Il Lombardesimo

Nel 2009, sulla scorta del mio triennale approfondimento del tema etnonazionalista völkisch sviluppato a partire dalle testimonianze di importanti autori dell’area come Federico Prati, Silvano Lorenzoni, Gualtiero Ciola, Luca Leonello Rimbotti, Harm Wulf, Flavio Grisolia, Gilberto Oneto e altri (in particolare in contatto col GRECE e gli ambienti della Nuova Destra), cominciai a parlare di Lombardesimo, anche grazie agli stimoli ricevuti confrontandomi con alcuni membri del disciolto Fronte Indipendentista Lombardia.

Per Lombardesimo intendo l’esaltazione razionale, fondata sulla coscienza identitaria e il senso d’appartenenza comunitarista, dell’etnia lombarda in senso storico e, dunque, allargato, tesa all’affrancamento dell’identitarismo lombardo dalle pastoie sia dell’italianismo artificiale e coatto sia dal cialtronesco padanismo messo in campo anni fa dalla (ex) Lega Nord.

La declinazione, quindi, in chiave lombarda dell’etnonazionalismo, che all’epoca predicavo sotto forma di indipendentismo e che, a partire da quattro anni fa, ho deciso di contestualizzare in una cornice storica italica da armonizzare, doverosamente, con una vera e propria rivoluzione etnofederalista. Questo non per scendere a patti con uno stato che, per ovvie ragioni, non può in alcun modo entusiasmarmi, ma per rappacificarmi con un’identità italiana ed europea che, volenti o nolenti, riguarda anche i Lombardi.

Questo patto etnofederale sarebbe però, appunto, doveroso, e senza di esso nessun compromesso sarebbe possibile, in senso statuale, con le restanti plaghe d’Italia; del resto non abbiamo certo bisogno di una entità politico-amministrativa per dirci italiani (ma anche lombardi ed europei) essendo l’italianità un concetto identitario e storico che passa per millenni di acculturazione italica, etrusca, romana, persino longobarda oserei dire. E poi naturalmente regale, umanistica, rinascimentale, toscana, controriformistica, risorgimentale e fascista.

Cultura più che sangue, parlando di italianità, poiché è evidente che se esiste un collante tra Nord, Centro e Sud Italia questo è rappresentato dalla cultura, come dalla storia, dalla civiltà benedetta da Roma, mentre inizia a farsi concretamente etnico tra Centro e Nord, segnatamente tra questo e l’ambito toscano. Con qualche forzatura potremmo, effettivamente, dire che dal Medioevo in poi, grazie a Longobardi, Franchi e Sacro Romano Impero (e quindi al Regno d’Italia), si sia formata un’identità etno-culturale italiana moderna che riguarda il territorio da Roma in su, escludendo il Meridione che è sempre stato un mondo a sé stante.

Tuttavia, anche qui il rischio dell’artificialità è dietro l’angolo poiché l’Italia mediana ha una propria fisionomia, così come la Toscana e soprattutto come le terre padane e alpine, ossia quelle propriamente (gran)lombarde, ed è meglio non confondere i vari piani; nonostante, indubbiamente, esistano dei ben precisi legami etnici e storici tra Nord e Centro, il dato di sangue e suolo in senso lombardo esige omogeneità, il che chiaramente porta ad una chiara distinzione tra l’Alta Italia sub-continentale e quella propriamente peninsulare, appenninica, dalla temperie fondamentalmente mediterranea.

Pertanto, parlando di Lombardesimo, ci si riferisce allo spirito identitario e comunitario dell’Italia propriamente settentrionale, che è la Grande Lombardia, la Lombardia storica medievale, a partire dalla sua metà occidentale, nel cui bacino padano si è sviluppata l’etnia lombarda in senso ristretto (e, direi, più stringente e coerente). Avrò modo, più avanti di parlare delle tre lombardità individuate (l’etnica, la linguistica e la grande), ma si dirà sin da ora che il Lombardesimo principia nello zoccolo duro del mondo, cosiddetto, gallo-italico per estendersi a tutto il Settentrione, che nel Medioevo era appunto denominato globalmente Lombardia.

E la Lombardia (al di là delle recenti banalizzazioni regionali, amministrative) rappresenterebbe la vera accezione etnica della “Padania” leghista, tanto che lo stesso Oneto, ideologo del Carroccio che fu, parlò a più riprese della (mancata) opportunità di appellare, storicamente, come lombarde tutte le terre settentrionali, preferendovi la più innocua, edulcorata e banalmente geografica denominazione padana.

Nel contesto del pensiero lombardista messo a punto in questi anni, in collaborazione con i contubernali del Movimento Nazionalista Lombardo (oggi Grande Lombardia), si sono fondamentalmente individuate due dimensioni dell’identità pan-lombarda che è appunto quella etnica (Nord-Ovest gallo-italico, ligure e celto-germanico romanizzato, geograficamente alpino-padano e, dunque, terragno, plasmato dall’opera medievale dei Longobardi) e quella estesa, granlombarda, che abbraccia l’intero ambito cisalpino in ossequio alla valenza storica di lombardità, quella che portava a riconoscere come lombardi gli indigeni di Milano come quelli di Padova, quelli di Trento come quelli di Modena, quelli del Ticino come quelli di Cuneo.

È un discorso un poco complesso, ma ci torneremo sopra, nonostante parli di questi argomenti, mediante blog e altro, praticamente dall’estate del 2009, e con me gli altri lombardisti storici, a partire da Adalbert Roncari. Si tratta, comunque sia, di un discorso importante perché definisce la sfera del pensiero e azione del Lombardesimo, inscrivendolo successivamente nell’ambito etnofederale. Va però specificato che prima di parlare di etnofederalismo si deve trattare di etnonazionalismo duro e puro, essendo a suo modo, la Lombardia, una nazione.

Una nazione è un insieme di genti omogenee per sangue, suolo, spirito, nello specifico per etnia, lingua, cultura, indole, territorio, usi e costumi, società, economia e via dicendo, il che sicuramente vale per la Lombardia su tutti i livelli. Vale forse anche per l’Italia? In senso lato sì, perché l’Italia, nonostante l’eterogeneità interna, conserva un profilo patriottico che si delinea a partire dall’epopea italico-romana, ariana, e che continua, ad intermittenza, sino al Risorgimento, sebbene non sia nulla di, ovviamente, paragonabile a quanto riguardi i suoi areali etno-culturali omogenei: Nord (lombardo-veneto), Toscana, Centro, Sud, Sicilia, Sardegna.

Diciamo pure che l’Italia è la patria delle genti cisalpine, peninsulari e insulari (anche irredente), quella sottile linea rossa di sangue ario-italico e ario-romano che unisce il vasto territorio compreso tra Alpi e isole maltesi, e tra il Varo e Fiume, però prima di questo esiste qualcosa di più corposo, concreto e tangibile che riguarda le realtà etniche italiane, nel nostro caso la realtà etnica lombarda. Perché se esiste, a tutti gli effetti, una etnia lombarda (per quanto latente e assopita) non così ne esiste una italiana essendo il panorama del Bel paese alquanto eterogeneo sotto molti punti di vista.

L’etnonazionalismo si batte per conciliare il dato etnico con quello nazionale e per affermare che l’unico nazionalismo possibile è quello che si fonda sull’identitarismo e il comunitarismo etnici; ciò sgombra il campo da ogni neofascismo e nazionalismo di cartapesta, condanna centralismo e statolatria, liquida il secessionismo farsesco che più che l’interesse dei popoli fa quello delle lobby e del progressismo.

In altre parole, il Lombardesimo, che è la declinazione lombarda del nazionalismo etnico e del comunitarismo völkisch, afferma la priorità del popolo, del sangue e del suolo, su ogni organismo burocratico, in particolar modo se assume il turpe profilo del repubblicanesimo italiano postbellico. Prima di ogni unità d’Italia viene il benessere e l’integrità etno-culturale e territoriale dei popoli cosiddetti italiani, e solo dopo si può pensare di stabilire un patto etnofederale in nome di un’italianità viva e reale, millenaria, che è preferibile a qualsiasi forma di europeismo di marca franco-tedesca, succursale pseudo-europea del fittizio concetto di Occidente, per di più a trazione americana.

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“Lombarditas”, il Soledì etnonazionalista del Sizzi

Inauguro questa mia nuova rubrica domenicale denominata Lombarditas, “Lombardità”, esportando sul mio blog personale l’esperienza de “Il Soledì” di EreticaMente, avventura durata quasi quattro anni tondi tondi e che ho preferito interrompere essendo mutate le esigenze di quella comunità che, ciò nonostante, ringrazio di cuore per l’iniziativa in cui mi volle coinvolgere, permettendomi di far conoscere il mio pensiero ad un più vasto pubblico.

“Il Soledì” era, e direi è perché voglio riproporlo nella sua essenza anche sul blog, una rubrica domenicale che già dal titolo lasciava intendere la sua ragion di vita: la sacrosanta battaglia culturale etnonazionalista e tradizionalista di un identitario etnicista e razzialista (non razzista, si badi bene) contro i veleni mondialisti, antifascisti e modernisti, affrontando di volta in volta tematiche di attualità, e non, che potessero offrire il destro a mie analisi e considerazioni, ma anche ad approfondimenti di taglio divulgativo.

Soledì dunque e non domenica, un tributo salutare alle nostre vere radici che sono ariane e pagane, non certo desertiche e giudeo-cristiane, scalzando dalla nostra vita comunitaria la barbarie oscurantista nata nel Medio Oriente e che, una volta giunta in Europa, ha provveduto ad inaridire la nostra più intima essenza spirituale.

Lombarditas perché il mio focus etnonazionalista, senza naturalmente vanificare quanto in questi quattro anni ho maturato in senso italianista, è la Lombardia, l’etnia lombarda, a partire dal suo fulcro nordoccidentale, ma che in senso più ampio abbraccia tutto il mondo galloromanzo cisalpino e quello padano-alpino, divenendo Grande Lombardia.

L’Italia è la nostra grande e nobile cornice romana, augustea, imperiale, più che una nazione etnica una vera e propria realtà federale in nuce preferibile ad ogni ammucchiata europeista, soprattutto in cui il predominio della politica e dell’economia è quello franco-tedesco contemporaneo, null’altro che un inno all’unipolarismo atlantico più becero.

L’italianità, e prima ancora la romanità, costituiscono quel nobile e aristocratico tocco di regalità che investe innanzitutto l’Italia centro-settentrionale e che passa per le nobili vicende dell’antichità e del Medioevo; la lombardità è invece il nerbo etnico, e diciamo anche a suo modo nazionale, che contraddistingue l’Italia settentrionale e che, purtroppo, è stato vituperato e inflazionato dalle farse padaniste della vecchia Lega. L’immagine della splendida Corona Ferrea credo sintetizzi alla perfezione questa mia concezione.

Le due cose, Lombardia e Italia, possono conciliarsi solamente nel quadro etnofederale e senza fare sconti all’attuale Repubblica Italiana, uno stato che rappresenta la volontà dei vincitori dell’ultimo conflitto mondiale e che incarna, con le sue anonime simbologie francesizzanti, un ritorno di giacobinismo spogliato di ogni valenza etnica e genuinamente nazionale.

Quanto è triste, amici, l’emblema repubblicano con lo Stellone e la ruota dentata? Quanto è triste il tricolore, nella sua foggia transalpina, privo di forti connotati etno-culturali peculiari del mondo cisalpino e peninsulare? Quattro anni fa mi ricredetti sul concetto millenario di Italia, non certo sulla natura di uno stato che è una semplice succursale di quel malato Occidente a guida americana che angaria i popoli europei e non. Non spezzerò mai lance in favore di questa colonia Nato.

D’altro canto, si è italiani anche senza stato italiano, così come si è europei senza organismi sovranazionali europeisti, ed è per questo che una federazione italiana avrebbe senso solamente con un patto tra tutti i popoli italiani, senza il quale ogni sforzo italianista (in senso buono) verrebbe vanificato. Prima, però, di essere italiani, si è lombardi, veneti, toscani, còrsi, mediani, napolitani, siciliani e sardi, e ogni forzosa azione tesa ad annientare le identità etno-culturali produce solo sfracelli che offrono un prezioso servigio al mondialismo.

Per questo, prima di ogni stato e patto federale viene la nostra coscienza etnica che non ha nulla a che vedere coi campanilismi e i micro-regionalismi demenziali che vorrebbero una Valsesia o una Val di Scalve indipendenti, ma che riguarda invece quell’insieme di peculiari tratti biologici, territoriali, culturali, sociali, caratteriali che, nel caso settentrionale, riguarda l’ambito granlombardo, ossia padano-alpino.

In un momento storico in cui il leghismo vecchio stampo ha tirato le cuoia (dopo aver fatto un bel po’ di danni coi soli delle Alpi verdi, le corna di plastica, il concetto di Padania e le fallimentari sparate bossiane) in favore di una nuova destra italiana sulla falsariga della vecchia Alleanza Nazionale (anche se, lo ammetto, fatta meglio), occorre riprendere il contatto con le nostre più intime origini e radici per poter, finalmente, parlare senza cialtronerie di Lombardia, Italia ed Europa. Al di là di destre, centri, sinistre, grillini e altre artificiali nomenclature.

Siamo, sotto tutti gli aspetti, mortalmente minacciati dal mondialismo e dunque dal meticciamento, dalla società multirazziale, dal pluralismo democratico che va a scapito degli indigeni, dal relativismo che cancella persino le evidenze della genetica e dell’antropologia fisica (e dunque della razziologia) e non è certo accantonando etnonazionalismo e federalismo o blaterando di Italiani tutti uguali dalle Alpi alla Sicilia che si onora la verità di identità e tradizione.

A conti fatti è una fortuna che la Lega abbia deciso di gettare la maschera con l’opportunismo patriottardo di Salvini, sgombrando il campo da una miriade di equivoci che hanno distolto l’attenzione dalla vera “questione settentrionale”; gli aspetti economici vengono per ultimi, perché prima di questi vi sono quelli etnici, culturali, linguistici, sociali, ambientali e così via, da cui del resto derivano quelli economici, da contemplare non per fare dell’antimeridionalismo ma per onorare al meglio la realtà etnonazionale di un Paese complesso come l’Italia che non di neofascismi, neocomunismi, neorisorgimentalismi statolatrici e cialtronerie pentastellate ha bisogno ma di saggezza etnofederalista, e di radicale rinnovamento costituzionale. Di rivoluzione lombardista.

Che Lombarditas possa appassionarvi e offrirvi validi spunti di riflessione, proseguendo l’esperienza della rubrica “eretica” e, soprattutto, l’opera culturale di sintesi etnonazionalista tra Lombardesimo e italianità principiata nella primavera del 2014. A soledì prossimo!

Saluu Lombardia! – Ave Italia!

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Ancora sulla natura genetica clinale dell’Italia: un approfondimento

Uno dei primi studi sul gradiente genetico italiano risale agli anni 1990-1991, a opera dei genetisti Guido Barbujani e Robert R. Sokal, con cui i due studiosi indagavano la struttura genetica della popolazione italiana, in rapporto alla coincidenza tra barriere fisiche e culturali (dunque linguistiche) e flusso genico.

Una differenziazione tra Italiani, questa, che si basa su gruppi sanguigni, eritrociti (o globuli rossi) e marcatori sierologici. Lo studio mette in evidenza come le distanze genetiche sembrino coincidere più con quelle linguistiche che con quelle geografiche (meno severe delle seconde, pensiamo a Po e Appennini), segno di una grande tendenza endogamica tra le popolazioni indigene del Paese.

Da notare che questo studio (parte di una più ampia rassegna europea sulle barriere linguistiche, geografiche e genetiche) fu ripreso anche da Cavalli-Sforza, Piazza e Menozzi nella loro opera del 1994 (Storia e geografia dei geni umani), per illustrare e approfondire la natura biologica degli Italiani e, naturalmente, degli altri Europei.

La frequenza genica, osservano Barbujani e Sokal nel loro studio, cambia in prossimità di dodici confini linguistici italiani, naturalmente con maggiore o minore intensità a seconda delle barriere confinarie in oggetto; altresì, le zone dove la variazione genetica si fa più netta sono quelle in cui i confini fisici (barriere geografiche), linguistici (famiglie dialettali) e appunto genetici coincidono.

Per descrivere in maniera soddisfacente la situazione mi avvarrò di due cartine tratte proprio dallo studio in questione, che illustrano limpidamente ciò di cui stiamo parlando. Anticiperò da subito che, come ormai risaputo, il principale tema etnico e biologico interno all’Italia riguarda la dicotomia tra Italia settentrionale-centrale e quella meridionale, pertanto ciò che sappiamo oggi grazie a studi accademici e ricerche amatoriali recenti coincide alla perfezione con l’analisi in oggetto.

Ecco la prima, relativa a lingue, sistemi dialettali e gruppi di dialetti in Italia:

Figura 1

Le sigle sono facilmente intuibili; quello che invece occorre evidenziare e spiegare sono le linee di demarcazione: le linee continue spesse rappresentano i confini linguistici, le linee continue sottili stanno per i confini dei diversi sistemi dialettali “italiani”, le linee tratteggiate rappresentano i confini dei gruppi dialettali (ad esempio meridionale intermedio ∼ meridionale estremo). Le varie “frontiere”, per così dire, sono segnate coi numerini dall’1 al 19.

Questa prima cartina è, ora, da confrontare con la seguente, che rappresenta i risultati dei test di significatività relativi al cambio di frequenza genica attraverso i confini linguistici:

Figura 2

Anche qui, più che soffermarsi sulle varie sigle dei complessi genici, sarà utile indicare il significato delle linee: 1) le doppie linee continue indicano confini dove il tasso globale di variazione genetica è significativo; 2) le doppie linee tratteggiate sono i confini dove la variazione media è significativa per almeno un locus genetico; 3) le doppie linee punteggiate evidenziano invece confini che mostrano costantemente tassi di alto rango in materia di variazione; 4) le linee continue sono le già incontrate linee linguistiche.

Il primo tipo di linee segna, appunto, il netto stacco tra Italia centro-settentrionale e meridionale che corre lungo il confine etno-linguistico tra dialetti mediani e meridionali, nonché quello tra Italia e Sardegna (quest’ultimo rinforzato anche dal confine di natura linguistica, geografica e di alto rango di variazione); il secondo segna la relativa distanza tra Italia nordoccidentale e nordorientale, tra Friuli e Venezia Giulia, tra Italia centro-settentrionale (intesa come Nord + Toscana) e Italia mediana propriamente detta, tra Italia meridionale “napolitana” e Italia meridionale estrema “siciliana”; il terzo evidenzia lo iato tra Italia peninsulare e Sardegna e tra dominio italo-romanzo e mondo germanofono all’altezza del confine tra Veneto e Alto Adige (ma direi anche tra Trentino e Alto Adige, visto che quello di Salorno è un confine etno-linguistico); il quarto tipo di linee pone in risalto i confini delle diverse famiglie linguistiche (e dialettali), già viste nella figura 1.

Questo studio insomma, pur essendo datato, anticipa in maniera sorprendente quanto sappiamo oggi grazie ai più moderni studi accademici e amatoriali sulla genetica delle popolazioni d’Italia e d’Europa. Non a caso Barbujani e Sokal mettevano al centro del loro lavoro, come detto, la barriera esistente tra Italiani settentrionali e meridionali, che corre lungo il confine linguistico tra Italia mediana e Mezzogiorno, approfondendo quanto emerso da una loro precedente disamina globale (in senso europeo) del 1990 sulle zone di marcata variazione genetica che va a coincidere con i confini linguistici.

In questa loro prima opera i temi analizzati, che riguardano l’Italia, concernono anche la distanza tra cisalpini e transalpini (francofoni, germanofoni, slavofoni), Italiani continentali e Corsi, Italiani e balcanici, Siciliani e Maltesi, e tra Sardi e iberici.

Alla luce di questi interessantissimi studi genetici e biologici non apparirà, a maggior ragione, avventato e sconsiderato parlare di sensibili differenze etniche (e non solo culturali e linguistiche) in Italia, come in Europa, a dimostrazione dell’esistenza di una primaria dicotomia etnica italiana che contrappone Italiani settentrionali e centrali a quelli meridionali, oltre alla notoria distanza abissale tra Italiani e Sardi.

Integrando così le informazioni genetiche a quelle etno-culturali avremo un quadro italiano che evidenzia la realtà biologica di Lombardi, Triveneti, Toscani, Corsi, Sardi, Italiani mediani, Italiani meridionali (divisi in intermedi ed estremi). Tutto ciò non depone a favore di una (inesistente) etnia unica italiana ma, piuttosto, del famoso cline genetico che, partendo dalle Alpi si interrompe bruscamente all’altezza del confine tra Centro e Sud, continuando in maniera sfumata e oserei dire “disturbata” da interferenze levantino-antiche del Mediterraneo orientale che avvicinano il Mezzogiorno all’Europa sudorientale, distanziandolo da quella sudoccidentale.

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A grande richiesta: il breakdown regionale italiano

Dopo aver mostrato una disamina genetica, generale, della natura clinale dell’Italia qui, vorrei prendere in considerazione quella che è la “frattura”, la “rottura” regionale del nostro Paese, sempre in termini genetici, affinché si possa mostrare in maniera esauriente la distanza e la similarità tra le varie aree locali italiane, le principali. Si tratta appunto di analizzare le moderne regioni d’Italia che, per quanto in diversi casi artificiali, riescono a mostrare concretamente la variegata natura delle nostre terre.

Come si può evincere dal titolo semi-ironico di questo articolo, ne tratto “a grande richiesta” perché mi è stato domandato di provare ad esaminare i vari campioni in senso regionale, globale, e non solo macro-regionale. Con il Nord lo avevo già fatto e quindi lo farò ora anche con l’Italia mediana e quella meridionale. Ne approfitto per ribadire che i campioni raccolti non sono viziati da qualche cherry picking “nordicista”, come qualcuno potrebbe pensare, ma evidenziano semplicemente ciò che è ormai risaputo da tempo: l’Italia è eterogenea ed esiste una concreta frattura tra l’ambito centro-settentrionale e quello meridionale.

Esaminerò dunque, usando dove possibile un numero accettabile di campioni (una decina per regione, salvo Valle d’Aosta, Trentino, Umbria, Corsica, Molise e Lucania che, del resto, hanno un peso limitato su scala nazionale), Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Bergamo (essendo questa terra usata a livello accademico come campione nord-italiano), Trentino, Veneto, Friuli, Emilia, Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Corsica, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Lucania, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Aggiungeremo, per completezza, alla rassegna la Svizzera italiana (Canton Ticino e Grigioni italiano, che sarebbero terre lombarde); le isole maltesi, molto simili alla Sicilia anche perché storicamente legate ad essa, potevano parimenti essere aggiunte ma hanno mostrato risultati controversi inducendoci così a tralasciarle. I Maltesi parlano una lingua semitica che, secondo alcuni, risalirebbe al dominio musulmano della Sicilia in quanto varietà afro-asiatica nordafricana, recata sulle isole di Malta da profughi siciliani convertiti all’islam.

Anche in questa occasione ho preferito omettere la Sardegna, per le note questioni di deriva genetica e di isolamento. Altresì, avendo pochi campioni salentini, manterrò il Salento con il resto della Puglia e così il nord calabrese con il centro-sud dell’antico Bruzio. D’altronde non vi è certo un abisso tra Apulia e Messapia e tra le due Calabrie moderne (esiste una demarcazione linguistica tra la Calabria settentrionale “napolitana” e quella centro-meridionale “siciliana”), sebbene nel precedente articolo mettevo il Salento nell’estremo Sud e non in quello continentale. Ma, davvero, non esistono differenze di rilievo tra i due settori.

Questa volta non mi limiterò a sole cinque componenti autosomiche (North Atlantic, Baltic, West Mediterranean, East Mediterranean, West Asian), sebbene siano le principali, ma prenderò in considerazione anche le restanti misture di Eurogenes K13 che sono Red Sea, South Asian, East Asian, Siberian, Amerindian, Oceanian, Northeast African, Sub-Saharan. Se avrò tempo, prossimamente, proverò anche ad esaminare il cline regionale con Eurogenes K15 e il calcolatore HarappaWorld, come era stato suggerito nei commenti al precedente articolo. Tengo, comunque, a ribadire che non vi è alcuna importante differenza tra i due calcolatori di Eurogenes e che HW è stato creato mantenendo il focus sulle popolazioni del sud asiatico. Devo però ammettere che quest’ultimo, per quanto ho visto, dà risultati tutt’altro che bislacchi, nel caso italiano ed europeo.

Le prime cinque sono già state illustrate nel precedente articolo, che vi invito a rileggere qui; le successive possono essere brevemente spiegate così: Red Sea picca presso Sauditi ed Ebrei dello Yemen e si rivela così componente spiccatamente semitica legata all’aplogruppo J1, ma in Europa sarà primariamente “natufiana”, giunta a partire dall’espansione agricola neolitica; South Asian è ai massimi livelli presso alcune caste del sud dell’India, di evidente origine dravidica, in Europa compare come rumore statistico o antichissima dispersione; East Asian è un’evidente componente mongoloide, ai massimi livelli presso i popoli dai, o thai, della Cina e del sud-est asiatico (in Italia è rumore statistico); Siberian anche è mistura mongoloide, settentrionale, molto elevata presso i popoli tungusi e altri locutori altaici; Amerindian è palesemente amerindioide ed è al 99,62 presso i Caritiana, gruppo etnico indio del Brasile; Oceanian è australoide e infatti è al 94,59 presso i Papua della Nuova Guinea; Northeast African, come dice il nome, è specifica del Corno d’Africa e trova il suo massimo presso i coltivatori etiopi Aari, parlanti omotico (lingua della famiglia camito-semitica), mentre nel Sud Italia sarà frutto di dispersione E1b, dal Neolitico ai conquistatori islamici di origine berbera della Sicilia; infine ecco Sub-Saharan, ovviamente componente negroide, raggiunge il picco massimo tra gli Yoruba, vasto gruppo etno-linguistico dell’Africa occidentale.

È evidente che le componenti autosomiche extra-caucasoidi, in Italia, siano frutto di rumori statistici, oppure di antichissime dispersioni anche paleolitiche/mesolitiche, slegate dai moderni gruppi razziali mongoloidi, amerindioidi, australoidi e negroidi. Per farvi capire, le percentuali SSA del Sud Italia non saranno certo frutto di immissione diretta di geni negroidi, ad esempio in Sicilia, ma infiltrazioni arcaiche “sporche” arrivate nel Mediterraneo nell’antichità. Ma queste “interferenze” si possono trovare anche nel resto d’Europa, ed è evidente che se compaiono, per dire, in Val d’Aosta, non sono certo frutto di allogeni ma di rumori di fondo o di remotissimi echi preistorici.

Ricorderò, brevemente, che North Atlantic rispecchia i geni settentrionali mesolitici pre-ariani (WHG, West European Hunter-Gatherer) esemplificati da campioni antichi come quelli di La Braña (Castiglia e León) e Loschbour  (Lussemburgo); Baltic rappresenta la componente fondamentale dell’identità biologica indoeuropea ma la sua origine si perde, anche qui nel Mesolitico, in questo caso orientale (EHG, East European Hunter-Gatherer nonché ANE, Ancient North Eurasian); West Mediterranean è la fondamentale componente dei primi agricoltori neolitici dell’Anatolia (EEF, Early European Farmer), esemplificata da campioni come Barcin (Anatolia) e Stuttgart (Germania); West Asian è una mistura anatolico-caucasica, levantina, che combacia bene con il CHG (Caucasus Hunter-Gatherer), una componente molto antica incarnata da campioni antichi originari di Caucaso e dintorni, come Satsurblia; East Mediterranean dovrebbe corrispondere a ENF (Early Neolithic Farmer), la cui sorgente è sicuramente da ascriversi agli agricoltori levantini ma con un focus più mediorientale che europeo (vedi il suo grande ammontare in campioni giordani del Bronzo), giunto in Europa anche dopo il Neolitico; Red Sea, infine, come suaccennato è una mistura alquanto MENA (Middle East – North Africa) e peculiare degli antichi campioni natufiani, presente, in maniera del tutto debole, soprattutto nel nostro Meridione, recata a più riprese nel tempo.

Si tenga a mente, comunque sia, che Eurogenes K13 si basa su popolazioni moderne, non antiche, e dunque quanto detto sopra mostra una tendenza, un pattern, e non una assoluta certezza sulle origini delle componenti autosomiche nei campioni genetici moderni (che, oltretutto, presentano un po’ tutte le misture, solo che variano nelle loro percentuali).

Occorre anche precisare che West Mediterranean ed East Mediterranean sono componenti interrelate recate, nel Neolitico, da agricoltori del Vicino Oriente, con la differenza che la prima appare più centrata sull’Europa, mentre la seconda ha una diffusione più centrata, ancor oggi, sul Levante, segno che East Mediterranean si lega a Red Sea che a sua volta mostra un nitido legame con Basal Eurasian, ossia una popolazione antica, ipotetica, che se esistita realmente ha avuto un impatto sui primigeni agricoltori neolitici. Forse potremmo intravvedere in essa i proto-mediterranoidi (capelloidi/aurignacoidi), così come colleghiamo i cromagnoidi/paleo-europoidi, indigeni d’Europa, a WHG ed EHG (ma anche SHG, ossia Scandinavian Hunter-Gatherer).

Il già ricordato CHG (Caucasus Hunter-Gatherer) sarebbe invece quel ramo di cacciatori-raccoglitori eurasiatici che, mescolandosi ad ANE (Ancient North Eurasian), avrebbe dato vita alle stirpi protoindoeuropee, nell’area delle steppe ponto-caspiche, proprio a nord del Caucaso e del Mar Nero. Naturalmente CHG ha lasciato una duratura impronta anche sulle popolazioni caucasiche, centro-asiatiche e sud-asiatiche, non solo di lingua indoeuropea.

Veniamo al dunque. Ecco la tabella con i valori medi relativi alle varie regioni italiane prese in considerazione:

Griglia medie Eurogenes K13

Per completezza vi trovate anche le medie sarde, pur non avendole inserite nella tabella delle distanze e nei grafici seguenti per i motivi suesposti. Qui di seguito la griglia sugli indici di similarità e distanza euclidea dei vari campioni raccolti:

Griglia similarità e distanze Eurogenes K13

Dovendo fare delle medie globali di Nord (senza la Val d’Aosta e il campione bergamasco, ridondante), Centro (con la Toscana e la Corsica) e Sud, basate su questi campioni, otterremo i seguenti risultati:

  • Nord: NA – 31,59; Baltic – 13,70; WM – 24,08; WA – 7,06; EM – 19,49; RS – 2,56; SA – 0,24; EA – 0,23; Siberian – 0,12; Amerindian – 0,33; Oceanian – 0,30; NEA – 0,10; SSA – 0,06.
  • Centro: NA – 25,98; Baltic – 9,61; WM – 24,17; WA – 10,18; EM – 25,11; RS – 3,86; SA – 0,29; EA – 0,21; Siberian – 0,09; Amerindian – 0,22; Oceanian – 0,38; NEA – 0,13; SSA – 0,07.
  • Sud: NA – 19,32; Baltic – 7,67; WM – 21,66; WA – 14,22; EM – 29,91; RS – 5,13; SA – 0,30; EA – 0,28; Siberian – 0,12; Amerindian – 0,20; Oceanian – 0,33; NEA – 0,47; SSA – 0,27.

I tre gruppi genetici sembrerebbero uscire equidistanti:

Distanza medie globali Eurogenes K13

Rispetto alle medie globali del precedente articolo noterete come, apparentemente, vi sia equidistanza tra le tre macro-aree mentre prima il Centro si avvicinava più al Nord che al Sud. La realtà è che è il Sud ad essersi avvicinato di un punto e mezzo al Nord, dando l’impressione che la tabella qui postata sia in contraddizione con i grafici;  la spiegazione sta nella matematica, poiché dipende dal numero di regioni coinvolte: se prima avevamo per il Centro la Toscana, la Corsica e la media dell’Italia centrale (Lazio, Umbria, Marche) ora abbiamo le medie delle singole regioni con Molise, Basilicata e Abruzzo che influenzano di molto la media meridionale. In pratica è un problema derivato dalla mancanza di coefficienti di calcolo che dovrebbero distribuire in maniera armonica ed equilibrata il peso delle singole regioni (l’Umbria non può valere quanto la Toscana e il Molise quanto la Campania, per dire). Materia complessa, magari ci tornerò sopra in futuro.

E infatti la PCA non lascia comunque spazio a dubbi circa la posizione e la distanza dei tre cluster (in grigio):

PCA Eurogenes K13

Ecco il già incontrato MDS con spanning tree (albero di connessione) che mostra la similarità tra i vari campioni regionali presi in esame:

MDS con albero di connessione Eurogenes K13

La Val d’Aosta, che come vedete appare proiettata fortemente verso il nordovest, non è stata inserita nella media globale del Nord essendo i suoi abitanti (indigeni) considerati, effettivamente, minoranza etnica, sebbene alcuni genetisti li considerino nord-italiani.

Credo sia utile fornire anche un albero filogenetico degli Italiani, ovverosia un diagramma che mostra le relazioni fondamentali di discendenza comune di gruppi tassonomici di organismi, e dunque anche di popolazioni umane; la lunghezza della linea orizzontale, che separa due determinate popolazioni, rappresenta la distanza genetica:

Albero filogenetico Eurogenes K13

Da ultimo vi propongo una PCA europea che mostra il posizionamento dei cluster italiani all’interno di un quadro continentale (i vari campioni sono tutti quanti tratti, parimenti, da Eurogenes K13):

PCA europea Eurogenes K13

A questo grafico è stata applicata la variabile algebrica delle Eigenvalue scales, del tutto legittima, che pur cambiando gli spazi non altera le distanze e il collocamento dei campioni. Alcuni esperti sostengono che tale metodo sia un modo di distribuire in maniera più appropriata i pesi in una PCA.

A questo punto appaiono utili alcune riflessioni. Partiamo col dire che, considerato nella sua totalità, il cluster italiano è il più ampio d’Europa, seguito da quello francese; nonostante questo esso rientra interamente nello spazio meridionale dell’Europa (Triveneto incluso) con tendenze centro-europee nei settentrionali più a nord e mediterraneo-orientali nei meridionali più a sud.

Non è vero, come spesso si sente dire, che gli Iberici siano geneticamente più “nordici” degli Italiani settentrionali: i primi sono palesemente più a ovest dei secondi, non più a nord. D’altronde fare paragoni tra la totalità iberica e il solo campione accademico nord-italiano (praticamente 13 individui bergamaschi) non ha molto senso.

Non è vero che il Sud Italia è un’estensione del Levante, come alcuni nordicisti vorrebbero farvi credere: esso rimane piuttosto distante da aree come il Libano mentre è invece ancor oggi molto simile ai suoi cugini greci. Purtroppo nella versione K13 di Eurogenes mancano campioni più a sud di Atene, altrimenti vedremmo i Greci continentali e quelli delle isole ancor più vicini al Mezzogiorno.

Aschenaziti e Sefarditi non entrano nel cluster sud-italiano e plottano vicini sia al Sud che alla Grecia, non mostrando una particolare relazione esclusiva con i meridionali. La relazione che questi Ebrei hanno è una generica relazione con il Mediterraneo orientale, ma sempre all’interno del cluster sud-europeo: geneticamente (a livello di DNA autosomico) costoro sembrerebbero europei estremi, mentre Cipro ha uno statuto borderline.

In conclusione, possiamo dire che in Italia esista davvero un cline genetico che però mostra la netta distanza, la frattura, tra Centro-Nord e Sud (e ne esiste uno, meno clamoroso, tra ovest ed est); tuttavia vi sono ben note zone di transizione anche a livello genetico come la Lucchesia che scolora nel Nord, la Romagna che scolora nel Centro, il basso Lazio e l’Ascolano nel Sud. Logicamente le distanze che si possono notare nei grafici sono date dalle medie, ed è per questo che la genetica corrobora l’idea di una suddivisione etnica interna all’Italia, in corrispondenza delle macro-aree di Nord, Centro e Sud, con la Sardegna per conto proprio. Non a caso, già Barbujani e Sokal, nel 1990, evidenziavano la presenza di una barriera genetica esistente tra Italia settentrionale e meridionale, che corre all’altezza del Centro Italia.

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La morte e resurrezione primaverile della natura deturpate dalle menzogne giudeo-cristiane

Oggi la Chiesa cattolica celebra la Pasqua di Resurrezione secondo cui Gesù Cristo sarebbe risorto il terzo giorno dopo essere perito di morte violenta per mano dei suoi nemici. Una ricorrenza, la Pasqua cristiana, che fonde in un tutt’uno i riti di quella ebraica (Pesach) – celebrante la liberazione degli Ebrei dall’Egitto e il loro esodo verso la “terra promessa” – con quelli antichissimi della gentilità indoeuropea, e non, segnatamente di origine orientale, relativi cioè ad un’area di contatto tra il Levante palestinese e il Vicino Oriente indoeuropeizzato. E oggi, curiosamente, è anche il primo giorno di aprile, quello del famoso pesce, la cui atmosfera scherzosa risale agli Hilaria romani celebrati in onore di Cibele e Attis.

La fantomatica resurrezione del “re dei Giudei” è, in effetti, un colossale pesce d’aprile, una storicizzazione truffaldina, ad opera dei suoi seguaci antichi e moderni, di mitemi vecchi come il mondo, che affondano le proprie radici nelle celebrazioni del ciclo vegetativo di morte e rinascita che segna il passaggio dall’inverno alla primavera, subito dopo l’equinozio del 21-22 marzo. Persino l’etimologia della Pasqua significa, in ebraico, “passaggio”, il passaggio da una fase della vita ad un’altra, ispirato alla ciclicità stagionale della natura. Tutto quello che ci viene appiccicato sopra è mera fuffa biblico-evangelica.

Solo una visione politeista, compresa quella gentile, esprime al meglio questo intimissimo legame tra i ritmi biologici della natura e la vita dell’uomo, e sono diverse le figure divine dei culti, cosiddetti pagani, che anticipano, e di molto, il Nazareno divinizzato che muore e risorge: Osiride, Adone, Dioniso, Attis, Mitra, Wotan, Balder ecc. Sono figure divine, mitologiche, senza alcuna pretesa di una storicità falsificata, a differenza appunto del feticcio cristiano, poiché Gesù – parecchie le fonti che dubitano della sua esistenza – era qualcosa di ben diverso dal Cristo, un limpido simbolo pagano fatto combaciare, a forza, con la figura del ribelle galileo.

Come sempre, in questi casi, la Chiesa non ha inventato alcunché, anzi, ha solamente mutuato e tramutato in verità storica un insieme di miti e tradizioni precristiani dal significato limpido, ma intorbidito dal cumulo di leggende mediorientali inventati dai popoli semitici e poi importato in Europa e altrove, e che ha violentemente sostituito la gentilità greco-romana come il paganesimo celtico, germanico, slavo e così via.

E tutto questo vale anche per il Natale, la Quaresima, l’Annunciazione, la festa di San Giovanni, l’Assunzione di Maria, Ognissanti e la festa dei defunti, l’Avvento eccetera, celebrazioni cristiane che vengono esaltate in una religione dogmatica denigrando il paganesimo e le sue rimembranze, ancorché barbarizzate dal consumismo occidentale (mi vengono in mente Halloween, Babbo Natale e le uova di cioccolato). Eh no, cari cristiani: ribadisco che voi nulla avete inventato, perché avete solo rubato, mutuato e convertito come originali riti e regole delle antichissime credenze che non nascono certamente cristiane.

I cristiani hanno distrutto gli antichi templi pagani edificandovi sopra le loro chiese, usurpando spazi sacri altrui e rivendendoli come “verità di fede”, dogmi imposti in maniera infame con oscurantismi, massacri, fanatismi, uso sistematico della menzogna e della diffamazione contro i veri culti tradizionali, quelli pagani, indoeuropei e non. A che serve la Pasqua cristiana, brutta copia di quella ebraica nobilitata dal ricordo dei riti precristiani, quando abbiamo tutte le celebrazioni tradizionali basate sulla rinascita primaverile? Ostara, il Sanguem romano, le Adonie greche, Beltane, e tutte quelle ricorrenze basate sull’equinozio di primavera e sul periodo ad esso successivo, con tanto di ricorrenti simbologie (oggi vendute come “pasquali”) quali le uova, lepri e conigli, i riti del fuoco e dell’acqua, l’onnipervadente luce, elemento fisso di tutte le festività gentili dal sapore ariano. Perché è il sole col suo moto (apparente) stagionale a segnare il cammino terreno dell’uomo.

Per fare un esempio concreto vicino alla nostra vera tradizione cultuale, dunque, quando vengono a spacciarvi la resurrezione di Gesù Cristo come qualcosa di originale (celebrato in primavera, peraltro, non a caso) ricordategli che nell’antica Roma, tramite culti frigi sbarcati prima in Grecia e poi in Italia, si festeggiava il sunnominato Sanguem, ricorrenza pagana sanguinolenta in onore della Grande Madre Cibele e di Attis, divinità ad essa associata. Questi, con la sua morte e resurrezione, simboleggiava il ciclo vegetativo del rinnovamento primaverile, e le festività connesse erano celebrate tra il 22 e il 28 marzo, subito dopo l’equinozio di primavera. Attis viene talvolta associato al tracio Dioniso, altro dio che muore in croce e risorge offrendo il proprio corpo e il proprio sangue (rappresentato dal vino), nonché ad Adone, Osiride, Mitra, Marduk ecc.

Queste figure divine e i miti ad esse connessi mostrano anche il dualismo maschile-femminile, diurno-notturno, solare-lunare, celeste-terrestre, dove emerge in tutta la sua potenza il tema dell’accoppiamento rituale (divino, umano, animale) che sta alla base, naturalmente, della rinascita della natura e dei riti propiziatori per la fertilità della terra. Nel nostro caso, dopo il freddo e il buio dell’inverno, con la primavera si ridesta la natura dormiente e, non a caso, ecco un animale estremamente prolifico come la lepre, o il coniglio, fare capolino nelle simbologie “pasquali”, assieme alle immancabili uova, emblema di vita, creazione, rinascita. L’uovo cosmico e la resurrezione della natura, da cui il Cristo morto e sepolto, nei visceri della terra, che successivamente rompe il guscio tornando a vita nuova.

Un uovo covato dalla Grande Madre lunare, notturna e ctonia (ed eccovi la dea dell’est, Eostre, da cui Ostara/Easter, nonché Cibele, Afrodite/Venere – a cui viene consacrato il mese di aprile – Ishtar, e la Madonna) e fecondato, e dischiuso, dal calore di un dio maschile solare che esprime la virile potenza dell’ethos indoeuropeo, irrotto in Europa nei tempi antichi per fertilizzarla e renderla grande, culla di una civiltà senza tempo e senza eguali, ma di cui abbiamo dimenticato di andar fieri. E questo anche per colpa di tutte le autolesionistiche balle cristiane, che esaltano il masochismo di un presunto dio levantino che si lascia pestare, umiliare, insultare, sfregiare e ammazzare come un ladrone dalla turpe folla giudaica.

Certo, questo sacrificio non è invenzione cristiana ma ricalca tutta una serie di miti orientali, tra cui quelli del tracio Dioniso e del frigio Attis, con la differenza però che la dottrina cristiana ruota tutta attorno al pacifismo, al perdono, alla tolleranza, al porgere l’altra guancia sino alla negazione di sé (avallando dunque i deliri cosmopoliti e immigrazionisti di un papa come Bergoglio) ed è intrisa da capo a piedi della cultura mesopotamica da cui il monoteismo abramitico proviene.

Riflettiamo sulla originalità biblica ed evangelica che, peraltro, non offre alcunché di esclusivo e cerchiamo di riscoprire, giorno dopo giorno, quelle che sono le nostre vere origini culturali e anche spirituali, religiose, un’operazione possibile anche rimuovendo la patina giudeo-cristiana da innumerevoli celebrazioni (direi quasi tutte) della Chiesa cattolica, null’altro che antichissime ricorrenze gentili deturpate dalle desertiche baggianate importate in Europa da ribaldi come Saulo di Tarso. Un’opera di riscoperta e salvaguardia che deve andare di pari passo con l’affrancamento della nostra coscienza etno-razziale, altrimenti affossata dagli stessi che tentano ancor oggi di propinarci le loro menzogne eretiche spacciandole per originali verità di fede.

Ave Italia!

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La Lombardia etnica: laboratorio comunitarista d’Italia

Un esempio perfetto di laboratorio geografico, ed etno-culturale, italiano ed europeo in senso comunitarista può essere rappresentato, a mio dire, dal bacino idrografico padano, che corrisponde al territorio storico d’elezione del fulcro lombardo, ovverosia della Lombardia etnica. In tale ambito si fondono alla perfezione tutta una serie di elementi naturali, storici, culturali, geografici ed antropici, etnici e linguistici, biologici e socioeconomici tanto da rappresentare, agli occhi di un identitario dalla spiccata sensibilità lombardista quale il sottoscritto, un quadro esemplare al fine di affermare e difendere la bontà del pensiero comunitarista, che si pone come estremo baluardo europide nella lotta contro la contemporanea barbarie relativista e mondialista.

Al di là degli stati o delle bandiere che possono sventolarci sopra il cranio, abbiamo il diritto e il dovere di autodeterminarci combattendo ogni giorno, sia come singoli che soprattutto come comunità viva e militante, non solo in quanto europei ed italiani ma anche in quanto appartenenti ad un ben preciso ambito territoriale allargato che non sia il campanile del localismo micro-sciovinistico (una cosa, oggi, del tutto inutile se non a fini goliardici di rivalità sportive), bensì la culla storica delle nostre genti, colei a cui dobbiamo le nostre più intime radici etno-culturali.

In Italia, oltre allo spazio lombardo-etnico accennato, possono rientrare in tale contesto comunitarista il Triveneto, l’Italia tosco-mediana, quella meridionale (napolitana e siciliana) e naturalmente la Sardegna, aree geografiche e, soprattutto, identitarie da secoli presenti alla coscienza comunitaria delle genti italiane. Non sono, tuttavia, etno-regioni da cavalcare e strumentalizzare per cialtroneschi scopi secessionistici (come accaduto tanto a nord quanto a sud e nelle isole) ma da rispettare anche nella loro appartenenza ad un più vasto contesto che, prima di essere europeo, è italico/italiano. Quando parlo di Italia, l’ultima cosa a cui mi riferisco è l’attuale Repubblica Italiana, una entità giovanissima nata dalla volontà tirannica dei vincitori dell’ultimo conflitto mondiale (mediante i loro tirapiedi nostrani), avendo nella mente e nel cuore, invece, una plurimillenaria patria sì diversificata ma al contempo coesa dall’epopea ario-italica e ario-romana.

Alla luce di questo, l’importanza del comunitarismo etno-regionale, per così dire, sta nella sacrosanta necessità di contrastare l’italianismo di cartapesta, burocratico e statolatrico, propinatoci oggi dai nipotini dei partigiani e dei democristiani, tutti uniti nell’orgia antifascista e antirazzista, opponendovi un robusto sentimento condiviso di coscienza etnica, culturale, territoriale che vada a corroborare l’ideologia etnonazionalista e socialista (applicata al patriottismo, si capisce) onde riaffermare la priorità su ogni cosa, anche dunque sull’italianità artificiale, del sangue, del suolo, dello spirito.

Questa sacra e salutare triade identitaria e tradizionalista deve essere alla base di ogni azione (meta)politica e culturale di tutti coloro che si sentono infiammati dall’ardore patriottico, altrimenti si finirebbe per incensare un mero stato che, oggi più che mai, si riduce ad un carrozzone funebre agganciato al tetro corteo dei morti viventi targati Usa, Nato, Unione Europea. A questo serve il comunitarismo: a sentirsi vivi, più che mai vivi, in un mondo occidentale di morti che camminano, di burattini manovrati dai poteri forti intoccabili il cui massimo sussulto patrio è rappresentato da quattro stracci azzurri vestiti da calciatori oppure da qualche scialbo tricolore repubblicano sventolato per mero statalismo piatto, banale, castrante.

Il fulcro lombardo-etnico di cui parlavo, si costruisce su diversi, importantissimi elementi, che costituiscono lo scenario in cui è andata plasmandosi nei secoli l’etnia lombarda. Etnia, esattamente, non trovo inopportuno utilizzare tale termine indicando esso un insieme di caratteristiche biologiche, culturali, linguistiche, religiose che accomunano vari gruppi di individui diversificandoli da altri; è innegabile esistano, in Italia, al di là delle minoranze etniche storiche, diverse etnie (o suddivisioni etno-culturali, se preferite) che, come suaccennato, possono essere individuate nella Lombardia, nel Triveneto, nell’Italia tosco-mediana, in quella meridionale e nella Sardegna. Esiste un senso allargato di Lombardia che va ad includere tutto il Nord-Ovest, e uno ristretto, etnico per l’appunto, che si riduce all’ambito propriamente padano, delimitato dal bacino imbrifero del grande fiume.

Cosicché, l’identità lombardo-etnica passa per (elencando i principali aspetti): il territorio alpino-padano, compreso tra Alpi e Appennino tosco-emiliano, che coincide con lo spazio del reticolo idrografico del Po; l’appartenenza storica alla Gallia Cisalpina e alla Langobardia maior; la filiazione celto-ligure, gallica e longobarda (ovviamente romanizzata); il dato linguistico gallo-italico (o galloromanzo cisalpino); il Medioevo dei liberi comuni e della Lega Lombarda; la simbologia crociata bianco-rossa; il ruolo egemonico di Milano; l’omogeneità genetica. E altro ancora.

In questa Lombardia etnica rientrano, quindi, l’attuale Lombardia occidentale, quella orientale, la Svizzera italiana, il Piemonte, l’Emilia, il Trentino occidentale, e ci metto anche la Val d’Aosta essendo “Padania” e da sempre orbitante attorno al Piemonte, per quanto caratterizzata da un’influenza francese (ma pur sempre cisalpina e valle alpina che definire regione è francamente eccessivo).  Si parla di aree che hanno visto nascere, crescere e forgiarsi nei millenni un popolo omogeneo che si colloca a metà tra Europa centrale e Mediterraneo, soprattutto culturalmente, ma comunque legato al resto del Nord, al Centro e (meno) al Sud mediante vincoli italico-romani, etruschi, longobardi, e anche a livello di romanità e latinità nonché di valori umanistici e rinascimentali.

Le radici dei Lombardi affondano in questo fertilissimo umo che, purtroppo, oggi è scempiato dall’inquinamento, dalla cementificazione, da un’industrializzazione ed urbanizzazione selvagge, dal sovraffollamento, dall’immigrazione, da una barbarie contemporanea che non guarda in faccia a niente e nessuno e che ha trasformato l’Italia nordoccidentale in una megalopoli appestata da veleni non solo materiali. Lo scopo del comunitarismo è anche questo: bonificare la nostra vita quotidiana nobilitandola con un ritrovato contatto con la natura, con la terra, con le tradizioni più intime delle genti primeve, eliminando le scorie di un’epoca postmoderna caotica, relativista e nichilista che va combattuta recuperando gli immortali valori dell’intimità di sangue e di suolo. Recuperare la naturale dimensione umana, insita nella natura, rendendo vivibili le nostre giornate con stili di vita virtuosi, ma non strizzando l’occhio alla new age e alla sua paccottiglia importata: il nostro riscatto, la riscossa delle nostre comunità sta in una rinnovata coscienza identitaria che si faccia consapevole anche degli aspetti biologici e razziali, non solo linguistici o culturali. Assieme all’amore per il territorio, per la montagna e le campagne, dobbiamo andare fieri della cultura tradizionale (depurata dal cattolicesimo) e, altresì, del nostro sangue che non è mero fluido biologico ma veicolo di comunicazione tra gli antenati, la terra, noi e naturalmente i nostri posteri.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2018/03/la-lombardia-etnica-laboratorio-comunitarista-ditalia.html

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“Anche gli Italiani sono emigrati”: verissimo, ma non giustifica la presenza allogena

“Anche gli Italiani sono emigrati”, ripetono come un noiosissimo mantra politici e politicanti di sinistra, per blandire gli allogeni e spostare l’attenzione dalla bomba demografica odierna, in Italia e in Europa, a vicende del nostro passato, per quanto possa essere recente e vivo nei ricordi di moltissimi nostri compatrioti, da nord a sud. Assieme a questa sparata, i progressisti amano assecondare le faziose uscite di chi sfrutta l’immigrazione, sulla pelle degli Italiani, usando gli allogeni come preziose pedine: “fanno i lavori che non vogliamo fare più”, “ci pagano la pensione”, “rivitalizzano la natalità dell’Italia”, “ci arricchiscono con la loro cultura”, e via delirando, in un turbinio di  stucchevoli (e falsissime) banalità dall’osceno gusto savianesco.

È vero, signori, anche gli Italiani sono emigrati, negarlo sarebbe assurdo e grottesco, significherebbe nascondere sotto il tappeto un capitolo alquanto doloroso della nostra storia contemporanea, e sono emigrati tutti e da qualsiasi parte del Paese: dal Nord, dal Centro, dal Sud, dalle isole. E dirò di più: diverse genti della “Padania” centro-orientale, come i Bergamaschi, emigrarono sin dal Medioevo, per sfuggire alla fame e all’infecondità dei monti, andando così a spaccarsi la schiena come facchini nei porti di Venezia e Genova. La maschera di Arlecchino nasce proprio da questo fenomeno.

C’è però da dire che l’accostamento tra le vicende migratorie nostrane e quelle allogene appare del tutto arbitrario, mendace e provocatorio poiché non c’è proprio paragone tra quanto vissuto da un gran numero di nostri compatrioti e tra quel che accade oggi per cagione di masse informi di migranti del terzo mondo che si riversano in Italia e in Europa come novelle orde barbariche fuori controllo. E basterebbe pensare solo alla strumentalizzazione di affaristi parassiti alla George Soros per capire quanto i due fenomeni siano diversi e distinti l’uno dall’altro. Ai sinistri la cosa sfugge, ma nel più dei casi è totale malafede, loro pegno di fedeltà al grande capitale che, a parole, dicono di condannare.

Sì, è vero, anche gli Italiani sono emigrati però non possono essere accostati ai flussi selvaggi degli odierni migranti perché, tra i vari motivi, gli Italiani non hanno portato a zonzo per l’Europa geni extra-caucasoidi e culture esotiche: gli Italiani sono europei.  Gli Italiani migravano per lavoro, spesso in qualità di stagionali e, dunque, non lasciavano l’Italia per sempre ma rientravano puntualmente dalle loro famiglie (pensiamo ai Lombardi che si spostavano, e si spostano, in Isvizzera). Gli Italiani non diffondevano su vasta scala criminalità, terrorismo, incompatibilità culturale con ribellioni e tafferugli che mettevano a soqquadro le città ospitanti; la diffusione della mafia si deve ad una striminzita minoranza di una circoscritta area italiana (profondo Sud), e non all’Italia intera.

E poi c’è un’altra cosa fondamentale ancora: gli Italiani emigranti non venivano accompagnati, una volta emigrati, dallo stuolo di loro apologeti locali, come accade oggi con gli allogeni in Italia, perché nessuno si sognava di difenderli, anzi. La società nordamericana, tedesca, francese, britannica, belga era tutta un brulicare di pregiudizi, razzismo, restrizioni, iniquità (vedi caso Sacco e Vanzetti), indulgenze verso le violenze del popolo indigeno contro gli Italiani, violenze che sfociavano in massacri veri e propri. Potreste citarmi un caso, uno solo, di violenze collettive di massa perpetrate dagli Italiani ai danni di un gruppo di immigrati e sfociato in ammazzamenti, come quanto accaduto in Francia o negli Stati Uniti ai danni degli Italiani? Ecco bravi, non esiste.

Però ditelo ai vari Saviano, Gad Lerner, Mentana, Stella, Zucconi, Renzi, Boldrini, Mattarella, Napolitano, Bergoglio (questa lista potrebbe essere chilometrica) e a tutti quei giornalisti, scrittori, politici, religiosi, “pensatori”, filosofi da strapazzo e tromboni statali stile Boeri che sembrano vivere per coccolare immigrati provenienti da tutto il mondo e fare la morale buonista e terzomondista al popolo italiano. Sì, perché un’altra cosa odiosa degli esodi allogeni in Italia (o in Ispagna e Grecia, terre cioè di moderna immigrazione) è che questi vengono da tutto il pianeta, in una maniera scomposta ed indistinta, pur non avendo, il nostro Paese, una grande tradizione coloniale! Qui non siamo in Francia, in Belgio e Olanda, in Inghilterra, potenze imperialiste e coloniali che dopo aver sfruttato, spesso dissanguato, moltissimi luoghi del sud del mondo si ritrovano in casa milioni di individui provenienti dalle colonie; ma nemmeno siamo in Germania e Svizzera, da sempre meta di fenomeni migratori interni all’Europa e che grazie agli emigrati europei hanno costruito le loro contemporanee fortune!

Siamo una terra di recente immigrazione perché come Spagna, Portogallo e Grecia e altre aree dell’Europa meridionale siamo emigrati sino a ieri, anzi, continuiamo ad emigrare, e spesso continuiamo a farlo perché ci ritroviamo in casa il mondo intero, gente da Sudamerica, Africa nera, Cina, Asia meridionale, da luoghi in cui mai fu piantato un tricolore da conquistatori colonialisti. Oltre al danno, dunque, la beffa, a cui andrebbero sommati anche i più recenti flussi dal Medio Oriente che sono stati scatenati dalle “primavere arabe” solleticate dagli Americani!

Capite perché è folle difendere l’immigrazione e paragonarla a quanto esperito dagli Italiani in età contemporanea? Senza contare che dietro l’esodo alloctono verso l’Europa c’è il sordido zampino degli squali che speculano sui migranti per colpire l’Europa e distruggere i popoli europei, sostituendoli previo meticciamento per annientare ogni resistenza alla temperie mondialista, all’agenda pluto-democratica. Una volta giunti nella nostra terra, gli alloctoni vengono coccolati, leccati, riveriti, rifocillati e stipendiati, messi prima degli Italiani in ogni occasione perché facilmente sfruttabili dalla propaganda ipocrita delle sinistre e dei liberali e preti. Si evocano allarmismi su fantomatici ritorni del fascismo in Europa ma di questo non si vede traccia alcuna, anche perché la vera emergenza degli Europei, oggi, è rappresentata dal mondialismo e da tutto ciò che attorno ad esso ruota.

Cerchiamo, quindi, in maniera intelligente di smontare tutte le cialtronesche balle immigrazioniste e xenofile apparecchiate da quelli che si prestano a fare da calamite, per “fratelli migranti”, e non certo per altruismo (visto che inguaierebbero i poveri italiani) ma per affarismo, perché camerieri ben pagati alle dipendenze di banchieri, plutocrati, mondialisti, atlantisti. Se qualche immigrato viene sfruttato, in Italia, è solo perché esistono novelli negrieri in odore di mafia che vogliono schiavizzare l’allogeno per silurare l’indigeno vecchio, costoso e sterile, sfiduciato da politiche antinazionali e reo, semplicemente, di ambire ad un lavoro meglio pagato che gli assicuri la possibilità di creare una famiglia da poter crescere nel benessere, che non è l’edonismo.

L’immigrazione di massa fa l’interesse dei parassiti nostrani ed internazionali, e chi la difende esaltando retoricamente il ruolo del migrante fa il gioco degli squali medesimi. Ogni ipotetico, e fantomatico, beneficio apportato dagli esodi viene vanificato dall’ingombrante mole di effetti negativi tra cui sovrappopolazione, inquinamento e cementificazione, criminalità, degradazione delle periferie, pluralismo e società multirazziale, distruzione del tessuto etnico, sociale e culturale originario (comunitario dunque), meticciamento, guerre tra poveri terrorismo e molto altro ancora. Ma tutto questo sta a cuore solo al patriota o al povero disgraziato, che subisce sulla propria pelle le conseguenze dei moti migratori! Al parassita, chiuso nella sua bella torre d’avorio inespugnabile, importa ben poco delle ricadute, perché riuscirà sempre a sopravvivere cibandosi delle briciole che cadono dal desco dei suoi padroni finanziocratici.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2018/03/anche-gli-italiani-sono-emigrati-verissimo-ma-non-giustifica-la-presenza-allogena.html

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