Quando l’aborto si fa attentato contro la Comunità

“L’utero è mio e me lo gestisco io”, scandiscono, ancor oggi, le isteriche gonnelle (post)femministe, col cervello imbevuto di castronerie ideologiche. Loro si sentono delle eroine, delle paladine del genere femminile contro tutto e tutti, ma le poverine non si accorgono di come siano null’altro che uno strumento nelle mani della propaganda di regime mondialista, dove la figura della donna, peraltro, viene mercificata ad uso e abuso della società dei consumi occidentale.

Sembra infatti non capiscano (o fingano di non capire, perché dopotutto sono complici) di essere immerse fino ai capelli in un sistema di consumismo e materialismo folli, dove non esiste alcun valore etico e morale e dove la persona, l’essere umano, è solo un vuoto simulacro di carne ed ossa, un ammasso di materia (e di meri bisogni fisiologici, manco fosse una bestia) deprivato del proprio spirito. Non esiste alcuna battaglia “civile” e “sociale” nel femminismo, così come non esiste nel progressismo e nel liberalismo, che sono l’ideale brodo di coltura in cui sviluppare idee esecrande come, ad esempio, l’aborto.

L’utero sarà anche delle donne che sbraitano ai quattro venti contro il patriarcato, il conservatorismo, il tradizionalismo e il “fascismo”, ma quanto si sviluppa nell’utero delle stesse – se si sviluppa – non è loro proprietà, perché la vita non è proprietà di nessuno, se non degli individui che compongono la comunità nazionale, purtroppo vieppiù disgregata da deleteri fenomeni come l’individualismo borghese e l’anarco-femminismo postmoderno. L’aborto irrompe nella quotidianità a gamba tesa, come un velenoso ed infame capriccio (per lo più) che poco ha a che vedere con la salute della donna, del feto o con eventi criminali come lo stupro. In Europa, inoltre, non ha nemmeno l’aspetto del controllo delle nascite, che servirebbe infatti altrove, perché l’Europa è sempre più sterile e vecchia, terra di conquista delle moderne orde barbariche che si riversano sul continente.

L’aborto nella società occidentale è, infatti, per lo più un capriccio. Un capriccio, infame, di donne e uomini che non vogliono prendersi le proprie responsabilità e giocano con la vita altrui al punto di spezzarla: non so se l’aborto possa tecnicamente essere definito omicidio ma sicuramente è la soppressione di una vita che sta sbocciando nel grembo di una donna, e per giunta (nel più dei casi) motivata da esigenze meschine, egoistiche, grette, di marionette che vivono di materialismo puro e patologico. Siamo stati tutti degli embrioni e dei feti, perciò se avessero stroncato sul nascere la nostra esistenza non saremmo certo qui, incluse le paladine del femminismo. Naturalmente un embrione non può essere messo sullo stesso piano di una persona nel pieno senso del termine, ma è l’alba della vita umana, e saperlo estirpato dai visceri muliebri per superficialità ed incoscienza dei “genitori” (più genitali che genitori, in effetti) è a mio avviso inaccettabile.

Se l’aborto serve per salvare la salute e la sopravvivenza della madre, se serve come interruzione di gravidanza laddove vi siano concreti problemi nel feto che va formandosi, e come neutralizzazione del frutto di una violenza sessuale, se insomma l’aborto si rende necessario, è lecito, spesso vitale appunto. Ma se l’interruzione di gravidanza viene dettata da motivi frivoli tipici di chi è ancora immaturo (al di là dell’età), di chi fa sesso senza precauzioni e/o vive nella promiscuità e non vuole prendere atto dell’effetto della propria condotta assumendosi le proprie responsabilità perché, magari, vuole continuare a divertirsi spensieratamente, allora no, mi spiace ma a mio avviso diventa intollerabile.

Qualcuno potrebbe dirmi: “Come puoi lasciare un innocente nelle grinfie di soggetti inaffidabili e privi di empatia che nemmeno lo desideravano?”. Signori, a questi soggetti farebbe bene un po’ di rieducazione, anche in preparazione della paternità e maternità, affinché maturino e si assumano le conseguenze delle proprie “gesta”, per quanto la gravidanza non sia il frutto dell’amore di due persone consapevoli. Del resto, a mali estremi, estremi rimedi: il bambino, una volta venuto al mondo, lo si affida ad una coppia desiderosa di avere figli ma che non può averne, come accade per chi partorisce in galera o non è idoneo alla genitorialità. E l’adozione permette anche di evitare di ricorrere a tutte quelle porcherie di laboratorio relative all’inseminazione artificiale o allo scandaloso mercimonio dell’utero in affitto (con annessi e connessi relativi al contesto omosessuale). Peraltro, questa pratica creerebbe una corsia preferenziale, come è giusto che sia, per le adozioni di bambini italiani e/o europei da parte di famiglie italiane e/o europee.

Abortire per capriccio, leggerezza e immaturità non è emancipazione (?) femminile, anzi, è imprigionare e svilire la figura femminile con la gabbia ideologica del progressismo, e del femminismo che a ben vedere è il peggior nemico delle donne. Se da una parte troviamo l’estremismo semitico delle religioni abramitiche, in cui la donna è quasi demonizzata per questioni sessuofobiche, dall’altra ci imbattiamo nell’estremismo modernista dove alle femmine viene fatto credere di essere ciò che non sono (e cioè uguali all’uomo, quando invece maschio e femmina sono complementari) e vengono drogate dalle nere favole partorite dalla società dei consumi all’americana. Verrebbe proprio da dire che il peggior burqa è quello che non sai di indossare: chi si crede libero perché occidentale è ancor più schiavo di chi si reputa tale perché discriminato dalle religioni del deserto mediorientale.

In mezzo a questi due poli, agli antipodi ma entrambi sbagliati, troviamo la moderazione e l’equilibrio che derivano dalla razionalità, dalla natura e dalla saggezza degli antichi, in difesa non solo della famiglia, cellula base di una società forte e sana, ma anche dei ruoli naturali di maschio e femmina. Ruoli naturali che non consistono nella donna relegata in cucina a sfornare torte e marmocchi con l’uomo in giro tutto il giorno a farsi i propri comodi, ma che sono invece in linea con la più salutare delle tradizioni (indo)europee: l’uomo è il padre di famiglia, il guerriero, la guida forte e autonoma anche della donna, mentre essa è moglie, madre, ancella del focolare e della Patria, cruciale nello sviluppo armonioso della società, grazie al suo tocco empatico e alla sua innata sensibilità femminea. Ripeto: non si deve vedere in questa dicotomia una sorta di maschilismo misogino, bensì complementarietà, senza di cui la famiglia e la comunità crollerebbero. Non può esistere uomo senza donna, non può esistere donna senza uomo, così come non può esistere famiglia senza padre e madre. E il cielo solo sa quanto bisogno abbia, l’Europa, di uomini, donne e famiglie indigene.

L’aborto, invece, assieme a tutta la nefanda paccottiglia ideologico-propagandistica espulsa come un miasmatico peto dalla fogna della contemporaneità liquida, instabile, apolide, ermafrodita, meticcia, atea e relativista, agisce a guisa di scheggia impazzita che va a conficcarsi nella salutare normalità comunitaria infettandola, inoculandole il virus del nichilismo anti-europeo che lentamente la conduce alla morte, all’estinzione. E purtroppo questo accade mediante il pervertimento della donna, a partire dall’infanzia, a cui viene fatto credere di essere padrona non solo (o non tanto) del proprio destino ma pure della vita altrui e della scellerata facoltà di sovvertire il bene comune in nome di capricci anarco-individualistici. E qui sono dolori: la donna diventa un’attentatrice suicida che trascina con sé, negli inferi, l’equilibrio e la normalità del proprio contesto etno-culturale.

Donne, non fatevi più abbindolare dalle affabulazioni sinistrorse e anarcoidi, perché coloro che le spacciano per pillole di saggezza non sono altro che ciarlatani a libro paga del caos e perché, soprattutto, non sono tese al vostro benessere e alla vostra realizzazione, ma alla vostra rovina, vostra e di chi vi sta intorno e vi vuole bene. L’aborto è la conseguenza del soqquadro relativista scatenato dal post-sessantottismo, ed è una delle più temibili armi che il sistema ha ideato per soggiogarvi e farvi credere di essere libere, quando invece, ricorrendovi, non sareste altro che fantocci posseduti dal contemporaneo demone occidentale dell’odio per la natura, la ragione e la biodiversità umana, e non.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/02/quando-laborto-si-fa-attentato-contro-la-comunita.html

Pubblicato in Il Soledì, Società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Solo gli Italiani possono salvare l’Italia

Arte e cultura ricoprono un ruolo fondamentale nell’educazione dei più giovani, ma anche nella vita degli adulti, e soprattutto in Italia assumono una connotazione straordinaria che fa del nostro Paese un unicum in tutto il mondo. Anche il turismo può rientrare in questo ambito, in particolar modo considerando le città d’arte e quelle di importante interesse storico, tanto che molti ritengono il flusso turistico come il vero punto di forza dell’Italia, grazie anche agli incantevoli scenari paesaggistici che si possono trovare dalle Alpi alla Sicilia. Tuttavia, pur riconoscendo che effettivamente il turismo è fondamentale per una realtà come quella italiana, e ovviamente un grande vanto perché coinvolge basilari sensibilità spirituali come la cultura e le arti, non riesco a nascondere lo svilimento derivante dalla situazione attuale di una grande nazione come l’Italia, che viene presa in considerazione (a partire dai propri figli) solamente come meta turistica, di svago, di divertimento, giardino lussureggiante di un’Europa che ci guarda dall’alto verso il basso e ci giudica alla stregua di inguaribili pasticcioni.

Ma il vero dramma non è la considerazione dello straniero, di cui potremmo bellamente infischiarcene, bensì di quella degli stessi nativi, che hanno ormai interiorizzato questo ruolo di comprimari pieni zeppi di difetti e di ataviche tare senza possibilità di redenzione, sebbene non sia altro che un cliché irriverente che, probabilmente, nasconde una buona dose di livida invidia da parte del forestiero che è solito ridere dell’Italia. Di conseguenza i primi disfattisti sono proprio gli Italiani, che si abbandonano quindi al pessimismo e alla passività, oppure ai micro-sciovinismi indipendentisti, finendo così per fare il gioco dei nemici dell’Italia e dell’Europa. D’altronde se fossimo realmente un popolo di inetti, imbecilli e corrotti come ci vogliono far credere, come potrebbe essere possibile ammirare il nostro straordinario patrimonio culturale, artistico, letterario e turistico, dunque storico, che contraddistingue il Paese? Roma, gli Etruschi, Dante, l’Umanesimo e il Rinascimento, la lirica ma anche l’artigianato, l’industria dell’automobile e quella navale ma anche aeronautica, le invenzioni e innovazioni tecnologiche e gli innumerevoli geni che costellano la nostra storia, il Fascismo come laboratorio di idee e manifesto ideologico, mettiamoci pure la cultura cattolica nella sua accezione più alta (ossia non dottrinaria) che a ben vedere è un cristianesimo decisamente romanizzato ed intriso di classicità… Tutto questo è manifestazione concreta ed efficace dell’estro italico, ma anche della forza e della potenza del bel paese che ha dato alla luce l’irraggiungibile civilizzazione romana e quanto si è poi da essa sviluppato.

Ma è proprio per questo che trovo svilente ricordarsi di essere italiani (al di là delle pagliacciate pallonare) solo quando si tratta di considerare arte e cultura, turismo e cibo, come se il ruolo storico degli Italiani contemporanei fosse solamente quello di occuparsi di dopolavoro e di ferie estive, o al più invernali sulle Alpi, e lasciarsi comandare e governare da altri. Del resto questo è quanto vuole l’Unione Europa, coi suoi bravi galoppini tricolorati, un’italietta ininfluente e serva che regredisca alla sua posizione pre-risorgimentale, dove era terra di conquista di chiunque. L’Unione Europea è una prigione per il Paese, in quanto rappresenta esclusivamente gli interessi della Germania e della Francia, e di conseguenza degli Stati Uniti. L’Italia non conta alcunché, a meno che si tratti di ridere, di mangiare, di farsi un bagnetto e di visitare la Torre di Pisa. Anche la gestione dell’emergenza migranti dimostra come l’Italia sia tenuta in non cale e abbandonata a sé stessa, perché gli allogeni che sbarcano a sud e risalgono la penisola per cercare di migrare più a nord e ovest in Germania e Francia non sono proprio graditi.

La propaganda anti-italiana in circolazione da decenni ha avuto il risultato di infettare gli stessi Italiani con un insano e assurdo senso di inferiorità nei confronti dell’Occidente, che a seconda degli stessi disfattisti nostrani sarebbe più avanzato, civile, onesto, capace, intraprendente e altre baggianate, come se invece la nazione illuminata da Roma fosse terzo mondo assieme a Grecia e penisola iberica. Cosicché i primi che diffamano l’Italia sono proprio gli Italiani, presi nell’irrazionale vortice di disfattismo, che porta a confondere lo stato con la nazione, e ad evidenziare esclusivamente i difetti e le tare di questo Paese. Proprio come vorrebbero a Bruxelles, Washington, Tel Aviv, e ad ONU  e  NATO. Tempo fa lessi una sorta di promemoria vergato dai militanti di CasaPound, che grossomodo ammoniva l’Italia ricordando come noi non siamo oggettistica kitsch, gondole di plastica e statuine napoletane del presepio, così come non siamo un cumulo di stereotipi enogastronomici o da melodramma e men che meno le denigratorie etichette su mafia, mamma, latini passionali e via dicendo; e ciò perché noi dobbiamo essere italiani fieri di esserlo, perciò padroni del nostro destino come della nostra terra natale, che è l’unico modo per non soccombere come comunità etniche di fronte al marasma mondialista.

L’Italia è un Paese complesso, eterogeneo, croce e delizia degli stessi Italiani, ma non ha bisogno di imparare niente da nessuno perché le soluzioni ai propri problemi sono insite nello stesso pool genico italico, rimasto pressoché intatto dai tempi preromani. La soluzione ai nostri problemi siamo noi, e nessun altro, ed è anche per questo che i nostri peggiori nemici siamo allo stesso modo noi stessi. Ogni volta che brontoliamo, ci lamentiamo, facciamo disfattismo, cianciamo di Padania e Sud arabo-levantino oppure di Neapolitania e di Nord polentone e barbaro pugnaliamo l’orgoglio patriottico e la nostra stessa dignità, calando le brache di fronte a coloro che ci vogliono morti, stecchiti, sepolti dalle orde allogene e dal pensiero unico antifascista. L’esterofilia e il cosmopolitismo sono la morte dell’Italia, della sua stessa ancestrale creatività che è poi la precipua fonte di autostima e di benessere, anche per una nazione. Quando si smette di brillare, di creare, di essere padroni della propria sorte, di vivere la vita invece di lasciarsi vivere da essa si cade nella depressione più nera e il patriottismo cede il posto al conformismo euro-atlantico dove l’Italia, per l’appunto, si ritira in cucina a preparare la pizza o i tortellini, la povera Cenerentola in abiti logori ormai assuefatta al suo degradante mestiere di sguattera. Ecco il complesso del cameriere, del lustrascarpe, del giullare itinerante.

Sì d’accordo, va bene: il sole, il mare, i musei, le chiese, la pizza, le Alpi e gli Appennini, il mandolino e il vino, gli abiti firmati… Ma, scusatemi tanto, l’Italia è molto ma molto di più che questo, perché l’Italia non è un’amena cartolina con scenari bucolici da appendere negli stanzini di Europei settentrionali immersi fino al collo nel liquame progressista e liberale, tizi i cui stati traboccano di allogeni e sono in crisi totale di identità (e nonostante questo continuano ad irridere l’Italia e gli Italiani). L’Italia è il faro d’Europa, la culla della civiltà europea occidentale, la figlia prediletta di Roma e della romanità senza cui sarebbe impossibile parlare di “civiltà”, la nazione che ha dato lezioni a tutti fino a che non è caduta nel baratro senza fine del repubblicanesimo antifascista, e quindi nelle nere voragini dell’omologazione euro-americana, occidentale, nelle cui tenebre si celano le infernali fauci del mondialismo.

Solo gli Italiani possono salvare l’Italia, e solo gli Italiani possono ridare vita ad un Paese plurimillenario oggi schiacciato dal tecnocratico peso di uno stato lontanissimo dai suoi cittadini, uno stato che nemmeno li rappresenta perché incarna i “valori” fintamente democratici degli organismi internazionali che sono i mortali nemici dell’autodeterminazione etnonazionale. Ricordatevi che l’Italia è una nazione che ha 3500 anni di Storia con S maiuscola, e non la baracca statale che non arriva a duecento anni, e che da una settantina di questi è solo un contenitore di popoli divisi da astio e rancore fomentati dalla politica dei palazzi romani e delle loro succursali regionali.

Orsù, risvegliamoci dal coma in cui siamo costretti da sin troppo tempo e riprendiamoci ciò che ci appartiene: l’Italia. Naturalmente non per inscenare parodie del Risorgimento o del Fascismo, che vanno lasciati in pace assieme ai morti, ma per convogliare su binari sani e vivi la prorompente energia che da sempre caratterizza gli Italiani ma che sovente è rimasta troppo a lungo repressa morendo lentamente in corpi ridotti a gabbie umane, in burattini sballottali qua e là dalle onde degli eventi. E questo non tanto per colpa della povera gente, dei poveri diavoli che poco possono fare, ma delle istituzioni e di chi poteva fare ma non ha fatto alcunché girandosi dall’altra parte, anche perché lautamente rifocillato dal padrone forestiero.

Che “Italia agli Italiani” non sia dunque dello sterile becerume da stadio o da capannelli neofascisti, ormai inutili, ma una parola d’ordine volta al sacrosanto diritto della comunità nazionale italica di essere protagonista della propria esistenza, e non più ruota di scorta del baraccone atlantista, il cui destino è nelle grinfie di infami burattinai usurocratici, che al sangue dei popoli preferiscono di gran lunga i lingotti e i bigliettoni delle banche.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/02/solo-gli-italiani-possono-salvare-litalia.html

Pubblicato in Il Soledì, Italia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Razza, razzismo e coscienza razziale

Un tempo, nemmeno troppo lontano, il termine “razzismo” veniva impiegato per designare una nobile branca etno-antropologica, più precisamente dell’antropologia fisica (o razziologia), che si occupava dello studio delle razze umane, senza contaminazioni ideologiche suprematiste o antirazziste. Oggi tale termine, come capirete, è del tutto inutilizzabile, data la demonizzazione totale, operata su vasta scala a scapito di esso dall’antifascismo, a partire dal 1945. Oggi parlare di “razzismo” significa sottintendere la discriminazione violenta, il pregiudizio razziale, il mito della razza superiore e magari pure la pulizia etnica e ciò perché nel dibattito antropologico è irrotta l’ideologia neomarxista con la sua brava tirannide relativista e anti-tradizionale, talché l’opinione pubblica narcotizzata dal pensiero unico dominante è giunta ad un punto di non ritorno, su alcune delicate tematiche. In origine, però, il termine in questione con l’odio e il pregiudizio non aveva nulla a che fare, è bene ricordarlo.

Per quanto mi riguarda, ma è un’ovvietà, l’odio, la discriminazione, la violenza, il suprematismo non riguardano una mera disciplina antropologica, come quella che, ora, indicheremo come razziologia, poiché in quel caso si esonda nei movimenti “razzistici” altamente ideologizzati; del resto, ad essere ideologizzati, sono anche i loro diretti antagonisti, non meno irrazionali e passionali, che sostengono l’inesistenza delle razze, l’uguaglianza assoluta, l’inconsistenza della biodiversità umana, un cumulo di sciocchezze insomma che fa da degna controparte a chi crede che la “razza nordica” sia superiore a tutte le altre. Sì, come no, lo vediamo tutti in che stato versi la Scandinavia, infatti, e quanto solare ethos indogermanico ci sia negli eredi dei Vichinghi… E tale discorso vale soprattutto per la Germania contemporanea, targata Merkel.

Constatando, oggi, cosa significhi dunque l’etichetta “razzismo”, conviene abbandonarla e optare per il termine “razziologia”, che designa lo studio delle razze, l’interesse per l’antropologia fisica e la genetica delle popolazioni, e la biodiversità, la ricchezza razziale del globo. Oggi vogliono farvi credere che il solo parlare di razze sia discriminazione e odio, perché lo stesso concetto di “razza”, a dire dei progressisti terzomondisti, è un concetto grondante disprezzo per i “diversi”. Ah, intendiamoci: questo discorso vale solo laddove siano i “bianchi”, gli Europei, a discriminare, perché viceversa sarebbe “orgoglio etnico” e “amore per le proprie radici”, qualcosa che a quanto sembra agli Europei sia proibito tassativamente persino in casa propria, pena detenzione ed emarginazione.

Ogni persona dotata di buonsenso, ciononostante, sa capire la differenza tra trattazione razziale e razzismo (in accezione moderna) e sa capire che affermare l’esistenza delle razze umane non implichi gerarchizzarle, metterne una in cima alle altre ed esaltarla come emanazione divina, uranica. O forse affermare, con argomenti scientifici e razionali, l’esistenza di qualcosa deve necessariamente divenire veicolo di odio e segregazione? Seguendo tale “logica” tutto ma proprio tutto può generare divisioni, odio, discriminazioni e violenza (e lo sappiamo benissimo tutti), dalle religioni alla politica, dallo sport alle mode, dalla musica all’enogastronomia, ogni opinione rischia di deragliare e divenire un atto di cieca violenza! Anche i campanilismi e gli sciovinismi sono esecrabili, ma non per questo arriveremo a negare l’esistenza di città, regioni, nazioni, gruppi etnici, lingue e culture.

Le razze umane esistono, con le loro sottorazze e con la caratterizzazione fenotipica dei vari sottogruppi, e la loro esistenza può essere supportata con l’antropologia fisica (craniologia e antropometria) e con la genetica, le quali dimostrano limpidamente come esistano 5/6 razze (6 se stacchiamo i Capoidi dai Negridi, solitamente associati come Negroidi) distinte, diversificate, attestate da decine di migliaia di anni e frutto, ovviamente, dell’adattamento al clima, dell’alimentazione, della selezione sessuale, dell’eredità genetica trasmessa di generazione in generazione. D’altronde siamo uomini, e gli uomini sono animali, e ogni animale che calpesta la crosta della Terra viene suddiviso in razze; o forse l’uomo è l’unico animale al mondo a non avere razza? Curioso come concetto. Soprattutto se si pensa che proviene dalle stesse teste che un giorno sì, e l’altro pure, ci stracciano l’anima coll’ateismo e il laicismo, che dovrebbe impedir loro di avere pregiudizi anti-razziali degni della peggior sacrestia, che vede nell’uomo una creatura di Dio, una sua emanazione, completamente priva di biodiversità perché creatura a sua immagine e somiglianza. O che forse ci si dovrà distinguere in buoni e cattivi? O magari, come amano i terzomondisti, in ricchi e poveri?

La razza, cari signori, non è nulla di abominevole o demoniaco, e se il suono vi urta cotanto potete chiamarla tranquillamente subspecie, che volendo è anche un modo più preciso e scientifico; la razza, in ogni caso, è quell’insieme di caratteristiche fisiche e genetiche condivise da un gruppo ampio di individui appartenenti alla medesima specie, che si possono trasmettere geneticamente ai discendenti. Insomma, si parla di biologia. Gli esseri umani condividono, infatti, lo stesso genere homo e la stessa specie sapiens ma è chiaro come il sole che divergano in base a razze e sottorazze, dove le prime, raggruppamenti principali, sono le fondamentali 5 ricordate poc’anzi. Ciò non toglie, che nell’uomo moderno siano rimasti residui di sapiens arcaici, che distinguono ulteriormente le razze umane, basti pensare al DNA caucasoide che ha piccolissime percentuali neanderthaliane, assenti nelle altre razze.

Naturalmente, quando si parla di razze in termini biologici e scientifici non si parla né di gerarchizzazioni né di qualità interiori o di intelletto, poiché è ovvio che chi nasce e cresce per millenni in climi desertici, nelle foreste tropicali incontaminate, in climi montagnosi ostili e sperduti avrà meno possibilità di progredire a livello culturale e scientifico rispetto a chi è nato nella temperata e lussureggiante Europa, a contatto con un clima sereno e tranquillo, senza condizioni estreme che rendano quasi impossibile viverci. Forse l’Europa ha sviluppato la sua grande civiltà, al di là del clima, per una sua spiccata dote, che è quella di equilibrio e razionalità. Anche questo frutto di una felice fusione tra uomo e natura, sebbene, ovviamente, pure la civiltà abbia il suo prezzo da pagare in termini di sviluppo. Oltretutto, volendo metter da parte per un attimo il discorso morale, sarebbe da capire su quali basi uno potrebbe parlare di superiorità di una razza rispetto ad un’altra, perché qui il discorso rischia di complicarsi e diventare relativo, ed ogni popolo della terra potrebbe vantare un primato su di un altro. La cultura proviene dall’incontro tra sangue e suolo, da cui nasce lo spirito appunto, senza dubbio, ma proprio per questo ogni cultura merita rispetto, a patto che rimanga contestualizzata nel suo habitat. Per di più sarebbe assurdo irridere gli indigeni del sud del mondo chiamandoli “selvaggi”, mentre noi stiamo naufragando in inquinamento, cementificazione, deforestazione e qualità di vita sempre peggiore. Però il problema qui, è chiaro, si deve all’Occidente, non all’Europa.

Il passo successivo, dopo la presa di coscienza razziale, sta nel difendere e preservare le caratteristiche di ciascuna razza, anche in ambito sottorazziale, perché il meticciamento e l’immigrazione allogena distruggono questa straordinaria ricchezza che è la biodiversità dei popoli umani. L’odio non sta nell’identità etno-razziale e in chi la difende ma, al di là di chi brama deliri suprematisti e colonialisti (che divengono boomerang, come in Francia), in chi predica egualitarismo, meticciato, esodi e società multirazziale, che sono proprio la tomba della ricchezza biologica umana, la fossa comune delle popolazioni del mondo sterminate dal dispotismo illuminato di chi puzza di mafia e massoneria.

Chi vuole distruggere le razze, le etnie, le culture, i popoli gettandoli come carne da macello nel tritacarne mondialista? I veri seminatori di odio, coloro che detestano visceralmente l’identitarismo e il tradizionalismo, e detestano anche la natura, che viene sacrificata sull’altare del mondialismo delle multinazionali, per sfruttare le risorse naturali sino allo sfinimento, causando devastazione e lenti genocidi. Chiunque propali ideologie nefande basate sui miti (fasulli) del progresso, del benessere, del capitalismo, del cristianesimo, del comunismo, insomma del folle piano sterminazionista elaborato dai tirapiedi del mondialismo, spaccia odio per amore, catene per libertà, distruzione multirazziale per arricchimento culturale. Costoro sono peggio, molto peggio di qualsiasi razzista incattivito in senso moderno, perché questi sono quattro gatti inoffensivi mentre tutto il sistema occidentale ruota attorno all’unipolarismo del Male che fa di relativismo e nichilismo i propri intoccabili capisaldi. E sino ad oggi le bombe americane e atlantiche sono servite a ribadire proprio questo esecrando, disumano concetto.

In un mondo schiavizzato agli idoli del denaro, del successo, del narcisismo e soprattutto della “democrazia” a stelle e strisce, parlare (in termini scientifici e biologici) di razze è scomodo, poiché risveglia le coscienze, e rischia di mettere i bastoni fra le ruote a chi fa di antifascismo e antirazzismo bandierine ipocrite per coprire le proprie malefatte consumate in nome di una assurda pretesa filantropica (?), che vedrebbe il globo nelle grinfie dei carnefici di Hiroshima e Nagasaki, ma anche di Dresda e di Pforzheim, con la zelante partecipazione dei loro innumerevoli gregari.

Ma vedete amici, il concetto di “umanità” che costoro propagandano e sbandierano tanto, come già Carl Schmitt sottolineò, non è che un feticcio, un pretesto patetico quanto folle per poter espandere il proprio imperialismo bestiale e fuori controllo su tutto il pianeta Terra, in una rediviva crociata atea e laica dove al centro del nuovo culto vi siano il dio capitalismo, il dio affarismo, il dio liberalismo, una infernale trimurti in cui il dominio è di pochissimi sulle schiene dei moltissimi popoli della specie sapiens ridotti alla stregua di automi senza sangue, senza spirito, senza cultura, senza identità e, appunto, razza. Poiché solo dal verbo identitario e tradizionale dell’etnonazionalismo può provenire l’edificazione di quel baluardo roccioso e inespugnabile che viene a costruirsi sulle solide fondamenta della coscienza di popolo, etnia, sottorazza e razza, di stirpe, che animata dal radioso spirito combattente si fa implacabile minaccia contro tutti i nemici massificati defecati come aborti dalle sataniche viscere dello stato mondiale che va formandosi.

Ave Italia!

Pubblicato in Identità, Il Soledì | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Toponimi di Bergamo e del Bergamasco

Carta della Provincia di Bergamo, 1900

Carta della Provincia di Bergamo, 1900

Nei precedenti articoli sulla toponomastica bergamasca mi sono concentrato sul sostrato celto-ligure/gallico, o comunque prelatino, e sul superstrato germanico, in quanto peculiari dell’area orobica in particolare e lombarda in generale. Non volendo però limitarmi a quelli che, dopotutto, sono toponimi minoritari rispetto alla maggior parte che presenta etimologia latina (ovviamente volgarizzata o italianizzata), per quanto i primi siano in numero indubbiamente cospicuo, vorrei ora presentare la lista completa dei principali nomi di luogo bergamaschi e cioè quelli degli attuali 244 comuni della Provincia bergamasca, più i 6 comuni già bergamaschi annessi dalla Provincia di Lecco nel 1992; inoltre aggiungo anche i nomi delle loro principali frazioni e di località storiche oggi scomparse, che in molti casi sono state antichi comuni rurali poi soppressi e assorbiti dalle entità comunali giunte sino ai nostri giorni.

L’ingente frammentazione amministrativa in piccoli e piccolissimi comuni del territorio bergamasco, va di pari passo con quella di altri territori nordoccidentali come Varese, Como (e Lecco), Ticino, Milano e Asti, sintomo non solo di alta densità demografica, ma anche di forme storiche di insediamento peculiari dell’area celto-ligure italiana; un popolo come quello dei Celti golasecchiani, la cui cultura andava dalla Sesia al Serio, prediligeva l’abitato sparso suddiviso in vici e pagi, la cui creazione si fondava su rituali religiosi pagani come quelli della delimitazione dei confini mediante solchi di aratro e della lustratio. Le suddivisioni pagensi celto-liguri e poi galliche vennero romanizzate ed inquadrate nella centuriazione dell’agro orobico, sfociando successivamente nell’ordinamento medievale della plebs, la pieve cristiana, da cui le circoscrizioni sovracomunali e comunali. Suggestivo dunque constatare una certa continuità storica tra l’arcaica territorialità che ruotava attorno al pagus celtico, romanizzato, e l’organizzazione comunale del territorio bergamasco medievale, cui i Longobardi diedero il proprio contributo con il sistema della iudiciaria, della vicinia, e dei comunalia (l’almenda germanica).

Nel passare in rassegna i toponimi bergamaschi, mi sono servito dell’Atlante storico del territorio bergamasco e per quanto concerne le etimologie mi sono aiutato con tre opere fondamentali per chi voglia cercare di riportare alla luce il significato dei nomi di luogo orobici analizzati: il Dizionario di toponomastica lombarda dell’Olivieri, la Toponomastica italiana di Pellegrini e soprattutto Paesi e luoghi di Bergamo di Umberto Zanetti, con cui mi sono cospicuamente confrontato per la maggior parte delle voci e di cui sono alquanto debitore. Naturalmente, in ogni caso, cerco sempre di elaborare se possibile una mia interpretazione soddisfacente mantenendo un minimo di spirito critico anche riguardo le conclusioni degli autori sunnominati, soprattutto laddove l’etimo non sia a mio giudizio convincente.

C’è da dire che interrogarsi sull’etimologia di un toponimo è un esercizio di acume, intelletto ed intuito, ed è innanzitutto un sacrosanto tributo al nostro territorio, alla sua storia e alle sue radici etno-culturali, che del resto sono anche le nostre. È un peccato, a mio giudizio, che nella stragrande maggioranza dei casi i nomi di luogo non dicano quasi più nulla alle persone che li incrociano, sebbene va detto che nel corso dei secoli alcuni toponimi hanno cambiato così radicalmente la propria forma da confondere le idee persino ai più arguti e curiosi studiosi, che si lambiccano il cervello cercando di risalire agli etimi più probabili. In questo, è ovvio, bisogna cercare sempre di mettere in pratica una ricerca il più scientifica possibile, che si basi quindi sui documenti d’archivio, sull’archeologia e sull’indagine geografica e antropica in loco.

In questo, come negli articoli precedenti sulla toponomastica bergamasca, cerco di risalire ad una etimologia papabile e motivata razionalmente, anche se non posso certo escludere di essere giunto a soluzioni paretimologiche. Di certo non ho mai comunque assecondato delle ipotesi assurde che tirassero in ballo leggende, dicerie, etimi popolari strampalati o sostrati e superstrati che sarebbe alquanto ridicolo cercare di rintracciare nell’Orobia. Bisogna infatti tenere sempre a mente che, nel tempo, una forma originale può oscillare da una lingua all’altra oppure venir volgarizzata, senza contare che negli antichi documenti pergamenacei sovente ci si può imbattere in errori di trascrizione del copista; sicché se un toponimo giunto a noi presenta una resa linguistica non è affatto detto che questa debba coincidere con la sua forma primigenia, che potrebbe pure essere decisamente differente. Insomma, è giusto analizzare il significato dei nostri nomi di luogo ma quando si fanno ipotesi bisogna sempre procedere coi piedi di piombo, usando il condizionale laddove non vi possano essere certezze.

Sarà utile ricordare che la stratificazione linguistica del Bergamasco presenta un sostrato antichissimo anariano (alpino o mediterraneo) relativo a genti non linguisticamente indoeuropee come Reti e Liguri primordiali ma soprattutto uno antico, indoeuropeo, celtico (golasecchiano prima e gallico poi), seguito ovviamente dal preponderante strato latino dovuto alla romanizzazione e completato dal superstrato – alquanto modesto – germanico, segnatamente longobardo. Ci sarebbe da precisare che, recentemente, gli studiosi ascrivono l’estinta lingua ligure al substrato indoeuropeo più antico (che sarebbe quello a cui si deve l’idronimia arcaica delle nostre terre), una sorta di proto-italo-celtico. I toponimi di etimo latino derivano o direttamente dalla lingua di Roma (anche volgarizzata) oppure, per via indiretta, dalla loquela bergamasca, successivamente italianizzata.

Infine, per quanto concerne la suffissazione (romanizzata) relativa soprattutto ai toponimi prediali, tra le più tipiche desinenze avremo le latine -anus/-ana, -anicus/-anica, -aticus/-atica (piuttosto tipiche dell’Italia settentrionale, la seconda e terza coppia), il ligure -ascus/-asca (varianti sono in -oscus e -uscus) che indica anche appartenenza, discendenza, etnia così come il celtico -ate, usato similarmente per designare un prediale o per indicare prossimità a corsi d’acqua, o meglio ancora elementi naturali generici; celtici, o piuttosto gallo-romani, saranno anche i classici -acum/-aca che danno -aco/-aca, -ago/-aga, -igo/-iga; infine il germanico -ing che dà -ingo ed -engo. Interessante notare come molti di questi suffissi siano risultati produttivi anche in età medievale.

Accanto al toponimo ufficiale in italiano riporterò, nel caso degli attuali comuni, quello in dialetto bergamasco, non solo per questioni identitarie ma anche perché spesso il nome di luogo in lingua locale appare più fedele alla forma originaria del toponimo, offrendo così un prezioso aiuto all’indagine etimologica. Nel caso dei quartieri, delle frazioni o delle località scomparse metterò invece tra parentesi il nome della città o della località prominente cui fanno riferimento.

Adrara San Martino (Dréra): Val Cavallina. Dal latino ater, “nero”, alla base di un ipotetico *ateraria, ossia “terra nera, scura”. Il culto di San Martino, patrono del paese, ebbe grande successo nell’Italia settentrionale grazie ai Franchi.

Adrara San Rocco (San Ròch): Val Cavallina. Come sopra. La specifica di San Rocco si deve al patrono del paese.

Albano Sant’Alessandro (‘Lbà): Val Cavallina. Dal nome personale latino Albanus. La specifica è un tributo al patrono di Bergamo, Sant’Alessandro.

Albareti (Ardesio): Val Seriana. In antico Albareda, si riferisce ovviamente ad un arboretum, probabilmente di pioppi tremuli (bergamasco àlbera, “pioppo”).

Albegno (Treviolo): Contado. Dal gentilizio romano Albinius.

Albenza (Almenno San Bartolomeo): Valle Imagna. Da un probabile gentilizio romano Albentius, oppure – considerando la posizione prealpina – dalla radice indoeuropea *alb/*alp indicante un’altura innevata (vedi latino albus, “bianco”).

Albino (‘Lbì): Val Seriana. Dal nome personale latino Albinus (vedi albus, “bianco”).

Algua (Àlgua): Val Serina. Dal nome dialettale èigua, “acqua”, forse incrociato col latino albus.

Almè (‘Lmé): Val Brembana. Vedi Almenno San Salvatore.

Almenno San Bartolomeo (San Bartolomé): Valle Imagna. Come sopra. La specifica si deve al santo patrono.

Almenno San Salvatore (‘Lmèn): Valle Imagna. In antico Lemine (Lemennis), deve il suo nome al termine celtico *lemos, “olmo”. Fu antica corte regia longobarda. La specifica si deve al patrono, il Santissimo Salvatore, figura tipica della devozione longobarda, così come San Giorgio che dà il nome all’omonima chiesa romanica almennese.

Alzano Lombardo (‘Lzà): Val Seriana. Da un praedium Alicianum, podere della gens Alicia. Il comune attuale nasce dall’unione di Alzano Maggiore con Alzano di Sopra. La specifica è ovvia.

Ama (Aviatico): Val Seriana. Vedi Amora.

Amagno (Strozza): Valle Imagna. Forse una corruzione di *Arimannio, luogo presidiato da arimanni longobardi (gli uomini liberi in armi)?

Amberete (Brusaporto): Val Cavallina. Località scomparsa. Accostabile al celtico *ambe, “fiume”, grazie ad un tema idronimico *ambra uscente in amber-.

Ambivere (Ambìer): Val San Martino. Dal nome della tribù dei Galli Ambivareti (amb-, “acqua, fiume”, ma anche bevera da *bebra, “fiume dei castori”, dove bebros vale “castoro” in celtico; bevera indica un piccolo corso d’acqua, un ruscello).

Aminella (Trescore Balneario): Val Cavallina. È nome di una collina, e forse potrebbe avere a che fare con la voce di origine celtica mina, “cunicolo sotterraneo”. La a iniziale potrebbe significare ad.

Ammellina (Trescore Balneario): Val Cavallina. Potrebbe derivare da un mellum di origine celto-ligure, indicante “collina” oppure “villaggio in collina”.

Amora (Aviatico): Val Seriana. Secondo lo Zanetti potrebbe risalire ad una antichissima voce mediterranea (anariana) *ama, ossia “puntura” nel senso di “cespugli spinosi”.

Antea (San Pellegrino Terme): Val Brembana. Forse dal latino antula, ossia piccola anta, “stipite”, oppure da una base latina o prelatina *anto-, “davanti”.

Antegnate (Antegnàt): Bassa. Da un gentilizio romano Antenius con suffisso celtico in -at- indicante discendenza e/o appartenenza, tipico dell’area golasecchiana.

Anteniano (Cologno al Serio): Pianura. Località perduta, vedi sopra. Il gentilizio Antenius potrebbe riferirsi alla gens Antinia.

Arcene (Àrsen): Pianura. Stesso etimo dell’italiano argine, da un latino volgare arger, di origine sabina.

Ardesio (Ardés): Valle Seriana. Deriverà il nome dall’ardesia, pietra utilizzata in montagna per coprire i tetti, il cui nome discende da un celtico *arddu, “scuro”.

Arzago d’Adda (Arsàgh): Gera d’Adda. Dal nome gallo-romano Artius con suffisso prediale -acum (celtico -ak-). L’antroponimo può essere raffrontato con il teonimo della dea celtica della caccia Artio, il cui nome significa letteralmente “orso”. La specifica è ovvia.

Arzenate (Barzana): Valle Imagna. Forse da un aggettivo sostantivato arginatae? Vedi Arcene.

Ascensione (Costa Serina): Val Serina. Dalla chiesa della frazione dedicata a Santa Maria Assunta.

Asnenga (Bolgare): Val Cavallina. Dal nome di una località in cui si allevavano asini, con suffisso germanico -ing.

Ave (Ardesio): Val Seriana. Vedi Aviatico.

Averara (Vréra): Val Brembana. Da *aperaria, letteralmente “cinghialaia”, derivato dal latino aper.

Aviatico (Aviàdech): Val Seriana. Da un’antica voce avio/abio con suffisso -aticus, indicante una sorgente di montagna, derivata da un indoeuropeo *av-, “acqua”, o forse più precisamente da un celtico *ap-.

Azzano San Paolo (Sà): Contado. Dal gentilizio romano Attius (o Accius) con suffisso prediale latino. La specifica si deve al patrono del paese.

Azzone (): Val di Scalve. Probabilmente dal nome personale germanico Azzone. Tesi controversa.

Azzonica (Sónga): Colli di Bergamo. Probabilmente, come sopra, con forma derivata latina.

Bagnatica (Bagnàdega): Val Cavallina. Da *balneatica, “bagni pubblici”, o comunque “luogo bagnato”.

Bagnella (Serina): Val Serina. Come sopra.

Bani (Ardesio): Val Seriana. Dal franco ban, “bando”, alluderà ad un terreno feudale aperto a tutti (quindi “pascolo comune” o “bosco comune”).

Barbata (Barbada): Bassa. Si deve alle condizioni di un suolo ricco di barbe, di radici. Questo toponimo ritorna in una località nei pressi di Colzate, in Val Seriana.

Bàresi (Roncobello): Val Brembana. Dal termine celtico *barros, “sterpeto”. Nome di luogo analogo presenta Baradello, frazione di Clusone (Val Seriana).

Bariano (Barià): Pianura. Dal gentilizio romano Barrius.

Barzana (Barzana): Valle Imagna. Dal lemma, ritenuto ligure anariano, barga, “capanna”, sebbene tale forma sia presente anche nelle altre terre europee celtizzate per indicare una struttura in legno o canniccio, una capanna o un fienile (in lombardo barch significa “tettoia”).

Barzesto (Schilpario): Val di Scalve. Come sopra, con un curioso suffisso che per qualche autore è venetico. Sarà utile ricordare come la voce dialettale bàrech ossia “steccato, recinto per le pecore” richiami un celtico *berricum o *berrica indicante una costruzione in legno o con rami d’albero.

Barzizza (Gandino): Val Seriana. Vedi Barzana.

Basella (Urgnano): Pianura. Da basilica, volgarizzato in basélga.

Bedulita (Bedülida): Valle Imagna. Da un termine alto-medievale bedoleta, “bosco di betulle”. I Romani appresero il nome di tale pianta dai Celti.

Beltrame (Valbondione): Val Seriana. Chiaramente dal nome (o cognome) germanico omonimo.

Belvedere (Bedulita): Valle Imagna. Il toponimo parla da sé.

Berbenno (Berbèn): Valle Imagna. Si può ricollegare al latino verber, “verga”, stessa base che si ritrova in verbena.

Bercio (Sotto il Monte): Isola Bergamasca. Vedi Berzo San Fermo.

Bergamo (Bèrghem): Capoluogo orobico. Dal nome del dio gallo-romano eponimo Bergimus. Il teonimo, se non ha nulla a che vedere con un ipotetico *bherg + suffisso rafforzativo -mo- (ossia “dei monti”), potrebbe essere confrontato con il nome del dio gaelico Ogmios, preceduto da un prefisso iterativo Ber-, simile al latino bis– (l’ipotesi è dell’archeologo Angelo Maria Ardovino).

Bernigolo (Moio de’ Calvi): Val Brembana. Dal celtico verno, “ontano”, con suffisso diminutivo?

Berzo San Fermo (Bèrs): Val Cavallina. Dal gallo-romano bersium, “siepe, recinto”. La specifica si deve al santo patrono Fermo con Rustico, copatroni di Bergamo.

Bettole (Cavernago): Val Cavallina. Chiaramente da qualche locale malfamato.

Bettuno (Gromo): Val Seriana. Olivieri e Pellegrini concordano su un antico -dunum (celtico dun, “altura fortificata, rocca”) innestato su un probabile tema alpino anariano *bait o *beit, “casa alpestre”.

Bianica (Tavernola Bergamasca): Sebino. Vedi Cambianica.

Bianzano (Biensà): Val Cavallina. Da Blandianum, relativo al casato gallo-romano dei Blandii. Pare che il nome più antico del paese fosse Lugdunum, “rocca di Lúg”, con riferimento al dio celtico del sole; oggi rimane una voce dialettale, la campestre via del Ludù.

Bleggio (Bianzano): Val Cavallina. Potrebbe derivare dall’antico lemma prelatino *blese, “pendio erboso”, che il Pellegrini reputa preindoeuropeo.

Blello (Blèl): Val Brembana. Forse da un nome personale *Bellello.

Blene (Trescore Balneario): Val Cavallina. Località scomparsa. Potrebbe avere un nesso col teonimo gallico Belenos, nome del dio della luce. In alternativa, esiste la voce dialettale brègn, di probabile origine celtica, che indica dei ruderi (protoindoeuropeo *bhragno, per significare qualcosa di rotto).

Boario (Gromo): Val Seriana. Dal latino bovarius, conservatosi con valore sostantivale.

Boccaleone (Bergamo): Città. Si dice da una buca a forma di bocca di leone (marciano) ove depositare delazioni destinate al governo della Serenissima.

Boldesico (Grumello del Monte): Val Calepio. Vedi Torre Boldone.

Bolgare (Bólgher): Val Cavallina. Da un accampamento di Bulgari, giunti in Italia al seguito dei Longobardi, anche se non si può escludere a priori una corruzione di burgulus o di *brugarolo.

Boltiere (Boltér): Gera d’Adda. Da un nome personale germanico del tipo Baldher.

Bonate (Bonàt): Isola Bergamasca. Distinto in Superiore ed Inferiore, deriverà da bonae, “terre buone”, col suffisso celtico -ate.

Bondione (Valbondione): Val Seriana. Principale frazione del comune di Valbondione. Vedi Bondo.

Bondo: Nome di diverse località vallive bergamasche, deriva da un celtico *bunda, “conca”.

Bordogna (Roncobello): Val Brembana. Da un tardo latino burdonem inteso come “mulo”, che a sua volta deriverà da una voce barbarica discendente dal verbo germanico beran, “portare”.

Borfuro (Pontida): Val San Martino. Corruzione di borgo furo, ossia “fuori”.

Borgo di Terzo (Bórgh de Tèrs): Val Cavallina. Dal tardo latino burgus (di origine gotica), indicante un abitato periferico, e da tertius, terzo miglio lungo la strada romana che da Bergamo conduce a Lovere.

Bosanisinga (Curno): Contado. Località scomparsa. Attestato come Bolsianisica nel 1130, evoca un *balteanum (come per Bolzano) che sta per “luogo paludoso” e che potrebbe presentare etimologia preindoeuropea (in dialetto palcia vale “fango”).

Bossico (Bösech): Sebino. Dal latino buxus, “bosso”, il cui etimo sembra ricondursi ad una voce mediterranea bukso.

Botta: Nome di diverse località bergamasche poste in collina o montagna, il cui nome deriva dal ligure bodo, “fossato”. Possiamo trovare anche Botto.

Bottanuco (Botanüch): Isola Bergamasca. Come sopra con in più il suffisso di origine celtica -ucus.

Bracca (Braca): Val Brembana. Dal longobardo *blahha, “terreno nero”.

Branico (Costa Volpino): Sebino. Dal nome personale germanico Berano, che vale “orso”.

Branzi (Brans): Val Brembana. Si suppone da un celtico bram, “pietra fallica”, anche se forse il franco bradon potrebbe aver dato luogo a brandi o branci, da intendersi come “piccoli pezzi di terreno, brandelli”.

Bratto (Castione della Presolana): Val Seriana. Da un termine di origine prelatina *brath, “sterpame” o forse “frasca, fronda”.

Brembate (Brembàt): Isola Bergamasca. Distinto in superiore ed inferiore, prende il nome dall’idronimo di origine celtica Brembo (da una radice *brem-, “rimbombare”), con classico suffisso sempre celtico -ate, frequente nelle località nei pressi di corsi d’acqua.

Brembilla (Brembila): Val Brembana. Come sopra, con un aggettivo dialettale in -ila.

Bretto (Camerata Cornello): Val Brembana. Mi verrebbe da correlarlo all’aggettivo di origine gotica bretto, cioè “stretto”.

Brignano Gera d’Adda (Brignà): Gera d’Adda. Da un gentilizio romano Brinnius, in forma aggettivale. La specifica si deve alla collocazione geografica del toponimo.

Briolo (Ponte San Pietro): Isola Bergamasca. Dal celtico briva, “ponte”, in forma diminutiva.

Brivio (Cisano Bergamasco): Val San Martino. Per via di alcune anomalie dovute all’antica circoscrizione del pagus celtico, compreso tra il territorio storico milanese e bergamasco, la Brivio oggi lecchese si estendeva anche su parte della sponda bergamasca. Circa l’etimologia vedi sopra.

Bruga (Algua): Val Serina. Come diverse altre località bergamasche, ad esempio Brugali e Brughiera, si ricollega al vocabolo lombardo di origine celtica brügh, “erica” da cui poi “scopeto”.

Brumano (Brömà): Valle Imagna. Esiste anche un’altra località con tale toponimo, località storica nei pressi di Alzano Lombardo, il cui nome deriverà dalla tribù dei Bromanensibus; questi, secondo una congettura di Gabriele Rosa, prenderebbero il nome da Bacco Bromio (“rumoreggiante”), celebrato dalle genti pagane nelle feste brumali che introducevano al solstizio d’inverno.

Bruntino (Villa d’Almè): Val Brembana. Da un nome diminutivo, di origine germanica, Barontino (vedi Baro)?

Brusaporto (Brüsa): Val Cavallina. In origine Brusaporco, da un soprannome o cognome medievale cangiato per eufemismo nella forma corrente.

Brusicco (Sotto il Monte): Isola Bergamasca. Come altre località bergamasche, tra cui Broseta (a Bergamo), Bruseda e Bruseto, deve il nome a brusitum, “bruciatura di stoppie o brughiere”.

Bueggio (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Forse da una forma ricostruita *bovidium.

Burligo (Palazzago): Val San Martino. Burlicum, “luogo scivoloso, precipizio”, da riconnettersi al verbo bergamasco borlà zó, “cadere”, formato da un’antichissima voce ritenuta anariana col significato di corpo rotondo (*borra), con suffisso celtico -icum.

Buzzone (San Paolo d’Argon): Val Cavallina. Località scomparsa. Vedi Bossico.

Cascina Campo Nuovo (Calcinate): Pianura. Etimo ovvio.

C.na Casella (Isso): Bassa. Dal lombardo casèl, “casupola”.

C.na Famosa (Isso): Bassa. Etimo ovvio, a meno che abbia a che vedere con la fame o il fumo.

C.na Motta (Cividate al Piano): Bassa. Dal termine latino medievale mutta* che vale “collinetta, poggetto”; l’etimo pare preindoeuropeo, anche se ben attestato in diverse lingue d’Europa.

Ca Bosio (Peia): Val Seriana. Dal cognome di etimo germanico Bosio. Ca (o , in dialetto) sta per “casa”, ovviamente.

Ca Brignoli (Peia): Val Seriana. Dal classico cognome bergamasco Brignoli (brignöl in dialetto vale “pruno”).

Ca Campo (Strozza): Valle Imagna. Etimo ovvio.

Ca di Parina (Camerata Cornello): Val Brembana. Prende il nome dal torrente Parina, che evoca un celtico *pa-ar, “campo grande”.

Ca Martinone (Torre de’ Busi): Val San Martino. Dal nome personale latino Martino.

Ca Mazzi (Luzzana): Val Cavallina. Dal cognome Mazzi.

Ca Opolo (Capizzone): Valle Imagna. Dal nome dialettale dell’acero campestre, òpol.

Cacciamali (Ardesio): Val Seriana. Da un cognome augurale, apotropaico.

Cadelfoglia (Brembilla): Val Brembana. Da un soprannome dialettale (ol Fòia).

Calcinate (Calsinàt): Pianura. Il toponimo allude alla conformazione geografica del territorio, cioè ad antichi depositi calcarei da cui veniva ricavata la calce (o calsina, in dialetto); il suffisso -ate deriva ovviamente dal celtico.

Calcio (Cals): Bassa. Come sopra. Il paese dà il nome alla Calciana, territorio storico dell’area bergamasca sudorientale.

Calepio (Castelli Calepio): Val Calepio. Località principale del comune di Castelli Calepio, deve il toponimo al gentilizio romano Calepius.

Calolziocorte (Calóls): Val San Martino. Il toponimo è formato dal nome delle due località di Calolzio e Corte. Il primo potrebbe derivare da un *calaucius, “piccola calle”, mentre il secondo alluderà alla classica corte settentrionale intesa come insieme di poderi con case. Dal 1992 il comune fa parte della Provincia di Lecco.

Calusco d’Adda (Calösch): Isola Bergamasca. Da callusculus, “sentierino”, da un tema indoeuropeo *kal (lo stesso di calle, vedi sopra). La specifica è ovvia.

Calvenzano (Calvensà): Bassa. Dal casato romano dei Calventii.

Calvi (Bergamo): Città. Corruzione dell’antico borgo di Calfe, il cui etimo è riconducibile al verbo bergamasco scalvà, “tagliare i rami bassi delle piante”, lo stesso del coronimo Scalve, dell’omonima valle.

Cambianica (Tavernola Bergamasca): Sebino. Significa letteralmente “campo di Bianica”. Vedi Bianica.

Cambrembo (Valleve): Val Brembana. Nelle vecchie carte è Campo di Brembo.

Camerata Cornello (Camerada): Val Brembana. Il centro medievale è rappresentato da Cornello dei Tasso, dalla forma dialettale còrna, “roccia” (con vocabolo di origine gallo-romana) con la specifica dovuta agli illustri natali della famiglia paterna di Torquato Tasso; Camerata si deve ad una casa camerata, ossia “fatta a volta”. Esiste un Cornello anche presso Torre de’ Busi.

Campagnola (Bergamo): Città. Etimo ovvio.

Campanea de Azano (Zanica-Urgnano): Pianura. Toponimo scomparso. Etimo ovvio, con la specifica dovuta alla proprietà medievale del comune di Azzano San Paolo per motivi di pascolo.

Campello (Gorno): Val Seriana. Affine a campiello, “piccola piazza”.

Candave (Ardesio): Val Seriana. Campo di Ave, vedi Aviatico.

Canonica d’Adda (Canònega): Gera d’Adda. Un tempo Pontirolo Vecchio, deve il toponimo ovviamente al nome dell’abitazione locale del clero. L’idronimo Adda nasce dal classico tema idronimico indoeuropeo *ater-ader/*atro-adro.

Canto (Pontida): Val San Martino. Presenta lo stesso toponimo del più noto Canto Alto, monte delle Prealpi Bergamasche, dove si riprende un gallo-romano canthus “angolo estremo, cantone”, che ricorre diverse volte nella Bergamasca, in nomi di luogo come Cantalto, Cantello, Cantone, Cantoni.

Capersegno (Presezzo): Isola Bergamasca. Forse da un’alterazione dialettale, poi italianizzata, di un latino caprensis, “pascolo per capre”.

Capignoli (Sant’Omobono Imagna): Valle Imagna. Sarebbe Ca Pignoli, dove il secondo elemento, se non è un cognome, alluderà ad alberi carichi di pigne.

Capizzone (Capissù): Valle Imagna. Sarebbe Ca Pizzone, dove il secondo elemento alluderà ad un pizzo (voce di origine celto-germanica), ad una cima di montagna.

Capriate San Gervasio (Cavriàt): Isola Bergamasca. Da caprilia, “ricoveri per capre” col classico suffisso -ate, usato per definire località. San Gervasio è un abitato accorpato al precedente Capriate d’Adda, e deve il nome ad una chiesa medievale.

Caprino Bergamasco (Cavrì): Val San Martino. Dall’aggettivo caprinus, di chiara etimologia, come chiara è la specifica etnica. Presso Branzi, in Val Brembana, vi è una località di nome Caprini.

Caravaggio (Careàs): Bassa. Da un prelatino (ligure?) *karra, “sasso”, da cui *carabus, “mucchio di sassi”.

Carenno (Carèn): Val San Martino. Da un gentilizio romano Carenus. Il ricorrente suffisso lombardo -enno deriva dal latino -enus o -enum. Dal 1992 il comune fa parte della Provincia di Lecco.

Carniatica (Curno-Bergamo): Contado. Località scomparsa. Richiama limpidamente il gaelico karn, ossia “pietraia”, per via del nostro sostrato celtico. Il suffisso è il latino -atica, assai ricorrente nell’area cisalpina.

Carobbio degli Angeli (Caròbe): Val Cavallina. Dal latino quadrivium, “crocevia”; degli Angeli è il nome di un colle del paese, su cui un tempo sorgeva un convento dei carmelitani.

Carona (Caruna): Val Brembana. Vedi Caravaggio. Il suffisso -ona è assai ricorrente in quei toponimi latinizzati di origine ligure.

Carpeneto (Morengo): Bassa. Toponimo limpido; il suffisso latino -etum ha valore collettivo, molto usato in fitotoponimi.

Carsano (Calolziocorte): Val San Martino. Dal gentilizio romano Carisius col classico suffisso prediale latino -anus.

Carvico (Carvìch): Isola Bergamasca. Vedi Caravaggio. Si può ipotizzare un *carabus + -etum o –itum, tramutato in -ico per assonanza con la classica desinenza prediale celtica.

Casale (Albino): Val Seriana. Etimo ovvio.

Casazza (Casassa): Val Seriana. Da una forma spregiativa di casa.

Cascinone (Cividate al Piano): Bassa. Etimo ovvio.

Casco (Cenate Sopra): Val Cavallina. Da un aggettivo *aquascus, dove il tema indoeuropeo occidentale aqua si unisce al suffisso ligure in -asco.

Casirate d’Adda (Casiràt): Gera d’Adda. Da casera, vocabolo lombardo per “caseificio”, + suffisso -ate. La specifica è ovvia.

Casnigo (Casnìgh): Val Seriana. Da un castanitum, con suffisso “celtizzato” in -ico/-igo.

Cassiglio (Cassèi): Val Brembana. Da un casilium, inteso come “casupola”.

Castagneta (Bergamo): Città. Etimo ovvio; nell’Isola Bergamasca troviamo Castegnate.

Castel Montecchio (Credaro): Val Calepio. Etimo ovvio, Montecchio deriva da munticulus.

Castel Presati (Mozzo): Contado. I Presati o Prezzati erano un’antica e nobile famiglia bergamasca, il cui nome deriva dal toponimo Prezzate (vedi voce); il castello era la dimora dei signori di Mozzo.

Castel Rozzone (Castèl): Bassa. Da roggione, “grande fossato”, etimo latino.

Castelfranco (Rogno): Sebino. Da Castrumfrancum, “rocca sicura”, in latino medievale.

Castelli Calepio (Calèpe): Val Calepio. Vedi Calepio.

Casteniatello (Mornico al Serio): Pianura. Località scomparsa. Etimo ovvio.

Castione della Presolana (Cas-ciù): Val Seriana. Dalla forma contratta medievale di castellione, “grande castello”. La specifica si deve al massiccio della Presolana, nelle Prealpi Bergamasche, il cui oronimo deriva dal latino pratiola, “piccoli prati”da cui poi prata solana, “prati soleggiati”. Esiste un altro Castione, nella Bergamasca, nei pressi di Sarnico.

Castro (Càster): Sebino. Ovviamente dal latino castrum, “luogo fortificato”.

Castro de Pillis (Sorisole): Colli di Bergamo. Località scomparsa. Come sopra; la specifica deriva forse da un cognome medievale, anche se l’odierna località di Castel de Pilis è denominata Castello dei Peri.

Catremerio (Brembilla): Val Brembana. Sarebbe Ca Tremerio, dove il secondo elemento potrebbe forse riferirsi ad un nome celtico Taram (connesso al dio del tuono Taranis)? O magari dal latino terminarius, “usufruttuario”?

Cattabione (Gazzaniga): Val Seriana. Ca Tabione, dove il secondo elemento sarà un accrescitivo del bergamasco tabia, “stamberga”, che il Rosa accostò ad un gaelico tamh, “abituro”.

Cavaglia (Brembilla): Val Brembana. Forse da qualche elemento orografico a forma di schiena di cavallo.

Cavagnoli (Gorno): Val Seriana. Forse da un cognome, avente a che fare con un caagnöl, “canestro” (diminutivo della forma lombarda per “cesta”, cavagna).

Cavernago (Caernàgh): Val Cavallina. Da un gentilizio romano Caprinius + prediale gallo-romano -acum.

Cazzano Sant’Andrea (Cazzà): Val Seriana. Forse da Cassianum, aggettivo sostantivato derivante dalla famiglia dei Cassii. Non escluderei del tutto una connessione col longobardo *gahagi, “bosco recintato, riserva di caccia”, essendovi stata ad Albino una località oggi scomparsa, denominata Cazi, con tale significato. La specifica si deve al santo patrono.

Celana (Caprino Bergamasco): Val San Martino. Dal latino cella, “dispensa, granaio”. Nei pressi c’è anche Celanella.

Cenate (Senàt): Val Cavallina. Distinto in superiore (San Liù, in dialetto, dal nome del patrono San Leone Magno) ed inferiore, deriva dal latino caenum, “fango” con suffisso -ate.

Cene (Scé): Val Seriana. Come sopra. Il comune comprende le frazioni di Cene di Sopra e di Sotto.

Cepino (Sant’Omobono Imagna): Valle Imagna. Deriverà dal latino cippus, pietra di confine.

Ceratello (Costa Volpino): Sebino. Dalle parti di Premolo c’è un Ceradello. Vedi Cerete.

Cerchiera (Pontida): Val San Martino. Da una volgarizzazione del latino quercularia, “querceto”.

Ceresola (Valtorta): Val Seriana. Toponimo diffuso, dal latino volgare ceresium, “ciliegio” e quindi “piantagione di ciliegi”.

Cerete (Serét): Val Seriana. Da un antico cerretum, “bosco di cerri”. Si divide in Cerete Alto e Basso. Presso Ardesio esiste un Cerreto.

Cerro (Bottanuco): Isola Bergamasca. Dal fitonimo cerrus, “cerro”.

Cespedosio (Camerata Cornello): Val Brembana. Sembrerebbe da un latino caespes, “zolla erbosa”. In dialetto esiste la voce sèspeda.

Chignolo d’Isola (Chignöl): Isola Bergamasca. Toponimo diffuso nella Bergamasca, da cuneolus, “piccolo cuneo di terra tra due corsi d’acqua”. La specifica in questo caso è ovvia, si deve al territorio compreso tra fiume Adda e Brembo.

Chiusa Visconti (Vercurago): Val San Martino. Resto di un antico sistema di sbarramento visconteo posto sul confine tra il territorio di Lecco e quello di Bergamo.

Chiuduno (Ciüdü): Val Calepio. Da un ipotetico *Claususdunum, “rocca cintata”, toponimo gallo-romano dove dunum (dal celtico dun) è uno dei più limpidi nomi di luogo di matrice gallica, spesso usato come suffisso. Ad Almenno San Salvatore possiamo infatti trovare una collina ancor oggi chiamata Duno.

Ciarello (San Giovanni Bianco): Val Brembana. Probabilmente sarà un diminutivo di ciar, “chiaro” riferito magari ad un corso d’acqua minore.

Cicola (Chiuduno): Val Calepio. Da un diminutivo del termine di origine latina cicca, “cosa da poco”, riferito probabilmente ad una costruzione o ad un podere di piccole dimensioni.

Cima Peia (Peia): Val Seriana. Vedi Peia.

Cirano (Gandino): Val Seriana. Da un gentilizio romano Cirius, col classico suffisso –anum.

Cisano Bergamasco (Cisà): Val San Martino. Dalla gens Caesia, che aveva possedimenti nel territorio orobico. La specifica è ovvia.

Ciserano (Siserà): Pianura. Da un fundus Caesarianus.

Cividate al Piano (Seedàt): Bassa. Da un antico Civitate. La specifica si deve forse all’ipotetica confusione tra questo paese bergamasco e Cividate Camuno.

Cividino (Castelli Calepio): Val Calepio. Da un antico e volgare civitatino.

Clanezzo (Ubiale Clanezzo): Valle Imagna. In dialetto Clenèss, parrebbe derivare da un medievale Clunetium, a sua volta da un celtico *clunia, “prato, pascolo”.

Clusone (Clüsù): Val Seriana. Da un celtico Clisius affine alla radice indoeuropea *kleu, “lavare”.

Colarete (Valgoglio): Val Seriana. Vedi Colere.

Colere (Còler): Val di Scalve. Da metatesi del termine latino corylus, “nocciòlo”. La voce precedente deriverà da un coryletum, “bosco di nocciòli”.

Cologno al Serio (Cològn): Pianura. Deriva dalla presenza di una antica colonia romana. La specifica è ovvia, si riferisce all’idronimo Serio.

Colognola del Piano (Bergamo): Città. Etimo ovvio. La specifica si deve alla collocazione geografica, rispetto al nucleo storico della Bergamo alta posto sui colli.

Coltura (Lenna): Val Brembana. Etimo ovvio.

Colzate (Colgiàt): Val Seriana. Da terrae o casae colligiatae, di una collegiata di canonici.

Comenduno (Albino): Val Seriana. Da un nome personale celtico Comenius/Cominius + dunum, già incontrato poco sopra con Chiuduno.

Comonte (Seriate): Contado. Dal dialettale có di mucc, “capo dei monti”.

Comun Nuovo (Cümü Növ): Pianura. Toponimo di un insediamento medievale sorto su terreno bonificato di pertinenza di Zanica.

Comune Maggiore di Albino: Val Seriana. Concilio sovracomunale medievale ruotante attorno ad Albino.

Concilio di Honio: Val Seriana. Federazione medievale di otto comuni della media Val Seriana. Per quanto riguarda il significato di Honio vedi Oneta.

Convento (Valleve): Val Brembana. Etimo ovvio.

Corna: Toponimo assai diffuso nelle valli bergamasche, segnalo qui Corna Imagna. Dal dialettale còrna, “roccia” (con vocabolo di origine gallo-romana).

Cornalba (Cornalba): Val Serina. Letteralmente “roccia chiara” da còrna + latino alba.

Cornale (Pradalunga): Val Seriana. Dal dialettale cornàl, “corniolo”.

Cornalta (Bracca): Val Brembana.  Letteralmente “roccia alta”.

Cortenuova (Curt-nöa): Bassa. Da una Curtis Nova successiva a quella Regia di proprietà della corona longobarda di Pavia. La curtis era il villaggio agricolo che si trovava al centro di un latifondo.

Corti (Costa Volpino): Sebino. Probabilmente da un cognome.

Costa: Diversi toponimi bergamaschi presentano questo lemma, che si riferisce al fianco di una montagna.

Costa di Mezzate (Mesàt): Val Cavallina. Il toponimo Mezzate potrebbe avere a che fare col latino rustico metius ossia “molle” riferito ad una qualità del terreno allusivo al suolo fangoso (in dialetto méss vale “bagnato fradicio”). Il suffisso di origine celtica -ate allude solitamente a caratteristiche naturali del territorio.

Costa di Serina (Còsta): Val Serina. La specifica si riferisce al torrente Serina, che dà il nome alla valle omonima. Vedi Serina.

Costa Garatti (Ponteranica): Colli di Bergamo. La specifica parrebbe un cognome, forse derivante dal latino quadratae riferito alla centuriazione romana.

Costa Valle Imagna (Còsta): Valle Imagna. Il toponimo Imagna, nome di un torrente e quindi della valle da esso attraversata, pare antichissimo e oscuro; potrebbe essere accostato al sanscrito hima, “neve”, e al latino hiems “inverno”, e quindi ad un lemma ariano indicante “gelo, freddo, neve”.

Costa Volpino (Còsta Ulpì): Sebino. Da un volpinus indicante un territorio un tempo ricco di volpi.

Costalottiere (Erve): Val San Martino. Il secondo elemento mi ricorda il termine feudale di origine franca allodio (all + od/ot, cioè “proprietà piena”) similare a lotto, “porzione di terreno”, francone *hlot.

Covello (Covo): Bassa. Vedi Covo.

Covo (Cóv): Bassa. Covo inteso come giaciglio, nel linguaggio rurale, vocabolo di origine latina risalente all’indoeuropeo *kub.

Credaro (Credér): Val Calepio. Da cretarium, “terreno argilloso”.

Cremlina (Vercurago): Val San Martino. Forma contratta di Cremellina, località scomparsa, il cui nome rimanda al gallico crama cioè “fior di latte, panna, burro” e dunque “fattoria burraia”.

Crespi d’Adda (Capriate San Gervasio): Isola Bergamasca. Deve il nome all’industriale Benigno Crespi che edificò tale abitato come villaggio operaio accanto al suo stabilimento di filatura industriale. La specifica è ovvia.

Cugno: Val Brembana. Nome di due frazioni dell’alta valle derivante direttamente dal latino cuneus, “cuneo (di terreno)”.

Curnasco (Treviolo): Contado. Da notare il suffisso ligure, poi adottato dai Celti, -asco. Vedi Curno.

Curno (Cüren): Contado. Dalla radice indoeuropea *ker-, indicante una sporgenza, del terreno o altro. Vedi Corna.

Cusio (Cüs): Val Brembana. Da una radice indoeuropea *kos, “bocca”, e in senso lato “orlo”.

Dalcio (Bergamo): Città. Località scomparsa. In origine de Alese, dove il secondo elemento potrebbe derivare da un nome personale etrusco-latino declinato *Aliciae o *Alsiae.

Dalmine (Dàlmen): Pianura. Da de Almene, dove il secondo deriva dal vocabolo longobardo almend, “pascolo, bosco comune”.

Daste (Bergamo): Città. De Aste, potrebbe derivare dal latino hastae, “pertiche”, un tempo usate dai Romani per delimitare le proprietà comuni.

Dell’Oro (Curno): Contado. Dubito c’entri con l’oro, più probabile risalga ad un latino orum, “orlo”.

Desenzano al Serio (Albino): Val Seriana. De Sentianum, dal nome patrizio latino Sentius + -anum.

Dezzo (Colere): Val di Scalve. Prende il nome dal torrente Dezzo che, probabilmente, lo prende a sua volta dall’antico nome della Val di Scalve in epoca romana, Vallis Decia (dal nome dell’imperatore Decio).

Dezzolo (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Vedi sopra.

Dorga (Castione della Presolana): Val Seriana. Dal celtico *taur, “altura” oppure dru, “quercia”, forse con suffisso -ica volgarizzato.

Dossello (Albino): Val Seriana. Vedi Dosso.

Dossena (Dosséna): Val Brembana. Dal latino dorsum/dossum.

Dosso: Diversi toponimi bergamaschi hanno questo nome, dall’etimo ovvio. Esiste anche un Dossi presso Valbondione.

Droxio (Sorisole): Colli di Bergamo. Località scomparsa. Vedi Rusio.

Endenna (Zogno): Val Brembana. Vedi Endine Gaiano.

Endine Gaiano (Ènden): Val Cavallina. Da una radice indoeuropea *end o *and (ma anche und) impiegata spesso per indicare località nei pressi di grandi masse d’acqua. Il nome della località minore di Gaiano deriverà o da un gentilizio Gallius + –anum oppure da un gahadium, ricorrente lemma longobardo latinizzato per indicare un bosco cintato.

Entratico (Entràdech): Val Cavallina. Anticamente Lantratico, è aggettivo di Lantrum da intendersi come L’Antro (latino antrum, “caverna”).

Erdeno (Gorno): Val Seriana. Precedentemente Ardeno, potrebbe derivare da aridus, riferito a terreno sterile. Il suffisso di origine latina -eno è tipico nella toponomastica lombarda.

Erve (Èrv): Val San Martino. Dal celtico ervo, “campo” oppure da dervos, “quercia”. Dal 1992 il comune fa parte della Provincia di Lecco.

Esmate (Solto Collina): Sebino. Toponimo oscuro, forse deriva dal mediterraneo (ex) matta, “strato di terra”, considerando anche la prossimità al monte Matto.

Falghera (Sant’Omobono Imagna): Valle Imagna. Da un tardo latino filicaria, “felceti”, successivamente volgarizzato.

Fara Gera d’Adda (Fara): Gera d’Adda. Dal longobardo fara, termine che indicava il nucleo sociale di base, in movimento (vedi tedesco fahren, “marciare”), del popolo longobardo composto da guerrieri con le loro famiglie. La specifica si deve all’areale storico in cui il comune è ubicato (géra in dialetto significa “ghiaia”).

Fara Olivana con Sola (Fara): Bassa. Come sopra; Olivana potrebbe essere corruzione di Arimannia (la forma più antica attestata dà Fara Libani), nome che in epoca longobarda designava un insediamento di uomini liberi in armi, di guerrieri. Per la frazione vedi Sola.

Favirano (Torre de’ Busi): Val San Martino. Da un gentilizio romano Faberius in forma aggettivale.

Ferrabona (Isso): Bassa. Da un nome o soprannome medievale Ferrabono, il cui etimo potrebbe rimandare ad una qualità guerresca.

Ficarelli (Ardesio): Val Seriana. Diminutivo del latino ficaria, “ficaia”.

Filago (Filàgh): Isola Bergamasca. Da un originale Ofiliacum, prediale gallo-romano.

Fino del Monte (): Val Seriana. Forse dal latino finis, “termine, confine”.

Fiobbio (Albino): Val Seriana. Dal tardo latino flubulus, diminutivo di fluvius, “fiume”.

Fiorano al Serio (Fiorà): Val Seriana. Dal casato dei patrizi romani Florii. La specifica è ovvia.

Fiumenero (Fömnégher): Val Seriana. I corsi d’acqua non c’entrano, come il nome dialettale del toponimo mostra: deriva dal fumo nero provocato dalla presenza di un vecchio forno fusorio di minerale.

Flaccanico (Costa Volpino): Sebino. Da un gentilizio romano Flaccanius, con suffisso gallo-romano -icum.

Fondra (Fundra): Val Brembana. Da un latino fundora, “fondi, terreni”. Con la località di Trabuchello e Pusdosso costituisce il comune novecentesco di Isola di Fondra, dove “isola” indica la forma dell’abitato di Trabuchello.

Fontanella (Fontanèla): Bassa. Si riferisce ad una sorgente, così come il Fontanella di Sotto il Monte.

Fonteno (Fonté): Sebino. Dalla dicitura ad fontem. Esiste un Fonteno anche presso Cerete.

Foppenico (Calolziocorte): Val San Martino. Anticamente era Flaponico, il che fa pensare ad un gentilizio romano Flavonius + -icum.

Foppolo (Fòpol): Val Brembana. Nella Bergamasca vi sono moltissimi toponimi formati con la voce italianizzata foppa (fòpa) che deriva dal latino fovea, “buca, fossato”, e Foppolo è di certo il più noto. Esisteva anche una località denominata Foppa de Chu, dove per il secondo termine rimando a Covo.

Foresto Sparso (Forèst): Sebino. Dall’aggettivo forestis riferito a silva, “bosco di fuori”. Sparso si riferisce alla dislocazione dell’abitato.

Formorone (Caprino Bergamasco): Si può ipotizzare un foris + lemma dialettale murù, “gelso”, dal latino morus, “mora”.

Forno Nuovo (Valtorta): Val Brembana. Allude alla presenza di un forno per la panificazione, che ne ha sostituito uno precedente.

Fornovo San Giovanni (Fornöv): Pianura. Significa “nuovo mercato”. Il toponimo implica l’esistenza di un centro precedente e cioè il Forum Juguntorum (dal nome di una tribù celtica insubrica) sito nell’area cremasca, che in epoca romana rientrava nella stessa centuriazione del territorio del municipium di Bergomum.

Forzanica (Valbrembo): Colli di Bergamo. Località scomparsa. Dal nome latino Fortianus + (is)ica.

Fosio (Sarnico): Sebino. Probabilmente deriva dalla foce del torrente Guerna, che confluisce nell’Oglio all’altezza dell’abitato in questione.

Frazioni Basse (Sant’Omobono Imagna): Valle Imagna. Etimo ovvio.

Frerola (Oltre il Colle): Val Serina. Significa “piccola ferriera”, dal bergamasco fréra (ferraria, in latino) con diminutivo -ola.

Frola (Olmo al Brembo): Val Brembana. Il Pellegrini ci vede un gotico frawila e cioè “capo, padrone” o “mastro”, in senso vezzeggiativo, anche se francamente io lo trovo più vicino al dialettale fròla e cioè “fragile, malandata, poco solida”, magari riferito a qualche elemento naturale della montagna.

Fucine (e Fucina): Toponimi diffusi che ricordano l’antichissima lavorazione del ferro nel territorio bergamasco.

Fuipiano Valle Imagna (Föipià): Valle Imagna. Esiste una località analoga anche nei pressi di San Giovanni Bianco; l’etimo dovrebbe significare “pianoro di faggi”, dal dialettale, “faggio” e pià, “piano”.

Furmignano (Solto Collina): Sebino. Da un gentilizio latino Firminius.

Gandino (Gandì): Val Seriana. Tale toponimo si accosta a molti altri della Bergamasca come Ganda, Gandellino, Gandorla e Gandosso tutti accomunati dal celtico gant, “frana, dirupo franoso”.

Gargarino (Riva di Solto): Sebino. Deriva dal latino (fornax) calcaria.

Gaverina Terme (Gaerina): Val Cavallina. Come altri toponimi similari della Bergamasca quali Gavarno, Gavazio, Gavazzo, Gavazzuolo e Songavazzo deriva dal lemma ritenuto ligure gava, ossia “fossato, corso d’acqua”. La specifica turistica si deve alla presenza di un palazzo delle terme.

Gazzaniga (Gagianiga): Val Seriana. Dal longobardo latinizzato gahadium, “bosco cintato” o “luogo privato”, con suffisso -isica.

Genestaro (Ambivere): Val San Martino. Prende il nome dalla presenza antica di un ginestreto.

Gerosa (Gerusa): Val Brembana. Letteralmente “ghiaiosa”, dal dialettale géra derivato dal latino glarea.

Ghiaie: Nome di diverse località della Bergamasca, dall’etimo più che ovvio.

Ghisalba (Ghisalba): Pianura. Dal latino ecclesia alba, “chiesa bianca”.

Gorlago (Gorlàgh): Val Cavallina. Probabilmente in antico Curculiacum, dal latino Curculius con suffisso prediale -acum.

Gorle (Górel): Contado. Per qualcuno da gululae, “piccoli anfratti” lungo il fiume Serio, ma non tralascerei del tutto l’ipotesi longobarda worila, “chiusa, piccola diga”.

Gorno (Góren): Val Seriana. Secondo lo Zanetti la voce si riconnette al termine preindoeuropeo *gaura (da cui l’italiano gora) “fosso, canale”. Ma se valesse quanto detto sopra per Gorle? Un’altra ipotesi vuole la stessa etimologia di gora accostabile all’alto-tedesco antico wuori, con la stessa accezione vista sopra.

Grabiasca (Gandellino): Val Seriana. La voce antica *krappa o *grappa indicante il fianco brullo e ripido, sassoso, di un’altura, una pietraia, si riallaccia al proto-germanico *graban e al protoindoeuropeo *ghrebh- che significano “scavare, grattare, raschiare”, riferibile anche ad una sepoltura o a una cava. Il suffisso -asca è ligure. In dialetto esiste il termine grébegn, “dirupo”.

Grasso (Valtorta): Val Brembana. Vedi sotto.

Grassobbio (Grassòbe): Contado. Dal tardo latino grasso riferito ad un terreno ingrassato dagli armenti (in dialetto si usa grassa per definire, assieme a rüt, il letame). La desinenza deriva dal latino anch’esso tardo -obulus/-ubulus.

Grena (Zandobbio): Val Cavallina. Deriverà dal vocabolo dialettale di origine latina crèna, “crepaccio”.

Grignano (Brembate): Isola Bergamasca. Attestato anticamente come Gradeniano, deriva dal casato romano dei Gratinii. Il suffisso latino -ano che sovente si incontra nelle aree centuriate della pianura bergamasca  presuppone un antico prediale del tipo praedium/fundus/pratum/rus + (ad es.) Gratinianum.

Grini (Ardesio): Val Seriana. Presumo da un cognome o soprannome avente magari a che fare col verbo germanico *grinjan, “storcere la bocca”, alla base del bergamasco grignà, “ridere”.

Grobio (Seriate): Contado. Località scomparsa. Potrebbe essere un errore di trascrizione del toponimo estinto Verebbio o Verobbio che per alcuni autori deriverebbe da un nome personale celtico *Verubios che letteralmente significa “larga scure”. In Iscozia, pensate, esisteva un toponimo analogo, Verubium, nome di un promontorio oggi chiamato Noss Head il cui etimo potrebbe riferirsi a qualche elemento naturale acuminato, spigoloso, ripido, aspro, come spada o scure, appunto.

Gromo: Toponimo diffusissimo e caratteristico del Bergamasco, ricorrente in tale forma o simili, come ad esempio Grumo, diversi GrumelloGrumalto, Gromlongo, Grombosco, Gromfaleggio, Grumelduro, Grumetti ecc. Deriva da una voce prelatina *grom o *crom, sicuramente celtica, che indica un poggio, un’altura tondeggiante, una collinetta, probabilmente connessa in origine a dei tumuli di pietre.

Grone (Gru): Val Cavallina. Vedi Gorno.

Guarda (Cisano Bergamasco): Val San Martino. Ovviamente da un posto di guardia, di etimo chiaramente germanico (vedi alto-tedesco antico wart).

Guerna (Sarnico): Sebino. Nome di torrente e di località sarnicense, il cui nome potrebbe derivare da guberna, alludendo alla regolazione del flusso delle acque.

Guzzanica (Dalmine): Pianura. Dal gentilizio Iustianus da cui Iussianica.

Isso (Iss): Bassa. Nulla ci vieta di pensare che alla base di tale toponimo vi sia un ipocoristico germanico Izone.

L’Oro (Lenna): Val Brembana. Forse una versione al maschile del dialettale l’òra dove òra significa “aura, brezza, vento di valle”, a designare un luogo ventoso.

La Ca (Schilpario): Val di Scalve. Etimo ovvio.

La Rocca (Castro): Sebino. Etimo ovvio, forse alla base del significato primigenio di Castro.

La Trinità (Casnigo): Val Seriana. Ovviamente derivante dall’esistenza di chiesette di montagna.

Lallio (Lai): Contado. Dal gentilizio romano Lallius o Lelius.

Lantana (Castione della Presolana): Val Seriana. Forma sincopata di alnetanus da alnetus, “macchia d’ontani”.

Lantro (Costa di Mezzate): Val Cavallina. Località scomparsa, vedi Entratico.

Lavello (Calolziocorte): Val San Martino. Dal latino labellum, “vaschetta, pila di acqua”.

Leffe (Léf): Val Seriana. In antico Leufo e poi Leva, è celtico e forse da una radice indoeuropea *leu-  che sta ad esempio alla base del latino lutum,fango”. Sarà servito per indicare un luogo acquitrinoso o particolarmente fangoso.

Legnaio (Gandellino): Val Seriana. Toponimo limpido.

Lemine: Superiori e Inferiori. Vedi Almenno San Salvatore.

Lenna (Lénna): Val Brembana. Probabilmente avrà lo stesso etimo dell’idronimo Enna, indicante un torrente non molto lontano dal paese brembano; varrà quanto detto per Endine, dove il toponimo è formato dal tema ariano *end che in Enna sarà potuto suonare anche come en o em, “acqua, acque”.

Lepreno (Serina): Val Serina. Da un Leporenae, femminile plurale di un aggettivo leporinus, relativo ovviamente alla ricca selvaggina del posto.

Lerano (Viadanica): Sebino. Dal gentilizio latino Valerianus, con la caduta della prima sillaba.

Levate (Leàt): Pianura. Da un celtico *lav, “acqua”, corroborato dall’antica attestazione del toponimo come Lavate. Il suffisso è tipicamente celtico.

Limania (Filago): Isola Bergamasca. Corruzione di Arimannia, un insediamento di arimanni (uomini liberi in armi, exercitales) longobardi.

Liteggio (Cologno al Serio): Pianura. Forse dal latino laetitius con riferimento alla fertilità del suolo.

Lizzola (Valbondione): Val Seriana. Sembrerebbe da un latino rustico liciola, “boschetto di lecci”. In latino “leccio” è ilex. Esiste anche una Lizzola Bassa nello stesso comune.

Locate Bergamasco (Ponte San Pietro): Isola Bergamasca. Anticamente Leocate, un toponimo decisamente celtico, da *leukos (vedi tema ariano *leuk, “luce riflessa”, da cui lo stesso latino lucus, “bosco sacro”), “campo con bosco, radura” con il classico -ate. La specifica è ovvia.

Locatello (Locadèl): Valle Imagna. Vedi sopra.

Longuelo (Bergamo): Città. Da un precedente Longulo, che allude nitidamente all’estensione di un appezzamento di terreno o di un predio, oppure ancora ad un prato.

Lonno (Nembro): Val Seriana. Probabilmente da una corruzione di alnus, “ontano”. Ricordo che in dialetto, “ontano” è önés, ünés.

Lorentino (Calolziocorte): Val San Martino. Da un Laurentinus, derivato da un gentilizio romano Laurentius.

Loreto (Bergamo): Città. Ovviamente da lauretum, “bosco di allori”.

Lovere (Lóer): Sebino. Solitamente si accosta il toponimo al bergamasco lùer, “rovere, quercia”, anche se forse il latino settentrionale lura, “imbuto”, potrebbe prestarsi meglio, designando la presenza di un solco nel quale convergevano le acque di scolo. In questo senso appare utile ricordare l’ariano *leu-, indicante acqua torbida o fanghiglia.

Ludrigno (Ardesio): Val Seriana. Presenta un etimo similare a quello di lontra, il noto animale acquatico, che deriva da un termine squisitamente indoeuropeo similare al sanscrito udras che appunto vale “animale d’acqua”. Vedi anche il nome greco antico dell’Hýdra.

Lughisello (Casazza): Val Cavallina. Credo alluda ad un “piccolo luogo, fondo”, un *löghisèl, in bergamasco.

Lurano (Lörà): Pianura. Da Laurianum, riferito ad un gentilizio Laurius.

Luzzana (Lössana): Val Cavallina. Dall’antico Locosiana o Logossiana, un’alternanza che potrebbe rimandare al toponimo brianzolo Lagozza e dunque ad uno stagno o ad una torbiera.

Madone (Madù): Isola Bergamasca. Da un accrescitivo del latino meta, “mucchio, catasta, ammasso”, probabilmente di letame essendovi in bergamasco l’espressione mida de rüt.

Maicco (Entratico): Val Cavallina. Probabilmente dal casato dei patrizi romani Magii, dal nome Magius, “il più grande”, che pare italo-celtico. Si noti anche il suffisso che ricorda il prediale gallo-romano -icum.

Malanotte (Palazzago): Val San Martino. Un toponimo curioso, diffuso un po’ in tutta Italia, che alluderà probabilmente ad un luogo isolato e pericoloso, dove sarebbe sconsigliato pernottare.

Malpaga (Cavernago): Val Cavallina. Da una voce lombarda arcaica malpaga, “cattivo pagatore”, riferito a terreni di scarsa resa produttiva.

Malpasso: Toponimo ricorrente, che allude ad un percorso di montagna insidioso e aspro.

Mapello (Mapèl): Isola Bergamasca. Viene solitamente accostato alla voce milanese mappa, “cavolfiore”, di origine mediterranea, ad indicare il poggio che domina il paese.

Mariano al Brembo (Dalmine): Pianura. Marilianum, da un gentilizio romano Marilius. La specifica è ovvia.

Marinoni (Ardesio): Val Seriana. Ovviamente da un cognome di etimo limpido.

Marne (Filago): Isola Bergamasca. Dal celtico marga/margila, “terra argillosa”. Inevitabile accostarla alla Marna francese.

Martina (Vigano San Martino): Val Cavallina. Sarà un riferimento al culto di San Martino (di origine franca) praticato nel paese di Vigano. Nella Bergamasca esiste anche il cognome Martina.

Martinengo (Martinèngh): Bassa. Da un prediale Martinus + -ing, suffisso germanico che indica proprietà e/o discendenza. La nutrita presenza di toponimi prediale in -engo, tra Bassa bergamasca e Cremasco, testimonia l’insediamento capillare dei Longobardi nella zona.

Masano (Caravaggio): Bassa. Da un gentilizio latino Massius + -anus, con valore prediale.

Maslana (Valbondione): Val Seriana. Da silva Massiliana, proprietà di un romano Massilius.

Massari de’ Melzi (Fara Gera d’Adda): Gera d’Adda. L’etimo è eloquente; i Melzi erano una famiglia nobile di Milano che aveva possedimenti proprio nella Ghiaradadda.

Masserini (Gazzaniga): Val Seriana. Dall’omonimo cognome (vedi bergamasco massér, “massaro”).

Masù (Fino del Monte): Val Seriana. Deriva dal vocabolo di origine dialettale masù, dal latino mansionem, “dimora, abitazione”, che sovente indica il pollaio.

Matalone (San Paolo d’Argon): Val Cavallina. Località scomparsa. Risale al tema mediterraneo matta che vale “strato di terra”. In italiano regionale (toscano) esiste mattaione, “terreno argilloso”.

Mazatica: Isola Bergamasca. Località scomparsa. Anche Magiatica, vedi Maicco.

Mazzoleni (Sant’Omobono Imagna): Valle Imagna. Dall’omonimo cognome valdimagnino Mazzoleni, uno dei più classici nel Bergamasco (l’etimo sarà da attribuirsi ad un patronimico (ipocoristico) germanico Matzo/Mazzo + diminutivo -lo- ed -ensis.

Medolago (Medolàgh): Isola Bergamasca. Toponimo gallo-romano che in antico suonava Metiliacum, dalla romana gens Metilia.

Mele (Casnigo): Val Seriana. Dal celtico/celto-ligure mello “abitato in collina”.

Mezzoldo (Mezóld): Val Brembana. Alterazione di un antroponimo germanico costituito da Matz (ipocoristico di nomi in magin-, “potenza”) e hold, “grazia, favore, clemenza”.

Minervio (Verdello): Pianura. Località scomparsa. Prende il nome da un santuario romano dedicato ad una divinità celtica locale, assimilata dalla figura della dea romana Minerva.

Miragolo (Zogno): Val Brembana. Due frazioni con tale nome, M. San Marco e M. San Salvatore; il toponimo deriva dal latino miraculum riferito alla posizione panoramica e meravigliosa del sito. Le due specifiche si devono ai locali culti delle due figure sante, l’una patrona di Venezia e della Serenissima, l’altra attributo del Cristo molto caro ai Longobardi. La devozione al Santo Salvatore, a San Michele e a San Giorgio era molto sentita presso quel popolo germanico, per via delle caratteristiche guerriere dei tre che ricordavano Gòdan (Wotan).

Mirandola (Barbata): Bassa. Toponimo di origine medievale, riferito ad un punto di osservazione militare.

Misano di Gera d’Adda (Misà): Gera d’Adda. Da un gentilizio romano Misius o Almisius. La specifica è ovvia.

Moio de’ Calvi (Mòi): Val Brembana. Dal basso latino molleus, “terreno molliccio”. La specifica tramanda la memoria dei quattro fratelli Calvi (Attilio, Giannino, Santino e Natale), eroici combattenti della Grande Guerra.

Moioli (Calolziocorte): Val San Martino. Dall’omonimo cognome bergamasco, il cui significato è analogo a quanto esposto sopra (anzi, forse deriva proprio dal paese sunnominato).

Mojana Merena (Ponte San Pietro): Isola Bergamasca. La prima parte sarà analoga a quanto detto sopra; la seconda parte, forse, ha a che fare con lo stesso etimo di Marne oppure con un mediterraneo *morra che vale “ammasso di pietre”. Entrambi i membri del toponimo, dunque, potrebbero rimandare a delle caratteristiche del suolo, che è compreso tra il fiume Brembo e il torrente Quisa.

Mola (Valbondione): Val Seriana. Toponimo limpido che rimanda alla presenza di una macina da mulino.

Molini di Colognola (Casazza): Val Cavallina. Etimo limpido.

Mologno (Casazza): Val Cavallina. Vedi Moio de’ Calvi.

Monaci (Branzi): Val Brembana. Forse da un cognome, dall’etimo limpido.

Monasterolo del Castello (Monestaröl): Val Cavallina. In antico Castro Monasteriolo, il cui significato ritorna limpidamente nell’attuale toponimo. Sembrerebbe che l’antico monastero benedettino, cui si riferisce il nome del paese, sia stato distrutto dai Longobardi nel VI secolo.

Monte di Nese (Alzano Lombardo): Val Seriana. Vedi Nese.

Monte Marenzo (Mut Marèns): Val San Martino. Fu antico possesso della nobile famiglia dei Marenzi, da cui prende il nome. Il significato di quel cognome è da vedersi nell’esistenza di un nome medievale Marentius, il cui etimo forse è da riferirsi al latino germanizzato marensem riferito a qualsiasi massa d’acqua dolce e salata (nella sua accezione indoeuropea originale). In alternativa si può pensare ad un nome derivato dai latini Mario o Mauro. Dal 1992 il comune fa parte della Provincia di Lecco.

Montello (Montèl): Val Cavallina. Attuale nome, di etimo ovvio, di quello che un tempo era il territorio di Monticelli di Borgogna; Borgogna deriva probabilmente da Burgundia, “insediamento di Burgundi”, popolo germanico orientale.

Monti (Rogno): Sebino. Etimo ovvio.

Morengo (Morèngh): Bassa. Dal latino Maurus + germanico -ing.

Mornico al Serio (Mürnìch): Pianura. Da un antico Maurinicum o Mauriniacum, ad indicare un predio di un romano Maurinus. La specifica è ovvia.

Mortesina (Capizzone): Valle Imagna. Parrebbe alludere ad un luogo di sepoltura dei morti della peste del 1630.

Mosa (Valgoglio): Val Seriana. Forse da un celtico *mosa, “palude, pantano”. Nella Bassa troviamo delle risorgive denominate Fontanili dei Mosi.

Mozzanica (Mossànega): Bassa. Toponimo romano, da un gentilizio Mutius o Mutianus.

Mozzo (Móss): Contado. Come sopra, a meno che l’antico Muzo possa riferirsi a qualcosa di simile a Mosa.

Nasolino (Oltressenda Alta): Val Seriana. Letteralmente “piccolo naso” riferito alla forma di un rilievo.

Nembro (Nèmber): Val Seriana. Dal latino nemora, “boschi”, volgarizzato in nembora.

Nese (Alzano Lombardo): Val Seriana. In epoca romana gli abitanti erano chiamati Anesiates; l’etimo è da ricondursi a qualche voce preromana (presumo celtica) composta con la radice indoeuropea ane-, “respiro”, traslato come “vento, corrente”, a meno che non vi sia un riferimento al latino amnis, “corrente impetuosa, rapida”.

Nona (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Dal latino alnus, “ontano”, ovviamente volgarizzato in una variante del classico önés.

Nossa (Ponte Nossa): Val Seriana. Da nucea, “luogo del noce”.

Novazza (Valgolgio): Val Seriana. Sembra un latino nova in senso peggiorativo, altrimenti si veda Nona.

Novezio (Cerete): Val Seriana. Da novicius, “nuovo, recente”.

Odiago (Pontida): Val San Martino. Dal gentilizio romano Utilius (o Autilius) + suffisso prediale gallo-romano -acum.

Ogna (Villa d’Ogna): Val Seriana. Nome di un torrente che dà il nome alla località; dal latino alnia, “(torrente degli) ontani”.

Olda (Taleggio): Val Brembana. Volgarizzazione di un nome germanico formato da ald, “vecchio” o athal, “nobile”. Presso i Longobardi, inoltre, l’aldio era il semilibero.

Olera (Alzano Lombardo): Val Seriana. Da un’antica cava di materiale per la fabbricazione di ollae, aullae e cioè di orci.

Olmo al Brembo (L’Ùlem): Val Brembana. In epoca comunale i Lombardi erano soliti radunarsi sotto un albero di olmo, come forse già facevano i Longobardi (la pianta è a loro sacra), per tenere le loro assemblee. L’olmo era dunque simbolo dell’autorità del libero comune e nobile essenza della foresta temperata. La specifica è ovvia.

Oltre il Colle (Óltra ‘l Còl): Val Serina. Riferimento al Colle di Zambla, vedi voce.

Oltrepovo (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Toponimo coniato, come Dieci Denari, per designare una delle parti in cui furono suddivisi i beni comunitari di Scalve. Il Povo è un torrente della zona, il cui idronimo sembra afferire al ligure bodo, “fossato”.

Oltressenda Alta (Oltrasènda Ólta): Val Seriana. Dal latino ultra semitoni, “oltre il sentiero”.

Oneta (Onéda): Val Seriana. Il latino alnetum, “bosco di ontani”, deve aver dato un supposto auneta da cui il nostro toponimo.

Onore (Lanùr): Val Seriana. In antico Lanore/Lonore, da una base alno-rio, lo stesso che “ontaneto”.

Opreno (Caprino Bergamasco): Val San Martino. A mio parere, se alla base c’è un antico Eporenum o Eporenus, si potrebbe ipotizzare una derivazione dal celtico *eburos, “tasso”, inteso come albero.

Orbrembo (Camerata Cornello): Val Brembana: Significa “margine del Brembo”, dal latino ora, “orlo”.

Orezzo (Gazzaniga): Val Seriana. Forma contratta (Uricius) di un gentilizio latino del tipo Eburicius o Epuritius, che però ricorda anche il nome germanico Eborico.

Orio al Serio (Öre): Contado. Dal latino orum, “margine, orlo”. La specifica è ovvia.

Ornica (Örniga): Val Brembana. Presuppone un *orenica, forse da ricollegare allo stesso etimo di Orio al Serio oppure di Opreno.

Ortello (Oneta): Val Seriana. Alluderà alla presenza antica di un piccolo orto o terreno coltivato.

Osio (Öss): Pianura. Distinto in superiore ed inferiore, deriva dal latino ostium, “porta”.

Ossanesga (Valbrembo): Contado. Dal nome proprio latino Ursianus con suffisso -isica, nel tempo volgarizzatisi e corrotti.

Padergnone (Zanica): Pianura. Vedi Paderno.

Paderno (Seriate): Contado. Da paternum, “terreno ereditato dal padre”.

Pagazzano (Pagassà): Bassa. Da un gentilizio latino Pacatius.

Pagliaro (Algua): Val Brembana. Etimo evidente, dal latino palearium, “pagliaio”.

Paladina (Paladina): Contado. Deriva dal dialettale palada, “palafitta, diga”, essendo oltretutto località in riva al Brembo.

Palazzago (Palassàgh): Val San Martino. Da palatius (indicante un edificio assai antico, magari di epoca romana) con suffisso -acum.

Palazzo, Borgo (Bergamo): Città. Il toponimo deriva dalla presenza antica di un palazzo imperiale, di età romana; il nome medievale dell’odierno quartiere era Curtis Murgula, ossia la corte regia longobarda di Bergamo (il nome deriva da quello del torrente cittadino Morla, di etimo celtico). Esiste un toponimo Palatium anche a Pedrengo.

Palosco (Palósch): Pianura. Da un ipotetico *palusculus, “piccola palude”, oppure “piccola palafitta, palizzata”, vedi latino palus.

Parre (Par): Val Seriana. Con tutta probabilità il toponimo allude all’antica Barra/Parra di cui ci parla Plinio il Vecchio come originaria patria dei Bergomates (da intendersi come Celti golasecchiani Orobi), prima della fondazione dell’abitato proto-urbano di Bergamo, nel VI secolo avanti era volgare. Il nome della località potrebbe rimandare ad un celtico *pa-ar, “grande campo”, oppure al lemma sempre celtico *barros, “sterpeto”. Anche voci come l’italiano, di origine celtica, baracca o l’antico ligure barga (“capanna”) mostrano affinità col nostro toponimo.

Parzanica (Parsanéga): Sebino. Il gentilizio latino PreciusPrecianus + -ica.

Pedrengo (Pedrèngh): Contado. Dal nome latino Petrus (Péder, in bergamasco) con suffisso germanico -ing.

Peghera (Taleggio): Val Brembana. Dal dialettale peghéra, “pineta”, o meglio “bosco di pecci”, dal latino picea, “pino selvatico”.

Peia (Pèa): Val Seriana. Dal latino pladia, o plagia, “terreni in pendio”. Peia Bassa è frazione del comune, al pari di Cima Peia.

Pendeggia (Rota Imagna): Valle Imagna. Da un volgare di origine latina pendida, “luogo in pendenza”.

Perlupario (Caprino Bergamasco): Val San Martino. Letteralmente “prato dei lupi”.

Peroli (Gorno): Val Seriana. Dal dialettale péroi, “piccoli peri”.

Petello (Albino): Val Seriana. Petèl o petì in vernacolo seriano significano “pezzetto”, in questo caso di terra o di un abitato primitivo. Queste voci, al pari del francese petit, dovrebbero derivare da una radice celtica pett- che vale appunto “pezzo, pezzetto”.

Petós (Sorisole): Colli di Bergamo. Ha sicuramente a che fare con la voce di origine celto-latina *pettia, che in questo caso vale “salita”.

Pezzolo (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Come sopra, ma con originale valenza di “piccolo pezzo di terra” (-olo).

Pianca (San Giovanni Bianco): Val Brembana. Dal latino classico planca, “asse, tavola” da intendersi qui come “superficie liscia”.

Piangaiano (Endine Gaiano): Val Cavallina. Vedi Endine Gaiano.

Pianico (Piénech): Sebino. Forse da un gentilizio latino Plenius + -icum?

Pianlivere (Valbondione): Val Seriana. Forse la seconda parte avrà a che fare con un lupario volgarizzato, quindi “piano dei lupi”.

Piano: Toponimo alquanto diffuso, e dall’etimo ovvio.

Piario (Pïér): Val Seriana. Dal latino apiarium, “alveare”, con caduta della vocale iniziale.

Piazza: Toponimo assai diffuso e dall’etimo ovvio. Si ricordino qui i comuni di Piazza Brembana e Piazzatorre, entrambi in Val Brembana.

Piazzo (San Pellegrino Terme): Val Brembana. Distinto in Alto e Basso, è il maschile di Piazza.

Piazzolo (Piassöl): Toponimo diffuso, diminutivo di Piazzo. Vedi sopra.

Pioda (Lenna): Val Brembana. Il termine pioda si usa per indicare una lastra di ardesia, ma in origine designava una parete rocciosa liscia e inclinata, e deriverebbe dal latino plautus, “piatto”, voce di etimo indoeuropeo.

Pizzino (Taleggio): Val Brembana. Diminutivo di pizzo, voce alquanto diffusa nelle nostre montagne, vedi Capizzone.

Plasso (Oltressenda Alta): Val Seriana. Voce italianizzata del dialettale (conservativo) plass. Vedi Piazzo.

Plazza (Oneta): Val Seriana. Vedi Piazza.

Poerza (Onore): Val Seriana. Forse da un latino *paupercius, “terreno povero” o “piccolo”.

Pognano (Pognà): Bassa. Dal gentilizio romano Apponius + -anum.

Ponte Nossa (Nòssa): Val Seriana. Vedi Nossa.

Ponte San Pietro (Put San Péder): Isola Bergamasca. Da un atto dell’881: “Basilica beati apostoli Sancti Petri sita ad locus ubi dicitur ad Pontem Brembi”.

Ponteranica (Potranga): Colli di Bergamo. Nitido esempio dell’idiozia di certe italianizzazioni post-unitarie. Non c’è alcun ponte dietro al toponimo, ma un antico post Ranicam e cioè “dopo Ranica”, altro paese bergamasco (Ranga, in dialetto) sito sul versante opposto del colle della Maresana, rispetto a Ponteranica.

Ponti (Brembilla): Val Brembana. Etimo ovvio.

Pontida (Püntida): Val San Martino. Da tradursi, in italiano, come “appuntita”, probabilmente da riferire alla natura del suolo.

Pontirolo Nuovo (Puntiröl): Gera d’Adda. L’antico centro sorgeva nei pressi di ciò che oggi è Canonica d’Adda; il toponimo deriva da Pons Aureoli, dalla presenza di un ponte di epoca romana distrutto dal Barbarossa che tramandava la memoria di Manlio Acilio Aureolo, generale romano ribelle e usurpatore del trono imperiale nel 268, sepolto, secondo la tradizione, nei pressi del ponte.

Poscante (Zogno): Val Brembana. Da post Cantum ossia “dopo il Monte Canto”, e cioè a settentrione, dal punto di vista di Bergamo.

Pradale (Cornale): Val Seriana. Da pratalem, aggettivo sostantivato di pratum.

Pradalunga (Pradalónga): Val Seriana. Letteralmente “prati lunghi”, alla latina.

Pradavalle (San Giovanni Bianco): Val Brembana. Letteralmente “prati/o di valle”.

Pradella (Schilpario): Val di Scalve. Da pradèl, “praticello”.

Prati (Branzi): Val Brembana. Etimo ovvio.

Prato de la Rovere (Sorisole): Colli di Bergamo. Località scomparsa di etimo ovvio (rovere = quercia).

Pratomano (Sedrina): Val Brembana. Forse da prato magno, “grande prato”?

Predore (Predùr): Sebino. Da praetorium, forse per via di qualche stazione militare dell’esercito romano lungo una ipotetica strada romana nel settore occidentale del Lago d’Iseo (dove si trovano anche altri toponimi latini suggestivi come Tavernola e Castro).

Premolo (Prémol): Val Seriana. Dal latino primulum, “luogo aprico”, ove i frutti della terra maturano prima che altrove.

Presezzo (Presèss): Isola Bergamasca. Dal latino praesidium, “avamposto militare, guarnigione, posto di guardia”.

Prezzate (Mapello): Isola Bergamasca. Da praedium, “podere” + suffisso -ate.

Pumenengo (Pümenèngh): Bassa. Dal gentilizio latino Pleminius + -ing.

Pura (Endine Gaiano): Val Cavallina. Dal latino tardo *pavorea, “paura” (pura, in dialetto), termine qui usato in senso lato per indicare forse la ripidità del sito.

Quaglia (Pianico): Sebino. L’animale non c’entra, la derivazione più probabile è da aqualia, “deposito d’acqua”.

Qualino (Costa Volpino): Sebino. Da aqualis, “canale o corso d’acqua”.

Ranica (Ranga): Val Seriana. In antico Larianica, dal nome celtico latinizzato Larius con caratteristico suffisso prediale latino tipico dell’Italia settentrionale.

Ranzanico (Ranzanìch): Val Cavallina. Presuppone un antico prediale gallo-romano Blandianicum. Vedi Bianzano.

Rava (Valtorta): Val Brembana. Da un ligure *rava, “frana, precipizio”.

Redivo (Averara): Val Brembana. Deriva dal latino *arativus. La caduta della vocale iniziale, come in altri toponimi, si deve alla confusione con il latino ad.

Redona (Bergamo): Città. Esiste un toponimo identico anche in Val Cavallina (Trescore Balneario). Forse per entrambi i toponimi si potrebbe ipotizzare un celtico accostabile ai termini irlandesi réidh, “piano, liscio” e raon, “campo, pianura”. In irlandese esiste anche ród per “strada” (inglese road), con suffisso accrescitivo.

Redorta (Valbondione): Val Seriana. Da retorta, “percorso tortuoso”, essendo località d’alta montagna e di baite. Dà il nome all’omonimo pizzo.

Rigosa (Algua): Val Serina. Dal latino riguus, “(canale) irrigatore”.

Ripa: Toponimo alquanto diffuso. Dal latino ripa, “riva scoscesa”.

Riso (Gorno): Val Seriana. Dal latino rivus, “ruscello”, con trafila dialettale rius e ris.

Riva di Solto (Ria de Sólt): Sebino. Si veda Solto Collina.

Rodi (Filago): Isola Bergamasca. Da un nome germanico, forse longobardo, latinizzato Raudus.

Rogno (Rògn): Sebino. Al pari dell’idronimo Romna, torrente della Val del Riso, evoca una radice indoeuropea *reu-m (la stessa del nome antico del Tevere, Rumon) indicante lo scorrere rumoreggiante delle acque.

Romano di Lombardia (Romà): Bassa. Il nome deriva probabilmente da un castrum romano. La specifica è ovvia.

Roncaglia: Toponimo diffuso in tutto il Nord Italia. Da un latino medievale, di base celtica, runcus da intendersi come “terrazze a vigneto”; in bergamasco c’è la voce ruch che indica un vigneto in poggio o un podere in collina.

Ronco: Toponimo diffuso. Vedi sopra.

Roncobello (Ruch): Val Brembana. Da runcus inteso come “terreno sarchiato e lavorato con la ronca”, posto in una felice posizione.

Roncola: Toponimo diffuso. Come le altre voci ha a che fare col verbo latino runcare che vale “sarchiare, tagliare, roncare per mettere un terreno a coltivazione”.

Rosciano (Ponteranica): Colli di Bergamo. Da una proprietà della romana gens Roscia.

Rosciate (Rossàt): Val Cavallina. Oggi unito a Scanzo nel comune di Scanzorosciate. Il suffisso celtico -ate, solitamente unito a nomi che si riferiscono a condizioni geografiche o naturali, porta a dubitare di un etimo similare a Rosciano, perciò nel toponimo potrebbe esserci un latino rhus, “sommacco”, pianta presente nei nostri boschi nella sua varietà cotinus.

Rossino (Calolziocorte): Val San Martino. Forse da un soprannome bergamasco Russì, “dai capelli rossi”.

Rota d’Imagna (Röda): Valle Imagna. Abitato distinto in Rota Dentro e Rota Fuori, dal latino rupta come aggettivo di via, “strada aperta tra ostacoli, sentiero di montagna”, da cui l’italiano rotta. Dal toponimo il cognome più diffuso e noto del Bergamasco, Rota.

Rova (Endine Gaiano): Val Cavallina. Vedi Rava. Si trova una località omonima anche nei pressi di Gazzaniga, in Val Seriana.

Rovetta (Roèta): Val Seriana. Diminutivo di *rava (vedi sopra).

Rudello (Sarnico): Sebino. Dal casato romano dei Rutilii, a meno che sia un diminutivo del latino rudus, “rudere”.

Rusio (Castione della Presolana): Val Seriana. Alterazione del latino rivus, “ruscello”.

Sabbio (Dalmine): Pianura. Dal latino sablum, “luogo sabbioso”.

Sala (Calolziocorte): Val San Martino. Un classico toponimo di origine longobarda, indicante “casa signorile di campagna”, o anche “palazzo”.

Salmezza (Nembro): Val Seriana. Forse dal latino salmacidus, “salmastro”, mediante un antico Salmedia o Salmecia.

Salvasecca (Valbondione): Val Seriana. Letteralmente “selva secca”.

Sambusita (Algua): Val Serina. Dal latino sambucetum, “bosco di sambuchi”.

San Bernardo (Roncola): Valle Imagna. Forma il comune di Roncola San Bernardo, dove è anche specifica dovuta al santo patrono.

San Felice al Lago (Endine Gaiano): Val Cavallina. Nome recente del vecchio Figadelli, da un aggettivo ficatus, riferito ad un terreno sul quale prosperavano i fichi.

San Gallo (San Giovanni Bianco): Val Brembana. Dal patrono della frazione.

San Giorgio (Predore): Sebino. Dall’antico culto longobardo, monarchico, di San Giorgio.

San Giovanni Bianco (San Gioàn): Val Brembana. Al nome del patrono segue l’aggettivo allusivo al colore delle rocce calcaree della zona.

San Giovanni delle Formiche (Villongo San Filastro): Val Cavallina. Etimo ovvio, dal nome dell’ex convento, con annessa chiesa, eretto sul colle Conisio (dal latino cuniculus).

San Gregorio (Cisano Bergamasco): Val San Martino. Dal nome del santo cui è dedicata la parrocchiale. Esiste una località simile anche presso Sovere.

San Lorenzo (Rovetta): Val Seriana. Come sopra.

San Martino (Sovere): Sebino. Come sopra.

San Paolo d’Argon (San Pól): Val Cavallina. Un tempo Buzzone (vedi voce), deve l’attuale nome al santo patrono del paese cui era dedicato anche il monastero cluniacense medievale presente nell’attuale territorio comunale, ai piedi del colle Argon. Il nome del colle deriva probabilmente da una radice ariana assai antica (molto diffusa in tutta Europa) *arg, “brillare”, riferita probabilmente a qualche caratteristica del suolo. Ricordo però che nel lombardo antico esisteva la voce dargon, “torrente rovinoso, frana”, metatesi di dragon, in senso figurato.

San Pellegrino Terme (San Pelegrì): Val Brembana. La parrocchia è dedicata a San Pellegrino, vescovo di Auxerre; il centro è noto per le sue acque termali.

San Pietro d’Orzio (San Giovanni Bianco): Val Brembana. L’agionimo si deve ad una chiesa intitolata a San Pietro, mentre Orzio potrebbe risalire o al latino volgarizzato hordeum, “orzo”, oppure al nome di persona maschile, di origine greca, Giorgio, che in dialetto è Zórs.

San Vigilio (Rogno): Sebino. Dal nome del santo cui è dedicata la chiesa parrocchiale.

Sant’Alberto (Villa d’Ogna): Val Seriana. Dal nome di una chiesetta dedicata al culto di Alberto di Villa d’Ogna.

Sant’Andrea (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Dal nome di un’omonima chiesa dedicata al santo apostolo.

Sant’Antonio (Gorno): Val Seriana. Come sopra. C’è una località omonima anche presso Caprino Bergamasco, in Val San Martino (Sant’Antonio d’Adda).

Sant’Omobono Imagna (Sant’Imbù): Valle Imagna. Il comune, di recente creazione, raduna diverse località tra cui quella di Mazzoleni la cui chiesa parrocchiale è dedicata a Sant’Omobono da Cremona. La specifica è ovvia.

Santa Brigida (Santa Brigida): Val Brembana. Dal nome della santa patrona cui è dedicata la parrocchiale.

Santa Maria (Ponte San Pietro): Isola Bergamasca. Dal nome della parrocchia del villaggio.

Santa Maria d’Oleno (Dalmine): Pianura. Dal santuario di Santa Maria sito nella località Oleno che deriva dal latino aulae, “cortili, recinti”.

Santo Stefano del Monte degli Angeli (Carobbio): Val Cavallina. Dal nome della chiesa parrocchiale dedicata a Santo Stefano. La specifica, come nel caso di Carobbio, si deve al Colle degli Angeli, che sovrasta il paese.

Sarnico (Sàrnech): Sebino. Ha a che fare con idronimi del tipo Sarca e Sarno, di origine indoeuropea, indicanti “fiume con palafitte”. Ma vedi anche Isar e Isarco.

Scano al Brembo (Valbrembo): Contado. Dal latino scamnium, “striscia di terra fra due fossi o due corsi d’acqua” e dunque “terreno oblungo”. La specifica è ovvia.

Scanzo (Scans): Val Cavallina. Con Rosciate forma il recente comune di Scanzorosciate. Deriverà da un gentilizio latino Scantius.

Schilpario (Scülpér): Val di Scalve. Dal longobardo skirpa, “corredo della sposa”, che per traslato vale “attrezzature da forno fusorio”, in una località rinomata per le proprie miniere di ferro.

Scullera (Oneta): Val Seriana. Presuppone un precedente scutellaria, “fabbrica di scodelle o simili”.

Sedrina (Sedrina): Val Brembana. Da un diminutivo di sedes, “sede”, *sedulina, con rotacismo.

Selino (Sant’Omobono Imagna): Valle Imagna. Diminutivo di sella, inteso come “valico di montagna”.

Sellere (Sovere): Sebino. Voce derivata da sella, come sopra, a meno che presupponga un latino celeris, per indicare un percorso rapido.

Selva d’Agnone, Bonaldi (Valgoglio): Val Seriana. Forse Agnone sarà accrescitivo volgarizzato di alnus, “ontano”, fitotoponimo decisamente ricorrente nelle nostre vallate. Bonaldi è tipico cognome orobico, derivato da un nome medievale di tradizione longobarda Bonaldus.

Selvino (Selvì): Val Seriana. Dal tardo latino selvina, “piccola selva”.

Semonte (Vertova): Val Seriana. Da semi-monte(m), “a mezzo monte”.

Seriate (Seriàt): Contado. Dall’idronimo del fiume Serio, Sarius, + -ate, con eguale funzione a quella di Brembate. L’idronimo del Serio nasce dall’ariano *sar-, indicante lo scorrere delle acque di un fiume, un po’ come per Isère. Vedi Sarnico.

Serina (Serina): Val Serina. Come sopra.

Serta (Schilpario): Val di Scalve. Deriva dal latino sertum, “ghirlanda, intreccio”, ma anche “siepe”.

Sforzatica (Dalmine): Pianura. In antico Sportiadica o Sporciadica; se non nasconde un gentilizio latino come Porcius o Spuricius, supporrei un legame col dialettale spòrcia, “sporta”.

Sola (Fara Olivana): Bassa. Dal plurale del latino di solum, “suolo”, per indicare terre coltivabili.

Solarolo (Villongo San Filastro): Val Cavallina. Dal diminutivo latino solariolum, “modesto luogo soleggiato”.

Solto Collina (Sólt): Sebino. Dal latino saltus, “bosco, pascolo”, col classico passaggio bergamasco dal suono -alt- ad -ólt-.

Solza (Sólsa): Isola Bergamasca. Dal latino salsa, a designare acque saline.

Somas (Fino del Monte): Val Seriana. Presumo abbia a che fare col latino summus, o summa, per indicare un’altura.

Somasca (Vercurago): Val San Martino. Come sopra, con in più il suffisso ligure -asca. Esiste una località analoga anche ad Ambivere.

Sombreno (Bergamo): Colli di Bergamo. Summus Brenus, “Breno alto”, considerando che in antico il toponimo Breno era parimenti attestato in quel che oggi è Paladina. Sembra derivare da una radice celtica *bren ossia “luogo scosceso, dirupato”.

Somendenna (Zogno): Val Brembana. Vedi Endenna.

Songavazzo (Songaàss): Val Seriana. Summus Gavacius, vedi Gaverina.

Sopracornola (Calolziocorte): Val San Martino. Vedi Corna.

Sorisole (Sürìsel): Colli di Bergamo. Lo Zanetti ipotizza un primitivo solum exile, “terreno povero”, corrottosi nel tempo.

Sotto il Monte Giovanni XXIII (Sóta ‘l Mut): Isola Bergamasca. Toponimo riflesso di una chiara forma dialettale, si riferisce al colle di San Giovanni, parte delle alture del Canto Basso (Val San Martino). La specifica è dovuta ai natali dati a papa Roncalli.

Sottochiesa (Taleggio): Val Brembana. Dal dialettale sóta (la) césa.

Sottocorna (Foppolo): Val Brembana. Vedi Corna.

Sovere (Sóer): Sebino. Dal latino superus, “di sopra”.

Spalenga (Bergamo): Città. Presuppone un latino Spalianica o Spaianica derivato da un gentilizio Spalianus. Il suffisso latino -anica in bergamasco dà -enga, usato nei toponimi, forse, per influsso del germanico -engo.

Sparavera (Mezzoldo): Val Brembano. Presuppone un latino *sparavaria, “luogo di sparvieri”, di origine franca.

Spersiglio (Pradalunga): Val Seriana. Sarà da mettere in relazione col verbo latino aspergere (da cui aspergillum, “aspersorio”) e cioè “spargere, spruzzare”. Che sia forse riferito alla sorgente del torrente Vallogna?

Spettino (San Pellegrino Terme): Val Brembana. Affine al latino spatium, “spazio libero”, deriverà da una radice ariana preromana del tipo *sped o *spet.

Spiazzi (Gromo): Val Seriana. Etimo ovvio.

Spinelli (Oltressenda Alta): Val Seriana. Dal diffusissimo cognome, nato come diminutivo di spino.

Spino al Brembo (Zogno): Val Brembana. Dalla presenza di cespugli spinosi. La specifica è ovvia.

Spinone al Lago (Spinù): Val Cavallina. Da un accrescitivo di spinus, vedi sopra. La specifica si riferisce al Lago d’Endine.

Spirano (Spirà): Pianura. Dal casato romano degli Asperii.

Sponda (Valleve): Val Brembana. Etimo ovvio.

Stabello (Zogno): Val Brembana. Dal latino stabulum, da interpretare in questo caso come “luogo di pascolo” oppure come “osteria con stallaggio”. In dialetto stàbel, o stabèl, valgono “porcile”.

Stezzano (Stesà): Pianura. In antico Statianum, fondo posseduto dagli Statii romani.

Strozza (Stròsa): Valle Imagna. Dalla voce, di origine longobarda, strozza, che sta per “gola rocciosa”.

Suisio (Süìs): Isola Bergamasca. In antico Sevisio, come nel caso del milanese Seveso, è ipotizzabile una radice prelatina (celtica) *sev- indicante “acqua”, con il classico suffisso sempre celtico -isio, usato pei toponimi in prossimità di corsi d’acqua (come pure -asio).

Tagliata (Costa Serina): Val Serina. Da un dialettale taiada, “taglio di un bosco”.

Tagliuno (Castelli Calepio): Val Calepio. Il suffisso -uno presuppone il celtico -dunum, “rocca”, mentre per quanto riguarda il primo elemento possiamo solo supporre un collegamento col verbo basso-latino taliare, influenzato dal gotico, o col latino talea, “ramoscello tagliato”. Rimane toponimo oscuro.

Taleggio (Taècc): Val Brembana. L’esistenza del cognome lombardo Tavecchio (derivato sicuramente dal nome dialettale del paese, Taècc), presuppone un antico tabeclus o taveclus, che secondo lo Zanetti è da mettere in relazione con la voce latina tabes, “disfacimento, consunzione, liquefazione”, forse per via di qualche caratteristica morfologica del suolo.

Tavernola Bergamasca (Taèrnola): Sebino. Dal latino tabernula, “piccola bottega, locanda”, dovuto a qualche taberna lungo l’antica strada romana del Sebino bergamasco. La specifica è ovvia.

Tede (Castione della Presolana): Val Seriana. Dal latino tedae, “pini resinosi”.

Telgate (Telgàt): Val Calepio. Presso i Celti esisteva una divinità legata al culto dei piccoli corsi d’acqua, Telo, probabilmente connessa al nostro toponimo e al latino tullius, “zampillo d’acqua”. Il suffisso -ate è la classica desinenza celtica -at-. Telgate si trova tra il torrente Tirna e il Rillo.

Terno d’Isola (Téren): Isola Bergamasca. In antico Teranis, dal latino inter amnes, “fra le acque”, di due fiumi (ossia Adda e Brembo). La specifica è ovvia.

Terzo (Borgo di Terzo): Val Cavallina. Vedi Borgo di Terzo.

Teveno (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Forse da un preromano di origine anariana *tippa, “zolla erbosa”, + -enus. Oppure vedi Tede.

Tezzi (Gandellino): Val Seriana. Come altre località bergamasche (Teggia, Tegge, Tezza e così via) deve il proprio nome ad un vocabolo di origine celtica tegia (o attegia), che indica una tettoia, un capanno o un casotto di campagna.

Torre (Valbondione): Val Seriana. Etimo ovvio.

Torre Boldone (Tór): Val Seriana. In antico Turris Paldoni, dove il nome germanico presenta la seconda rotazione consonantica tipica della lingua longobarda, da b a p.

Torre de’ Busi (Tór): Val San Martino. Il territorio era un tempo feudo della famiglia dei Busi, classico cognome lombardo (derivato da un’alterazione del nome germanico Boso). Dal 1992 il comune fa parte della Provincia di Lecco.

Torre de’ Roveri (Tór de Roér): Val Cavallina. Le roveri, le querce, non c’entrano, il toponimo ha a che fare con la voce dialettale roér, “striscia di sassi franosa”, vedi dunque Rova. La voce Torre indicherà, come sopra, una turrita costruzione medievale.

Torre Pallavicina (Tór): Bassa. Territorio acquisito da Galeazzo Pallavicino nel 1484, sposandosi con Elisabetta Caterina Sforza. In antico il paese si chiamava Florianum.

Trabuchello (Isola di Fondra): Val Brembana. Da una voce dialettale significante “trabocchetto”, dovuta alla posizione dell’abitato esposta alle valanghe.

Trate (Gaverina Terme): Val Seriana. Toponimo troppo contratto, ma la desinenza celtica in -ate sembra pacifica. E ricordo che tale suffisso serve solitamente ad indicare elementi naturali del paesaggio.

Trebecco (Credaro): Val Calepio. Il toponimo, in antico Durbego, alluderà senza dubbio alla natura di borgo fortificato della località, incrociando il dialettale rebecà, “osteggiare, contrapporsi” ad un durobecco, esprimente parimenti la posizione e il sistema difensivo di fortezza.

Trescore Balneario (Trescùr): Val Cavallina. Il toponimo è accostabile al verbo gotico thriskan, “pestare, frantumare”, e a quello tedesco dreschen, “trebbiare”, da cui anche l’italiano trescare. Sarà dunque da intendersi come “luogo di trebbiatura”. La specifica indica le rinomate fonti termali del luogo.

Tresolzio (Brembate di Sopra): Isola Bergamasca. Forse dal latino intra + salsus, “salso”, oppure saltus, “bosco, pascolo”.

Treviglio (Treì): Gera d’Adda. Dall’unione di tre villaggi (villae), accorpatisi in epoca longobarda: Cusarola (abitato gallico), Pisgnano (abitato romano), Pòrtoli (abitato longobardo, sull’Adda). Nel Medioevo Treviglio era detto Grasso, per via della fertilità del suolo.

Treviolo (Treviöl): Contado. Facile pensare ad un etimo analogo a quello visto sopra (tres villae al diminutivo per distinguerlo da Treviglio), sebbene in celtico la voce *trev sia usata per indicare un villaggio.

Trucchello Bruga (Bracca): Val Brembana. In dialetto Trüchèl, è voce analoga al piemontese Trüch, usato per designare un rilievo modesto, un monticello. L’origine sarà celto-ligure. Bruga, termine di origine celtica, designa invece una fitta vegetazione di erica (in dialetto brügh).

Ubiale (Öbiàl): Valle Imagna. Fa comune unito con Clanezzo (vedi voce). Probabilmente il nome avrà a che fare col nome dialettale dell’acero campestre, òpol (dal latino opulus, “oppio”).

Urgnano (Örgnà): Pianura. Dal nome latino di persona Aurinius col classico suffisso prediale latino.

Val del Gru (Gazzaniga): Val Seriana. Il toponimo allude a luoghi incolti e sterili e discende da una base gallica *graucus, affine a grava, “ghiaia, terreno alluvionale”, parimenti di origine celtica.

Valbondione (Valbundiù): Val Seriana. Vedi Bondo.

Valbrembo (Albrèmb): Contado. Comune recente, formato dall’unione delle località di Ossanesga e Scano al Brembo (vedi voci). Il toponimo ricalca il vecchio Val Breno, vedi Sombreno.

Valcanale (Ardesio): Val Seriana. Etimo ovvio.

Valcava (Torre de’ Busi): Val San Martino. Etimo ovvio.

Valdigerra (Pontida): Val San Martino. Dal dialettale géra, “ghiaia”, ad indicare un suolo ghiaioso.

Valgoglio (Valgòi): Val Seriana. Deve il nome al torrente Goglio, il cui etimo rimanda al latino gurgulio (gorgoglio), voce onomatopeica per esprimere il rumoreggiare di un liquido, in questo caso dell’acqua.

Vall’Alta (Albino): Val Seriana. Etimo ovvio.

Valle d’Astino (Bergamo): Colli di Bergamo. Vedi Daste.

Valle e Pennazzaro (San Giovanni Bianco): Val Brembana. Presumo che il secondo toponimo sia la corruzione di un probabile pré (“prato”) Nazario, dal nome del proprietario.

Valleve (Alév): Val Brembana. Vedi Leffe.

Valmaggiore (Endine Gaiano): Val Cavallina. Etimo ovvio.

Valmora (Pontida): Val San Martino. Forse avrà a che fare col murù, il nome del gelso in bergamasco, altrimenti si può ipotizzare un anariano *morra, “ammasso di pietre, poggetto”.

Valnegra (Alnigra): Val Brembana. Dal colore della fitta boscaglia che caratterizza la località (nigra in bergamasco vale “nera” o anche “scura”).

Valsecca (Sant’Omobono Imagna): Valle Imagna. Etimo ovvio. Da questa località uno dei più noti cognomi orobico-lombardi, Valsecchi.

Valtesse (Bergamo): Città. Stesso etimo di Tezzi, dal vocabolo dialettale di origine celtica tègia, “capanna, tettoia”.

Valtorta (Altòrta): Val Brembana. Torta vale “tortuosa, ritorta”, o anche “storta”, ovviamente per via della conformazione geografica.

Valtrighe (Mapello): Isola Bergamasca. In antico Verterica (con accento piano), ed è toponimo alquanto oscuro. Si può presumere la ben documentata radice indoeuropea *wert significante “dirigere in linea retta”, (anche in senso spirituale), il che apre la strada ad un possibile antroponimo gallico simile al Vertamos, “superiore, eccellente”, presente nel toponimo comasco Vertemate. Esiste anche una variante Uertamica.

Valzurio (Oltressenda Alta): Val Seriana. Alla base potrebbe esservi un gentilizio latino Jurius volgarizzato.

Vanzone (Calusco d’Adda): Isola Bergamasca. Accostabile ad una voce pre-celtica (forse ario-ligure) *auantia, indicante un corso d’acqua. A meno che ci sia di mezzo un antroponimo germanico del tipo Wanzo.

Varisco (Ardesio): Valle Seriana. Potrebbe derivare da un nome teutonico sul tipo medievale di Guerra, da werra, in questo caso con tanto di squisito suffisso aggettivale germanico -isk. Altrimenti la prima parte potrebbe riferirsi al celtico var, “acqua”.

Vedeseta (Vedeséta): Val Brembana. Da un latino viticeta, “vetrice”, cioè “vimini”.

Vercurago (Vercüràgh): Val San Martino. Da un nome celtico Vercorio con suffisso prediale gallo-romano -acum. L’antroponimo dovrebbe significare “forte guerriero/esercito” (la radice celtica *uerc, sta anche per “rabbia, furia, impeto”, ed è alla base del verbo “fare, agire”). Dal 1992 il comune fa parte della Provincia di Lecco.

Verdellino (Erdelì): Pianura. Vedi Verdello.

Verdello (Erdèl): Pianura. Probabilmente dal celtico uiredo, “uomo vero, giusto”

Vertova (Èrfa): Val Seriana. Ricollegabile al classico prefisso onomastico celtico uer-, “migliore, forte, virile” o *uert- (vedi Valtrighe).  Il suffisso -ova potrebbe essere un riflesso dell’etrusco-latino -va/-ua.

Viadanica (Viadànega): Sebino. Da un antico Vitalianica, da un aggettivo prediale riferito al gentilizio latino Vitellius o al cognomen Vitalis.

Vidalengo (Caravaggio): Bassa. Dal nome latino Vitalis + germanico -ing.

Vigano San Martino (Igà): Val Cavallina. Dal latino vicanus, aggettivo di vicus, “villaggio”; nel Medioevo, i vicanalia erano le terre (tra cui i pascoli) in comune del villaggio, che ricalcavano le antiche circoscrizioni di vici e pagi di origine preromana. La specifica allude al culto del santo.

Vigolo (Ìgol): Sebino. Dal diminutivo latino viculus, “piccolo villaggio”.

Villa (Valgoglio): Valseriana. In epoca romana la villa era una casa di campagna con podere, mentre nel Medioevo intendeva semplicemente un villaggio. Il toponimo è decisamente diffuso nel Bergamasco e dà il nome a diversi ed importanti paesi.

Villa d’Adda (Vila): Isola Bergamasca. Etimo ovvio.

Villa d’Almè (Èla): Val Brembana. Anticamente era parte della Curtis Lemennis (Lemine) longobarda, da cui ha ereditato il toponimo. Vedi Almenno San Salvatore.

Villa d’Ogna (Éla d’Ògna): Val Seriana. Vedi Ogna.

Villa di Serio (Éla de Sère): Val Seriana. Etimo ovvio.

Villanuova (Torre Pallavicina): Bassa. Etimo ovvio.

Villasola (Cisano Bergamasco): Val San Martino. Vedi Sola.

Villassio (Gorno): Val Seriana. Derivato di villa, calco del francese village e dell’italiano villaggio. Un tempo era Villasio.

Villongo San Filastro (Ilóngh): Sebino. Dal latino vicus + longus, allusivo alla conformazione dell’abitato. Il comune è composto dalle due frazioni di Sant’Alessandro (patrono di Bergamo) e San Filastro, la cui devozione è sentita nel Bresciano.

Vilmaggiore (Vilminore di Scalve): Val di Scalve. Dal latino vico maiore, un tempo più importante di Vilminore, che oggi invece ingloba tale località e dà il nome al comune.

Vilminore di Scalve (Ilminùr): Val di Scalve. Da vico minore, vedi sopra. La specifica è ovvia.

Volpino (Costa Volpino): Sebino. Vedi Costa Volpino.

Volpino Bresciano (Costa Volpino): Sebino. Tale località rientra nel comune di Costa Volpino pur essendo stata, nel Medioevo, oggetto di veri e propri conflitti tra Bergamaschi e Bresciani, assieme alle altre (attuali) frazioni del paese; il Volpino di cui sopra, infatti, dopo lunghi scontri e accordi, ricadde sotto la giurisdizione bergamasca mentre il Volpino Bresciano sotto quella di Brescia. In età contemporanea, tuttavia, le due località sono state riunite nell’attuale comune bergamasco di Costa Volpino.

Xino (Fonteno): Sebino. Toponimo strano e curioso per la Bergamasca, un po’ come il Laxolo della Val Brembana. Probabilmente, come in quest’ultimo, l’etimo è da ricondurre al latino laxus, “largo, spazioso, aperto”. Ma il nostro toponimo potrebbe essere contratto e alterato, rimane oscuro.

Zaccarola (Barbata). Bassa. Pare che nel vernacolo cremasco (variante del dialetto bergamasco) il termine zacaröla o zecaröla indichi il “grillotalpa” (in quanto divoratore di zucche).

Zambla (Oltre il Colle): Val Serina. Un tempo Zàmbela, presenta una b epentetica che impedisce di risalire correttamente alla forma più antica, ossia CelamnaZelamna, poi contratta in Slamla e infine alterata in Slambla. Alla base del toponimo si potrebbe intravvedere un indoeuropeo *sley-mo, “fango”, che dà il latino limus e il proto-germanico *slimaz.

Zandobbio (Zandòbe): Val Cavallina. Attestato come Gendobbio e Sendobbio (s iniziale sonora) è toponimo decisamente oscuro. Si può solo azzardare, con lo Zanetti, una radice indoeuropea *ghend o *hend che indica il verbo “prendere, afferrare, aggrapparsi, avvilupparsi”, magari riferito a qualche pianta rampicante come l’edera (il cui etimo deriva proprio da quella radice). Il suffisso -ubulus è schiettamente latino.

Zanelli (Torre de’ Busi): Val San Martino. Dal cognome omonimo (derivato dal nome lombardo-veneto Zan, “Gianni”).

Zanetti (Ardesio): Val Seriana. Come sopra.

Zanica (Sanga): Pianura. In origine Vettianica (forma attestata in un testamento longobardo del 774), dal nome del casato romano dei Vettii, di origine etrusca. A proposito delle gentes romane nel nostro territorio (come nel resto di quello transpadano), sarà utile ricordare come la deduzione di colonie sia stata fittizia, più che concreta, e cioè sia consistita nell’inserimento “virtuale” degli indigeni gallici all’interno delle suddivisioni gentilizie dei Romani. Ciò, naturalmente, non esclude movimenti dall’Italia centrale verso il municipium di Bergamo, soprattutto in termini di veterani di guerra.

Zogno (Zògn): Val Brembana. Forse da uno *jugonium da jugum, “giogo (di monte)”. In bergamasco “giogo” è zòv. Non capisco come lo Zanetti possa vederci in questo, e in altri toponimi bergamaschi, delle origini illiriche.

Zorzino (Riva di Solto): Sebino. Da un diminutivo del nome di persona bergamasco Zórs, “Giorgio”.

Zorzone (Oltre il Colle): Val Serina. Accrescitivo del nome citato sopra.

Pubblicato in Bergamo, Territorio | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Le minoranze storiche d’Italia

Avendo passato in rassegna, ormai un bel po’ di mesi fa, i precipui areali etno-culturali dell’Italia, che ricordo essere, a mio modesto parere, sei (Lombardia, Venethia, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna), mi sembra giusto, anche se dopo del tempo, completare la precedente carrellata dando uno sguardo alle minoranze storiche, europee, presenti in Italia da svariati secoli, e parte dunque del tessuto etno-sociale italiano grazie anche alla loro presenza discreta, pacifica e onesta. Diciamo pure che sono le minoranze etniche a cui preferisco guardare, se proprio devo scegliere, perché genti europee radicate da lungo tempo nella nostra terra, pur non essendo italiane a tutti gli effetti.

Partendo da nordovest, dall’etno-regione lombarda (intesa, sempre, nel senso medievale del termine) possiamo incontrare le minoranze franco-provenzali di Val d’Aosta e Piemonte e quella provenzale del Piemonte; occorre ricordare come la Val d’Aosta sia un semplice brandello padano del Piemonte stesso e come quelle che sono persone ritenute “occitane” (di per sé un termine che vuol dire poco) cisalpine siano sovente dei Piemontesi influenzati dal provenzale. Un fenomeno similare si può osservare anche in quei territori transappenninici della Regione Liguria dove la lingua locale parlata, ufficialmente, è il ligure ma una qualità di ligure, per così dire, di transizione. L’Italia dovrebbe recuperare quei territori, oggi francesi, che le appartengono di diritto, seppur francesizzati nel tempo così come nel tempo è stata italianizzata la Val d’Aosta (comunque territorio cisalpino, ribadisco), vale a dire i brandelli alpini del bacino idrografico padano di Monginevro, Valle Stretta e Moncenisio; inoltre tutto il territorio nizzardo, che storicamente rientra nella sfera etno-culturale ligure (incluso il ridicolo Principato di Monaco), delimitata a ovest dal fiume Varo.

Sempre in territorio lombardo in senso allargato, e cioè nordoccidentale (oppure celto-ligure e gallo-italico), va segnalata la presenza della minoranza walser, montanari di lingua alemannica, a cavaliere tra l’attuale Val d’Aosta e la Regione Piemonte, ma anche nel Verbano-Cusio-Ossola e in Canton Ticino, che sarebbero aree etnicamente insubriche, da sempre. Non a caso l’Italia dovrebbe annettersi anche il Sempione, il Canton Ticino e la Mesolcina, la Val Bregaglia e la Val Poschiavo, tutti lembi territoriali cisalpini e lombardofoni. Ovviamente fanno parte dell’areale etno-culturale nordoccidentale anche la Liguria, la Lunigiana, l’Emilia e la Romagna, l’antico Ager Gallicus (Marche settentrionali), i territori appenninici a nord della linea Massa-Senigallia e il Trentino occidentale, di lingua lombarda.

Passando al settore nordorientale, all’ambito della Venethia storica (Triveneto), dobbiamo segnalare l’arcaico fossile ladino, il più antico occupante del cisalpino Alto Adige, di idioma reto-romanzo come i Romanci della Confederazione Elvetica (che potremmo spostare al di qua delle Alpi permettendo alla cospicua comunità germanofona altoatesina di prendere la via dei territori teutonici, qualora volesse) e naturalmente i Friulani. Nel mare veneto che circonda queste genti minoritarie annoveriamo anche le minoranze baiuvariche di Mocheni e Cimbri, presenti quest’ultimi tra Veneto e Trentino e nel Cansiglio, i Baiuvarici del Cadore e della Carnia e i parlanti sloveno della Slavia friulana. Gli alloglotti di Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia sono giunti in tempi medievali, rispetto agli indigeni “romanici” e stiamo pur sempre parlando di aree cisalpine, così come l’intero bacino dell’Isonzo, l’Istria, le isole del Quarnaro e Fiume, che sono terre italiche strappate dagli Slavi dopo il 1945. Per quanto al di fuori dello spazio geografico italiano, merita menzione anche la Dalmazia, così come le isolette di Pelagosa che invece vi rientrano. Oltretutto sono aree slavizzate solo in superficie e molto più mediterranee dei territori interni dei Balcani, propriamente illirico-slavi.

Scendendo lungo la Penisola, dopo aver segnalato che San Marino è ovviamente Romagna, che nei pressi del Monte Conero (Ancona) v’è una sacca gallo-italica “romagnola” (o per dirla meglio, gallo-marchigiana), e che lo Stato del Vaticano è Roma dunque Italia, ci imbattiamo nelle minoranze storiche del Meridione d’Italia, sacche sparse qua e là un po’ in tutte le attuali regioni ausoniche ed enotriche, fondamentalmente nate da diaspore balcaniche del Basso Medioevo in seguito all’occupazione ottomana delle terre al di là dell’Adriatico, oppure dall’immigrazione medievale di famiglie settentrionali in seguito alla chiamata dei regnanti svevo-normanni dell’estremo Sud, ma anche per questioni più delicate, relative a persecuzioni religiose.

Le comunità di Arbëreshë (Albanesi meridionali d’Italia, Tosc), formatesi in seguito all’immigrazione cagionata dalla conquista ottomana dell’Albania sono presenti in Abruzzo, nel Sannio (tra Molise e Foggiano e sul confine appenninico tra Avellinese e Capitanata), nella Lucania settentrionale e a cavaliere tra questa e la Calabria settentrionale e in diverse aree della Calabria medesima, infine troviamo un’isoletta albanese in Salento e due comunità arbëreshë nell’interno occidentale della Sicilia. Nel Molise possiamo anche trovare addirittura una minoranza croata, formatasi per gli stessi motivi delle comunità schipetare d’Italia.

L’estremo Sud è caratterizzato da due cospicue sacche ellenofone frutto della sovrapposizione tra il sostrato magnogreco dell’Enotria e quello medievale bizantino, che del resto ha lasciato traccia di sé anche lungo le coste emiliano-romagnole, sebbene non linguisticamente ma geneticamente. La prima sacca, detta grika, riguarda il Salento, mentre la seconda, detta grecanica, comprende una quindicina di località del Bruzio estremo (Reggio Calabria) e una località messinese.

Per quanto riguarda l’immigrazione settentrionale, si dovrà innanzitutto parlare delle colonie gallo-italiche di Lucania e Sicilia, con quelle della seconda così cospicue da indurre storici e linguisti a parlare di una vera e propria “Lombardia siciliana”, dove “Lombardia” acquisisce lo stesso significato storico medievale che le do io quando ne tratto; questi insediamenti nascono dalle politiche svevo-normanne mirate ad eliminare resistenze bizantine e arabe dall’estremo Sud con l’introduzione di genti latine scese al seguito di signori feudali germanici, come in Basilicata, oppure direttamente chiamate, come in Sicilia, dai sovrani svevo-normanni dell’isola, col preciso scopo di rimpolpare la Trinacria con l’elemento latino e cattolico-romano, oltretutto direttamente dal continente. Oggi i comuni siciliani in cui si può ancora registrare una consistente eredità lombarda (linguisticamente parlando) sono situati nelle province di Enna e di Messina, ma un tempo la presenza lombarda raggiungeva anche località palermitane, etnee e catanesi in genere, siracusane, nissene.

Possiamo trovare sacche di gallo-romanzo anche nel Foggiano (franco-provenzale) e una occitana nel Cosentino. Nel primo caso si tratterebbe o di perseguitati valdesi oppure di soldati scesi in Meridione con gli Angioini, nelle località di Celle e Faeto, mentre nel secondo caso si trattò sicuramente di perseguitati valdesi fuggiti a sud in cerca di migliori condizioni di vita, dove fondarono Guardia Piemontese (in passato Guardia Lombarda, per i motivi già illustrati). A proposito di Meridione, mi si consenta anche di rammentare come le isole maltesi non solo rientrino nello spazio geografico italiano ma siano pure caratterizzate da diversi coloni originari della Sicilia e del Mezzogiorno, tanto che il maltese (semitico alquanto latinizzato) presenta una ricchissima rassegna di vocaboli di origine siciliana o meridionale in genere.

Da ultimo, non certo per importanza, la situazione della Sardegna, che presenta una minoranza linguistica ligure/genovese (tabarchina) nell’arcipelago sudoccidentale del Sulcis, l’isola catalana, nel territorio di Alghero, recata dagli Aragonesi in epoca medievale, e le tre varietà di corso parlate nel nord dell’isola, vale a dire gallurese, sassarese e oltremontano. D’altro canto, il corso appartiene alla medesima famiglia linguistica del toscano (da cui la nostra lingua nazionale) a riprova dell’italianità della Corsica, un vero baluardo identitario antifrancese.

Sarebbe interessante esaminare se queste minoranze, che sono oggi innanzitutto linguistiche, lo siano tuttora in senso etnico, perché non è certo automatico che le due cose corrispondano, seppur sia innegabile che il legame etnico vi sia eccome, stando alla storia di queste comunità alloglotte. Quel che è sicuro è che appartengono alla storia del nostro Paese e che sinché la rispetteranno e rispetteranno l’Italia stessa sentendosi, a modo loro, parte leale di essa saranno ospiti graditi, ancorché ormai radicati da secoli e in un certo senso italiani, per quanto legati tenacemente (come è giusto che sia) alle proprie tradizioni. Dal canto mio, preferisco di gran lunga loro ad altre minoranze ben più recenti ma molto meno compatibili da un punto di vista etno-culturale, quantomeno perché espressione di quella diversità europea che, presa a piccole dosi, può anche rappresentare una ricchezza, a differenza degli esodi di massa allogeni che, per quanto possano riguardare per lo più poveri disgraziati, non sono altro che il frutto perverso delle sovversive strategie antinazionali del mondialismo.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/02/le-minoranze-storiche-ditalia.html

Pubblicato in Il Soledì, Italia | Contrassegnato , , , , | 2 commenti

L’Italia nazionale contro l’italietta statale

La sfida, anche politica, che si pone in atto in Italia consiste nel riuscire, finalmente, a ridare vita a quello che è il nerbo nazionale del Paese e che non coincide minimamente con l’attuale repubblica italiana o con il suo antecedente monarchico. Anzi, il problema sta proprio nell’abisso che separa lo stato italiano dalla nazione italiana, due cose diverse e ben distinte, poiché il primo è la gabbia in cui l’Italia langue da più di 150 anni, priva di quella vitalità e forza che saprebbe ridare speranza a tutti gli Italiani, stringendosi attorno ai propri simboli patrii.

Credo davvero che rendere l’Italia una nazione, un insieme di genti vive e accomunate da vincoli etnici e sacrali (che esistono, eccome se esistono), passi per forza di cose dalla messa in discussione delle fondamenta dello stato italiano, non per scopi eversivi ovviamente ma per ridiscutere la natura dell’organizzazione statuale che potrebbe al meglio rappresentare, ed esaltare, questo Paese. Il compito di ogni patriota sta nel difendere l’Italia come realtà etno-culturale e nazionale millenaria, liberandola così dalle catene di una repubblica coloniale che ha come narcotizzato l’identitarismo ripiegandosi sulla statolatria neo-giacobina del tutto priva di valore etnico e davvero nazionale. Oggi si parla di Italia e si intende il settuagenario baraccone repubblicano dello stato, un misero contenitore di popoli che toglie qualsiasi entusiasmo patriottico, anche perché al servizio della NATO, dell’Unione Europea e dell’ONU, e non del popolo italiano.

Il massimo identitario consentito in questo stato si riduce ad un tricolore spento, alle magliette azzurre della statale di calcio, ad una ruota dentata inventata 70 anni fa e ad uno sterile riferimento linguistico al fiorentino letterario, che non è nemmeno tutelato a livello ufficiale dalla “costituzione più bella del mondo”. Un po’ pochino per accendere i cuori italici infiammandoli con l’orgoglio patriottico… I freddi rituali repubblicani sono quelli di uno stato (ex) nazionale artificiale, dove la burocrazia prende il posto dell’amor patrio e la fedeltà a modelli universalisti e globalisti sostituisce la sovranità nazionale. Una simile realtà non suscita alcunché, anzi, troppo spesso genera piuttosto rabbia, risentimento, frustrazione perché lo stato invece di rappresentare finisce per schiacciare sotto l’elefantiaco peso di istituzioni lontane anni luce dal popolo ed espressione non della sua sovranità e volontà ma del volere di chi manovra a suo piacimento lo staterello in questione, e cioè i suddetti enti sovranazionali, in zelante collaborazione con la finanza globale, l’usurocrazia, la dittatura delle banche e delle multinazionali apolidi.

In compenso, eccovi una spumeggiante fioritura di leggi ideologiche, liberticide, atte a farvi passare la voglia di nazionalismo, giusto per non contrariare i padroni stranieri della repubblica italiana con la vera libertà d’espressione, sebbene a parole venga tutelata dalla Costituzione. Il tutto sapientemente innaffiato di tassazione “svedese” in cambio di servizi la cui qualità è spesso e volentieri “albanese”. E non parliamo di tutti i vari squilibri che esistono nell’Italia vessata dal suo stato, a partire dall’eterna questione del divario Nord-Sud che, passando per il degrado più totale in cui versa Roma, termina nell’inaccettabile tasso di corruzione, assistenzialismo, nepotismo, clientelismo, debito pubblico e via dicendo ormai ampiamente spalmato dalle Alpi alla Sicilia, anche grazie ad un ottuso e perverso sistema di statalizzazione parassitaria dove nelle vene del Paese viene messo in circolo il veleno di certo levantinismo, frutto della collusione tra l’ingordigia imprenditoriale del Settentrione e la criminalità organizzata del Meridione, con la sapiente mediazione del palazzo romano.

Non voglio certo tediarvi elencando le innumerevoli pecche dell’Italia contemporanea ridotta a stato-apparato, e nemmeno voglio passare per anti-meridionale, eppure è innegabile che la “meridionalizzazione” del Nord abbia comportato anche l’espandersi delle ataviche tare della classe dirigente spagnolesca dell’ex Regno delle Due Sicilie. E questo, sia detto, senza scordare le malefatte sabaude a cui si deve la nascita dello stato italiano: per quanto la riunificazione politica delle Italie fosse necessaria, essa fu perseguita in maniera controversa dal Piemonte, lasciando inascoltati gli appelli di un Cattaneo, e preferendo al mazzinianesimo l’appoggio esterno di Inglesi, Francesi e altri personaggi internazionalisti poco raccomandabili. Il processo di unificazione doveva avvenire gradualmente e spontaneamente, come aggregazione federalista, sebbene solo i Piemontesi guidati dai Savoia potessero avere il necessario peso militare per vincere le resistenze borboniche, pontificie e austriache.

Dobbiamo essere onesti, anche come settentrionali: il Risorgimento ha indubbiamente impoverito il Meridione, prosciugando le casse del regno, accorpando le banche, e favorendo nettamente l’industria settentrionale tramite liberismo economico, il che ha condotto ad una marginalizzazione estrema del Mezzogiorno, ad un abbandono dello stesso alla deriva di criminalità e corruzione, grazie agli iniqui accordi tra classe dirigente meridionale, quella dei ricchi latifondisti e dei baroni, e Savoia, inasprendo alcune pecche secolari ereditate dal malgoverno franco-spagnuolo nella bassa Italia. Naturalmente non è che il Nord, prima dell’unità, fosse povero e sottosviluppato (questa è una balla bella e buona dei neoborbonici) ma è innegabile che con l’unità d’Italia abbia guadagnato, e di molto, rispetto a quanto accaduto successivamente a Sud. D’altro canto, il Triveneto ricco non lo era di sicuro, e i primi fenomeni migratori italiani lo confermano, con le grandi ondate di Veneti approdati in Sudamerica. Alla faccia di certi austriacanti 2.0 che ancora incensano Cecco Beppe…

Al di là del passato, che è passato, noi oggi abbiamo il diritto e il dovere di raddrizzare il tiro a quella che è la politica italiana dal secondo dopoguerra ad oggi, una politica di camerieri e burattini lautamente pagati al servizio dei burattinai forestieri. Il modo migliore per farlo è quello di intavolare un progetto politico che miri a fondere due istanze fondamentali: il nazionalismo (non statolatrico) italiano e l’etno-federalismo (non secessionista), affinché la Patria che è l’Italia si sposi alla perfezione con le “matrie” locali e cioè Lombardia, Venezie, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna, i grandi areali etnici d’Italia, perché solo così ci si può dare un organismo statale comune, con una costituzione (etnonazionalista) comune, che sia flessibile dove serve e rigido dove invece se ne ha bisogno. Nell’italietta odierna invece è il contrario: rigido controllo burocratico e anti-identitario degli indigeni, tassati e beffati, e lassismo spesso totale verso le aberrazioni ereditate dall’adozione del disegno mondialista, covato come serpe in seno alla “comunità internazionale” (un bell’ossimoro, davvero).

Un altro aspetto non da poco è l’irredentismo; sebbene per molti sarebbe utopica una riconquista, io trovo inaccettabile che territori come Nizza, Corsica, Malta, Svizzera italiana, Istria, Fiume e mettiamoci pure Dalmazia siano al di fuori dell’orbita italiana, quando invece essi rientrano a pieno titolo nello spazio geografico italiano o quantomeno nel suo spazio etnico-storico-linguistico. Non si tratterebbe, ovviamente, di scatenare nuove guerre ma la diplomazia dovrebbe occuparsi anche di questo problema non da poco. Per dirla tutta, non ha decisamente senso che l’Italia si tenga l’Alto Adige, a compatta maggioranza germanofona, ma si veda privata di un baluardo italico come la Corsica! Gli Europei dovrebbero ridisegnare i propri confini nazionali in maniera sensata, invece di perdere tempo nei  grigi grattacieli di Bruxelles.

Solo con consolidate politiche di governo sociali e nazionali si può pensare di irrobustire il potere dello stato sui suoi cittadini, così come il dirigismo e la nazionalizzazione, politiche che rispettino comunque le identità locali e il tessuto comunitario originale delle stesse, altrimenti si crea un mostro massonico e dispotico che non al nazionalismo ma all’internazionalismo apolide e distruttore obbedisce, fungendo da perfetta colonia al servizio del solito occupante straniero. Anzi, un’impronta dirigista allo stato nazionale sarebbe provvidenziale, per evitare delocalizzazioni e razzie di aziende straniere ai danni delle aziende italiane. Ma fino al giorno in cui l’Italia non legittimerà una forma di governo presidenziale, etno-federale e schiettamente social-nazionale, capite bene quanto sia poco auspicabile che la repubblichetta italiana si faccia più rigida e controllante, perché questo finirebbe a scapito solo ed esclusivamente degli indigeni e non delle note minoranze che nell’Occidente atlantista diventano intoccabili lobby…

Dobbiamo lavorare culturalmente e politicamente al raggiungimento dell’obiettivo, senza dimenticare che non con la piaga del liberalismo ma con la forza del comunitarismo anti-borghese ed anti-individualista si pongono le giuste basi per riformare il concetto di stato, senza che questo divenga un moloc anti-nazionale  quale è ora, ma trovi proprio la sua legittimazione nelle aspirazioni nazionaliste ed etnicistiche dei popoli che compongono la nazione. Non si combatte Satana con Satana, perciò non si può combattere il mondialismo contrapponendogli un suo prodotto, l’attuale repubblica tricolorita, una prigione antifascista per gli indigeni e una bengodi progressista per gli allogeni, e tutti gli altri corpi estranei.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/01/litalia-nazionale-contro-litalietta-statale.html

Pubblicato in Il Soledì, Italia | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Uomini (e donne) siate e non pecore matte

Il decadimento morale, spirituale, dunque etno-razziale, e anche materiale del nostro continente passa per l’annichilimento dell’uomo, inteso come maschio indigeno abile ed eterosessuale, e caratterizzato da profondo patriottismo e amore per la tradizione, che oggi viene liquidata come se fosse poco più che folclore, e non radicamento tenace della luminosa mentalità ariana ereditata dai nostri padri. Colpendo il ruolo sociale tradizionale, e naturale oserei dire, del maschio etnicamente legato a quella che è la culla della civiltà, ovverosia l’Europa, si punta a distruggere la spina dorsale del continente che è costituita per l’appunto dalla forza, dalla sicurezza e dall’indipendenza maschili, garanzia di prosperità e di benessere per tutte le nostre comunità, ordinate secondo natura.

Viene in poche parole messa in atto una castrazione costante dell’uomo europeo principiata coi movimenti sessantottini e femministi e perpetuata nei nostri giorni grazie alla mefitica paccottiglia post-sessantottina, post-femminista e quindi postmoderna; colpendo l’uomo degno di questo nome si colpisce mortalmente la nostra civiltà e i suoi valori, preferendo bersi le castronerie antifasciste e progressiste con cui si vorrebbe ridurre il maschio ad un’appendice di donnette sempre più instabili e capricciose, sballottate qua e là da un Occidente distruttore a seconda delle bizze del consumismo e del materialismo. Donne ridotte a caricatura e prive di forti guide maschili che le sappiano indirizzare con amore e dolcezza, ma anche sicuro piglio, lungo la retta via rappresentata dalla tradizione.

Checché ne dicano i nemici progressisti di questa, la tradizione non è una gabbia o una prigione, un letto di Procuste, per le nostre donne ma è la garanzia di ordine e disciplina contro le nefande forze del caos che si nascondono dietro ad una cappa di fandonie e di velenose fallacie e traviano la mentalità femminile che si ritrova così in balia della sua componente più disequilibrata e irrazionale, la quale prende il sopravvento. L’essere circondate da maschi che vieppiù incarnano, anche qui, una caricatura del genere maschile a tratti ancor più fatua, instabile, capricciosa e irrazionale di quello femminile, non le aiuta di certo ma anzi contribuisce a rafforzare il costante disordine che sta inesorabilmente inghiottendo tutta l’Europa, eccetto le aree più orientali e meridionali che, non a caso, vengono di continuo dileggiate come terre barbariche, primitive e criminali.

La contemporanea sovversione, benedetta dal neomarxismo e dalla liquidità postmoderna dove tutto è relativo e caotico, verte sull’evirazione dell’uomo tradizionale perché pericolosissimo ostacolo lungo la via della distruzione valoriale e morale di una società quasi completamente priva di modelli positivi da offrire agli uomini e alle donne, nonché alle giovani generazioni e cioè quelle che più di altre prestano il fianco all’aberrazione progressista che mina alla base le fondamenta di una civiltà luminosa, ma che sta spegnendosi, come quella europea; se essa è sorta ed è durata invitta nei secoli si deve al connubio dei valori identitari e tradizionali mirabilmente sposati dal piglio deciso e condottiero di uomini forti, virili, sicuri di sé ed esemplari per tutti i membri delle comunità antiche, donne incluse, che non venivano così abbandonate alla deriva delle proprie intrinseche insicurezze e fragilità, facilmente trasformabili in isterie (auto)distruttive. Da tempo immemore, sino alla metà del secolo scorso, l’uomo europeo è stato la colonna portante della nostra civiltà e del vero progresso europeo, garantendo difesa e preservazione della patria, della famiglia, della pietas.

Oggi invece va di moda il ribaltamento di questi radicati e radiosi valori tradizionali, vogliono ridurci a tutti i costi alla stregua di uomini privi di attributi e cioè a meri consumatori passivi, che invece di ergersi a mo’ di baluardi solari in un’Europa offuscata dalle tenebre del male, sprofondano negli abissi del decadimento trascinando seco donne pervertite e rese fatue ed instabili dalla liberal-democrazia. Hanno colpito il tradizionale, e naturale, ruolo dell’uomo come quello della donna per inoculare in Europa il virus mortale della decomposizione etno-razziale e spirituale. Se gli uomini si mettono a fare le donne, e le donne gli uomini, il risultato è disastroso, è il mondo al contrario, ed i nemici eterni dell’Europa e della sua civiltà hanno giuoco facile a sottometterci e ad aggiogarci al carrozzone funebre del mondialismo relativista e apolide.

Sono tematiche concatenate quelle relative a genere, razza, condizione psicofisica, religione, cultura, nazionalità, società e generazioni, e divengono preda di una sorta di effetto domino qualora il ruolo centrale dell’uomo venisse colpito nel suo cuore, nel suo fondamentale nucleo di guida della comunità e della nazione. Vorrei fosse chiaro che questo non è un discorso maschilista volto alla discriminazione della donna, da rinchiudere in cucina a scodellare marmocchi, una donna anonima e sottomessa sulla falsariga delle grandi religioni abramitiche e della mentalità semito-camitica; no, nulla di tutto questo. Io sto difendendo quella che è l’atavica natura dei ruoli sociali maschili e femminili e dove proprio per l’interesse delle donne stesse l’ala protettrice del maschio si stende come sicuro riparo, come egida invitta, su tutti i componenti della comunità. La donna tradizionalista è libera, non schiava, mentre è proprio la femmina che si crede libera perché aderente a tutti gli aberranti canoni del postmoderno e del femminismo ad essere veramente schiava: schiava del consumo, dell’edonismo e del materialismo, di modelli degenerati dove essa è condannata ad essere rappresentata come oggettistica sessuale, restringendo il suo valore all’aspetto fisico o ai seni e alle pudenda.

Chi arruffa la popolazione femminile con la retorica in rosa dei farseschi “diritti civili” non vuole donne libere e autodeterminate ma schiave, caricature femminili, donnette, tragicomiche bambole ridotte a pezze per i piedi dal mercato libero e dalla società dei consumi, che tutto vuole eccetto donne davvero forti a difesa della famiglia, della patria, della vera moralità identitaria. Essere moglie e madre e ancella del focolare domestico così come volontaria della Nazione, non è una degradazione, per quanto molti menagrami vorrebbero farlo credere alle nostre figlie, ma significa invece mettere la propria vita al servizio degli immortali valori tradizionalisti. Ricordatevi, care donne, che i lustrini e gli orpelli giovanili passano, così come le grazie del fisico, ma i valori e la coscienza rimangono, resi ancor più vividi dal buon esempio dato da maschi e femmine esemplari, schierati dalla stessa parte nella lotta contro l’eradicazione della vera civiltà dall’Europa.

Non fatevi raggirare da chi vuole la donna come sterile suppellettile del caramelloso mondo della finzione edonistica, principessa di gommapiuma che si crede padrona della propria vita perché libertina e frivola pur essendo incatenata ai pesanti ceppi delle drammatiche mascherate dell’Occidente capitalista; la vera libertà femminile, così come la vera libertà maschile, si realizza nell’identità e nella tradizione delle nostre comunità etnonazionali, dove l’uomo e la donna non sono l’uno contro l’altra foraggiati dalla zizzania del relativismo sessuale e sociale ma complementari, senza superiori ed inferiori, uniti dal comune destino di un popolo combatte che vive, combatte e sa anche sacrificarsi per gli ideali granitici in cui crede.

Soldi? Successo? Progresso? Troppo benessere? Libertinaggio? Fisicità fine a sé stessa? Tutta cianfrusaglia caduca, destinata a corrompersi e venire meno, a maggior ragione se accostata a quanto di più bello e duraturo possa esistere tra un uomo e una donna, e tra di essi e la propria patria: l’amore per le radici, per la famiglia, per una società armoniosa e ordinata, per rapporti equilibrati e sani volti alla sinergia con le forze della natura, dove i mostri partoriti dalla modernità non incutono più timore perché facilmente vincibili da quella volontà ferrea e “guerriera” che sgorga dai cuori puri, cuori animati dallo splendente sentimento insito in ogni uomo e donna degni di questi nomi. Fate la vostra scelta, o donne: dalla parte dell’identità e della tradizione, e dunque dalla vostra stessa parte, oppure tramutate in marionette e vittime sacrificali da chi spaccia infetto ciarpame femminista per elisir di genuina libertà muliebre.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/01/uomini-e-donne-siate-e-non-pecore-matte.html

Pubblicato in Il Soledì, Società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento