A proposito di religiosità e spiritualità…

Negli ultimi giorni vi sono state delle accese polemiche in materia spirituale, metafisica e religiosa per via di alcuni scritti di Luca Valentini, autore di punta di EreticaMente, aspramente criticati da persone legate all’ambito della rinascenza cultuale italico-romana, della cosiddetta gentilitas.  Sono critiche mosse a partire da dei passaggi degli scritti in questione, accusati di essere quasi una sorta di apologia del monoteismo abramitico, il che pare francamente fuori luogo. Questo sito, che dalla sua fondazione si occupa di identitarismo e tradizionalismo – dunque di paganesimo – italiano, europeo, indoeuropeo per diffondere un messaggio nettamente anti-mondialista (dunque anti-monoteista, particolarmente in accezione semitica), non potrebbe mai ospitare scritti che suonino come difesa ed esaltazione del pensiero unico, men che meno abramitico, e lo stesso Valentini se ne guarda bene dal farlo.

Non voglio qui, tuttavia, entrare nelle diatribe che si sono scatenate in queste ultime settimane, anche perché non mi riguardano, ma vorrei cercare, per quanto mi è possibile, di prendere una posizione chiara in materia di spiritualità che, notoriamente, non è proprio il mio campo preferito d’indagine. L’ho già fatto altre volte, ma approfitto della situazione creatasi per definire al meglio il mio pensiero che, oltretutto, è un pensiero che si sposa ottimamente con quella che è la linea di EreticaMente: l’eresia, nel senso di libera e consapevole scelta contro la dittatoriale vulgata pilotata dai sommi sacerdoti del mondialismo, una vulgata che ovviamente riguarda anche la religiosità “lecita”, ortodossa, per i moderni canoni dell’ecumenismo quasi sincretico, di cui papa Bergoglio è esponente di spicco (un degno prodotto del Concilio Vaticano II).

Premessa doverosa: questo, come detto, non è il mio campo, non sono un esperto o anche solo un “addetto ai lavori”, e non mi sono mai documentato abbastanza rispetto a molti altri che scrivono per questo sito, perciò non credo di avere tutti gli strumenti necessari per comprendere al meglio tematiche, interessanti ma delicate, che a taluni stanno invece molto a cuore; tuttavia posso di certo abbozzare un pensiero coerente che, logicamente, nasca dalla mia esperienza di identitario e di tradizionalista, senza troppe pretese ma che voglia semplicemente fornire una propria personale opinione in linea col credo etnonazionalista.

Io sono su posizioni laiche, razionaliste, sicuramente anticristiane e dunque anti-abramitiche/monoteistiche ma non faccio di tutta l’erba un fascio, parlando di spiritualità e religiosità. Io sono dell’idea, per quanto laico, che tutto quel che riguarda i culti tradizionali dell’Europa, ossia relativi alla devozione per le antiche divinità preindoeuropee ed indoeuropee, vada difeso, preservato, ripulito dalla corruttela giudeo-cristiana e anche riabilitato, “ricostruito”, perché frutto autoctono del genio italico ed europeo, frutto della civiltà e della cultura delle genti del nostro continente. Io infatti credo che la spiritualità, come la cultura, proceda dal sangue, dall’incontro tra il dato etnico e razziale e quello di suolo e che quindi ogni popolo debba custodire con gelosia la propria ricchezza metafisica, come dovrebbe farlo per la lingua, il lignaggio, la letteratura e l’arte, l’originalità del proprio estro. Per tutto ciò che, insomma, costituisce la sua identità.

In un certo senso io sono materialista (non in senso deleterio), non perché riduca al rango di cianfrusaglie la vita spirituale e la metafisica, ma perché profondamente razionale e orientato alla concretezza di cui sangue e suolo sono degni araldi. Ma capisco perfettamente che la cultura di una nazione comprenda anche la sua spiritualità, la sua religiosità, le sue idee e, d’altro canto, sarebbe di certo riduttivo e superficiale liquidare il mondo della psiche umana, dell’interiorità, come un processo chimico innescato da stimoli esterni. Ci mancherebbe solo di sfociare nel positivismo zoologico e nello scientismo, e cioè nella matrice di tutti i moderni mali ideologici, che riduce l’uomo ad un ammasso biologico di carne degno solo di venire spedito nel tritacarne della globalizzazione.

Questa sarebbe una visione del tutto distorta della razionalità e, del resto, sarebbe impossibile dirsi etnonazionalisti se beceramente e aridamente materialisti, perché vorrebbe dire non credere nella potenza dello spirito di una nazione, nella cultura e nel genio stessi di una nazione, che non è qualcosa di meramente materiale ma di molto più profondo e vitale, per il destino delle genti italiane ed europee. Non si può rinunziare all’essenza più nobile della civiltà europea, che sta nello spirito umano che l’ha animata, epperò deve essere chiaro che questo spirito umano non è qualcosa di umano e basta, quindi di ecumenico, universalistico, riproducibile sempre e ovunque, anche ad altre latitudini.

La civiltà europea è frutto del genio europeo e così la spiritualità, la religiosità stessa. D’altronde, se ci pensiamo, il sangue e il suolo si conservano se vi è uno spirito forte, tenace e combattivo a difenderli perché se fosse solo per il sangue si capisce che basterebbe poco per corromperlo e gettarlo in pasto alla dissoluzione: il lignaggio viene onorato da un animo forte e luminoso che lo trasfigura in qualcosa che va al di là del mero dato biologico. Un credo religioso, perciò, non è intercambiabile da un popolo ad un altro e, anzi, è proprio questa la gravissima tara del monoteismo mediorientale: diffondersi nel mondo come la peste, contagiare più popoli possibile che così rinunzieranno alla propria cultura spirituale indigena lasciandosi ammazzare, dentro, da un credo estraneo basato su un dio inventato di sana pianta e plasmato da menti esotiche. In questo senso il monoteismo è stato un’anticipazione di mondialismo perché il principio era il medesimo, fatto di standardizzazione, massificazione, ripudio della propria identità genuina svenduta per abbracciare il contagio propagatosi dal suo epicentro levantino.

Certo, io capisco anche gli scetticismi di chi prende con le molle il rinnovamento gentile perché, in un senso iniziatico, il cammino del paganesimo si è interrotto ormai duemila anni fa con lo spegnimento del sacro fuoco di Vesta, anche se è affascinante pensare che qualche patrizio romano conservatore abbia potuto preservare, nel proprio intimo, questa scintilla di luce divina mai sopita tramandandola di generazione in generazione. Accostarsi ad un percorso spirituale o religioso non sarebbe come avvicinarsi ad una dottrina politica, o ideologica, e quindi non va sottovalutato l’aspetto dell’iniziazione al culto che oggi, in Occidente, si restringe al cristianesimo romano o alla massoneria.

Ciò nonostante, dal mio punto di vista, credo sia molto meglio rimanere nel campo d’indagine dei culti tradizionali, evitando di sondare contesti ambigui per natura come quelli giudeo-cristiani, islamici, massonici o magici ed esoterici in senso oscuro, estraneo alla tradizione d’Europa. Ma qui mi fermo perché non solo non è materia per me, ma non sono nemmeno uno che dia cotanta importanza ai discorsi religiosi, tenendo sempre ben distinto l’ambito pagano e romano (genuino) dalla patina esotica di cristianesimo e affini. E soprattutto tenendo distinto l’ambito politico, metapolitico e culturale da quello religioso o spiritualeggiante in genere.

Forse può essere, oggi, azzardato parlare di religiosità gentile ispirata ai culti pagani indoeuropei (perché sarebbe davvero proibitivo riattare una religione romana in continuità con l’originale credo classico di Roma antica), mentre non penso lo sia parlare di spiritualità, ossia di sensibilità spiccatamente pagana e non abramitica votata alla riflessione, alla meditazione e anche alla contemplazione di quei misteri che da sempre affascinano l’uomo (indo)europeo, noi contemporanei compresi.

Io sono contro ogni inquinamento spirituale estraneo al nostro continente, perciò mai potrei tollerare un recupero in chiave identitaria delle tre grandi religioni monoteiste. Ma assieme a questo sarei anche contrario all’adozione di qualsivoglia credo o culto comunque non europeo perché non prodotto originale delle genti d’Europa. Essendo io uno che inquadra anche la questione metafisica nell’ambito culturale, ritengo che la vita spirituale di un popolo autoctono d’Europa debba essere in linea con una vera tradizione europea, proprio perché la cultura procede dall’etnia, e non viceversa. Non deve più esserci una civiltà come la nostra suddita di un ideale mortale come quello di Geova, antesignano di quello globalista, meticciatore, multirazziale.

Un Europeo coerente non potrebbe in alcun modo essere schiavo di un dio straniero, di un dio partorito da culture estranee e spesso ostili alla stessa Europa; meglio farebbe a riscoprire la cultura dei propri avi e dell’ideologia indoeuropea perché comunque sia, al di là di religione o spiritualità che siano, il destino del nostro continente e della nostra civiltà può salvarsi solo mantenendo le nostre radici ben piantate in un terreno da sempre fertile per la nostra identità, e poiché senza questo ubertoso humus saremmo degli individui estirpati e facilmente preda dei veleni del mondo, del demoniaco culto mondialista che passa anche per il sincretismo e quindi per la distruzione delle nostre più schiette e genuine origini.

Noi non siamo sotto la giurisdizione del “re dei Giudei”, cari amici, e di nessun altro fittizio personaggio frutto di culture desertiche incompatibili con la rigogliosa natura della Roma antica, repubblicana e augustea.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2018/01/a-proposito-di-religiosita-e-spiritualita.html

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Similarità genetica tra Italiani ed Europei

Eurogenes K36 Similarity Tool Map

L’interessante mappa che potete trovare sopra quanto sto per scrivere è il frutto di un’applicazione (amatoriale, è bene dirlo) che prende in esame la similarità genetica tra svariati popoli europei, basandosi sul calcolatore, parimenti amatoriale, Eurogenes K36.

Il focus è, in questo caso, posto su di un campione dell’Italia settentrionale composto da un insieme di individui lombardi (in senso regionale) e veneti, il cui valore è ovviamente 100 (e lo potete trovare nel campo più scuro posto al centro del Nord Italia). Più infatti il colore è scuro e maggiore sarà la similarità tra popoli europei.

Nel caso italiano settentrionale (anche se un campione soddisfacente di soggetti padano-alpini dovrebbe raggruppare tutte le regioni nord-italiane e non limitarsi a Lombardi e Veneti) possiamo trovare tra i primi dieci popoli, per similarità genetica (in ordine decrescente): Ticino a 90, Val d’Aosta a 89, Friuli e Toscana a 87, Marche a 84, Arpitania/Burgundia e Baleari a 80, Occitania, Corsica e Lazio a 79.

Ciò che salta all’occhio è la considerevole distanza che intercorre tra il Nord e il Meridione d’Italia, considerando che la regione del Sud più vicina al Settentrione è la Puglia (a 71), seguita dalla Sicilia nordoccidentale (a 70). In effetti si può dire che, geneticamente parlando, i meridionali italiani possono essere modellati come 50% nord-italiani e 50% levantini (Libano), confermando la concreta diversità etnica esistente in Italia, soprattutto venendo a parlare dei suoi estremi geografici.

Nulla di nuovo, ovviamente, ormai chiunque conosca un po’ di genetica delle popolazioni sa che tra Nord (o meglio Centro-Nord) e Sud Italia esiste un considerevole stacco in termini biologici, sia genetici che fisici, oltre che in senso antropologico, culturale, linguistico, storico, geografico, climatico ecc. Per carità, in questo caso sono studi amatoriali ma confermano quanto già emerge dagli studi accademici relativamente all’eterogeneità italiana.

Oltretutto le distinzioni non riguardano solo Centro-Nord e Sud (sebbene questa sia la principale frattura) ma anche Nord e Centro (e Toscana e Italia centrale), Nord-Ovest e Nord-Est, pianura e Alpi. Ci possono anche essere delle sorprese, perché, ad esempio, la Romagna, in diversi casi, può risultare più a sud-est della Toscana, che è più occidentale; per lo stesso motivo la Sicilia, in particolare la sua metà occidentale, è più a nord della Calabria (spesso non solo) che risulta essere la regione italiana più geneticamente a sud; il Molise, più a sud dell’Abruzzo, può risultare geneticamente sopra quest’ultimo per una maggior componente continentale (geni sannitici e longobardi?).

Nel Nord, è evidente come i campioni dell’area propriamente alpina (sia occidentale che, soprattutto, orientale) possano risultare più a nord, più continentali ed indoeuropei, di quelli delle Prealpi o della Pianura Padana, ed è d’altronde chiaro come uno striminzito campione quale l’accademico tratto dal Bergamasco (13 unità) non possa in alcun modo rappresentare l’intero Settentrione, e forse nemmeno la Lombardia come regione e la Bergamasca stessa.

Alla luce di questo non apparirà affatto esagerato parlare di suddivisione etnica e culturale in Italia, una cornice nazionale che racchiude a sua volta diverse nazioni quali la lombarda (Nord-Ovest celto-ligure romanizzato e germanizzato in superficie, che include la Svizzera italiana), la triveneta (Nord-Est reto-venetico con un certo influsso mitteleuropeo), la tosco-mediana (etrusco-italica ma non proprio omogenea avendo Toscana e Centro Italia proprie identità peculiari, con in più la Corsica che sembra a metà tra Toscana e Liguria ma con un chiaro influsso sardo), la meridionale (greco-italica non senza influssi levantini nel profondo Sud) e ovviamente la sarda che è la più “pura” e smarcata di tutte.

Chiaramente, al Nord vi sono minoranze etniche importanti che non possono essere strettamente associate alle due principali etnie settentrionali, ossia la germanica, la slava la franco-provenzale (valdostana), ancorché diluite e nei secoli mescolatesi con gli indigeni romanzi cisalpini. Non c’è un baratro tra Trentino e Alto Adige, tra Val d’Aosta e Piemonte alpino o tra Cimbri (quel che ne rimane) e Veneti prealpini e alpini, ma sicuramente esiste uno stacco sensibile tra gli indigeni padani del cuore del Nord Italia e quelli dell’arco alpino; pur essendo, di base, entrambi europei sudoccidentali, vicini ai Francesi centro-meridionali e agli Iberici (e ovviamente agli Italiani centrali, Toscani in testa), in diversi casi i settentrionali alpini si smarcano dal resto degli Italiani del Nord per avvicinarsi all’Europa centrale, in particolare nel caso del Triveneto.

Cosicché l’Italia settentrionale e quella centrale (soprattutto la Toscana) rimangono più vicine a Iberia e Francia centro-meridionale che al Meridione d’Italia, mentre quest’ultimo, inserendosi in un contesto europeo sudorientale, mostra maggior affinità con la Grecia e le sue isole. Ciò che separa il Centro-Nord dal Sud sta, da una parte, dalla maggior componente continentale, nordica e steppica (Kurgan) del primo, e dall’altra da una sensibile commistione neolitica o calcolitica (durata forse sino al Bronzo) di aspetto levantino (antico) che caratterizza il Mezzogiorno.

Quanto detto non significa che al Nord siamo barbari celto-germanici e al Sud mezzi arabo-levantini, ma che pur essendo, di base, tutti Europei meridionali, al Centro-Nord si ha una forte tendenza occidentale (con punte centro-europee) mentre al Sud ne esiste nettamente una che tira verso oriente. Fenomeni che, del resto, riflettono la storia delle varie plaghe d’Italia, senza partorire settentrionali vichinghi e meridionali meticci.

Fermo restando che, relativamente a questo articolo, si è preso in considerazione un calcolatore amatoriale (e quindi ci si deve sempre ricordare che quando si tratta di progetti amatoriali è bene procedere coi piedi di piombo), possiamo dire ancora una volta, confortati soprattutto dai numerosi e noti studi accademici, che l’Italia geneticamente (e non solo, chiaramente) mostra un aspetto biologico peculiare che la rende eterogenea e composita, rappresentata da più genti italiane in molti casi nettamente distinte.

Non esiste un solo popolo italiano, ma diversi popoli italiani, appunto eterogenei ma anche uniti da una cornice soprattutto culturale, storica e romana che esiste da millenni e che fa dell’Italia una straordinaria realtà europea, unica ed inimitabile. Il modo migliore per esaltare questa identità sta nel sottolineare la ricchezza etno-culturale del Paese, promuovendo un salutare federalismo etnico che non indebolirebbe la coscienza italica ma, anzi, la corroborerebbe affrancandola dall’italietta caricaturale frutto di quasi 160 anni di dittatura statolatrica. Ma, chiaramente, si aprono così argomenti più politici che antro-genetici, e infatti mi fermo qui, onde evitare di confondere i due piani.

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100 volti di Bergamaschi

Come preannunciato, dopo i due articoli sugli sportivi bergamaschi (uomini e donne), ecco un articolo che tratta dei volti orobici, maschili e femminili, di gente che possa incarnare fenotipi forse più comuni tra la popolazione bergamasca, ossia di uomini e donne politici. Dico questo perché uno sportivo professionista, risultando di norma atletico, robusto, muscolare, grande potrebbe incasellarsi, magari, in fenotipi più ricorrenti tra agonisti e quindi apparirebbe utile offrire una carrellata fenotipica di persone fisicamente nella media.

In questo caso, appunto, propongo i volti di un centinaio di politici bergamaschi, eletti sia a livello nazionale che regionale e locale (sindaci di Bergamo, assessori noti e presidenti della Provincia), nati a Bergamo e/o territorio provinciale, con cognome nostrano, che di sicuro offrono uno spaccato ancor più concreto sugli impasti subrazziali (in senso europide, naturalmente) della Bergamasca.

Naturalmente sono volti che potrebbero rappresentare gran parte dell’Italia settentrionale compresa tra Alpi e Po, essendo l’Orobia, da sempre, un territorio di confine tra Italia nordoccidentale e nordorientale. Discorso analogo per il Bresciano, sebbene la grande estensione di quest’ultimo ambito possa abbracciare diversi contesti, con una bassa pianura che tende molto al padano puro di influsso etrusco, la Valle Camonica che si inserisce nel quadro della Rezia cisalpina e un territorio provinciale in genere che scolora nelle Venezie.

Sotto allego le tavole fotografiche, ciascuna con una didascalia esplicativa sull’identità dei soggetti immortalati. I nomi, in rigoroso ordine alfabetico, vanno collegati ai volti da sinistra a destra, come già fatto in precedenza con calciatori e sportive bergamaschi. Ovviamente non posso garantire che tutti costoro siano bergamaschi 4/4 da generazioni, ma i cognomi, il volto (nella maggior parte dei casi), spesso l’età e i natali depongono a favore di tale tesi.

Chiedo venia per la cospicua presenza di effigi anziane, quindi non il massimo per una ideale classificazione fenotipica, ma capirete bene che nel caso di politici per lo più noti a livello locale diventa assai arduo reperire immagini della loro gioventù. Stesso discorso può essere fatto nel caso dell’aspetto fisico femminile, considerando ritocchi, tinte, trucchi e quant’altro. Ad ogni modo credo che questa mia “offerta” possa risultare soddisfacente al fine di fornire un quadro sui fenotipi medi dei Bergamaschi.

Diego Alborghetti, Amedeo Amadeo, Roberto Anelli, Gianantonio Arnoldi, Bortolo Belotti

Daniele Belotti, Giuseppe Belotti, Lucio Benaglia, Valerio Bettoni, Vincenzo Bombardieri

Gilberto Bonalumi, Battista Bonfanti, Giancarlo Borra, Stefano Bottini, Lucio Brignoli

Roberto Bruni, Roberto Calderoli, Angelo Capelli, Pietro Capoferri, Elena Carnevali

Andreino Carrara, Valerio Carrara, Angelo Castelli, Antonio Cavalli, Severino Citaristi

Claudio Cominardi, Chicco Crippa, Giuseppe Crippa, Devecchi Paolo, Massimo Dolazza

Beppe Facchetti, Valeria Fedeli, Gregorio Fontana, Luciana Frosio Roncalli, Gianmarco Gabrieli

Giovanni Gaiti, Gian Pietro Galizzi, Sergio Gandi, Luciano Gelpi, Giovanni Giavazzi

Giorgio Gori, Giuseppe Guerini, Cristian Invernizzi, Valentina Lanfranchi, Carlo Leidi

Antonio Locatelli, Ezio Locatelli, Pia Locatelli, Aurora Lussana, Carolina Lussana

Antonio Magri, Gisberto Magri, Maurizio Martina, Daniele Martinelli, Piergiorgio Martinelli

Antonio Misiani, Maria Moioli, Luigi Moretti, Giovanni Ongaro, Marco Pagnoncelli

Filippo Maria Pandolfi, Antonio Panzeri, Alessandro Patelli, Vittorio Pessina, Gigi Petteni

Savino Pezzotta, Enrico Piccinelli, Sergio Piffari, Ettore Pirovano, Giuseppe Prevedini

Sergio Rossi, Ivan Rota, Elisabetta Ruffini, Giovanni Ruffini, Giancarlo Salvoldi

Giovanni Sanga, Jacopo Scandella, Alessandro Sorte, Ebe Sorti Ravasio, Michela Stancheris

Giacomo Stucchi, Gianforte Suardi, Giacomo Suardo, Franco Tentorio, Claudia Terzi

Giulio Terzi di Sant’Agata, Silvestro Terzi, Chicco Testa, Mirko Tremaglia, Daniele Turani

Pierguido Vanalli, Cesare Veneziani, Guido Vicentini, Federico Villa, Marco Zanni

Per le considerazioni etno-antropologiche circa il popolo bergamasco vi rimando al primo articolo della serie. Tuttavia ciò che salta all’occhio, rispetto alle tavole degli sportivi, è il maggior numero di tipi alpini e alpinoidi, piuttosto diffusi presso la popolazione comune del luogo, tipi fisici poco indicati per l’attività sportiva agonistica, in generale, per via del fisico notoriamente tozzo. Sicché, come già ricordato sopra, il campione fenotipico offerto da questa rassegna potrebbe rendere con maggior efficacia la realtà cranio-facciale orobica, anche se in questo caso i soggetti atletici e quelli femminili scarseggino. La cosa migliore è integrare ai due scritti precedenti quest’ultimo, al fine di avere una panoramica decisamente esaustiva.

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L’identità etnica e nazionale come sangue e suolo comandano

Quando sento parlare di ius soli, la mia mente, in realtà, non corre immediatamente alla recente gazzarra del centro-sinistra italiano, tesa a regalare la cittadinanza italiana a tutti coloro che nascono sul territorio nazionale. Il diritto incentrato sul suolo, sulle prime, mi fa pensare proprio al suolo, senza inflazioni politiche e ideologiche, alla sacralità della terra natia, della patria, che da millenni si chiama Italia, ma anche Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Roma, Napoli e Sicilie, Sardegna e Corsica. E infatti, lo sappiamo bene, l’irrinunciabile e sacrale legame coerentemente identitario si basa sul binomio di sangue e suolo, da cui, del resto, nasce lo spirito, la cultura (con tutto ciò che questo termine comporta) di un popolo ben preciso.

Sappiamo però anche, purtroppo, che ius soli indica il diritto ad acquisire la cittadinanza di uno stato (e in effetti sarebbe sempre meglio evitare di confondere il concetto antifascista di cittadinanza con quello di nazionalità) semplicemente perché un individuo qualsiasi viene al mondo in un determinato Paese, e poco importa se con quel Paese costui non ha alcun legame: basta nascerci. Cosicché uno può essere nordafricano, mediorientale, asiatico, oceaniano, sudamericano, negroide, rettiliano, marziano ma se esce dai visceri di sua madre (un’immigrata fresca fresca e davvero allogena fecondata da un altro allogeno fresco fresco) su suolo italiano, secondo lo ius soli ha tutto il diritto di diventare italiano, come se essere italiano potesse limitarsi alla struttura ospedaliera italiana dove costui nasce.

Credo che proprio alla luce di quell’inscindibile legame identitario che intercorre tra sangue e suolo, un concetto sano di ius soli dovrebbe prevedere una completa integrazione nello ius sanguinis, dove uno appartiene ad una nazione per sangue ma anche per diritto di suolo, poiché un conto è un individuo biologicamente ed etnicamente europeo che nasce in Europa da genitori a tutti gli effetti europei (anche culturalmente, dunque) e un altro è il soggetto, europeo per sangue, che però nasce altrove da genitori parimenti europei ma ormai legati da tempo ad altre terre, come potrebbe essere per gli abitanti bianchi delle Americhe.

Un’integrazione tra ius sanguinis e ius soli sarebbe davvero ideale laddove sottenda un’identità genuinamente etnica e nazionale di un soggetto, in quanto figlio di genitori del luogo (in tutti i sensi) e nativo di tale territorio. Io sono dell’idea che l’asettico concetto di cittadinanza tanto asettico (e sterilmente burocratico), in realtà, non dovrebbe affatto essere perché pur distinguendolo concettualmente dalla nazionalità rimane qualcosa di fondamentale per l’accesso ai diritti e ai doveri del singolo, che mai dovrebbe essere inteso come scheggia impazzita conficcata in un ambito che non gli appartiene, ma come parte di una comunità etnica e nazionale che non ceda in alcun modo ai ricatti dell’antifascismo, dell’antirazzismo e di tutto il resto del ciarpame ideologico liberale o progressista, che ha rottamato nazione e nazionalità ormai da decenni.

Lo ius soli, comunemente inteso, trionfa in “nazioni” degenerate come gli Usa, il Canada, gli stati dell’America centrale e meridionale (ossia in realtà che di nazionale non hanno proprio alcunché essendo banalissime entità amministrative nate assai recentemente) e, in Europa, in quelle realtà pseudo-nazionali come Francia, Germania e Regno Unito che, non sorprendentemente, sono ostaggio di tutte le minacce della società multirazziale: criminalità, terrorismo, genocidio etno-culturale. E questo alla faccia dei soloni democratici che vorrebbero darci a bere che stia proprio nell’integrazione a tutti i costi il miglior antidoto al terrorismo e dintorni! Ma certo, notoriamente il principale Paese europeo nel mirino degli estremisti islamici, ossia la Francia, è un campione di razzismo e intolleranza, e di accesso severissimo all’acquisizione della cittadinanza!

Se la cittadinanza, comunque sia, copre un significato per lo più burocratico, non così la nazionalità che è qualcosa di profondamente intriso di sangue e radicato nel suolo patrio e che è dunque bene distinguere anche dall’accezione di stato. Ecco, potremmo dire che la cittadinanza sta alla nazionalità come lo stato sta alla nazione, da una parte la dimensione politica, amministrativa, burocratica dall’altra quella fondamentale del sangue, del suolo, dello spirito, che sono ciò che legittimano la prima dimensione, e non viceversa. Se uno stato opprime una nazione questa ha tutto il diritto di insorgere e autodeterminarsi, e ciò dovrebbe valere anche laddove lo stato si svegli un bel mattino e decida di cassare il concetto di nazionalità per snaturarlo con lo ius soli.

L’intera sinistraglia italiana è in fermento per sdoganare anche da noi lo sciagurato provvedimento (che speriamo tanto possa inabissarsi) e, pur essendo finita la legislatura con lo scioglimento delle camere da parte di Mattarella, la minaccia è solo rimandata. Le truppe cammellate di Pd, transfughi del Pd e progressisti assortiti (non senza varie frange della schiuma liberale e post-finiana) stanno da mesi martellando con la propaganda anti-italiana in favore dei figli degli immigrati, il che comporta inevitabilmente la liquidazione da parte loro dell’etnicità italiana, come se essere italiani non significasse appartenere per sangue e suolo, e cultura quindi, da millenni alla terra italica.

Certo, l’italianità è variegata e più che essere un’etnia rappresenta una cornice storica, culturale, geografica soprattutto in accezione italico-romana (ma anche mediterranea, etrusca, longobarda); ma questa cornice racchiude un quadro indigeno costituito da diversi popoli fortemente legati alla propria dimensione cittadina, provinciale ed etno-regionale, gelosi della propria identità e della storia d’Italia e delle sue precipue contrade. Non esiste in nessun modo razionale possibile che si possa far diventare italiani, come per magia, soggetti nati in Italia ma da genitori allogeni, e dunque allogeno a sua volta, e questo non solo per questioni biologiche ma anche culturali, ambientali, territoriali. L’Italia è sovraffollata, soprattutto in zone come la Pianura Padana che oltretutto sono quelle in cui v’è maggior concentrazione di immigrati (Centro-Nord), e alla politica infame nostrana viene in mente di regalare la cittadinanza ad una massa informe di individui che fino a ieri se ne stavano a migliaia e migliaia di chilometri da noi?

Come nessuno di noi pretenderebbe di ottenere cittadinanza diversa da quella dei propri genitori, qualora dovesse, per qualche oscuro motivo, nascere in qualche stato straniero, così nessun allogeno dovrebbe rivendicare alcunché sull’Italia che, contro la propria volontà, si ritrova in casa milioni di alieni approdati in una terra a loro straniera perché indirizzati qui dal mondialismo e dalla globalizzazione (sì, dei problemi delle aree più povere, travagliate e depresse). Con buona pace di individui alla Saviano non solo esistono razze umane ma pure loro sottorazze e ulteriori suddivisioni etniche, poiché per quanto vero che “etnia” è concetto culturale, se di etnia verace si tratta non può essere scissa dal dato biologico, di sangue, e anche di suolo perché è proprio dalla fusione di sangue e di suolo che prende forma una cultura di un popolo (o più popoli), una civiltà.

Queste irriducibili caratteristiche identitarie non possono venire obliate né dall’italianità artificiale della Repubblica Italiana né da quella multirazziale e multiculturale che hanno nel cranio i piddini e i loro emuli, gente che intende copiare pedissequamente il cattivo esempio di Francia, Germania e Regno Unito per sentirsi “al passo coi tempi” e sedersi di diritto al tavolo dei debosciati di stato. Deve essere chiaro che su identità e tradizione non si può sindacare, soprattutto sul valore squisitamente etnico dell’identità nazionale. Io sono profondamente critico verso chi adopera l’Italia come una mazza per annientare le naturali differenze etno-culturali interne; figuriamoci se si viene a parlare di loschi figuri che con la untuosa scusa del terzomondismo bergogliano si sono creati un’idea di Italia ancor più distorta che è quella della mera succursale burocratica dello stato mondiale americano.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/12/lidentita-etnica-e-nazionale-come-sangue-e-suolo-comandano.html

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I volti dei Bergamaschi – Le donne

In un articolo precedente ho proposto una serie di immagini di calciatori professionisti bergamaschi per fornire degli esempi concreti di volti bergamaschi, o meglio ancora di profili cranio-facciali nostrani, in questo caso maschili. Per fare un po’ di sana par condicio, propongo ora le effigi di una cinquantina di sportive, sempre del territorio bergamasco, affinché possa darvi un’idea più o meno complessiva anche delle donne bergamasche.

Anche qui, naturalmente, mi affido al cognome e alle sembianze, ma non posso certo sapere se si tratti di soggetti bergamaschi almeno per 4/4, sebbene sicuramente possano rappresentare in maniera abbastanza soddisfacente il panorama fenotipico femminile del Bergamasco. Per considerazioni approfondite circa la natura biologica dei Bergamaschi vi rimando all’articolo citato in apertura.

Se qualcuno avesse informazioni aggiuntive, atte a migliorare l’accuratezza del campione scelto, si faccia pure avanti. Superfluo dire che i cognomi degli individui esaminati sono assolutamente orobici o più genericamente lombardi.

Sotto allego le tavole fotografiche, ciascuna con una didascalia esplicativa sull’identità dei soggetti immortalati. I nomi, in rigoroso ordine alfabetico, vanno collegati ai volti da sinistra a destra.

Michela Azzola, Giorgia Baldelli, Sara Battaglia, Monica Bergamelli, Roberta Bonanomi

Claudia Cagninelli, Martina Caironi, Sara Carrara, Imelda Chiappa, Greta Cicolari

Chiara Consonni, Stefania Corna, Martina Cortesi, Federica Curiazzi, Sara Dossena

Giulia Ferrandi, Arianna Fidanza, Martina Fidanza, Marcella Filippi, Melania Gabbiadini

Laura Gamba, Nicole Gamba, Nicole Garavelli, Giulia Gatti, Sofia Goggia

Alessia Gritti, Barbara Guarischi, Raffaella Lamera, Angela Locatelli, Sara Loda

Agnese Maffeis, Lara Magoni, Paoletta Magoni, Daniela Masseroni, Roberta Midali

Marta Milani, Michela Moioli, Lisa Morzenti, Valentina Pedretti, Elena Scarpellini

Annamaria Serturini, Elisa Silva, Giorgia Spinelli, Federica Tasca, Laura Teani

Chiara Teocchi, Daniela Tognoli, Vera Carrara, Marina Zambelli, Simona Zani, Marta Zenoni

Sfortunatamente, nel caso delle donne, è sempre difficile valutare al meglio la qualità fenotipica, poiché spesso e volentieri i loro capelli sono tinti (o finti) e i loro visi truccati e/o alterati da ritocchi estetici. Altresì, come nel caso degli uomini di sport, anche le atlete hanno un fisico poco nella media, per quanto il viso e il cranio possano invece essere indicativi circa il panorama fenotipico, nella fattispecie orobico.

Qualcuno potrebbe obiettare che, essendo lo sport impegnativo, faticoso e solitamente muscolare, certi tipi fisici sarebbero ben poco indicati a praticarlo, sempre mediamente, come quelli piccoli e gracili (mediterranei) o tozzi (alpinoidi); a scanso di equivoci, dunque, dedicherò un articolo a un centinaio di tipi fisici normali, tratti dal mondo politico nostrano, ancora una volta per offrire un quadro sufficientemente esaustivo relativamente alle peculiarità subrazziali del territorio di Bergamo e provincia.

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I cognomi dei Bergamaschi

Il linguista Emidio De Felice, in un saggio sull’onomastica italiana del 1987, ci illustra la natura e il funzionamento della cognomistica nostrana, offrendoci uno schema che varrebbe, indubbiamente, per i casati di tutta Italia, incluse la Lombardia e la Bergamasca. Ispirandomi, infatti, allo scritto di quello studioso vorrei delineare i tratti fondamentali del sistema cognominale orobico, quello cioè che meglio conosco, dando uno spaccato spero interessante dell’ambito onomastico locale.

Le tipologie onomastiche dei cognomi italiani, secondo De Felice, sono le seguenti, e gli esempi che riporterò riguardano spiccatamente la realtà bergamasca, ma varrebbero per ogni altro territorio italiano. Una prima tipologia è costituita dai cognomi derivati da nomi personali, come ad esempio Mazzoleni, “quelli di Mazzolo“, Vitali, “quelli di Vitale“, Agazzi, “quelli di Agazio“, Lorenzi, “quelli di Lorenzo“, Ghilardi, “quelli di Ghilardo“, che spesso e volentieri riportano il nome del capostipite del casato.

Una seconda tipologia riguarda i cognomi derivati da soprannomi, ad esempio Pesenti da pezzente, “colui che chiede”, Colleoni da coglione, noto soprannome virile del casato del condottiero Bartolomeo, Zanchi da un termine dialettale similare a sciancato, Capelli da capello per indicare un individuo “sottile come un capello”, appunto, Morosini, per via dei capelli scuri, mori.

Vi è poi una terza tipologia che riguarda determinativi epitetici atti ad identificare ulteriormente l’individuo; essa consta di tre sottotipi, che qui illustreremo: 1) patronimici/matronimici, che rientrano ovviamente anche nella prima categoria ed indicano il nome personale del capostipite del casato, come ad esempio i sunnominati Mazzoleni, Vitali, Agazzi, Lorenzi, Ghilardi per i patronimici e Leidi (da Adelaide), Noris (da Nora), Antilde (antico casato nobile estinto il cui nome deriva da un nome personale femminile di origine germanica) per i matronimici; nella stragrande maggioranza dei casi questi cognomi sono caratterizzati dal classico suffisso in -i derivato dal genitivo latino, col valore di “figlio di”, come nei suddetti casi (figlio di Mazzolo, Vitale, Agazio, Lorenzo, Ghilardo), ma esistono anche diversi cognomi bergamaschi, sempre di gusto latino, con suffisso -is come in Maffeis, Baldis, Bolis, Paris, Gualandris ecc. Nel Bergamasco sono rari ma vi sono pure cognomi con de, d’, del/della, dal/dalla come (per quanto riguarda questo primo sottotipo) in De Leidi, De Ruschi, De Borzatti, Della Minola, Della RomanaDeretti;

2) cognomi derivati da paesi, città, centri, località, ad esempio Cortinovis (da Cortenuova), Brembilla (dal paese di Brembilla, lo stesso da cui i meneghini Brambilla), Valsecchi (da Valsecca), Sonzogni (da summum Zonium, frazione di Zogno), Terzi (da Borgo di Terzo), e soprattutto i notissimi Rota (da Rota Imagna) e Locatelli (da Locatello, anch’esso in Valle Imagna), anche con preposizioni come per Daleffe (dal paese di Leffe), Daldossi (da una località Dosso), D’Adda (dal fiume Adda); da etnici, ad esempio Cremaschi (di Crema), Todeschini (della Germania, chiamata Todria in lombardo), Bergamelli (del territorio di Bergamo), Lombardoni (della Lombardia), probabilmente anche Foresti (che vale “stranieri”) e Paganessi o Paganoni (derivati da Pagani, dal latino pagus, “villaggio di campagna”); da elementi geografici comuni, anche con preposizioni, come PiazzalungaForcellaDel Prato, Della Vite, Nava (da un termine celtico indicante una conca tra monti), Della Volta, o cognomi pan-lombardi come Villa, Riva, Sala, Crippa (da cripta) e ancora Dallagrassa (grassa in bergamasco vale “letame”), Corna (in bergamasco significa “macigno, roccia”);

3) l’ultimo sottotipo è costituito da cognomi derivati da mestieri, professioni, cariche, condizioni, ruoli sociali e famigliari, come ad esempio per Milesi (latino miles, “soldato”), Scarpellini (bergamasco scarpulì, “calzolaio”), AcquaroliFornoni, Bombardieri nel caso di mestieri e professioni, Cattaneo o Capitanio, Vavassori, Marchesi, Previtali, Signori, Vassalli, Giudici come esempio di cariche, Manenti (dal latino manentes, “coloni, servi della gleba”), Foresti, Pagani, Cortesi, Pellegrinelli, Carminati (lavoratori al servizio di qualche monastero del Carmine) per condizioni e ruoli sociali, VedovatiCugini e Fratelli come esempi di cognomi derivati da ruoli famigliari.

Vi sarebbe infine una quarta tipologia di cognomi che non abbraccia nessun etimo onomastico specifico e proprio per questo non è effettivamente una tipologia a sé stante. Essa riguarda, infatti, quei cognomi imposti dalle autorità civili o religiose, e successivamente ereditati, agli orfani e ai trovatelli che possono essere trasparenti (è il caso dei noti Esposito, Degli Esposti, Proietti, Incerti, Degli Innocenti ecc.; nel caso bergamasco va segnalato, a mo’ d’esempio, un ceppo di Innocenti e, forse, Malvestiti, DonadoniTrovesi, Del Carro), indiretti (che rimandano cioè al luogo di ricovero come per Colombelli, Cadei, Monaci, Vescovi, Santus, FratusCantamessa ecc.) ed impliciti (ossia cognomi derivati da nomi benaugurali come ad esempio Belotti/Bellini, Amadei, Migliorati, Dall’Angelo o Angioletti, Salvi e Salvoldi, Bonfanti, BonomiSantini, Valenti, oppure da altri tipi di nomi che rimandano al ritrovamento del trovatello come Invernizzi, Maggioni, Lazzaroni, Plebani o Pievani, Personeni ecc.). Nel caso dei cognomi impliciti derivati da nomi benaugurali, sono evidenti i riferimenti a qualità come bellezza e bontà e ai valori cristiani.

Esistono anche tutta una serie di cognomi, spesso rari o rarissimi, dal significato incerto o incomprensibile, che potrebbero anche essere delle varianti di altri cognomi, degli errori di trascrizione, delle forme cognominali corrotte nel tempo (magari per cagioni di oscillazioni linguistiche dal latino al toscano, passando per il bergamasco) o anche delle invenzioni di sana pianta, sovente recenti, caso questo che si addice ancora una volta agli ambienti degli istituti, laici o religiosi, che si occupavano dell’accoglienza degli orfanelli e dei trovatelli. Alcuni di questi cognomi oscuri potrebbero essere, ad esempio, Antiposmodico, Indalizio, Erolo, Epizoi, Erangoli, Lebbolo, LostraccoMarzupio, Ostricati, Quadrilustri, Sansegolo, Vabanesi, ecc.

De Felice, nel suo saggio del 1987, dà alcune statistiche, nazionali, sulla distribuzione e la natura dei cognomi italiani. Egli ci dice che le forme cognominali reali (senza considerare le forme errate e le varianti formali casuali) consistono in 100.000 cognomi e 20.000 gruppi cognominali. Il primo tipo di cognomi rappresenta il 40% delle forme (e copre il 32% della popolazione); il secondo tipo il 19% (ma riguarda il 31% della popolazione) e abbraccia un repertorio con forme e gruppi di altissima frequenza, come i vari Rossi, Bianchi, Galli, Russo, Negri, Bruno ecc. e nel caso bergamasco come Pizzaballa, Moscheni, Capoferri, Regazzoni, Fracassetti, Possenti ecc.; infine, i cognomi del terzo tipo, rappresentano il 41% (ma il 37% della popolazione, con una frequenza dunque minore rispetto ai cognomi del secondo tipo). Il linguista in questione sottolinea anche come nel sistema nominale conti più il fenomeno della concentrazione, mentre in quello cognominale il fenomeno della dispersione.

Per concludere, ricorderò come nel caso bergamasco l’etimo dei cognomi vada ricondotto – tenendo naturalmente conto dell’italianizzazione moderna – alla lingua latina (ecclesiastica e volgare), a quella volgare bergamasca, al dialetto bergamasco naturalmente, al germanico e al celtico che rappresentano rispettivamente il superstrato e il sostrato dell’ambito linguistico gallo-italico/lombardo.

A mero titolo informativo riporto qui i primi venti cognomi più diffusi nella città di Bergamo, indicando tra parentesi il numero di occorrenze (dati del 2016):

  1. Rota (883)
  2. Locatelli (777)
  3. Rossi (405)
  4. Mazzoleni (403)
  5. Cattaneo (400)
  6. Ferrari (354)
  7. Carminati (347)
  8. Cortinovis (339)
  9. Belotti (388)
  10. Carrara (314)
  11. Colombo (309)
  12. Ravasio (271)
  13. Vitali (269)
  14. Pesenti (268)
  15. Salvi (268)
  16. Marchesi (245)
  17. Fumagalli (241)
  18. Riva (236)
  19. Nava (233)
  20. Agazzi (229)
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Non nel laicismo ma nell’identitarismo, sta la rivincita della gentilità

La scorsa settimana scrissi un articolo dedicato alla vera natura gentile del Natale e alle diatribe tra chi difende la presenza dei simboli del cristianesimo nei luoghi pubblici e chi invece ne pretende la rimozione, perso com’è nei fumi del laicismo a tutti i costi. Io, come sapete, ho difeso il significato più intimo e prezioso della festa solstiziale, che non è cristiano (perlomeno non nel senso inteso dalla Chiesa e dai seguaci del fantomatico falegname e prestigiatore nazareno), e ho messo in chiaro che non ci può essere fraintendimento tra le radici pagane del Natale e la sovrastruttura cattolica costruita sulle celebrazioni del Sole Invitto, che ne ha pervertito il significato più importante e profondo.

Tuttavia, non vorrei che si travisasse il senso delle mie parole: io non voglio avere nulla a che fare coi crociati (al contrario) laicisti che ogni anno devono cercare visibilità come donnette capricciose, finendo sui giornali, per innescare infinite polemiche cui si aggiungono prontamente i Salvini e le Meloni di turno. Non vorrei si pensasse che se io fossi favorevole a rimuovere un crocifisso da un’aula e un presepe da un atrio di una scuola sarebbe per attaccarmi al carrozzone di cialtroni come quelli dell’Uaar o come i Cecchi Paone di turno, minus habentes che bramano di eliminare ogni simbolo religioso dai luoghi pubblici per entrare nelle grazie di soggetti che, in patria, se osassero le stesse posizioni contro l’islam o altro, li scuoierebbero vivi.

La mia contrarietà all’esposizione di ninnoli cristiani è motivata da ragioni storiche, identitarie, tradizionaliste in chiave gentile e patriottica, non certo dalle stesse stucchevoli motivazioni di personaggi intrisi di velenose ideologie progressiste, libertarie o anarcoidi, che vogliono buttare crocifissi e madonne nel cestino per mero odio laicista e laido ecumenismo d’accatto, per leccare i piedi agli immigrati e cercare follemente l’approvazione dei guru atei formatisi alla Scuola di Francoforte.

Anzi, dirò di più: come io stesso ebbi già modo di scrivere proprio dalle pagine di EreticaMente, vorrei qui ribadire che, per quanto laico, sarebbe una sciagura se la dipartita del cristianesimo lasciasse spazio al nuovo oscurantismo e fanatismo ateo, laicista, empio, che è lo stesso che prende a sputacchi l’identitarismo etnico, il patriottismo, il tradizionalismo di marca gentile e tutte le manifestazioni dello spirito tra cui spicca il recupero della religiosità romana antica, sarebbe un darla vinta ai profeti di sciagura anarco-individualisti che sono sempre pronti a spalancare le porte alla totale distruzione mondialista proprio per cancellare dalla faccia della Terra le nazioni, a tutto vantaggio dell’abominevole stato mondiale.

Figuratevi dunque quanto potrei essere entusiasta di vedermi accostato a feccia che sfrutta ogni pretesto per calpestare l’identità e la tradizione delle genti italiane ed europee, che vorrebbe buttare nel tritacarne del laicismo non solo la religione cristiana ma anche e soprattutto ogni forma di patriottismo, come l’etnonazionalismo. Se io prendo le distanze dalla Chiesa e dalla religione del falegname nazareno è solo ed esclusivamente per identitarismo e per difendere le vere radici gentili, pagane, della nostra civiltà, e anche perché avrebbe ben poco senso credere in ideali forti, perentori e nobili e allo stesso tempo biascicare preghierine per il dio cristiano, che è lo stesso di quello ebreo e di quello musulmano.

Un dio straniero, esotico, originario di un contesto ambientale e culturale, etno-antropologico, che con l’Europa non ha nulla da spartire, e che infatti entrando con essa in contatto ha cominciato da subito a desertificare ed impoverire spiritualmente, importando tutta una farraginosa accozzaglia di dottrine mesopotamiche, funeree, ctonie, lunari, figlie di popoli che ancor oggi si dilettano nel massacrarsi a vicenda pur provenendo dallo stesso calderone semitico. C’è da dire, naturalmente, che il cristianesimo cattolico che abbiamo ereditato – ancorché pesantemente emendato dalla distruttiva azione del Concilio Vaticano II inaugurato dal mio obeso conterraneo – non è eresia ebraica allo stato puro ma il risultato di una religione modellata tra Giudei ellenizzati e, una volta a Roma, ricopertasi, indegnamente, delle nobili vesti della gentilità romana. E per capirlo, basta osservare anche solo il calendario liturgico della Chiesa…

Proprio di questo, infatti, ho parlato soledì scorso a proposito del vero significato del Natale, riverberato anche dal concetto del Cristo che, al di là dell’inesistente eresiarca giudeo, non è altro che un dio solare, trionfante nel solstizio d’inverno in cui nasce, il Deus Sol Invictus romano alquanto similare ad Apollo, Elios, Mitra. La solarità, la luminosità, che viene attribuita all’astro di Cristo, è quella appartenente in origine alle deità massime del pantheon indoeuropeo, e dunque apostoli, teologi e preti non hanno inventato alcunché, ma solo riciclato, impiastrando con tutto il cumulo di sciocchezze bibliche di matrice mediorientale.

So bene che, oggi come oggi, non esistano cammini iniziatici afferenti l’antica gentilità, interrotta apparentemente dall’avvento del monoteismo abramitico in Europa, perché questi sono appannaggio delle chiese, della massoneria (che, in un certo senso, a seconda di che tipo di massoneria si parli, ha però saputo preservare alcuni aspetti del tradizionalismo romano) o di particolari riti tradizionali misterico-alchemici, eppure si può dire che una dimensione gentile sia sopravvissuta, sebbene pasticciata e pervertita, nello stesso cristianesimo cattolico che se qualcuno di noi identitari può trovare vagamente accettabile sarebbe proprio per via del paludamento pagano riscontrabile in diversi ambiti, più esteriori che altro invero, del cristianesimo romano.

Con questo non voglio assolutamente dire che il cattolicesimo romano (quello odierno poi…) sia la soluzione spirituale ideale per noialtri e l’Europa, anzi, ma solo puntualizzare anche per riscoprire le vere radici gentili di moltissime (se non tutte) le festività cattoliche. Appare chiaro che tra l’identitario cattolico, magari preconciliare, e quello europeo ma innamorato dell’islam (per via della solita tiritera su “islam religione guerriera e virile”, come se la civiltà europea fosse opera di eunuchi…) avrebbe comunque più dignità il primo, anche perché, che ci piaccia o no, il cristianesimo è ormai presente in Europa da più di 2000 anni.

Ad ogni modo, ricollegandomi a quanto detto in apertura, dobbiamo andare oltre la Chiesa, il dio degli Ebrei, il cristianesimo, perché nella loro più intima essenza rimangono corpi estranei poco compatibili con la natura solare e guerriera dello spirito (indo)europeo. Ma andare oltre non inseguendo le vie della perdizione costituite dal laicismo ateo e relativista, che apre le porte delle nostre comunità all’assoluta indifferenza per la cultura e la spiritualità, bensì ritrovando la nostra naturale dimensione appunto comunitaria che nasce dall’incontro tra il sangue della nostra gente e il suolo patrio abitato da generazioni e generazioni dai nostri padri. La risposta è sempre nella natura, una natura però antropizzata razionalmente ed esaltata nel suo prezioso e vitale legame con l’umano, grazie a quelle ancestrali connessioni che solo l’ethossquisitamente pagano può garantire.

Unendomi alla redazione di questa comunità, esprimo un vivo augurio di un felice e proficuo periodo solstiziale per tutti voi.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/12/non-nel-laicismo-ma-nellidentitarismo-sta-la-rivincita-della-gentilita.html

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