’oltreoceano, quelle del vecchio continente, dove la sottocultura americana trova la sua massima realizzazione grazie all’amorfa massa di zombie che infestano l’Europa occidentale. Essendo una moda questa tendenza raggiunge gli assurdi delle mode dove, a momenti, uno deve stare attentissimo a guardare una donna o a rivolgerle la parola perché potrebbe rappresentare una molestia. Infatti dopo gli scandali attribuiti al produttore giudeo-americano ecco fioccare segnalazioni di abusi da parte di una pletora di famosi attori, registi, politici, giornalisti, cineasti e chi più ne ha più ne metta, abusi – guarda caso – denunziati solo ora.

Il vittimismo furbacchione di certe donne occidentali è un modo come un altro per auto-assolversi dalle proprie colpe, per scaricare tutto addosso ad altri, per evitare accuratamente di guardarsi dentro e scoprire i propri lati oscuri, cercando di risolverli. Ma quando mai? La colpa è sempre di terzi e i propri capricci vanno giustificati in ogni modo inventandosi il gran complotto misogino ai danni di donne la cui “emancipazione” ha comportato per loro una nuova schiavitù, che è quella del mercato, del consumismo e della mondanità eretta a ragion di vita. Come spesso accade nel passaggio tra società bigotta in senso cattolico e postmoderno si passa da un eccesso all’altro, e se un tempo la donna era del tutto soggetta al marito o ai famigliari maschi oggi è così drogata dall’anarco-individualismo e dall’omologazione materialista che si sente libera di fare quel che le pare pur essendo in realtà la schiava che non avrebbe mai il coraggio di ammetterlo.

Schiava delle mode, dei cliché, dei pregiudizi anti-tradizionali e anti-identitari, dell’effimero, dell’apparire e del capriccio che la rende instabile, schiava anche di certo turpe immaginario maschile perché non ci si può lamentare delle morbose attenzioni dell’uomo se si finisce su calendari poco ortodossi o in programmi televisivi dove l’oscena ostentazione della femminilità diventa cibo vitale per quegli stessi individui che poi vengono accusati di molestie. Un uomo degno di questo nome naturalmente non cede di fronte a queste amorali tentazioni  e non è che se vede una donna scollacciata perde il controllo; però la donna scollacciata dovrebbe ricordarsi che esiste un decoro e che denudandosi non dimostra di aver maggiore dignità di una poveraccia mediorientale mandata in giro con uno scafandro a 50° all’ombra.

Si ciancia tanto, a sproposito, di parità, di quote rosa, di post-femminismi, di violenze sulle donne, di femminicidi ecc. ma, salvo i casi di cronaca nera dove si parla di criminalità omicida (non femminicida, omicida), se, oggi, la donna occidentale finisce in situazioni poco piacevoli dovrebbe anche avere il coraggio di farsi un piccolo esamino di coscienza piuttosto che gettare sempre e solo fango addosso al genere maschile, accusato di ogni nefandezza. Non si può pretendere parità di trattamento a tutti i costi se non si è anche disposte a prendersi la propria sana dose di doveri e di responsabilizzazioni, e quindi di crescere, di maturare e smettere i panni delle eterne principessine Disney.

In realtà, lo sappiamo, uomo e donna non sono uguali, sono complementari, ed entrambi fondamentali per preservare l’ordine naturale delle cose e conservare la stirpe. Non si tratta di una guerra in cui v’è un superiore o un inferiore proprio perché maschile e femminile sono concetti differenti dell’essere umano, non sono in competizione, e devono vieppiù cercare di mantenere un equilibrio affinché riescano ad integrarsi senza sopraffarsi a vicenda. Non dimenticatevi mai che la zizzania tra uomo e donna la seminano i nemici di entrambi, il cui scopo è annientare le identità, la tradizione, la natura, la famiglia e le nazioni per instaurare il regime terroristico del mondialismo, che d’altronde è lo stesso che defeca anche gli islamismi e altri tragicamente ridicoli estremismi, ascari di un disegno di sovversione globale che ruota attorno al denaro apolide dei finanziocrati.

Care donne, non fatevi infinocchiare dalle cialtronerie femministe e postmoderne, che vi vogliono sciocche e vuote marionette facilmente manovrabili dalla pancia del mercato: la vera libertà, la vera realizzazione e il vero coronamento della vostra (sana) femminilità stanno nel solco tracciato dall’ethos dei nostri Padri indogermanici, grazie a cui esiste la civiltà europea, quella stessa civiltà che vede nella donna non una schiava, non una pezza per i piedi, non un giocattolo sessuale ma la signora della propria vita che riesce ad individuare i suoi veri nemici senza sparacchiare nel mucchio evocando lo spettro maschilista e misogino, perché conscia della sua innata missione, che è quella di mettere la propria esistenza, così come quella maschile, al servizio del più alto degli ideali: quello del comunitarismo völkisch.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/11/maschilismo-la-schiavitu-femminile-e-il-degrado-anti-tradizionale.html

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50 ragionevoli motivi per difendere la Lombardia e la sua identità etnica – Parte III

Eccoci al terzo appuntamento sulle 50 buone ragioni che, a mio avviso, rappresentano altrettanti validi motivi per difendere e preservare la natura etno-culturale della Lombardia, in quanto piccola patria storica plurimillenaria e non vuoto contenitore regionale senza legittimità sangue e suolo, come vanno affermando i suoi detrattori anti-identitari, spesso e volentieri per giunta lombardi ma quasi sempre, invece, utili e ignorantissimi idioti al servizio della causa mondialista. Una causa volta alla distruzione della biodiversità italiana ed europea e dunque all’annientamento identitario dei popoli e alla devastazione dell’ambiente naturale che li circonda. Qui trovate la seconda parte.

21) Romània occidentale. La Lombardia, come tutto il Nord, appartiene al mondo romanzo occidentale al pari delle lingue iberiche e francesi, e si smarca dall’ambito tosco-italico peninsulare (che è romanzo orientale) grazie a quella che viene definita “linea von Wartburg” (la famosa linea Massa-Senigallia o, meno correttamente, La Spezia-Rimini).

22) Gallo-italico. Le lingue locali della Lombardia etnica, che formano il gallo-italico, possono tranquillamente essere definite lombarde, tutte quante accomunate dal sostrato celtico, dalle origini da ricercarsi nel latino volgare parlato nella Pianura Padana tra tardo-antico ed epoca alto-medievale e da un superstrato germanico da attribuirsi, soprattutto, ai Longobardi. Anche Dante attestava l’esistenza, nel Nord-Ovest d’Italia, di un continuum linguistico lombardo, che all’epoca sua includeva anche le parlate di Trento e Verona.

23) No Greci. In Lombardia non si è mai registrata una presenza storica dei Greci, come invece nel Centro-Sud o lungo le coste adriatiche settentrionali (ma anche nell’area ligure). Il Mezzogiorno è stato invece decisamente influenzato dall’elemento ellenico, anche biologicamente, il che costituisce il principale elemento di diversità rispetto all’Italia centrale e settentrionale. L’influenza etrusca non va confusa con quella greca, essendo la prima prodotto indigeno d’Italia.

24) Storia. La Lombardia etnica presenta un profilo storico peculiare che la mette in collegamento, innanzitutto, con il resto del Nord Italia e poi con l’Italia centrale, culla della civiltà romana e di quella etrusca. Giustamente dobbiamo prendere in considerazione tutti quegli elementi storici che uniscono Nord, Centro e Sud ma non dobbiamo dimenticarci che prima dell’unificazione romana e di quella risorgimentale ogni terra italiana, Lombardia etnica inclusa, aveva una propria identità anche storica e politica. Se per 1500 anni, dopo la dissoluzione dell’Impero romano, l’Italia è stata politicamente frazionata un motivo ci sarà…

25) Italia romana. Un altro aspetto da non trascurare è che il Nord Italia è divenuto “Italia” con i Romani, nel I secolo a.e.v., sebbene le genti indoeuropee chiamate italiche siano calate dall’Europa centro-orientale attestandosi, innanzitutto, nel settore nordorientale del Paese. L’etnonimo italico indicava, sostanzialmente, le tribù indoeuropee stanziatesi nel Centro-Sud, in particolare quelle osco-sabelliche che culminavano in Calabria, in cui nacque il primevo toponimo d’Italia, poi esteso dai Romani alla penisola e alla pianura del Po man mano conquistavano territori aggregati alla Repubblica. La terra tra Alpi e Appennino, come sappiamo, prima delle vittorie romane era considerata Gallia Cisalpina.

26) Milano. Milano è la grande capitale storica della Lombardia etnica, croce e delizia di tutte le genti lombarde. Oggi cosmopolita, pluralista, cementificata, caotica ed inquinata ma pur sempre fulcro della Lombardia dai tempi dei Galli ad oggi, passando per il tardo Impero romano in quanto capitale occidentale, per i Longobardi e il Regno d’Italia, i liberi comuni e il Ducato visconteo, centro propulsore dell’unificazione politica della Lombardia medievale e moderna.

27) Goti. Per quanto il Regno ostrogoto in Italia includesse tutto il territorio nazionale (e non solo), la più cospicua presenza gotica in Italia era concentrata nel Settentrione, in particolar modo ad occidente dove si trovava Pavia, capitale dopo Ravenna, e in seguito anche capitale del Regno longobardo e del Regno d’Italia medievale. Anche per questo motivo designerei volentieri l’antica Ticinum come capitale morale della Lombardia etnica.

28) Longobardi. Il nome della nostra sub-nazione deriva dai Longobardi, i conquistatori germanici d’Italia che inaugurarono il Medioevo nel nostro Paese. Il loro regno era pressoché concentrato in (quasi) tutto il Nord e in Toscana e tramandarono il loro etnonimo all’Italia settentrionale che, infatti, dopo il crollo del potentato longobardo venne chiamata, nella sua totalità, Lombardia. Tuttavia, la Lombardia etnica è il settore nordoccidentale dell’Italia, anche perché l’identità veneta e friulana presto si smarcarono dal contesto lombardo. Pur essendo una minoranza i Longobardi ci lasciarono in eredità vestigia linguistiche, giuridiche, politiche, folcloristiche e anche etno-culturali e rappresentarono il principale superstrato germanico dell’Alta Italia, sebbene poco radicati in Liguria, Emilia terminale e Romagna che, anche per questo, esulano dal contesto propriamente etnico di Lombardia.

29) Franchi. Nell’Italia nordoccidentale fu importante anche la presenza storica dei Franchi, che assorbirono il Regno longobardo trasformandolo in quello d’Italia medievale. Non si può escludere che la loro conquista abbia influito anche sull’aspetto linguistico dei volgari lombardi, come le vocali turbate ö e ü e alcune caratteristiche che avvicinano il lombardo più al francese che all’occitano/catalano potrebbero lasciar intendere (le vocali anteriori arrotondate potrebbero anche essere tratto longobardo, epperò assente dall’idioma veneto e da quello friulano). Ad ogni modo è proprio dall’epoca franca che si comincia a parlare di Lombardia nel senso più ampio del termine.

30) Regnum Italiae. Come anticipato sopra, il Regno d’Italia medievale riguardava praticamente l’Italia settentrionale, in modo particolare il suo settore occidentale dove, del resto, si trovano Pavia e Monza, con la sua Corona ferrea emblema del re d’Italia. Esso ricalcava il precedente Regno longobardo, immerso nel contesto del Sacro Romano Impero a partire dal dominio franco, ed ebbe speciali legami, durati per secoli a livelli di Lombardie, con il mondo europeo propriamente centrale, germanico, consolidando così il naturale aspetto di cinghia di trasmissione tra Mediterraneo e Mitteleuropa del Nord Italia. Ancorché in maniera superficiale, la Lombardia etnica ricevette, lungo tutto il Medioevo, influssi teutonici anche in accezione biologica.

Fine terza parte.

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Dalla parte della Luce. Sempre

Non c’è modo migliore di salutare la definitiva dipartita di un disumano subumano come Riina con il ricordo di coloro che, per anni, si batterono per eradicare, in questo caso dalla Sicilia, il fenomeno mafioso. Un fenomeno mafioso, cosa nostra, che in Sicilia ha potuto beneficiare per decenni dell’appoggio della mafia italo-americana grazie a cui, del resto, gli stessi Alleati riuscirono a penetrare nell’isola nel luglio del 1943 ponendo le basi per la conquista del Mezzogiorno. Questa perversa connessione tra mafiosi siciliani e loro simili a stelle e strisce andò a contrapporsi alla sapiente opera di bonifica antimafia operata, con il Fascismo, dal celebre prefetto Mori, colui che diede seriamente del filo da torcere ai malavitosi che, purtroppo, tornarono successivamente a proliferare nel secondo dopoguerra.

Lo stesso eroico Giovanni Falcone ebbe a dire che: “L’unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso. Sfidiamo gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito degli “Alleati” e degli antifascisti, in ricompensa dell’aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco e la conquista dell’isola!”. E lo stato di cui parla il compianto magistrato palermitano è, ovviamente, quello repubblicano, venuto alla luce dopo il 1945, uno stato totalmente succube delle mafie atlanto-americane e completamente privo di vera sovranità.

In uno scenario siffatto gli Americani avevano tutto l’interesse a tenere sotto scacco il Paese con strategie della tensione mafiose e terroristiche, sfruttando il marciume umano del nostro Meridione così come quello italo-americano da cui uscì un soggetto come Lucky Luciano. Questo individuo fu abilmente usato dagli Stati Uniti per predisporre lo sbarco in Sicilia, scarcerandolo e dandogli il compito di contribuire attivamente alla penetrazione nella Trinacria, tra gli altri, di un’intera brigata costituita da soggetti siculo-americani in odore di mafia.

Il vuoto di potere lasciato dal Fascismo con la fine del secondo conflitto mondiale venne colmato dallo strapotere di una preponderante fetta di amministratori siciliani mafiosi, il tutto sotto il controllo dei vecchi padrini, mentre nel Meridione continentale avvenne qualcosa di analogo con la camorra e la ‘ndrangheta. Si potrebbe pensare che queste diaboliche manovre dell’occupante straniero fossero il tentativo di controllare, tramite un sordido incrocio di mafia e politica, lo stato italiano ostacolando la classe politica “partigiana” centro-settentrionale per favorire così gli ambienti meridionali collusi con le mafie. Si capisce che se la criminalità organizzata prolifera nel Sud, risale la penisola infettando Roma e l’Italia centrale per poi sfondare nel Nord Italia, e pure in altre terre europee e non, è perché potente e appoggiata, più o meno occultamente, da certi intoccabili poteri forti che hanno tutto l’interesse a seminare zizzania per tenere in pugno intere nazioni.

Vanno in questa direzione anche le famigerate 113 installazioni militari americane presenti sul nostro territorio nazionale, così come la cosiddetta “strategia della tensione” che tra anni ’60 e ’90 del secolo scorso terrorizzò e insanguinò il Paese da nord a sud, probabilmente per ostacolare una certa politica democristiana e socialista che guardava con simpatia alle vicende palestinesi. Tra le altre cose, l’episodio di Sigonella rimane nella nostra memoria come un sussulto di sovranità avuto dall’Italia, e pagato a caro prezzo dal PSI e da Craxi medesimo.

La mafia, particolarmente quella siciliana, che con l’avvento di Riina conobbe una orribile svolta culminata nella stagione delle insensate stragi dei primi anni ’90, potrebbe affondare le proprie radici nel periodo dell’occupazione arabo-islamica della Sicilia, da parte cioè di soggetti allogeni che prima di essere sgominati ed espulsi dall’isola grazie a Normanni, Svevi e coloni lombardi provenienti dal Nord Italia potrebbero aver deposto, come spore, i germi delle future mafie nell’interno siciliano, nel cuore rurale di una terra del Meridione estremo troppo spesso straziata da una bestiale violenza figlia di crudeltà, ignoranza crassa, affarismo spietato e levantinismo.

Questa ipotesi su di un’atavica origine moresca del fenomeno mafioso è solleticata anche da un importante giornalista come Indro Montanelli, che nei volumi della sua Storia d’Italia lascia intendere sulla veridicità di una matrice allogena di quel feroce movimento criminale balzato agli onori della cronaca negli ultimi due-tre secoli. Fors’anche la stessa parola mafia potrebbe ricondursi ad un’etimologia araba significante “spavalderia, spacconata”, sebbene la tesi che vada per la maggiore sia quella di un’origine addirittura tosco-settentrionale (il linguista Nocentini la ricollega al nome medievale, del Centro-Nord, Maffeo, da Matteo, con riferimento al passato pubblicano dell’evangelista), che però, forse, riguarda più la parola toscana maffia, ossia “miseria”, che la mafia riferita alla Sicilia.

Epperò le stesse modalità mafiose ricordano certo terrorismo mediorientale, essendo facile trovare somiglianze tra l’orrenda strage di Capaci, in cui perirono Falcone, la moglie e la scorta, e gli attentati con autobombe della Beirut dilaniata dal tristemente famoso conflitto durato una ventina di anni. Sembra davvero esistere una matrice comune tra terrorismo del Levante e certe manifestazioni criminali del Mezzogiorno, e forse proprio per alcuni perversi rimasugli di presenza storica araba nel Sud, in particolare, ovviamente, in Sicilia. Intendiamoci, sto parlando di criminalità che riguarda, chiaramente, un piccolissimo spicchio della società meridionale e che potrebbe davvero essere un residuato maneggiato dalle fasce più degradate, e rimescolate, dei territori ex duosiciliani.

D’altronde, fa pensare il fatto che la culla di cosa nostra sia nella Sicilia occidentale, nell’area che gravita attorno a Palermo, forse la zona più rimescolata e caotica dell’isola, dove per secoli si sono succeduti svariati dominatori attratti dalla ricchezza della città panormita. Si capisce, quando dico “rimescolata” mi riferisco più ad un ambito multiculturale che multietnico, essendo (tutti) i Siciliani un popolo a tutti gli effetti parte, per quanto estrema, dell’Europa meridionale. Tuttavia è indubbio che certe dominazioni del passato abbiano potuto gettare il seme della mala pianta di degrado e criminalità, che nasce da una cultura sotto alcuni punti di vista estranea al contesto europeo. Va detto, nel proliferare delle mafie, c’è anche una responsabilità romana e continentale, dovuta al totale disinteresse di stato verso il Sud che, abbandonato a sé stesso, finisce tragicamente per fare affidamento alle mafie che spadroneggiano nei grossi come nei piccoli e piccolissimi centri.

Si può insomma riconoscere in filigrana l’eterno scontro tra la luminosa etica indoeuropea, di eroi solari ed esemplari come Falcone e Borsellino, che – consapevoli – giunsero al sacrificio di sé per onorare la Bandiera della miglior Europa (che, dunque, non è quella della Ue), e la tenebrosa, infernale piovra mafiosa che mostra alquante affinità con altri generi di mafie mondialiste che ben conosciamo… Non ci venga la tentazione insana di ridurre il nostro Mezzogiorno alla criminalità organizzata, a cosa nostra, alla ‘ndrangheta, alla camorra o alla Sacra Corona Unita; se la mafia si è originata in Sicilia è ancor più vero che in Sicilia è nato l’antidoto a questo mortale veleno, grazie a tutti quei membri di magistratura, polizia, forze armate e società civile che han fatto della propria esistenza un modello di lotta senza quartiere al male, fino al sacrificio supremo (altro che Saviano…).

E ricordare, e onorare, la memoria di tutti coloro che sono divenuti eroi non di uno stato coloniale e apolide come questo, che spesso li ha ostacolati o abbandonati, ma eroi d’Italia e d’Europa, è il modo migliore, come detto in apertura, per mettere la parola “fine” sulle vicende terrene di chi, al contrario degli eroi, ha preferito bruciare la propria meschina e insignificante esistenza prostituendosi all’infero demone.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/11/dalla-parte-della-luce-sempre.html

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