Ancora sull’etnogenesi etrusca

La componente MENA (Middle EastNorth Africa) presente tra i risultati del test autosomico di 23andMe, che a quote moderate si presenta spesso nelle componenti ancestrali dei meridionali, nei Nord Italiani e anche nei Toscani è praticamente quasi sempre 0. Qualche Toscano può avere uno 0,3 o 0,5, e non necessariamente di Middle East, a volte anche di North Africa. Ma vi sono anche Piemontesi, Austriaci, Serbi, e altro con queste tendenze minimali. A volte può anche dipendere dal DNA non assegnato o meglio ancora essere mero rumore statistico, e forse ci sono differenze tra la modalità di visualizzazione dei risultati autosomici, standard, conservative e speculative. Sono perlopiù casi isolati che altro, che poi non fanno numero e la media generale centro-settentrionale rimane 0. Il MENA su 23andMe  si inizia a vedere in percentuali significative a partire da Frosinone e dall’Abruzzo. Come è normale aspettarsi.

Ricordiamoci che questo dato mediorientale-nordafricano è assai antico, quasi del tutto preistorico, frutto di espansioni neolitiche dal Mediterraneo orientale e dall’Africa settentrionale che potrebbero aver interessato solamente il Sud e non il resto d’Italia. Forse potrebbe anche esserci, in esso, qualche debole segnale fenicio, punico, ebraico, levantino recente, moro o saraceno, ma sono dell’idea che il MENA del Mezzogiorno sia fondamentalmente davvero qualcosa di davvero arcaico. Se il Sud somiglia alla Grecia come è possibile che in Grecia non vi sia o sia risibile? Semplice: la Grecia è stata maggiormente arianizzata, sia dagli Elleni (Ioni, Eoli, Achei e Dori) che dagli Slavi a nord, mentre il Meridione è da sempre un territorio isolato e fortemente endogamico, il che preserva meglio l’antico ceppo preistorico. Tuttavia anche l’estremo Meridione ricevette apporti indoeuropei, grazie a Italici, coloni ellenici, Romani, Bizantini, conquistatori germanici e coloni nord-italiani.

Consideriamo che il nostro genoma analizzato grazie a questi esami autosomici, commerciali, è costituito da antenati vissuti al massimo 250/300 anni. Già da un bisnonno ereditiamo in media il 12,5% del genoma, quindi figuriamoci dagli antenati vissuti prima, il cui contributo diventa, man mano che si va indietro nel tempo, nell’ordine delle micro-frazioni.

Più si leggono libri e saggi sugli Etruschi (ecco perché ho parlato di MENA con riferimento ai Toscani), e più la loro origine diventa davvero un rompicapo, sebbene le teorie levantine sulla loro etnogenesi lascino il tempo che trovano: erano (per qualche studioso) levantini moderni ma non hanno lasciato nulla di MENA nella Tuscia? Come è possibile? Per carità, qualche arrivo levantino ci sarà anche stato. C’erano pure schiavi nelle miniere dell’Etruria. Comunque, il numero più grande di individui levantini in Italia si stabilì probabilmente tra la Constitutio Antoniniana (anche nota come Editto di Caracalla, imperatore, guarda caso, non di pura discendenza italica) e quello di Costantino (guarda caso altro imperatore non di discendenza italica). E tra i Levantini il gruppo più numeroso furono i Greco-Siriaci, spesso mercanti, che fecero anche proselitismo cristiano.

Quindi ogni studio della popolazione moderna italiana, compresi i Toscani, che cosa potrà mai dirci di certo sugli Etruschi? Ben poco. Perché anche se il campione moderno fosse accurato, e non sempre lo sono, anche se vi trovi tracce pseudo-levantine o pseudo-anatoliche, non avrai mai la certezza che queste siano dovute agli Etruschi, perché potrebbero essere arrivate anche secoli dopo in epoca romana.

Questo è quanto quel genio del genetista Piazza scrisse 10 anni fa. Notare tutto l’impianto poco scientifico, perché Piazza parte dal presupposto che questa migrazione etrusco-levantina ci sia stata, ne è certo, e quindi cerca ogni pretesto per dimostrarla analizzando la popolazione moderna.

Here we show the genetic relationships of modern Etrurians, who mostly settled in Tuscany, with other Italian, Near Eastern and Aegean peoples by comparing the Y-chromosome DNA variation in 1,264 unrelated healthy males from: Tuscany-Italy (n=263), North Italy (n=306), South Balkans (n=359), Lemnos island (n=60), Sicily and Sardinia (n=276). The Tuscany samples were collected in Volterra (n=116), Murlo (n=86) and Casentino Valley (n=61). We found traces of recent Near Eastern gene flow still present in Tuscany, especially in the archaeologically important village of Murlo. The samples from Tuscany show eastern haplogroups E3b1-M78, G2*- P15, J2a1b*-M67 and K2-M70 with frequencies very similar to those observed in Turkey and surrounding areas, but significantly different from those of neighbouring Italian regions. The microsatellite haplotypes associated to these haplogroups allow inference of ancestor lineages for Etruria and Near East whose time to the most recent common ancestors is relatively recent (about 3,500 years BP) and supports a possible non autochthonous post-Neolithic signal associated with the Etruscans.

A parte che E3b1-M78, G2*-P15, J2a1b*-M67 e K2-M70 sono presenti in tutta Italia e in altri Paesi europei. E peccato per Piazza che, per esempio, il K2-M70 oggi si chiami T-M184 e sia stato trovato nel Neolitico in Germania e in Bulgaria, e sia oggi considerato una delle linee della prima migrazione neolitica in Europa, peraltro presente anche nelle Alpi, e quindi al massimo dimostra un collegamento con i Reti e una discendenza degli Etruschi dai primi agricoltori del Neolitico.

J2a1b*-M67 è il J-M67 che ha il suo picco nei Nakh e in altre popolazioni nord-caucasiche. In effetti c’è, tra le tante, una teoria secondo la quale l’etrusco sia collegato alle lingue del Caucaso, proprio a quelle nord-orientali, e nel Centro Italia sembra raggiungere una percentuale più alta che altrove in Italia, ma il suo picco non è in Toscana bensì nelle Marche e in Abruzzo come scrive il Maciamo di Eupedia, che qualche volta si prende la briga di andare a spulciarsi i dati. Quindi che c’entrano gli Etruschi? Sono etruschi anche i Marchigiani e gli Abruzzesi? Neanche questa regge. Al massimo l’alta concentrazione di J-M67 nelle Marche e in Umbria potrebbe far sollevare qualche dubbio sull’origine di qualche popolo italico ivi stanziato.

J2a1-M67 is the most common subclade in the Caucasus (Vainakhs, Ingushs, Chechens, Georgians, Ossetians, Balkars) and in the Levant (Lebanese, Jews). It is also common in western India, the Arabian Peninsula, Anatolia (esp. north-west), Greece (esp. Crete), Italy (esp. Marche and Abruzzo) and Iberia. M67 was probably a major Bronze Age lineage expanding from the Caucasus to Greece to the west and the Indus valley to the east.

Il G2*-P15 anche conosciuto come G2a (P15) è insidioso, altra linea che sembra originaria del Caucaso ma che si trova un po’ ovunque in Europa a bassa frequenza. Per esempio è stato trovato in una tomba di alto rango del VII secolo a.e.v. a Ergolding, Bavaria, in Germania. Etruschi anche questi? O Reti? O forse le solite esagerazioni di Piazza in materia di popoli tirrenici? Uno che proclama ai giornalisti che “i Toscani hanno geni turchi grazie agli Etruschi” farebbe bene a darsi una bella calmata, prima di uscirsene con sparate del genere…

E poi c’è E3b1-M78, il più risibile di tutti. È stato trovato, andando a memoria, nel Neolitico spagnolo e in quello ungherese (Sopot e Lengyel). Al massimo, ancora una volta, si dimostra che gli Etruschi erano di origine neolitica.

Ovviamente gli Etruschi potrebbero benissimo aver avuto anche questi 4 aplogruppi. Ma questi 4 aplogruppi sono talmente diversi tra di loro che non ci dicono niente sull’origine degli Etruschi. Solo che potevano essere un misto di geni neolitici e del Bronzo.

Che una componente etrusca sia arrivata fino alle isole egee è quasi certo. Quello che non è ancora chiaro è se ci fossero arrivati dal Centro Italia e poi quindi tornati, come ipotizza per esempio De Simone o addirittura storici olandesi. O se ci fosse una componente orientale che migrò da est a ovest. Ma sappiamo bene quanto sia inflazionata la storia dell’ex oriente lux

Altro mistero è perché gli studiosi italiani non abbiano mai pubblicato l’aplogruppo Y-DNA dei campioni etruschi esaminati. Eppure ne hanno analizzati di campioni, ma pubblicando solo il mtDNA. Che non abbiano neanche fatto un tentativo di analizzare l’Y-DNA è poco credibile. Ovvio che l’abbiano analizzato, solo che per qualche strano motivo i risultati non sono stati resi pubblici. Alberto Piazza, che vuole dimostrare a tutti i costi l’origine orientale degli Etruschi, è uno dei membri più influenti dell’Italian Genome Biodiversity Project (IGBP) che ha sede a Torino ed è finanziato da Compagnia di San Paolo, primo azionista di Intesa Sanpaolo. La maggioranza degli studi recenti sull’Italia (Di Gaetano, Fiorito, Sazzini…) proviene proprio dai laboratori dell’IGBP di Torino, una delle poche strutture italiane che ha soldi. Davvero Piazza non ha trovato i fondi per esaminare l’Y-DNA dei campioni etruschi? È il team di Ferrara e Firenze, quello di Barbujani e Caramelli, a non avere finanziamenti privati, non il suo.

http://www.hugef-torino.org/site/ind…ivello&m=extra

Sulla base del poco mtDna pubblicato qualche indicazione si ricava. Si evince per esempio che c’erano delle differenze tra il sud dell’Etruria (Lazio e insediamenti etruschi in territorio toscano al confine con il Lazio e Isola d’Elba) e il resto dell’Etruria. Con linee più arcaiche diffuse nel sud dell’Etruria (JT), e linee più europee diffuse nel resto d’Etruria (linee europee di H e U).

Il JT è stato trovato in una cultura iberomaurusiana, in alcuni resti di 12 mila anni fa, alla fine del Paleolitico e inizio del Mesolitico. Che ci farà mai in una tomba etrusca di molti millenni dopo?

Purtroppo i campioni antichi sono ancora pochi. E poi, questo vale anche per l’YDNA, tutti i resti etruschi provengono da classi sociali di rango più elevato, e forse non rappresentavano la maggioranza della popolazione comune. Inoltre, per nostra sfortuna, i villanoviani praticavano l’incinerazione. E non potremo fare dei confronti.

Se vi va di approfondire, vi consiglio di leggere questo scritto dell’etruscologa Gilda Bartoloni che fa il punto sulla situazione archeologica.

https://mefra.revues.org/2314

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Le mappe di Piazza e Cavalli-Sforza

Il team dei genetisti Cavalli-Sforza e Piazza pubblicò, tra 1988 e 1994, una serie di mappe genetiche dell’Italia riportate nella loro grande opera Storia e geografia dei geni umani (1997), un testo fondamentale per la genetica delle popolazioni (di tutto il mondo, non solo d’Italia ed Europa).

Stiamo parlando di quattro mappe, messe a punto da Piazza, tre che rappresentano altrettante componenti genetiche e la quarta che è una sintesi delle tre ottenuta sovrapponendole. Queste tre componenti rappresentano frequenze geniche (= frequenza allelica) e descrivono rispettivamente il 27%, il 18% e il 14% della variabilità complessiva.

La mappa sintetica, ottenuta sovrapponendo le altre tre, riassume i risultati dell’analisi delle prime tre componenti principali discusse nel testo dai due genetisti. Sintetizza l’informazione di 34 frequenze geniche rappresentando il 60% circa della variabilità genetica totale. In questa, come nella mappa della prima componente principale, le regioni storiche della Magna Grecia risultano ben evidenziate.

La prima mappa, in colore verde, evidenzia bene il lascito greco nell’Italia meridionale, soprattutto in quella estrema, dove cioè si stanziarono storicamente le colonie greche. Come potete notare c’è un antico segnale “greco” (miceneo o bizantino?) anche al Nord, nell’area compresa tra Polesine e Ravennate, che potrebbe essere preistorico (calcolitico, proveniente dai Balcani), protostorico (Età del bronzo, Micenei) o medievale (presidi bizantini).

Prima componente

La seconda, in colore blu, mostra un picco nella provincia di Viterbo, attorno al Lago di Bolsena, e riguarda, palesemente, la componente etrusca dell’Italia centrale, tra Toscana meridionale e Lazio settentrionale. Cavalli-Sforza riconosce una certa affinità tra quel picco e la popolazione nordoccidentale dell’Italia (regione alpina di Piemonte e Val d’Aosta) ma non si avventura in spiegazioni, e si limita a dire che una solo componente non è sufficiente per distinguere tutte le popolazioni.

Seconda componente

La terza, in colore rosso, evidenzia il residuo genetico di tipo antico-ligure (presumibilmente non arianizzato) presente nell’area dell’Appennino Ligure e nel resto dell’Italia nordoccidentale. Interessante l’area siciliana occidentale, che potrebbe rivelare un nesso, molto conosciuto dagli studiosi, con le terre liguri in virtù di Sicani ed Elimi che potrebbero, soprattutto i primi, essere stati parte dell’antico sostrato ibero-ligure dell’Europa sudoccidentale.

Terza componente

Ed ecco la mappa sintetica che riassume le tre precedenti e che mostra chiaramente tre blocchi italiani (quattro con la Sardegna, isolata): un Nord con influssi continentali di tipo celto-germanico, il Centro tirrenico, il Sud magnogreco, con alcune aree intermedie, di transizione, come al Centro-Sud o nell’area romagnola. Rappresenta anche le differenze fisiche, antropologiche, che possono riscontrarsi in Italia: man mano si risale la penisola diminuisce l’apporto mediterraneo (pigmento relativamente scuro, dolicocefalia, corporatura gracile e statura non molto elevata) e aumenta quello continentale di tipo alpino o dinarico (pigmento intermedio, brachicefalia, stazza tozza e robusta nel primo caso ectomorfa nel secondo), accanto all’atlanto-mediterraneo (mediterraneo progressivo) e a qualche spruzzata nordica (pigmento chiaro, mesocefalia, ectomorfismo) che si fa più accentuata in Val d’Aosta e valli piemontesi al confine con la Francia e in alcune aree del Nord-Est (Alto Adige, aree cimbre, Carnia) grazie ai più marcati influssi di tipo celtico e germanico, ma anche slavo ad est.

Mappa sintetica

La Sardegna è stata esclusa dalle mappe in quanto, essendo isolata grazie alla sua pesante deriva genetica, avrebbe falsato i dati della penisola e dell’Italia continentale. Le ultime mappe prodotte da Cavalli-Sforza, Piazza et al. sono fondamentalmente la stessa cosa delle mappe del 1988, con l’aggiunta di alcune precisazioni circa i vari areali etnici e genetici del Paese: per il Nord viene indicato l’influsso centro-europeo di Val d’Aosta e parti più a settentrione del Nord-Est e un contributo etrusco lungo l’Appennino Tosco-Padano; per il Centro si segnala l’influsso osco-umbro-sabellico del Piceno ma che in realtà riguarda buona parte dell’Italia centromeridionale (da distinguere dalla prima ondata italica, forse protovillanoviana, rappresentata dai Latino-Falisci); per la Sardegna viene messo in rilievo l’antico contributo nuragico precisando anche la presenza di influssi (molto leggeri o inconsistenti) di tipo fenicio, punico, romano, arabo (?), toscano, catalano-aragonese e ligure-piemontese. Mappe, quest’ultime, un po’ deludenti, che aggiungono ben poco alle precedenti mappe pubblicate nell’opera dei due genetisti nel 1997, certamente datate ma ancor oggi valide per illustrare il cline genetico italiano e le precipue differenze tra Nord, Centro, Sud e Sardegna.

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Il cline genetico italiano

Uno dei temi genetici più classici, venendo a parlare di Italia, riguarda l’ormai noto cline genetico nord-sud presente nel nostro Paese. Un cline perché sembra davvero corrispondere alla geografia della penisola anche se, va detto, il Centro-Nord è smarcato di netto dal Sud che, geneticamente, comincia dall’Aquilano e dal Lazio meridionale. Le ragioni di ciò sono già state spiegate diverse volte e riguardano l’isolamento meridionale che ha conservato più di tutta Italia l’aspetto neolitico venendo a mancare, sovente quasi del tutto, le componenti più continentali e nordiche.

Non è che il Mezzogiorno sia mezzo nordafricano o mezzo mediorientale mentre il Nord è Germania meridionale, molto semplicemente il Nord ha più contatti col resto dell’Europa mentre il Sud rimane per conto suo conservando maggiormente così le componenti più mediterranee e neolitiche comunque presenti nel resto d’Italia e d’Europa. Bisogna stare attenti ad “esoticizzare” il Meridione perché se nelle vostre teste questo non è Europa allora vorrebbe dire che il Centro-Nord è europeo solo a metà… Guardatevi del nordicismo, perché può diventare la più classica delle zappe sui piedi.

No, il Sud fa parte del cluster europeo ed è nettamente, ripeto, nettamente, distinto dai popoli nordafricani e da quelli di Levante-Medio Oriente; se, geneticamente, si avvicina agli Ebrei aschenaziti e, meno, a quelli sefarditi è perché questi potrebbero essere geneticamente qualificati come europei borderline, parte meridionale estrema del cluster sud-europeo: sono loro che somigliano ai meridionali, non i meridionali che somigliano a loro.

Bisogna anche tener conto del fatto che i genetisti amatoriali a capo di progetti quali Eurogenes e Dodecad tendono a fare i furbacchioni utilizzando, ad esempio per la Grecia, campioni estremi del nord (Macedonia-Tessaglia), parzialmente slavizzati, e per l’Italia meridionale quelli calabresi e siciliani, cosicché i Greci appaiono decisamente più a nord del Sud (grazie a campioni che rappresentano parzialmente la Grecia) che finisce per plottare con gli isolani greci tendendo a Cipro. L’Italia è stretta tra Iberici che vogliono in ogni modo sembrare più atlantici che mediterranei e Greci che vorrebbero passare per mezzi slavi più a nord di Albania, Toscana e pure Nord Italia volendo, col risultato di venir appiattita sul dato paleo-mediterraneo/neolitico perché circondata da campioni estremi.

Con questo non voglio dire assolutamente che il lavoro dei genetisti amatoriali segua qualche agenda o sia inaffidabile però, per quanto concerne la selezione dei campioni, sarebbe forse meglio essere il più accurati possibile per avere così risultati validissimi a prova di bomba. D’altro canto, il sospetto che vi sia del pressapochismo potrebbe tranquillamente riguardare anche gli studi accademici… Non possiamo essere sicuri al 100% che i campioni raccolgano individui almeno per 4/4 biologicamente appartenenti al territorio che rappresentano.

Il cline italiano è analogo a quanto possiamo trovare in Francia e Germania, dove esiste un netto gradiente nord-sud come il nostro (in Ispagna è invece est-ovest); certo non sono netti quanto può esserlo quello italiano ma, ad esempio in Germania, i Tedeschi meridionali e occidentali sono in linea con la media francese (e di conseguenza vicini a Iberici e Italiani settentrionali) mentre quelli settentrionali plottano accanto a Olandesi e Danesi e quelli orientali presentano una chiara tendenza rivolta all’Est europeo (grazie anche all’alta concentrazione di aplogruppo R1a1a e agli influssi baltici e slavi).

In Italia il gradiente appare più marcato poiché, considerando le distanze, presenta una situazione un po’ più eterogenea della Germania;  i Tedeschi variano da una popolazione centro-europea a una popolazione nord-europea, mentre noi Italiani ci muoviamo solo all’interno di un cluster sud-europeo. Ma la verità è che il cluster dell’Europa meridionale può risultare il più grande che esista in Europa, come distanze, e quello dell’Europa centrale è molto vicino al cluster dell’Europa settentrionale, soprattutto per quanto concerne le componenti nordiche. Gli individui nord-europei che divergono molto dal resto del cluster nel Nord Europa, e lo allargano, sono popolazioni più isolate come i Finlandesi, e varie sub-etnie isolate che vivono, per esempio, nella vastissima Russia.

Italia, Francia e Germania hanno dunque un cline genetico. Anche altre popolazioni hanno un cline. E sembra presente un piccolo cline anche negli Olandesi (perché i nord Olandesi sono quasi completamente Germanici settentrionali, mentre i sud Olandesi si sono più rimescolati con le popolazioni celtiche). Mentre negli Iberici, come detto, è presente solo un gradiente est-ovest, in particolare negli Spagnoli. Questo perché gli Iberici hanno avuto, con tutta probabilità, un più forte effetto fondatore di noi Italiani, di Francesi e di Tedeschi.

Il rapporto genetico tra Italiani del Nord e Iberici appare per quello che è: gli Iberici sono più mediterranei nel senso neolitico-mesolitico del termine, gli Italiani settentrionali sono un po’ più continentali, con valori inferiori di mediterraneo che vengono però sostituiti da valori di Caucasian, una probabile migrazione del Bronzo che investì tutti i Balcani fino all’Ungheria, e arrivò fino in Italia, e forse persino nelle Alpi. Sembra presente anche negli Svizzeri (sia di etnia italiana che francese e tedesca) e negli Austriaci, ma meno nei Francesi veri e propri. Capite bene, dunque, il perché della posizione di questi campioni su di un plot genetico: gli Iberici sono molto mediterranei ma anche molto occidentali; i Francesi sono più occidentali che mediterranei con un certo apporto nordico; i Tedeschi sono ovviamente europei centro-settentrionali ben poco mediterranei; gli Italiani appaiono eterogenei, divisi in 4 cluster, con un Nord similare all’Iberia, leggermente più nordico e meno mediterraneo ma anche più levantino antico degli Ispanici, un Centro diviso tra Toscani, che tendono al Nord, e mediani a metà tra Toscani e meridionali, un Sud Italia a metà tra Nord Italia e Levante e la Sardegna, come di consueto, isolata nel suo genoma quasi completamente paleo-mediterraneo. Ecco, gli Iberici sono tra Sardi e Baschi, molto mesolitici, molto mediterranei ma, rispetto ai Sardi, molto atlantici proprio perché seguono la scia dei Baschi, altro classico isolato genetico europeo.

Il cline genetico italiano risale ad almeno 3000 anni fa, o perlomeno inizia allora, mentre il resto dell’Europa ha continuato a rimescolarsi. Vi sono svariati Austriaci che hanno nonni boemi o sloveni così come gente di Praga con nonni austriaci, ungheresi o con avi tedeschi e così via. Tutti legami stabiliti a partire dal ‘700 sino ai primi ‘900, con la complicità del Sacro Romano Impero e del successivo Impero austriaco.

Le differenze che vi sono tra la Grecia continentale e gli Italiani del Sud ci sono, non c’è dubbio. Forse ci sono sempre state. Ma in troppi stanno cercando di esagerare l’apporto slavo nei Greci. Si usano campioni tessalioti e tessalonicesi (Salonicco, Macedonia) etichettandoli come “Greci”, come se potessero rappresentare la media nazionale greca. Divertente, comunque, constatare che neanche i Macedoni, così come prima i Tessali, riescano a plottare più a nord dei Toscani, con grande delusione di chi vorrebbe inquadrare tutta l’Italia come un gigantesco meridione d’Europa per far sembrare più nordici i nostri vicini mediterranei.

Facile intuire che dietro tutte le diatribe antro-genetiche virtuali vi sia il nordicismo di Paesi come Portogallo, Spagna, Grecia o Balcania, alla disperata ricerca di legittimazione agli occhi dell’Europa centrosettentrionale che li considera (assieme all’Italia) cause perse divorate da mafie, corruzione, indebitamenti, inettitudine e pigrizia. L’invenzione dell’Atlantic façade e dei Greci più slavi che mediterranei (ma anche, diciamolo, della Padania celto-germanica-e-basta) nasce dall’esigenza auto-razzista di esorcizzare la propria situazione che appare, nelle malate menti dei suprematisti bianchi da tastiera, come un’onta di cui vergognarsi e giustificarsi, al punto di inventare ex novo fantomatiche identità atlanto-nordiche e balto-slave. E in questo delirio masturbatorio chi ne fa le spese? L’Italia tutta, dalle Alpi alla Sicilia, stretta tra wannabes iberici ed ellenici, che viene raffigurata come una penisola alla deriva nel Mediterraneo orientale.

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Genetica dell’Italia settentrionale

Dopo aver dato uno sguardo complessivo alla situazione genetica dell’Italia centrale e di quella meridionale, non possiamo che passare in rassegna, a livello generale, il quadro dell’Italia settentrionale, di cui, logicamente, ho già avuto modo di parlare in articoli precedenti a sfondo genetico.

Il campione accademico (HGDP) che abbiamo a disposizione consta di 13 individui delle valli bergamasche, che non possono certo essere rappresentativi dell’intera Italia del Nord, anche perché in numero davvero ridotto; nei calcolatori amatoriali presenti su Gedmatch o sui vari blog di appassionati di genetica, il Bergamo sample è sempre usato come campione pel Nord Italia e, infatti, spesso viene chiamato Bergamo senza ulteriori precisazioni. A volte viene usato anche un campione tratto dall’isolato genetico della Val Borbera (provincia di Alessandria), etichettato come piemontese ma che in realtà è piuttosto in linea coi valori della Liguria.

Taluni autori possono anche presentare altri campioni nord-italiani, solitamente nordorientali, per cercare di rappresentare, quantomeno, la differenza che esiste tra occidente e oriente, nell’ambito padano-alpino. Stando a questi campioni, a livello autosomico, anche l’Italia settentrionale rientra nell’ambito genetico dell’Europa meridionale sebbene, fatto da precisare assolutamente, questo ambito è sterminato e del tutto eterogeneo. Ci sono, va detto, negli angoli settentrionali estremi del nostro Paese (Val d’Aosta, vallate piemontesi e Nord-Est) individui che finiscono nel cluster dell’Europa centrale per via degli storici influssi alquanto continentali, celto-germanici, recati al di qua delle Alpi proprio da minoranze originarie delle terre centro-europee.

Val d’Aosta, vallate settentrionali del Piemonte, Canton Ticino, Trentino, Vicentino, Cadore, Carnia sono aree discretamente germanizzate e distinte dall’ambito nord-italiano propriamente prealpino e padano, e sono anche le aree in cui è rintracciabile la più parte del biondismo nostrano. Viceversa l’area bergamasca, come ogni altra area interna, conserva il precipuo aspetto europeo meridionale (per essere più precisi sudoccidentale) tanto da situarsi, su di un plot genetico, leggermente a sudest rispetto ai campioni iberici di Portogallo e Spagna. Avremo modo di riparlarne di queste faccende relative agli Iberici, essendo tematiche caldissime che arroventano gli anthro-fora di internet ormai da quasi un decennio, con tanto di guerricciole virtuali tra utenti iberici e italiani, poiché nordizzando sé stessi gli Ispanici finiscono per gettare letame addosso ai loro vicini.

Precisiamo che le questioni genetiche non hanno a che fare con quelle fisiche. Il dato genetico è molto più antico rispetto al nostro aspetto fisico e, infatti, se la mettiamo sulla pigmentazione di pelle, occhi, capelli e sull’effettivo nordicismo unito alle fattezze centro-europee, non c’è proprio partita tra Nord Italia e penisola iberica, più occidentale di noi senza dubbio ma anche meno continentale e meno “celto-germanica”. D’altro canto queste non sono masturbazioni mentali da leoni da tastiera ma constatazioni storiche: per quanto le Alpi siano, indubbiamente, un bastione anche genetico che separa nettamente il grosso degli Italiani del Nord dai Germanici, non hanno di certo impedito un contatto prolungato nei secoli tra Europa centrale e Lombardia storica (praticamente tutto il Nord Italia), tanto che quest’ultima può tranquillamente dirsi, sin dall’epoca golasecchiana, anello di congiunzione tra Mediterraneo (penisola italiana) ed Europa continentale (Gallia, Germania).

Qualcuno si chiederà: “Come è possibile, alla luce di quanto esposto, che il Nord Italia sia più a sudest degli Iberici?”. Domanda più che legittima e infatti, ancor oggi, può suonare sorprendente pensare che aree come Veneto, Friuli, Trentino e Lombardia siano più “meridionali” degli indigeni dell’Iberia. Il motivo è presto detto: Portogallo e Spagna, in virtù del famoso rifugio franco-cantabrico mesolitico, hanno conservato molti più geni mesolitici (dei cacciatori-raccoglitori indigeni d’Europa) di tutti gli Italiani, avvicinandosi – come è ovvio che sia – più di noi alla popolazione basca che è un isolato preistorico europeo. Viceversa l’Italia ha subito un consistente apporto neolitico e anche calcolitico proveniente dall’Europa sudorientale, dai Balcani e dall’area egeo-anatolica, che di conseguenza rende il Paese più a sudest della penisola iberica che, attenzione bene, non è più a nord del Nord Italia ma più a nordovest, una differenza non da poco, come vedremo in seguito.

Gli Iberici, a differenza nostra, hanno avuto un fortissimo effetto del fondatore che li rende la regione più occidentale d’Europa sulla scia dei Baschi, mentre l’Europa centromeridionale, incluso tutto l’arco alpino, risulta “appesantita” dal contributo preistorico proveniente da Caucaso, Asia Minore, Vicino Oriente. Gli Iberici sono molto più atlantici e paleo-mesolitici di noi ma non certo più nordici e celto-germanici, perciò per quanto i loro campioni possano plottare più a nordovest di quelli italiani è folle affermare che siano più indoeuropei, e non a caso hanno meno genoma steppico rispetto a noialtri.

Se anche l’Italia settentrionale rientra nel cluster sud-europeo (che comunque include anche la penisola iberica) è perché la componente genetica maggiore della Padania è neolitica o, meglio, paleo-mediterranea, in senso “sardo” (vedi Ötzi), seguita da quella più continentale peculiare dell’Europa centrosettentrionale e infine dal dato steppico, recato ad ovest dai nomadi guerrieri di lingua e cultura indoeuropee. Le Alpi sono state una grande barriera genetica che non ha certo impedito le incursioni ma ne ha del tutto attenuato la portata biologica, permettendo al Nord Italia di conservare il suo peculiare aspetto sudoccidentale che lo colloca tra Iberici e Toscani. Infatti il campione settentrionale non confina con quello francese o con quello austriaco e/o tedesco (o sloveno) ma con quello iberico a nord, che è sudoccidentale quanto noi, e con quello della Toscana a sud, che più che centrale è centrosettentrionale.

Francia (eccetto le aree più meridionali e, ovviamente, la Corsica che francese non è), Svizzera non italiana, Germania, Austria, Slovenia e Croazia sono tutte realtà più continentali che (paleo)mediterranee – geneticamente parlando – e infatti rientrano nel cluster dell’Europa centrale, mentre penisola iberica e italiana, incluso il Nord, rimangono in quello meridionale, ad eccezione dei Baschi che appaiono alquanto atlantici e di Valdostani, Alto-Atesini germanofoni e di una manciata di individui dell’estremo Nord-Est.

Come dicevo il cluster meridionale è lungi dall’essere omogeneo e, infatti, se Iberici e Italiani settentrionali sono sudoccidentali, i Sardi sono isolati e molto meridionali, i Toscani sono tra Nord Italia e Italia centromeridionale (fatta eccezione per la zona lunense, gallo-italica, che clustera con i padani essendo Liguria etnica), con il Sud che finisce accanto ai Greci nel settore sudorientale, a metà tra Italia settentrionale e Levante. Esiste un netto stacco tra Italia del Nord e del Sud ma non tra Italia del Nord e Toscana/Italia centrale che si mantengono ben distinte dai Greci, per quanto i mediani possano scolorare nel campione meridionale. L’Italia segue, un po’ come la geografia, il noto gradiente genetico nord-sud e se a nord l’affinità genetica è con Iberici e Toscani a sud è con i centromeridionali e con i Greci, o anche con gli Ebrei aschenaziti che, a ben vedere, sono i meno semiti tra gli Ebrei avendo assorbito per millenni geni europei, mediterranei e continentali.

Certo, il Nord Italia, come abbiamo già detto, non è un monolite e vi sono differenze interne che distinguono ulteriormente gli ambiti regionali. Al di là di quelle aree alpine caratterizzate dalla presenza di minoranze etniche storiche, noteremo come Piemontesi, Insubrici settentrionali (Ticinesi inclusi), Valtellinesi, Trentini, Veneti centrosettentrionali, Friulani interni siano più a nord del campione bergamasco che appare invece in linea con le aree prealpine e padane limitrofe e a nord di aree come Liguria, bassa padana, Emilia, Romagna, Veneto costiero. L’Emilia-Romagna è una zona interessante poiché sovente scolora nella Toscana o nelle Marche e non è insolito vedere diversi campioni toscani plottare più a nord di Emiliani e Romagnoli; quest’ultimi sono forse più centrosettentrionali che settentrionali, proprio come i Toscani, e a differenza di questi sono meno occidentali e più tendenti ai Balcani e al sudest europeo (già Cavalli-Sforza e Piazza segnalavano, in tempi non sospetti, un forte apporto di tipo greco alle terre comprese tra Polesine e nord delle Marche.

Il principale lignaggio genetico, paterno, del Nord è rappresentato dall’aplogruppo Y-DNA R1b-U152, segnale proto-italo-celtico proveniente dall’Europa continentale in cui era già presente dall’epoca della Cultura del vaso campaniforme (stando a campioni tedeschi), distribuito in tutta l’Italia settentrionale e centrale da culture tra Bronzo e Ferro (emanazione di Urnfield e poi Hallstatt) quali Polada, Scamozzina, Canegrate, Golasecca, Este, terramare, protovillanoviano e villanoviano e, dunque, da popoli proto-celtici e proto-italici (proto-venetici inclusi), e infine dai Galli lateniani. A seguire altre cladi diffuse sono quelle di R1b quali R1b-L23, entrato in Italia dai Balcani e originario delle steppe ponto-caspiche, R1b-U106, giunto con le invasioni germaniche del Medioevo assieme a I1 e I2b, l’E1b balcanico (V13), il J2 neolitico-calcolitico o recente (Etruschi, Bizantini, coloni italico-romani) e il G2 neolitico originario del Caucaso e introdotto da agricoltori e pastori giunti dall’Europa centro-orientale. Il resto è poco significativo, inteso globalmente, incluso l’R1a giunto con Germani e Slavi (Friuli).

La dicotomia esistente nel Nord Italia è tra Alpi e Pianura Padana e tra Nord-Ovest e Nord-Est, con un Nord-Ovest meno balcanico, adriatico e anatolico-caucasico in senso antico ma più paleo-mediterraneo e simil-iberico; la germanizzazione risulta più sensibile nell’area orientale, come è ovvio che sia, mentre per l’ovest troviamo più a nord del campione accademico (Bergamo) le zone a ridosso delle Alpi come alto Piemonte e alta Insubria a contatto con la Confederazione Elvetica.

Ricapitolando, il quadro complessivo del Nord Italia è quello di una regione geneticamente sudoccidentale, parte settentrionale del cluster sud-europeo assieme agli Iberici, ma con un nitido input continentale frutto dei millenari contatti tra Pianura Padana ed Europa centrale. D’altronde buona parte del Settentrione si trova a nord del 45° parallelo tanto da meritarsi l’appellativo di anello di congiunzione tra mondo mitteleuropeo e mediterraneo, ambito subcontinentale dove i due diversi areali geografici e ambientali europei si incontrano-scontrano dando vita ad un profilo biologico peculiare che ben si sposa con la nostra storia, la nostra cultura, la nostra mentalità, la nostra etnicità sì italiana ma ben distinta dal resto del Paese grazie ad un profilo identitario unico.

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Prima dello stato viene il destino dei popoli

La questione catalana, come quella scozzese, e il referendum per le autonomie voluto dai leghisti di Veneto e Lombardia, portano alla ribalta il tema dell’indipendentismo e dell’autonomismo, calandolo nella realtà dell’Europa occidentale dove, e per fortuna, queste problematiche non vengono vissute col coltello tra i denti come nella controparte orientale del continente: la sanguinosissima guerra nei Balcani è ancora nella memoria di tutti, così come altre situazioni in cui l’etnonazionalismo assume un oltranzismo e una partigianeria da guerre tribali africane. Oltretutto, nella ex Iugoslavia, i contendenti del passato conflitto (Croati, Serbi, Bosgnacchi) erano tutti dello stesso ceppo, ma dilaniati dall’odio e dal fanatismo religiosi su cui soffiavano i maggiori potentati del globo per il proprio personale tornaconto nell’area balcanica: la disgregazione della Iugoslavia a trazione serba pose fine alle ostilità.

La questione dell’autodeterminazione, a Ovest, viene vista più come una faccenda di quattrini che di identità etnica e culturale: è una questione di soldi in Iscozia, è una questione di soldi in Catalogna e tra i Baschi (che, alla leghista, danno dei lazzaroni ai Castigliani amanti della siesta), è una questione di soldi soprattutto nell’Italia settentrionale, dove l’archiviazione della fuffa padanista ha lasciato campo libero al vero motivo di ogni rivendicazione legaiola e/o simil-legaiola, appunto i quattrini.

Il punto è sempre quello, è inutile girarci intorno, e la riprova sta nel fatto che anche in Veneto questa questione viene vista come un fatto di pecunie e di welfare, come si dice oggi, un Veneto che fino a metà Novecento, e anche più avanti, a livello economico non era poi tanto dissimile dagli odiati “terroni”, tanto che gli stessi Veneti venivano apostrofati “terroni del Nord”, rafforzando il fenomeno di emigrazione interna verso l’Italia nordoccidentale, assieme agli esuli istro-dalmati e agli sfollati del Polesine, che riguardava principalmente il Mezzogiorno.

Finite, dunque, le sagre color verde Calderoli ecco spuntare il referendum per le autonomie del vecchio Lombardo-Veneto, autonomie economiche per l’appunto, un referendum ovviamente cavalcato da Maroni e Zaia per questioni politiche utili, anche, a controbilanciare il nazionalismo salviniano e nascondere così sotto il tappeto il fallimento dell’idea padanista, comunque nata per mera propaganda e come specchietto per militonti. Capiamoci, amici: alcune rivendicazioni settentrionaliste in materia economica sono più che legittime; non è certo giusto che il Nord debba pagare per gli sfracelli di altre regioni e debba rimetterci per gli sprechi di Roma, oppure che debba sorbirsi servizi che fanno acqua da tutte le parti nonostante il noto residuo fiscale che ammonta a 54 miliardi, nel caso lombardo. Ridurre però tutto ai soldi appare proprio da mentalità piccolo-borghese, poiché le principali rivendicazioni andrebbero basate sull’identità.

Questi discorsi autonomistici sono ridicoli ed inutili se non si comincia a capire che l’attuale suddivisione regionale dell’Italia sia da rottamare (la vera Lombardia non è la regione mutilata creata negli anni ’70 e rappresentata da un simbolo artificiale più da discount che da areale etnico), che questo stato malato e corrotto vada rifondato dalla testa ai piedi per dargli una struttura etnonazionale e federale, che serva per l’appunto un serio federalismo etno-culturale invece che palliativi o statuti speciali che diventano armi a doppio taglio nelle mani degli amministratori locali. A contare sono i popoli d’Italia, le piccole patrie del Bel paese, della cui importanza era convinto persino l’Msi e ben prima della Lega! Dobbiamo mettere in discussione questo stato, questa repubblica partigiana nei cui geni è annidata quell’infame data dell’8 settembre 1943 e di conseguenza l’inquinamento apportato dall’imperialismo americano con le sue 113 basi militari sul nostro suolo e con il suo colonialismo economico e culturale che ha distrutto la già risicata sovranità italiana.

Il destino dei popoli è molto più importante dello stato in quanto apparato, a maggior ragione oggi dove lo stato è completamente privato di sovranità e di autorità e non è altro che un’appendice degli Stati Uniti essendo imprigionato dalla Nato e dall’Unione Europea. Le leggi liberticide volte a stroncare il dissenso, l’orgoglio patriottico, l’identitarismo più duro e puro sono un palese indizio di questa degenerazione dovuta alla cattività mondialista del Paese. Perciò, se non ci si decide a dare una struttura etnonazionale e federale allo stato italiano, dovremo fare sempre i conti con le pulsioni secessioniste, anti-unitarie, che risultano il miglior alleato del nemico atlantico ed europeista in quanto il più delle volte figlie del progressismo e del libertarismo anarcoide.

Una cosa alquanto buffa sta nell’accusa secessionista, rivolta all’attuale stato italiano, di essere uno “stato nazionale”, come se fosse un’onta e, in modo particolare, come se fosse vero! La Repubblica Italiana è uno stato-apparato, funzionale al sistema globalista, svuotato di ogni parvenza nazionale, altrimenti avrebbe sovranità da vendere! Ma, d’altronde, sono così tutti gli stati europei occidentali, vuoti contenitori senza identità etnica e nazionale, la cui natura è quella di un carcere che tiene segregati i popoli costringendoli ad accettare l’agenda mondialista che prevede società multirazziale, meticciamento, auto-genocidio dei nativi europei.

Nell’attesa che in Italia possa sorgere un movimento etnonazionalista, sovranista e federalista la priorità dell’identitario rimane quella di difendere la propria comunità etno-culturale, che significa preservare il sangue della stirpe, il suolo patrio, lo spirito tradizionale che scaturisce dalla millenaria storia delle nostre contrade, contro i dispotismi mondialisti incarnati dal caos etno-razziale, dal turbo-capitalismo distruttore, dal cristianesimo più o meno laicizzato. Possiamo parlare di Italia dalle Alpi alla Sicilia? Naturalmente sì, ma questo non significa sventolare tricolori repubblicani, cantare la marcetta del Mameli e soprattutto prendere le difese di uno stato globalizzato e completamente succube dell’imperialismo occidentale e antifascista come è, appunto, la RI.

La soluzione politica migliore è rifondare lo stato italiano, riscrivendo da cima a fondo la Costituzione, ponendolo su solide e sane basi sociali, nazionali e federali, rimedio a tutti i mali della modernità, incluse le spinte separatiste, che fanno sempre comodo ai nemici dell’Italia e degli Italiani (che, badate bene, non sono gli stessi che foraggiano la repubblichetta forgiata nel dopoguerra dagli ascari dei vincitori…). Grazie alla sacrosanta struttura federalista si potranno anche mettere a tacere tutti i mal di pancia localisti, strumentalizzati dal leghismo, che come si diceva in apertura sono mere questioni fiscali.

Però è chiaro, almeno dal mio punto di vista, che il federalismo e la struttura etnonazionale nascono innanzitutto dall’esigenza di dare voce alle piccole patrie di cui è fatta la nazione italiana, che non devono essere livellate e distrutte da un miope centralismo romano (contemporaneo) i cui disastri sono sotto gli occhi di tutti. Proprio per questo dico che prima dello stato viene il popolo e il suo destino, perché è impensabile che se naufraga un’entità statuale se ne vadano a picco con essa anche le genti di cui fanno parte, in nome di un (finto) patriottismo di cartapesta che si è creato un feticcio caricaturale dell’Italia.

Rimaniamo italiani consci della nostra identità nazionale millenaria, a prescindere da qualsivoglia stato italiano esista o non esista, ma al contempo non vergogniamoci delle nostre identità etno-regionali e non riduciamo, ogni volta, la questione identitaria alle finanze (per quanto la mentalità del lavoro sia frutto, come la cultura, di un popolo distinto da altri), perché prima del soldo contano la stirpe, la terra e la cultura plurimillenaria, sia nazionale che locale.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/10/prima-dello-stato-viene-il-destino-dei-popoli.html

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Genetica italiana: la questione meridionale

Eurogenes K15 plot

Quando si viene a parlare di genetica delle popolazioni per quanto concerne lo scenario italiano, l’argomento forse più spinoso riguarda la natura delle genti meridionali, per via di tutta una serie di stereotipi, pregiudizi e “leggende nere” che circolano sul loro conto. Sgombriamo subito il campo dalle banalizzazioni: la tematica non può essere trattata con lo stesso spirito degli avvinazzati di un’osteria legaiola o con quello di tizi imbevuti di italofobia di marca americana; le esagerazioni, le sparate, le battutacce vanno tenute fuori dal dibattito.

Cominciamo dunque col dire che il Mezzogiorno non ha nulla a che fare col Nordafrica, col Levante, col Caucaso o il Vicino Oriente e ogni legame riconducibile a queste terre è prettamente antico: negli ultimi 2000 anni il genoma degli Italiani (tutti) non è stato sensibilmente alterato da alcunché. Sarebbe quindi l’ora di sbarazzarsi di certe scempiaggini riguardo gli inesistenti Italiani meticci, derivati in massa dagli schiavi affrancati provenienti da tutto il bacino romanizzato del Mediterraneo, mezzi arabi o mezzi ebrei, fratelli gemelli degli Aschenaziti, levantini mancati ecc. ecc. Purtroppo sono pregiudizi non infrequenti tra gli stranieri, ma la cosa peggiore è che ritornano anche tra Italiani, insiti sia in una parte del Settentrione che, ed è questa la cosa peggiore, pure in una parte del Meridione, che rivendica con orgoglio un’estraneità afroasiatica inesistente riguardo al quadro europeo.

L’Italia, chiaramente, è uno dei Paesi più eterogenei d’Europa, se non il più eterogeneo, ma questo non significa che a nord siano tedeschi e a sud magrebini o libanesi, o che fino alla Linea Gotica è Europa e poi comincia l’Africa; sembrano barzellette da pratone pontidese ma diversi antropologi del passato alimentarono queste corbellerie, a partire dagli studiosi meridionali medesimi! Sergi, Niceforo, Pasquale Rossi, facendo comunella con l’indiscusso re della fantascienza applicata all’antropologia fisica, ossia Lombroso, diffusero ampiamente infausti miti sul conto del Sud che sono poi stati ripresi con entusiasmo dagli ambienti leghisti e prima ancora da quelli wasp del Nordamerica. Il fiorire di pregiudizi anti-meridionali trae linfa vitale dall’industria delle menzogne targata Hollywood, dove l’Italiano, soprattutto del Sud, è sempre ritratto come il piccoletto tozzo e sovrappeso, scuro e peloso, immancabilmente dedito alla mafia, alle truffe, alla malavita e immerso nel degrado assoluto.

La verità, fortunatamente, è ben diversa dalle dicerie e dai cliché hollywoodiani. Certo, ci mancherebbe, non esiste un’unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia, una sterminata penisola di fratelli d’Italia tutti uguali e indistinti coesi dalla romanità (e per fortuna, perché la varietà – tollerabile – è ricchezza), ed è evidente che l’italianità passi più per valori culturali, spirituali, storici che etnici e biologici (ma una nazione, signori, è un concetto ben più nobile e complesso del mero dato antro-genetico), epperò le terre d’Italia appaiono unite da una sottile linea rossa che il naturale cline genetico non spezza e che unisce soprattutto Nord e Centro ma senza creare un baratro tra Italia centrale e Sud. Come la Lunigiana e la Romagna scolorano, senza sbalzi, nella Toscana e nelle Marche, così l’area laziale scolora in quella campana e l’ascolana (linguisticamente meridionale) in quella abruzzese che è quasi pienamente meridionale.

Le esagerazioni, se non vere e proprie menzogne, contro il Meridione italiano circolano anche su internet ad opera di soggetti frustrati (sovente italo-americani o comunque rimescolati, se non direttamente allogeni afroasiatici), palesemente animati da una agenda anti-italiana, il cui intento è mirato o a nordicizzare i vicini di casa degli Italiani (Iberici, Sardi, Balcanici, Greci) oppure a tentare di far credere che nei meridionali vi sia un dato MENA (Middle East – North Africa) straripante che li accosta più a Semiti e Camiti che agli Europei. Capite bene che individui del genere non possono che essere dei gaglioffi insicuri, privi di autostima e senza una vita che passano la loro insignificante esistenza sugli anthro-fora trollando l’Italia. E tutto questo per cosa? Invidia e ignoranza crassa, è evidente. Chi conosce fora quali  The Apricity, Anthrocivitas, Anthroscape, Anthropology Biodiversity Forum, Eupedia sa benissimo di cosa sto parlando.

A volte la, scomposta, risposta a queste indecenti provocazioni si tramuta in un delirio anti-identitario in cui si vogliono spacciare per fratelli senza differenze tutti gli Italiani, minimizzando l’ovvia differenza tra Nord, Centro e Sud ed arrivando a negare con miopia persino le palesi peculiarità genetiche degli areali italiani. Il risultato è una patetica tendenza, soprattutto italo-americana e fascio-clericale, a trascinare verso sud Centro e Nord Italia levantinizzando quest’ultimi, senza accorgersi che questo è un pessimo servizio anche per il medesimo Meridione. Serve equilibro, razionalità, moderazione, quando si parla di scienza, e i dogmi vanno lasciati nel comodino assieme alle agende di qualsivoglia tipo: padaniste, italianiste a tutti i costi, meridionaliste, antirazziste, anti-italiane ecc. ecc. Astenersi falliti, personalità fragili e rancorosi e frustrati imbecilloni.

I principali bersagli delle agende, tra i meridionali, sono soprattutto quelli estremi, di Salento, Calabria e Sicilia, che vengono staccati dal resto d’Italia accostandoli al Levante. Eppure, usando i campioni anche più estremi dei meridionali e paragonandoli a quelli dei Ciprioti (che sarebbero Greci alquanto levantinizzati), rimarrebbe comunque un margine di differenza abbastanza significativo. Il Levante propriamente detto, però, non è appunto Cipro, ma una media pesata tra Libano, Siria, Cisgiordania ecc. Essendoci un cline genetico, è ovvio che anche i meridionali più estremi rimangano più vicini all’Italia che al Levante. Il sample calabrese, che rappresenta già i meridionali più estremi (la Calabria è più sudorientale della Sicilia, geneticamente parlando), sembra esattamente a metà tra il Levante il Nord Italia. Che poi è lo stesso valore che danno molti calcolatori di Gedmatch che modellano un Italiano del Sud come 50% Nord Italiano e 50% Libanese, quindi equidistante da entrambi.

Esiste uno stacco tra Meridione e Meridione estremo (che segue anche la linguistica e l’intensità dell’influsso di tipo greco); vi sono Calabresi e Siciliani che si avvicinano parecchio a Cipro avendo scarsissime o quasi nulle componenti nordiche ma viceversa ve ne sono altri, soprattutto Siciliani, che si avvicinano ai risultati abruzzesi, come nel caso di Trapani. Una regione sorprendente è la Campania, con Campani che sono molto più vicini geneticamente alla Calabri e altri che lo sono all’Abruzzo. Può anche darsi che quest’area, complice pure il fatto che Napoli è stata a lungo la capitale del regno meridionale, abbia attratto un costante flusso di migranti da zone più a sud dell’Italia. Anche la Puglia sembra variare molto. Ma eccetto alcuni Abruzzesi, difficile trovare meridionali che superino i 19 punti NE (North-Eastern, componente sintomatica di apporti ario-nordici) in un calcolatore come Harappa, mentre certi Calabresi e Siciliani scendono anche a 12/13 NE. Il picco massimo riscontrato sinora è nelle Alpi orientali con alcuni nativi del Triveneto che raggiungono anche 38/39 NE, sempre con Harappa.

Il Meridione non può essere paragonato, in toto, al Medio Oriente, nemmeno in chiave antica (che è quella corretta): se il Sud fosse Levante puro, il Centro-Nord sarebbe mezzo levantino e mezzo europeo. Attenzione ad uscirsene con certe sparate controproducenti… Le astruse teorie nordiciste secondo cui gli Italiani, soprattutto del Sud, discenderebbero dai liberti romani sono pura follia, perché queste stesse teorie, dal sapore neonazista, vedrebbero nei Romani (così come nei Greci) dei vichinghi calati dal Nord Europa per civilizzare i barbari paleo-mediterranei e neolitici…

Geneticamente possiamo forse dire che, complessivamente, il Nord Italia è di transizione tra il sud e il centro europei, così come il Sud Italia sembra essere di transizione tra l’Europa meridionale e il Mediterraneo sud-orientale (Cipro). Ma così come la media del Nord Italia rimane piuttosto distante dall’Europa centrale, quella del Sud Italia rimane distante da Cipro. Attenzione: questa affinità tra Sud Italia e Levante, o meglio Cipro, risale a diversi millenni fa, non è nulla di recente, tanto che la differenza interna degli Italiani deriva dal quadro preistorico/protostorico preromano; come accennato sopra gli ultimi 2000 anni non hanno tramutato le genti padano-alpine in Germanici e quelle centro-meridionali in Ebrei aschenaziti… Sono quest’ultimi che assomigliano ai Siciliani, non viceversa.

Va altresì precisato che vi sono differenze tra Grecia continentale e Italia meridionale, ma questo perché la prima ha discretamente risentito dell’influsso continentale recato dai Dori e anche dall’infiltrazione di geni slavi; si tenga presente che gli autori, amatoriali, dei vari calcolatori genetici in circolazione tendono a fare un pochino i furbacchioni, scegliendo, per rappresentare i Greci continentali, campioni a ridosso di Macedonia (FYROM) e Bulgaria, ovviamente slavizzati, cosicché non solo i nostri meridionali vengono trascinati verso il basso, ma scivolano pure i Toscani che, normalmente, sono abbastanza in pari con gli Albanesi. Ridicolo chiamare “Greci” un campione genetico che proviene dal nord estremo della Grecia (Tessaglia, Salonicco…).

Il nord del cluster meridionale è rappresentato dal campione aquilano selezionato da Sazzini nel suo studio dello scorso anno; i “suoi” Aquilani sono modellabili come:

Italian_Abruzzo

South_Italian 71.8%
Italian_Bergamo 28.2%

A volte gli Abruzzesi vengono presentati come Italia centrale ma, geneticamente (anche culturalmente direi), si collocano nell’estremità settentrionale del generale raggruppamento sud-italiano, essendo prevalentemente meridionali. Il campione abruzzese assomiglia fortemente al campione occidentale siciliano (per via di maggiori influssi continentali dovuti non solo ai Normanni) che però rappresenta 1/3 dell’aspetto genetico siciliano, nel complesso affine all’ambito siciliano orientale.  D’altro canto solo 1/4 circa del territorio aquilano, a ridosso del Lazio, è mediano da un punto di vista linguistico e territoriale, e la gente di laggiù, per via del Regno di Napoli, si sarà magari rimescolata con altri Abruzzesi. L’area di transizione tra Italia centrale e meridionale non è tanto, forse, l’Abruzzo occidentale quanto il sud del Lazio (province di Littoria e Frosinone), linguisticamente meridionale e storicamente legato alla Campania (vedi la Terra di Lavoro), sicuramente anche grazie a scambi genetici. Facile che le zone di confine, linguistico, si siano comunque incontrate, influenzandosi reciprocamente anche in materia biologica.

Il Sud Italia tutto appare nettamente smarcato dal Nordafrica e dal Medioriente ed è sicuramente più corretto dire che tende, semmai, a Cipro che al Levante vero e proprio (Siria, Libano, Drusi ecc.); non solo le Alpi ma anche i mari hanno contribuito ad “isolare” l’Italia permettendole di sviluppare un profilo genetico sì eterogeneo ma anche peculiare di tutto il territorio peninsulare e sub-continentale, rinforzato dalle tradizionali tendenze endogame della vecchia Italia rurale. Sicché sarà corretto definire gli Italiani del Nord come compresi tra Europa sudoccidentale e Mitteleuropa, secondo un gradiente ovest-est, i Toscani come intermedi sudoccidentali – mediterranei centrali (più prossimi al Nord che al Sud), i mediani abbastanza mediterranei centrali, il Meridione tra Mediterraneo centrale e orientale e infine i Sardi come sudoccidentali isolati.

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Genetica dell’Italia centrale

Sazzini et al. 2016: il cline genetico italiano

Si parla sempre di Italia del Nord e Italia del Sud, i due estremi, ma spesso ci si dimentica di ciò che sta nel mezzo (nonostante la Capitale e la culla della lingua nazionale), anche in termini antropologici e genetici. L’Italia centrale è davvero sovente trascurata preferendo concentrarsi su Nord e Sud, eppure uno studio approfondito di questa realtà è davvero necessario, anche per cogliere la funzione di cerniera che il Centro rappresenta nei riguardi di Settentrione e Meridione.

In termini generali l’Italia centrale include la Toscana, la Corsica, l’Umbria, le Marche, il Lazio, l’Abruzzo; in un senso più preciso andrebbero esclusi il Lazio meridionale e buona parte dell’Abruzzo, fatta eccezione per il settore occidentale dell’Aquilano che include anche le martoriate terre sismiche mediane parte, oggi, della provincia di Rieti, come Amatrice (tutte aree storiche sabine). Da un punto di vista linguistico, e anche culturale, Toscana e Corsica fanno un po’ parte di un gruppo a sé stante, mentre nel resto dell’Italia centrale delineata poc’anzi si fa netto il lignaggio italico e la natura mediana delle lingue ivi parlate.

Nel Centro c’è un impasto etnico di tipo mediterraneo-alpino-dinarico con influssi nordici nella Toscana interna e nell’Umbria nordoccidentale, nonché nell’area sabina tra Rieti e Abruzzo occidentale. Influssi nordici si presentano anche nella Toscana settentrionale, ma lì si aprono le porte dell’Italia settentrionale, da Massa in su (Lunigiana), sebbene la scia del biondismo che parte dall’Appennino Ligure, e ha il suo fulcro proprio in Lunigiana, includa anche Garfagnana e Pistoiese. Tuttavia il Centro Italia è un’area eminentemente mediterranea, in tutti i sensi, per quanto la dorsale appenninica, come è ovvio che sia, mostri le sue proprie peculiarità.

La Corsica, ben distinta dalla Sardegna, si accosta alla Toscana mostrando un aspetto genetico che sembra convogliare tre filoni: due maggiori che sono quello toscano e ligure e uno minore che mostra aspetto sardo. La linea genetica paterna, precipua, è chiaramente R1b-U152 (limpido retaggio centrosettentrionale), frutto, con tutta probabilità, di un effetto del fondatore toscano, ligure o antico-romano. Ma veniamo al quadro genetico complessivo.

All’interno dell’Italia centrale, va tenuto conto del fatto che la Toscana non si colloca in una posizione puramente mediana ma tra Italia centrale e Nord Italia, quindi potremmo anche definire centrosettentrionale (come l’area dell’Aquila, per altri versi, è centromeridionale) il suo statuto; probabilmente questa differenza tra Toscana e aree limitrofe risale al periodo neolitico o calcolitico, quando cioè l’Italia adriatica venne interessata da un flusso genico balcanico-levantino, mentre al Nord il flusso degli agricoltori neolitici potrebbe essere stato più centro-europeo/danubiano. La differenza – non abissale, capiamoci – tra Toscana e resto del Centro Italia sarebbe anche la riprova della non-levantinità recente degli Etruschi, altrimenti la Toscana plotterebbe con gli Italiani del Sud…

Il Centro Italia “puro”, geneticamente parlando, riguarda le Marche, l’Umbria, la Sabina, il Lazio centrosettentrionale (un tempo sicuramente anche Roma, che oggi è troppo rimescolata con genti da tutta Italia, soprattutto dal Sud) e, su di un qualsivoglia plot genetico, risulterebbe a metà tra Nord Italia (campione bergamasco) e Sud Italia (campione calabrese), sicuramente più vicino alla Toscana che al Sud se come punto di riferimento mediano prendiamo Ancona, e non il campione abruzzese standard (di Chieti) o anche quello aquilano, che è più Italia meridionale che centrale.

Secondo Sazzini gli Anconetani (che sono quelli più a nord dopo Pesaro-Urbino) clusterano con i Grossetani, che sono i Toscani meridionali, mentre i Pistoiesi si avvicinano ai Bolognesi. Con questa differenza principale: tutti i Grossetani sono compatti e omogenei e non escono dal proprio cluster, mentre una piccola percentuale di Anconetani finisce nel cluster del Sud Italia, con una percentuale ancora più piccola di Anconetani che sale alta nel cluster del Nord Italia. Ma questo, forse, è anche dovuto al fatto che nello studio di Sazzini gli Anconetani siano più di 100, uno dei campioni più grandi del suo studio (l’altro è quello dei Bolognesi), e più grande è un campione e più outlier può avere, anche per via della mancanza di accuratezza del campione (non tutti gli individui analizzati saranno effettivamente stati 4/4 indigeni, dubito che i genetisti italiani siano così zelanti da controllare per bene la genealogia di ciascun volontario).

Per accertarsi definitivamente sull’identità genetica di Umbri e Marchigiani andrebbero fatte della PCA in base a più calcolatori. Una sorta di prova del nove per vedere se l’ultimo studio in materia di genetica delle popolazioni italiana (Sazzini et al. 2016) regge ed è completamente affidabile.

Per quanto riguarda i Laziali, quelli che sono davvero 4/4 laziali e provengono da aree del Lazio che sono ancora centro-italiane/mediane hanno la stessa tendenza di Marchigiani e Umbri, con i Viterbesi che sono poco più a sud dei Toscani meridionali. Mentre i Laziali che fanno parte di quelle aree del Lazio che prima del 1927 erano Abruzzo (vedi la suddetta Amatrice e il resto dell’ex circondario di Cittaducale) o Campania (vedi molta parte delle province di Frosinone e Littoria) sono invece meridionali geneticamente, se non proprio linguisticamente e culturalmente. Peraltro, sono storicamente mescolati con Abruzzesi e Campani, dal ‘700/’800 fino a tutto il ‘900, quando facevano tutti parte del Regno di Napoli.

Di tutti i meridionali gli unici che riescono a entrare nel cluster del Centro Italia sono una manciata di Beneventani (Beneventani di cui si narra la storia del ripopolamento con i Liguri Apuani deportati dai Romani, a cui recarono altro U152 da aggiungersi a quello, eventuale, sannitico; tuttavia è tutt’altro che pacifico che Umbri e Osci, nonostante la parentela linguistica, siano due popoli che procedono effettivamente dallo stesso ceppo), mentre una grande fetta, forse la maggioranza, dei Beneventani, rimane comunque nel cluster del Sud Italia.

Sazzini 2016 mostra chiaramente che in Italia esistono quattro cluster, rappresentati da Nord, Centro (con la Toscana), Sud e Sardegna. Certamente Umbri e Marchigiani sembrano in media più a sud dei Toscani, ma gli Anconetani sembrerebbero chiaramente in mezzo; dire che siano più vicini al Sud Italia che al Nord Italia è una lettura forzata, visto che, oltretutto, una piccola percentuale di Anconetani entra persino nel cluster del Nord Italia.

Ad ogni modo, calcolando con R Project (programma di statistica applicata alla genetica) il breakdown italiano, prendendo come punto di riferimento il campione genetico nord-italiano di Bergamo e quello sud-italiano calabrese, la regione che è esattamente al centro dell’Italia genetica è il Lazio, che viene modellato come 50% Nord Italiano, 50% Sud Italiano, virgola più virgola meno. Importante: per calcolare il valore del Lazio sono stati usati kit della provincia di Viterbo, Rieti, Roma e uno che sta a ridosso di quella di Frosinone ma ancora in territorio linguisticamente mediano. Come aveva detto Cavalli-Sforza alcuni anni fa, il Sud inizia a sud di Roma (e a est di Roma, perché l’Abruzzo è chiaramente geneticamente e culturalmente Sud Italia). L’Umbria è simile a Marche e Lazio.

Italian_Lazio

South_Italian 50.1%
Italian_Bergamo 49.9%

Rieti, e forse ancor di più Roma (quantomeno la provincia di Roma), sono davvero l’ombelico d’Italia. In Sabina ci saranno variazioni personali ma fondamentalmente la situazione è come nel Lazio (fatto salvo il caso delle aree un tempo abruzzesi). Consideriamo che se in questa media del Lazio vengono aggiunti invece i risultati di quelli delle province di Frosinone e Littoria, che appartengono alle zone dove si comincia a parlare meridionale, o a persone mescolate con Abruzzesi e Campani (molto comuni da quelle parti), chiaramente la media del Lazio viene trascinata molto a sud, perché con i territori di Frosinone e Littoria inizia davvero il Sud Italia.

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