La necessità di un patto etnofederale tra italiani

Nessun identitario si sognerebbe di difendere la Repubblica italiana nata nel 1946, e meno che meno il sottoscritto. Lo stato italiano (che non è l’Italia) è un contenitore di popoli diversificati privi di armonica coesione federalista, indispensabile in un Paese come il nostro che ha alle spalle una storia antichissima, nobile e gloriosa ma caratterizzata anche da una certa eterogeneità etno-culturale. Gli sfracelli del centralismo romano sono sotto gli occhi di tutti, così come il degrado di una capitale che sembra incapace di rimettersi in carreggiata e fungere da esempio per tutti gli italiani. Chiaro dunque che lo stato vada completamente ripensato e trasformato, anche per evitare che invece di rappresentare i cittadini li schiacci sotto il peso di un’infernale trappola burocratica, che è poi quella che sovraffolla il Settentrione (con immigrati interni ed esterni) e spopola il Meridione abbandonandolo a sé stesso. L’unità politica (ma prima ancora identitaria) dell’Italia non è in discussione, essendo una realtà storica affermatasi per la prima volta con Ottaviano Augusto: qui va riformato radicalmente lo statuto dell’entità politica italiana.

La frammentazione del Paese non ha mai giovato ad esso. Per quanto l’inestimabile ricchezza artistica e culturale dell’Italia moderna sia fiorita in un periodo preunitario, caratterizzato da profonde divisioni e orgogli campanilistici, quando il Paese era frammentato in un pulviscolo di staterelli era altresì in balia dello straniero: Francia, Spagna, Austria, Svizzera, Chiesa, spesso benedetti dagli stessi Italiani per farsi la guerra, finendo sotto il loro giogo. Certo, anche il Risorgimento conobbe palesi condizionamenti di parte forestiera, segnatamente inglesi, ma credo sia pacifico che l’unità politica della Penisola sia per essa la garanzia di sovranità, identità e autorità, a patto che, ovviamente, l’Italia sia per davvero libera da ogni vincolo mondialista (cosa che attualmente è remota). Lo stato italiano è giovane, come lo è quello tedesco, e presenta le sue brave contraddizioni; urge dunque un patto etno-federale tra le principali genti d’Italia, perché la nazione italiana sussiste laddove vi sia il rispetto della sua peculiare natura etnica e storica.

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Tranquilli, facciamoci del male

Gessica Notaro, 27enne di Rimini, è stata sfregiata al viso con l’acido dall’ex compagno ventinovenne Edison Tavares, allogeno capoverdiano. Per quanto, ovviamente, il gesto sia esecrabile e il responsabile meriti una severissima pena (a maggior ragione perché, costui, in Italia nemmeno ci dovrebbe stare) va detto che l’ingenua ragazza poteva tranquillamente evitare di mettersi con un immigrato africano, soggetto cioè proveniente da terre in cui, notoriamente, le donne non godono certo di un’altissima considerazione. Se come si dice, giustamente, prevenire è meglio che curare io mi chiedo perché l’ex miss della Romagna abbia calpestato la propria autostima accoppiandosi con un individuo simile… Adesso i soliti tromboni se ne usciranno dicendo: “Ecco, sei razzista, anche gli italiani e i bianchi uccidono le donne”. Certo, nella maggior parte dei casi le violenze che le donne italiane subiscono è frutto di compagni nostrani; ma, alla luce di questo, dunque, perché complicarsi la vita andando a prendere un partner esotico?

La domanda non è retorica, perché è la stessa domanda che verrebbe da fare a chi gestisce i flussi migratori in Italia: se esiste già una criminalità italiana, che bisogno c’è di rimpinguarla incamerando criminali stranieri? Vogliamo proprio farci del male in grande stile? Oltretutto, ho notato che se il “femminicidio” è opera di un italiano apriti cielo: fascismo, machismo, maschilisimo, misoginia, di tutto e di più; se invece l’autore è un allogeno, magari islamico, si è capacissimi di tirare in ballo la grama vita del migrante che, poverino, se delinque non è per colpa sua ma dello stesso maschilismo fallocratico occidentale! Le mille giustificazioni che intervengono nel caso del crimine immigrato svaniscono come neve al sole di fronte allo stesso crimine commesso da italiani o europei, sintomo della faziosità di chi la mena col “femminicidio” e con il (presunto) peccato originale delle discriminazioni operate dall’uomo bianco. Sarebbe ora che il terzo mondo si prendesse le proprie responsabilità e che la gente europide capisse che difendere la propria identità non è “nazzifassismo”.

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La Francia tra terrorismo islamico e terrorismo elettorale

La sfida per l’Eliseo presenta un duello tra l’emergente Emmanuel Macron e l’esponente di punta del Front National, Marine Le Pen, figlia del fondatore del partito Jean-Marie. Prima del ballottaggio del 2017, il FN raggiunse tale traguardo nel 2002, proprio con Le Pen padre, quando fu però nettamente battuto da Chirac; tale ipotesi rischia di ripresentarsi, perché gli sconfitti del primo turno si mobilitano in favore del candidato più moderato (quindi asservito), cercando di sbarrare la strada allo spauracchio “neofascista” rappresentato dal Front National. Credo sia un’operazione piuttosto meschina, un inciucio tra avversari politici per evitare che l’avversario peggiore prevalga, ed è anche terrorismo psicologico nei confronti della nazione (o di quel che ne rimane, trattandosi di Francia…), quasi ricattata qualora votasse in blocco per Le Pen, in questo caso figlia. Eppure, se il FN arriva al ballottaggio è segno che una buona parte dei francesi è con esso e in rotta coi soliti movimenti politici socialdemocratici e liberali.

D’altronde è pratica comune demonizzare gli avversari sgraditi dipingendoli come fascisti, nazisti, razzisti, psicopatici, terroristi, pericolo pubblico e via dicendo per cercare di esorcizzare la loro vittoria, anche se difficilmente arriverà. Non vale solo per la Francia, ma per tutta l’Europa asservita al dispotismo europeista di Bruxelles: ogni volta che il popolo opta per nuove strade lontane dai consueti teatrini di regime si liquidano i nemici del sistema come criminali, finendo quasi per assolvere quelli veri, di criminali, che in Francia, ultimamente, hanno il volto del fondamentalismo islamico, prodotto d’importazione. Il FN non è un movimento rivoluzionario, è una sorta di AN più dura e pura, ma dovendo ragionare in termini di realtà sarebbe sicuramente la scelta migliore per una Francia in balia delle ovvie degenerazioni multirazziali. Chi pensa di risolvere le grane dell’Europa occidentale con più Ue, più Usa, più Nato e dunque più “mondo” fa lo stesso gioco del terrorismo islamico, anch’esso foraggiato dall’imperialismo unipolare yankee.

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Liberazione? Quale liberazione?

Scusate ma, liberazione… di che? La Repubblica italiana è uno stato-colonia atlanto-americano nato dai maneggi dei gregari degli Alleati, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale; tramite referendum popolare certo, ma vorreste davvero dirmi che tale creatura non è a immagine e somiglianza dei nostri carcerieri statunitensi? Uno stato che celebra vergognose sconfitte, tradimenti, cambi di casacca, spacciandoli per “vittorie della società civile” è imbarazzante, farebbe meglio a tacere, ed evitare figure simili. Come si può parlare di libertà in una realtà tempestata di ben 113 installazioni militari americane? Proprio vero che più uno si crede libero più è schiavo dei cavalli di Troia occidentali, fuori belli, attraenti, maestosi dentro pieni zeppi di nemici della sovranità nazionale, dell’identità e della tradizione patria. Il 25 aprile è una di quelle tristi ricorrenze che ti ricordano quanto questo stato sia lontano anni luce dal popolo, dalla nazione che dice di rappresentare, impregnato com’è di veleni mondialisti secreti dalla cancrena occidentale made in the USA.

Anche i Serbi celebrano una sconfitta, sapete? Ma la differenza tra noi e loro sta nel fatto che in Serbia la sconfitta, a lungo termine, contro gli Ottomani rappresentò un inesauribile serbatoio di orgoglio nazionale ed etnico ancor oggi celebrato, nel segno della riscossa e della lotta contro i nemici della patria, mentre in Italia il 25 aprile è la trasposizione metaforica delle brache calate di fronte all’occupante a stelle e strisce, per di più venduta come una vittoria collettiva della nazione! Assurdo, una sconfitta su tutta la linea, la pietra tombale sull’orgoglio nazionale confezionata l’8 settembre esaltata come liberazione, riscossa, spirito di sacrificio, orgoglio italiano… L’italietta “liberata” dagli Alleati fu la stessa che dichiarò guerra (!) al Giappone, l’ex alleato in ginocchio, benedicendo così le due atomiche sganciate dai “paladini della giustizia”. Non c’è alcunché da festeggiare oggi, c’è solo da ricordare come ci si è prostituiti ai più forti in cambio di un piatto di lenticchie.

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I fondamentali pilastri del culto nazionale della Patria italo-romana

L’antropologo friulano Carlo Tullio-Altan, sulla scorta della lezione mazziniana, studiò a fondo la questione della religione civile che gli Italiani dovrebbero abbracciare, per irrobustire il proprio orgoglio patrio e strutturare al meglio un’identità nazionale solida che faccia da degno contraltare alla barbarie dell’internazionalismo apolide e mondialista. Egli mise in luce le caratteristiche fondamentali di questa religione civile, di questo – potremmo dire – Italianesimo etnonazionale, che sono pilastri imprescindibili nell’edificazione di un patriottismo sano che non abbia nulla a che vedere con la statolatria repubblicana che l’Italia conosce da 70 anni e più; una statolatria che, peraltro, non è fine a sé stessa ma è un tributo ai carcerieri statunitensi del Paese.

I cinque-sei capisaldi su cui si basa un culto nazionale, razionale, teso all’esaltazione della Patria, individuati da Altan sono: epos, ethos, logos, genos, topos, oikos. L’epos è la memoria storica del passato della nazione, che passa anche per tradizioni, leggende, epiche gesta, che nel caso italiano si intrecciano inevitabilmente con la gloria di Roma e della romanità che attraversa i secoli giungendo sino ai nostri giorni; non è solo questione di romanitas, comunque, perché può riguardare altri grandi popoli che hanno interessato la nostra storia nazionale come gli Italici, gli Etruschi e i Longobardi.

L’ethos è l’insieme delle norme di convivenza e delle istituzioni vissute come valori che diventano parte integrante della coscienza dei cittadini; è l’etica, il comportamento pratico dell’uomo e delle società umane, che nel caso italiano affonda le sue radici nel mos maiorum romano e continua con i valori di Umanesimo e Rinascimento sino alla lezione risorgimentale della coscienza patriottica che risorge dopo secoli di divisioni e di domini stranieri sollecitati dagli egoismi comunali dei potentati italiani preunitari: sono valori “giacobini”, è vero, ma l’accezione primigenia del giacobinismo è la medesima della rivoluzione social-nazionale attuata dal Fascismo, con lo sguardo rivolto al repubblicanesimo dell’antica Roma.

Logos è la lingua parlata in comune, che è ben più che una “lingua franca” modellata a Firenze dalle tre corone letterarie rappresentate da Dante, Petrarca e Boccaccio, essendo anche la manifestazione del pensiero razionale e scientifico, ma anche artistico e mitico volendo, di una collettività, di un popolo: il linguaggio è specie-specifico dell’uomo, simbolo e frutto della sua razionalità che lo eleva sopra le bestie e strumento imprescindibile della vita quotidiana in tutti i suoi aspetti, dai più nobili ai più umili. La lingua italiana è, di base, fiorentino letterario ma la sua codificazione ne rivela tutti i contributi regionali: il siciliano, sulla spinta culturale del grande Federico II; il toscano che rielabora il modello siciliano e si fa capolavoro immenso nell’opera di Dante; il padano con il ruolo culturale svolto dalle corti emiliane, dal veneziano Bembo, e dal lombardo Manzoni.

Il genos si edifica sui vincoli comuni di stirpe, una comune origine etnica (e culturale) che unisce tutti le genti grazie al valore biologico e naturale dell’ethnos preso in considerazione. Nel caso italiano la situazione è ben più complessa, lo sappiamo tutti benissimo, ma nulla ci impedisce di poter parlare di gruppo etnico italiano caratterizzato dalle sue sfaccettature etno-regionali: le genti celto-liguri, lombarde, del Nord-Ovest; le genti reto-venetiche del Nord-Est; i popoli italico-tirrenici di Tuscia e Italia centrale, la culla della gloria di Roma; i popoli italico-ellenici (più ellenizzati, che ellenici) del Meridione; i Sardi, nel loro roccioso isolamento che li ha resi unici. Queste le differenze, ma la matrice comune è data dal continuum italico che dai Paleoveneti raggiunge i Siculi, dal pan-italianesimo degli Umbri e degli Etruschi, dalla romanizzazione che è stata, in parte, anche etnica (sebbene non massiccia), dall’esperienza del Regno longobardo e dei grandi ducati centro-meridionali che ha lasciato una impronta netta su tutta l’Italia.

Il topos è la terra natale, la madrepatria, che sin dai tempi più remoti appare ben delineata grazie al bastione alpino a nord, alla spina dorsale appenninica lungo tutta la Penisola, e alla barriera costituita dai mari che circondano il Paese confezionando un profilo geografico e naturale da sempre caratterizzante l’Italia, che si smarca così dal mondo germanico settentrionale, da quello gallo-iberico occidentale, dall’est slavo-balcanico e ovviamente dal settore meridionale afro-asiatico (ricordandovi che nei tempi antichi il Nordafrica era cosa ben diversa dall’attuale marasma). L’Italia ha da millenni un suo spazio unico, peculiare, distintivo, anche grazie alle politiche romane di Augusto, ed è uno spazio vitale in cui l’uomo italiano può ritrovare appieno la perduta dimensione rurale, agreste, silvestre e montanara o anche marittima che lo mette in comunicazione diretta con gli Avi e con le forze selvagge della natura, raggiungendo una simbiosi primordiale di cui avremmo tremendamente bisogno.

Infine l’oikos, che ha valore assai simile al topos, dando però una sfumatura più famigliare, comunitaria, di legame affettivo con le proprie radici: la famiglia è il nucleo fondamentale della nazione, sin dai tempi antichi (la gens romana, i clan celtici, la Sippe germanica, la fara longobarda), nostro focolare domestico e fonte di solidarietà e sollievo nella vita di tutti i giorni. La barbarie contemporanea si abbatte sulla famiglia per sradicare, dilaniare e distruggere l’amore che lega uomo e donna e questi ai propri figli naturali e congiunti, imponendo con l’arroganza del relativismo le aberrazioni omosessualistiche e “alternative”, veicolate dal capitalismo selvaggio e dalle grinfie del libero mercato, tra cui lo scandaloso mercimonio consumato sulla pelle degli innocenti.

Abbiamo davvero bisogno, oggi più che mai, di una razionale religione civile che rifondi lo stato italiano e gli conferisca un aspetto finalmente nazionale, ed etnico, nel pieno rispetto della Patria e delle piccole patrie sub-nazionali. Senza i cinque-sei punti delineati supra – che non sono mera ideologia bensì pensiero che si concretizza nella natura delle cose, nella verità – si ottiene la repubblica coloniale attuale che è uno stato-apparato svuotato da ogni valore patrio e nazionale in quanto mero contenitore mondialista di genti buttate nel tritacarne centralista, espressione del volere atlantico dispoticamente esercitato sull’antica patria dei Cesari. Il metodo migliore per raggiungere questo scopo sta nel riformare la repubblica in senso presidenziale, etnonazionale e federale riportando in auge quei salutari valori social-nazionali e rivoluzionari promossi dal giacobinismo, dal Risorgimento e dal sansepolcrismo fascista che vanno, giustamente, declinati in accezione etno-culturale: l’identitarismo deve saper coniugare le radici comuni con quelle peculiari delle realtà locali, senza ovviamente solleticare fantasie separatiste e dunque disfattiste.

Nel nome degli Italici, degli Etruschi, di Roma e della latinità (che nel cuore d’Italia nacque), e della medievale esperienza germanica che dai Goti ai Longobardi ha corroborato l’unità politica raggiunta da Ottaviano Augusto, impegniamoci affinché l’ethnos italo-romano risorga dalle ceneri di uno stato antinazionale per dare vita ad una vera e genuina repubblica sociale e nazionale coesa dai nobili ideali che nascono dal sacrale connubio di sangue e suolo: l’etnonazionalismo, il federalismo etnico, il comunitarismo, il ruralismo, l’ambientalismo razionale, la riscoperta dei culti tradizionali di origine indoeuropea. E ovviamente il tenace spirito anti-mondialista che accompagna ogni impresa nazionale in cui al primo posto v’è il Popolo, e non lo stato come espressione tecnocratica della “società internazionale”.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/04/i-fondamentali-pilastri-del-culto-nazionale-della-patria-italo-romana.html

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Aryas – Parte II

Antica mummia di un’alta donna dai tratti europoidi scoperta nel nord-ovest della Cina (Xinjiang)

La genetica può tranquillamente confermare la teoria dei Kurgan. I test genetici hanno identificato un aplogruppo che potrebbe essere la firma genetica della popolazione che fu un tempo il veicolo dell’indoeuropeizzazione.

Dall’Islanda al nord-est dell’India o alla Cina o al sud della Siberia, l’aplogruppo Y-DNA R1a1a è presente dove ci si aspetterebbe di essere trovato se fosse il segno della diffusione dei movimenti indoeuropei all’origine delle ancestrali culture archeologiche indoeuropee. Sebbene ipotetico, molti elementi supportano l’idea che le prime popolazioni indoeuropee fossero composte da individui europoidi portatori di R1a1a, linea paterna diffusa dal nord del Mar Nero fin da 6.500 o 5.500 anni fa.

Gli aplogruppi possono essere intesi come firme genetiche che permettono di identificare linee umani ancestrali. Due set di aplogruppi sono già esistenti: gli aplogruppi del mtDNA, che identificano le linee femminili (trasmesse di madre in figlia, in modo esclusivamente matrilineare; anche gli uomini la ereditano dalla loro madre, ma non la trasmettono ai discendenti) e gli aplogruppi Y-DNA che identificano lignaggio maschile (trasmesse di padre in figlio, in modo esclusivamente patrilineare).

Questi aplogruppi, che sono mutazioni nel DNA uniche per un lignaggio particolare, possono aiutare a identificare le prime migrazioni umane e l’origine e la composizione delle popolazioni di un determinato paese o regione.

Le popolazioni europee sono principalmente portatrici di R1b (più precisamente dell’aplogruppo R-M269, ex R1b1a2), R1a (nello specifico R1a1a) e I (I1, I2a e I2b); altri aplogruppi sono presenti, ma sono meno specifici dell’Europa, come J2, G2a, E1b, N1c ecc. L’aplogruppo mitocondriale più frequente e tipico del nostro continente è l’aplogruppo H (di cui la maggior parte dei sottogruppi è tipicamente europide) e alcuni sottogruppi di U (U5 è tipico dell’Europa per esempio, e si pensa che sia rappresentativo dei primi cacciatori-raccoglitori, paleolitici, europei; anche l’aplogruppo mitocondriale K, ramo di U8, è piuttosto frequente in Europa, sebbene si possa trovare anche nell’Asia occidentale).

Nelle linee maschili europee, i sottogruppi di R1 (R1a, tipico dell’oriente e, molto meno, del Nord Europa, e R1b, tipico dell’Europa occidentale) sono gli aplogruppi più frequenti nell’Eurasia occidentale, mentre nelle linee europee femminili H e le sue subcladi sono gli aplogruppi più ricorrenti.

I reperti archeologici e il test del DNA antico sembrano confermare la presenza di popolazioni caucasoidi in profondità, in Asia, fino al sud della Siberia, durante l’Età del bronzo, a quanto pare quasi sempre in associazione con l’aplogruppo R1a1a, a sostegno così della teoria Kurgan. Il flusso est-asiatico delle popolazioni apparentemente comincia ad essere importante solo dalla prima Età del ferro, nel sud della Siberia e dell’Asia centrale, come descritto in diversi studi, come ad esempio nel seguente di Derenko et al.:

“Secondo i dati paleoantropologici, il tipo caucasoide (per quanto riguarda le sue caratteristiche morfologiche) della popolazione predominava nelle steppe della regione di Altai-Sayan [nel sud della Siberia] durante il Neolitico [a quanto pare, almeno a partire dal Calcolitico], l’Età del bronzo e i primi periodi dell’Età del ferro. A quel tempo la componente mongoloide è stata osservata solo in pochi casi. Tuttavia, a partire dalla prima Età del ferro, la presenza di questa componente è in crescita, diventando prevalente nei tempi moderni. Così, le dinamiche della composizione antropologica delle popolazioni dell’Altai-Sayan possono essere caratterizzate dalla sostituzione diretta della componente caucasoide con quella mongoloide.”

C’è da dire che, stando ai più recenti studi, anche R1b dovrebbe essere traccia delle migrazioni indoeuropee in Europa, soprattutto per quanto riguarda le tribù occidentali celtiche, italiche e germaniche (R1b è stato rinvenuto in resti umani associabili alla Cultura di Jamna, o Yamnaya, in sepolture di individui di alto rango).

Importanti studi di riferimento hanno analizzato la presenza di aplogruppi europoidi, sia nel DNA antico sia in quello recente, mediante test genetici effettuati nel sud della Siberia, in Siberia, Mongolia, Cina e Asia meridionale; ad esempio sono fondamentali i recenti studi genetici sulle mummie dell’Altai (vedi le sepolture della Cultura di Pazyryk) e dello Xinjiang (le famose mummie ritrovate nel bacino del Tarim), che sembrano corroborare la presenza antica di genti ariane in contesti asiatici centro-orientali.

La congiunzione dei dati archeologici (la fonte della popolazione sud-siberiana razzialmente europoide, arrivata in Siberia intorno al 3.500 a.e.v., durante il Calcolitico, sembra essere chiaramente ricollegabile al nord-est del Mar Nero, tenendo conto di molte somiglianze archeologiche, per quanto riguarda sepolture, ceramiche, elementi cultuali, economia, organizzazione sociale, e così via, tra la Cultura di Afanasevo e le culture a nord del Mar Nero) con i dati linguistici (la natura della lingua tocaria attestata nella Cina occidentale, lo Xinjiang, intorno al 500 supporta la sua separazione precoce dal gruppo indoeuropeo, che si adatta bene con l’origine della Cultura di Afanasevo e la sua datazione) e con quelli genetici (gli aplogruppi, come linee sia maschili che femminili, confermano un’origine europea di questa popolazione e di fatto confermano l’aplogruppo Y-DNA R1a1a come marcatore protoindoeuropeo; entrambi i lignaggi europoide e asiatico trovati nelle mummie dello Xinjiang, vedi popolo di Xiaohe, suggeriscono un’origine nel sud della Siberia assieme ad un paio di altri fatti in archeologia e in linguistica: ad esempio, sembra vi siano una sorta di radici proto-altaiche o proto-turche, o comunque proto-tunguse, nell’antico tocario) potrebbe supportare questo modello.

Il fatto che i siti archeologici si trovino prima di tutto nella parte orientale dello Xinjiang e nel nord-ovest del Gansu sembra confermare, inoltre, che questa popolazione non sia arrivata direttamente da ovest, ma piuttosto dal sud siberiano (dalla Cultura di Afanasevo) e che l’associazione del linguaggio tocario con la cultura calcolitica suddetta pare convalidare la teoria Kurgan in termini di modello e cronologia. Al momento, nessun’altra teoria sull’argomento gode di una conferma così apparentemente vistosa nei dati disponibili.

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La sagra antinazionale del 25 aprile

Ogni anno le immancabili polemiche del 25 aprile ci regalano ghiotti spunti di degrado che permettono di comprendere quanto, questa tafazziana celebrazione laica, non sia altro che la sagra variopinta di chi si bea nel vedere l’Italia occupata da 113 basi militari americane. Tra partigiani, Brigata ebraica, liberali che si eccitano con le bandiere a stelle e strisce dell’invasore americano, antifascisti di ogni forma e colore e teppa dei centri sociali lo spettacolo è assicurato e, un po’ come nel Pd, mentre gli avversari sghignazzano i promotori delle parate antinazionali si sbranano a vicenda consumandosi nelle consuete diatribe su chi abbia il diritto di sfilare e chi no. Che tristezza… Un teatrino tragicomico degno di chi celebra in pompa magna una disastrosa sconfitta patita nell’ultimo conflitto mondiale, celebrando i propri carcerieri statunitensi e tutti coloro che li hanno aiutati nell’impresa, inclusi i partigiani rossi. I loro eredi, poverini, credono che la “liberazione” (mai nome fu più surreale) sia opera dei fazzoletti rossi, quando invece fu tutta farina del sacco alleato.

Che diavolo avremmo da festeggiare? Qui non siamo in Russia, dove la vittoria sulla Germania di Hitler è frutto del coriaceo patriottismo dell’Orso eurasiatico; qui siamo in un Paese che ha tradito il proprio alleato meritandosi una rovinosa disfatta, un Paese che tramite la corrotta classe politica sabauda ha trescato con i più forti per tentare goffamente di passare dalla parte dei vincitori finendo per fare la grama figura delle banderuole. Il Fascismo (o meglio, Mussolini) ha sicuramente le sue responsabilità ma a Piazzale Loreto dovevano penzolare le teste coronate e i loro tirapiedi badogliani: costoro barattarono l’onore dell’Italia per mettere al sicuro le proprie natiche, abbandonando i soldati e gli Italiani al loro destino. Festeggiare il 25 aprile, la beffarda ricorrenza chiamata “liberazione”, è castrare il proprio patriottismo e celebrare la fine della sovranità e dell’indipendenza della nazione che da 72 anni è schiacciata sotto il peso dell’anfibio statunitense.

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