Quel pezzo di carta che fa la differenza

I profeti di sventura immigrazionisti amano ripetere come un disco rotto che il miglior deterrente alla criminalità allogena è l’integrazione, perché proprio la clandestinità indurrebbe i “poveri fratelli migranti” a delinquere, sentendosi respinti dalla società in cui approdano. Benissimo: chissà come mai, però, questi uccellacci del malaugurio si dimenticano delle loro sparate quando agli onori delle cronache, nerissime, balzano tizi più che integrati, perché allogeni della seconda o terza generazione, in particolar modo nel caso di terroristi islamici. Nel Regno Unito, in Francia, in Belgio e in Olanda sono anni ormai che sentiamo parlare di esecrandi attentati a cittadini inermi portati a termine da adepti del sedicente Califfato islamico e, guarda caso, sono tutti soggetti nati in Europa (e con tanto di cittadinanza) da famiglie radicate da tempo, per quanto sempre estranee all’originale tessuto etnico europeo.

La verità è che solo un pezzo di carta distingue il “regolare” dal clandestino e l’alloctono, segnatamente islamico, non ha alcuna intenzione di integrarsi (da una parte, direi, per fortuna). Dunque appare sacrosanto tentare di rendere l’idea della portata migratoria equiparando l’integrazione di costoro alla distruzione delle nostre comunità, perché si tratta di soggetti incompatibili con l’Europa e, spesso, animati dalle peggiori intenzioni. Diciamo che su un aspetto, indubbiamente, appaiono integrati ed è quello riguardante il degrado morale e materiale dell’Occidente: i terroristi con cittadinanza “europea” sono drogati, alcolizzati, debosciati, materialisti perché, del resto, come ogni estremista sono solo delle macchiette, per quanto diaboliche e strumento mortifero. Delle parodie d’uomo, direttamente o indirettamente allevate dal peggiore dei terrorismi, che è l’imperialismo apolide statunitense. Ora di fermare l’immigrazione, rimpatriare e cominciare a sganciarsi dal perverso legame mondialista.

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La Brexit e il cavallo di Troia secessionista

Oggi è una data storica per il Regno Unito, con l’apertura dei negoziati per siglare il “divorzio” dall’Unione Europea. Il 23 giugno del 2016 oltre 17 milioni di britannici si pronunciano a favore della cosiddetta Brexit, con il 51,9% dei voti contro il 48,1% di chi voleva invece rimanere attaccato al carrozzone di Bruxelles. Una limpida manifestazione di democrazia, dove la maggioranza dei cittadini si è espressa a favore dell’uscita del proprio Paese da quella che è la cassa da morto della vera Europa, e cioè la sua patetica parodia, l’Unione del cencio stellato. Non ditelo ad alta voce però, perché quelli che solitamente (a parole) sono pronti ad immolarsi in nome della democrazia si stanno stracciando le vesti (griffate) da quasi un anno, gridando al complotto populista contro il “paradiso” unionista di banchieri e plutocrati.

Non è certo un caso se i più tenaci avversari dell’uscita siano quelli che campano sulle spalle del popolo, di chi subisce le logiche parassitarie dei “cittadini del mondo”, dei cosmopoliti in giacca e cravatta che hanno fortemente bisogno di liberismo e porte-aperte-a-tutti per lucrare grazie alle storture mondialiste. In aggiunta, troviamo i secessionisti scozzesi, che vogliono invece restare nell’Unione Europea, pugnalando alle spalle i fratelli inglesi (perché di questo si tratta, due popoli affratellati dalla storia comune) per prenderne il posto a Bruxelles. Dimostrazione questa che l’indipendentismo è sovente un cavallo di Troia dell’internazionalismo e del mondialismo. Non si tratta qui della baracca monarchica del Regno Unito, ma dell’antica Britannia, una terra celtica, in parte romanizzata e soprattutto germanizzata da genti anglosassoni. E mentre al solito due popoli europei litigano, alle loro spalle c’è chi si frega le mani.

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Dacci oggi il nostro bollettino di guerra quotidiano

L’atroce fine di Emanuele Morganti, ventenne pestato a sangue da un branco di delinquenti fuori da un locale di Alatri (Frosinone), ci sbatte in faccia per l’ennesima volta la belluina violenza dei nostri giovani, che però agiscono in concertazione con malavitosi immigrati. Pare infatti che il massacro sia stato innescato da un albanese ubriaco che, al bancone del locale, si è messo ad infastidire il giovane ammazzato e la fidanzata. Le fonti parlano di un pestaggio selvaggio posto in essere da una decina tra italiani e allogeni, nel contesto di quella che sembrerebbe essere una contesa territoriale. In questo si riflette anche la situazione di un centro dell’Italia centro-meridionale coi suoi bravi problemi sociali ed economici, che non agevolano la vita alle giovani generazioni.

Credo che, al di là delle problematiche giovanili figlie del degrado e del disagio alimentato, direttamente o indirettamente, dai falsi miti dell’Occidente consumistico e materialista, un dato di fatto innegabile sia qui rappresentato dalla presenza allogena in Italia, che più aumenta e più rafforza la criminalità o comunque gli atteggiamenti incivili che, ovviamente, preesistono al suo arrivo in Italia. Ma è chiaro che se già l’Italia ha i suoi problemi in termini di delinquenza, importare altro degrado e altro disagio dall’esterno non può che raddoppiare i devastanti effetti della violenza sulla società e sulle sue fasce più sensibili, come quella giovanile. Non è chissà quale retorica razzista, questa, ma la constatazione che chi viene da lande povere e problematiche non può magicamente tramutarsi in un lord inglese, una volta sul suolo nazionale.

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Il democratico dispotismo dei regimi occidentali

Ogni volta che in Europa accade un fatto di sangue terroristico, cagionato dalle cosiddette “risorse” bipedi provenienti dalle remote terre islamiche, i commentatori europeisti sono soliti uscirsene con un’affermazione che la dice lunga sul marcio sistema politico che nel nostro continente è stato instaurato da 60 anni, proprio con quell’aborto mancato che risponde al nome di Unione Europea: “Questo è il prezzo della democrazia”. La libera circolazione, l’immigrazione di massa, la società meticcia, multirazziale, e il proliferare di farseschi “diritti civili” volti a tutelare le categorie protette allogene (assieme alla cessione di sovranità nazionale in favore della NATO, quindi USA, e di Bruxelles, quindi Berlino odierna e Parigi) sono il costo “democratico” che gli Europei pagano salatamente sulla propria pelle, e prima ancora sulla propria identità.

Il fallimento di queste politiche democratiche viene così certificato dagli stessi ruffiani dei boiardi di stato dell’Unione, ma dopotutto è la scoperta dell’acqua calda: la democrazia non fa l’interesse della maggioranza, del popolo indigeno di un Paese, ma quello delle intoccabili lobby espressione dell’alta finanza e del libero mercato, che sono ciò che per davvero regge le redini dei regimi democratici. Regimi, appunto: non esiste alcuna libertà in un regime democratico, c’è una finta concezione di quel sacrosanto principio che non è altro che anarco-individualismo, e cioè il caos.

La democrazia ha sacrificato i diritti sociali del popolo (che riguardano dunque la famiglia, la comunità, la nazione, il lavoro e la società) in nome dei capricci dei ricchi borghesi e delle minoranze intoccabili, le categorie protette tanto amate dalla liberal-democrazia, inventandosi nuovi (finti) diritti chiamati sarcasticamente “civili”. Infatti cosa vi è di civile nell’assecondare stravaganti tendenze sessuali oppure bizzarrie da ricconi che vorrebbero comprare bambini, come fossero bambolotti, e che passano per uteri in affitto, pratiche da laboratorio costosissime, procreazione assistita, “unioni arcobaleno” e tutto il resto del bailamme progressista?

Non vi è più nulla di civile in una società se si sacrificano i diritti sociali a quelli modernisti, e lo stesso socialismo si prende un ceffone in faccia qualora si mettano da parte i diritti della famiglia, dei lavoratori, di operai e contadini per grattare la pancia al liberismo e al liberalismo delle multinazionali (“stranamente” sempre dalla parte dei diritti arcobalenati, chissà come mai…).  Lo stesso discorso vale per l’immigrazione e, dunque, il terrorismo islamico, perché oltretutto non si parla più di clandestini ma di allogeni integrati e di seconda o terza generazione, come li chiamano, parte integrante del degrado cosmopolita di quegli stati un tempo colonialisti (Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda) e che oggi sono i più colpiti dall’integralismo musulmano, assieme alla Germania turchizzata e castrata dall’eterno senso di colpa postbellico. Alla faccia di chi pensa che sia la condizione di clandestinità ad incattivire e rendere pericolosi gli immigrati…

Se ci pensate bene, vi hanno tolto l’amor patrio, la pietas religiosa, la famiglia, il lavoro per colmarvi di ciarpame di prima qualità, che riguarda le futilità narcisistiche del giorno d’oggi e i bisogni di pancia solleticati dal consumismo e dalla martellante propaganda delle campagne pubblicitarie; inoltre, con la scusa che da 60 anni nell’Europa occidentale non vi sarebbero guerre, vi vengono a dire che dobbiamo genufletterci di fronte a chi ci avrebbe liberato (?) dal nazifascismo perché senza di loro saremmo ancora sotto dittatura. A parte il fatto che la sofferenza di un popolo non passa necessariamente per la guerra palese ma per gli stenti quotidiani sul lavoro e in famiglia, in una situazione di degrado e povertà in cui lo stato si disinteressa dei suoi cittadini indigeni per contemplare i “nuovi diritti”, e accodarsi al carrozzone degli schiavi del mondialismo. La gente comune affronta guerre ogni giorno, e per di più è oggi minacciata dalla mina vagante del terrorismo allogeno, che ne mette a repentaglio sicurezza e benessere.

Le tanto demonizzate dittature nazifasciste (o anche comuniste) vengono condannate perché, alla luce del sole, nemiche dell’anarchia individualistica che passava per gli antesignani dei diritti civili, e invece promotrici del benessere nazionale e patriottico di un Paese. Ma badate bene che per esservi una dittatura non serve che scorra il sangue, le carceri siano stracolme, o la libertà d’espressione venga soppressa: basta che a comandare siano banche, usura, lobby, organismi sovranazionali, cioè pochissimi su decine di milioni di persone. Il concetto di libertà che le moderne democrazie difendono è solo un inganno, una parodia di libertà, perché libertà è fare il bene del proprio popolo e non assecondare i bassi appetiti di minoranze o del singolo individuo, drogato dal relativismo e tramutato in attentatore suicida dalla società dei consumi.

Le priorità di uno stato devono essere quelle di difendere la propria nazione da ogni genere di minaccia, sia interna sia esterna, e non ci sono balle terzomondiste che tengano. Questo vale anche per i diritti sociali, per un socialismo nazionale schierato dalla parte degli indigeni e delle loro famiglie e del loro lavoro contro il mondialismo e i suoi perversi tentacoli, nella salvaguardia di ciò che è per davvero libertà: non libertinaggio e anarchia ma comunitarismo, patriottismo, tradizionalismo, che costituiscono la spina dorsale di una società sana. E in una società sana non può esservi alcuno spazio per le aberrazioni moderne incarnate dal relativismo e dai regimi democratici concepiti come succursali dell’Occidente atlantista, non per chissà quale fregola neofascista e liberticida (come se poi, oltretutto, gli stati-apparato europei non fossero a favore della censura anti-identitaria…) ma perché il benessere, la salute, la forza del popolo inteso come comunità etnica radicata sul suolo patrio vengono prima di qualsivoglia compromesso con la contemporanea temperie internazionale.

Ave Italia!

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La bontà dell’italica Lombardia contro le cialtronerie padaniste

Nel periodo 1996-2001 la Lega Nord si inventò la Padania, cialtronesca trovata propagandistica (successivamente rinnegata non solo da Salvini, badate bene, ma da Bossi e dai fedelissimi per tornare a scodinzolare felici tra le gambe di Berlusconi) pensata per irretire i “militonti” e tutti coloro che credevano realmente che agli opportunisti in cravatta verde potesse importare qualcosa dell’autodeterminazione dei popoli alpino-padani. Questa carnevalata da pratone pontidese, condita da barbe verdi, corna di plastica e travestimenti da Asterix (con tanto di comparse allogene camuffate da vichinghi caricaturali), è stata così farsesca da indurre a credere che l’obiettivo fosse quello di gettare fumo negli occhi banalizzando, invece di difendere, la “questione settentrionale”.

È indubbio che il Nord dell’Italia abbia una propria identità, latente, che fa di esso una sub-nazione all’interno della nazione italiana e che quindi sia degno di difesa, preservazione e promozione non sotto forma di retorica anti-italiana da bar sport ma mediante le armi culturali, metapolitiche e politiche volte ad affermare la natura particolare del Settentrione, certo distinta da quella dell’Italia mediana e dell’Italia meridionale. Sarebbe menzognero parlare di indistinti fratelli d’Italia e di unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia, e ciò perché la ricchezza e la forza della nazione italiana stanno nella sua diversità, una diversità che non è “multietnica” in senso stretto ma piuttosto etno-culturale.

Le baggianate leghiste hanno inflazionato questioni molto importanti, non solo inventando una fantomatica verde Padania celtica sorella dell’Irlanda ma anche diffamando il resto dell’Italia, riducendo Roma ad un cumulo di letame governativo e il Sud ad una terra di conquista di tutti i popoli del bacino mediterraneo. Un’operazione commerciale che, oltretutto, non ha portato alcun giovamento al Nord medesimo, tanto che la Lega Nord del 2017 non parla nemmeno più di federalismo. Il partito creato da Bossi negli anni novanta del secolo scorso è il più longevo dell’arco parlamentare ma dopotutto ha fatto una miriade di ribaltoni senza mettere in cascina alcunché. Anzi, i leghisti si sono tramutati in qualcosa di pure peggio dei vecchi maneggioni democristiani, dimostrazione che tutto cambia per non cambiare nulla, come gli stessi pentastellati ci stanno dimostrando oggi. Questi movimenti sono stati utili solo ad uno scopo: fare casino. E ci sono riusciti in pieno.

Il Nord ha una sua peculiare fisionomia (tenendo comunque conto del fatto che tra Liguri e Friulani e Trentini e Romagnoli non c’è esattamente omogeneità), è innegabile; è da 3500 anni nell’orbita dell’italianizzazione (vedi Terramare e Civiltà protovillanoviana) ma per tutta una serie di interessanti aspetti ha identità propria e distinta dal Centro, dal Sud, dalla Sardegna. Il Settentrione, che può essere chiamato “Padania” per mere questioni geografiche – tanto che dovendolo definire etno-culturalmente io preferirei chiamarlo, sic et simpliciter, “Lombardia” – è una terra sub-continentale sia per clima sia per geografia (non è peninsulare) che si colloca a metà strada tra il Mediterraneo e l’Europa centrale; è delimitato a nord, ovest ed est dall’arco alpino e a sud dallo spartiacque appenninico che corre lungo la dicotomia linguistica (e anche in parte genetica) tra mondo romanzo occidentale e quello centro-orientale: la famosa linea Massa-Senigallia o del von Wartburg.

Il clima non è mediterraneo ma sub-mediterraneo (eccetto nell’area costiera ligure) e il bioma ivi presente è quello della foresta temperata continentale, sebbene ormai nella pianura padana di tale foresta planiziale a querco-carpineto non siano rimasti che alcuni scampoli. La cucina presenta riflessi mitteleuropei mentre l’allevamento del maiale rimarca l’eredità gallo-romana così come l’industria del latte e l’allevamento bovino testimoniano l’eredità germanica, segnatamente longobarda. Il consumo di latticini era noto già a Cesare che assaggiò con stupore una pietanza a base di asparagi cosparsi di burro, in quel di Milano, burro che nel mondo romano trovava impiego come cosmetico. Tuttavia è noto anche il consumo di olio d’oliva, dal Lago di Como a quello di Garda.

L’ambito linguistico settentrionale non è propriamente italo-romanzo essendo parte del continuum romanzo occidentale assieme a quello di Francia e penisola iberica, segno del sostrato celtico che divide la Romània linguistica in due tronconi. Anche il veneto è ritenuto occidentale, per quanto distinto sia dal gallo-italico sia dal friulano/ladino per una chiara impronta italica paleoveneta. E proprio etno-culturalmente vi sono le precipue differenze tra le genti d’Italia: il Nord è crocevia tra Centro Europa e Mediterraneo, è più continentale, mesolitico ed indogermanico (indi nordico) del resto d’Italia, grazie anche alla superficiale germanizzazione medievale, e non presenta quelle nette influenze elleniche (anche egeo-anatoliche antiche) che invece si riscontrano nel Sud Italia, segnatamente in zone come Salento, Calabria e Sicilia.

Il Medioevo principiato coi Longobardi accomunò il Centro e soprattutto il Nord Italia al resto del continente, inserendolo nel quadro delle dinamiche politiche del Sacro Romano Impero a partire dai Franchi. Il Regno d’Italia medievale, la fazione ghibellina (erede dell’aristocrazia longobarda) e la civiltà comunale modellarono l’identità socioeconomica, e anche culturale, dell’alta Italia differenziandosi dal Meridione del Paese che invece rimase isolato e (spesso) schiacciato dal centralismo statale della corona siculo-napoletana, che inchiodava al latifondo i contadini ausonici. Il Nord non risentì, parimenti, di quegli influssi esterni che lasciarono qualche traccia nell’estremo meridionale quali il fenicio-punico, l’arabo-musulmano, e il già citato influsso greco eccetto quello bizantino che incise nelle lagune venete, in Romagna e nell’area di transizione gallo-marchigiana.

C’è insomma una serie di aspetti peculiari del Settentrione (ulteriormente divisibile in Nord-Ovest propriamente “lombardo” e Nord-Est reto-venetico con influenze mittel) che costituisce la peculiare identità sub-nazionale in termini sia ambientali (geografia, clima, ambiente, flora e fauna), e cioè di Suolo, sia in termini antropici (interazione uomo-territorio, enogastronomia, forme di insediamento e modifiche del paesaggio naturale) ed etnici, e cioè di Sangue (etnia, antropologia, genetica), per non parlare di quelli culturali, e dunque di Spirito (la mentalità, l’indole, la lingua, la visione del mondo e così via).

Porre una questione di questo tipo, a proposito di Nord Italia, è un conto e troverebbe suo degno coronamento in un patto etno-federale tra genti italiane (anche perché si tratta di razionale riscontro delle ovvie differenze che costituiscono l’eterogenea natura italica), inventarsi la Padania verde, leghista, secessionista è già un altro paio di maniche perché in tal caso si sfocia nella crassa ignoranza politicizzata e strumentale che non porta a nulla di buono, né per il Nord né pel resto d’Italia. Inaccettabile pensare di ridurre Italia, Italiani e italianità (ossia qualcosa di plurimillenario, anche sei furbastri leghistoidi vorrebbero far credere che gli Italiani nascano con gli inciuci tra Garibaldi e Savoia) a becerume da osteria o a fuffa statolatrica che non riguarda i Settentrionali, perché significherebbe saltare a piè pari un lunghissimo periodo di acculturazione etrusco-romana, repubblicana, imperiale e anche medievale in rinnovata chiave imperiale (italo-germanica) che ha riguardato anche il Nord, tanto che la memoria aristocratica dell’Italia romana – e il nome stesso di Italia – dal Medioevo rimasero patrimonio più centro-settentrionale che mediano e meridionale, essendoci lo Stato della Chiesa a Roma e il regno, innestato sulla base grecizzante, nel Mezzogiorno.

Il Nord Italia ha un suo profilo identitario peculiare, ed è innegabile, che potrebbe essere riassunto nel termine medievale (nella sua accezione primeva) di “Lombardia”, ma è altrettanto innegabile che sin dall’antichità esso è parte integrante di ciò che chiamiamo Italia, essendone oltretutto cervello, motore, eccellenza (pur con le sue brave contraddizioni) che potrebbe mantenere un ruolo di primo piano nella politica nazionale grazie ad un’armonizzazione statuale in senso etno-federale. La nazione viene prima dello stato, ed è per questo che se il secondo non aderisce al meglio a quella che è la natura etnonazionale diventa una gabbia in cui i popoli languono azzannandosi l’un l’altro invece di esprimersi per dare il meglio di sé. La Lega in ciò ha fallito miseramente ed è un’esperienza da archiviare per cercare invece un patto comune senza odio e risentimenti tra Nord, Centro e Sud affinché l’Italia sia degli Italiani e le identità etno-culturali di ciascuna gente italica siano rispettate anche e soprattutto per il buon nome del Paese e della sua storia ed etnogenesi.

Ave Italia!

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La sacralità della vita sotto attacco relativista

Da tempo ormai le tematiche legate alla bioetica vengono prepotentemente alla ribalta, interrogandoci sul rapporto tra scienza e biologia e vita umana (o anche animale) in termini di etica (o di morale). I casi di cronaca ci portano a conoscenza di vicende dolorosissime ma anche di vicende che irritano e che fanno da cartina di tornasole sulla situazione italiana in materia di etica applicata alla medicina, rivelando grandissima superficialità o immonde pulsioni anarco-individualiste che mandano in frantumi l’unità e il benessere di una comunità. È bene distinguere sempre, tanto per cominciare, l’etica dalla morale, poiché la prima assume un valore alto e nobile direttamente legato all’ethos di un popolo e di una nazione (e che affonda le proprie radici, spesso, nel fertile humus dell’antichità indogermanica e gentile) mentre la seconda trasuda l’untuosa, e patetica, retorica pretesca che sgorga copiosamente dagli ascari del Vaticano.

Stiamo parlando di argomenti che si intersecano, inevitabilmente, con la squallida farsa dei “diritti civili” (la cui comparsa ha sacrificato la bontà dei diritti sociali, accantonati per dare la stura alle follie del liberalismo) dove tutto ciò che è surrogato e parodia della famiglia tradizionale, e prima ancora naturale, pretende con perversa arroganza di venire equiparato alla salutare normalità dei nuclei fondati su padre (uomo) e madre (donna) con prole biologica, o adottata, che garantiscono il benessere dei figli e della società e irrobustiscono, qualora ovviamente indigeni, la demografia italiana ed europea, sempre più purtroppo ai minimi storici.

La colpa di tutto questo degrado spirituale, e quindi materiale, è da attribuirsi al relativismo, alla perdita di punti di riferimento e saggi maestri di vita, al fuggifuggi generale scatenato dall’individualismo anarcoide che si fonda su egoismo ed indifferenza sia verso gli altri che verso la vera evoluzione di sé stessi, dal mero capriccio infantile alla crescita per davvero civile del singolo all’interno della sua comunità di appartenenza. Oggi non si vuole sentire parlare, nella maniera più assoluta (si pensi ai nostri giovani), di dio (inteso come *deiwos ariano, luce e spiritualità), di famiglia e tanto meno di patria, perché ritenuti vecchiume di cui sbarazzarsi per poter sentirsi liberi di fare “quel che più ci pare e piace”, senza alcun vincolo etico (ma nemmeno morale), etnico, civico.

Come ho avuto modo di esprimere nei precedenti articoli, non ho minimamente la visuale cattolica, circa la bioetica, e pur essendo contrario ad aborti ed eutanasie indiscriminati, rischiando così il caos anarchico, valuto caso per caso optando per la bontà dell’aborto laddove serva a preservare la salute materna, prevenire nascite di infelici e stroncare il frutto di stupri (magari allogeni) – assumendo così un’utilità non solo individuale ma anche comunitaria – e per l’eutanasia laddove serva ad alleviare sofferenze irreversibili, del malato e della famiglia, sgravare lo stato, e quindi tutti noi, da spese praticamente inutili, ed impedire assurdi accanimenti terapeutici che violano la stessa concezione della vita in senso biblico, essendo l’arroganza umana che prende il posto del corso naturale delle cose.

Sono invece nettamente contrario a tutto ciò che può definirsi delirio di onnipotenza da laboratorio, laddove cioè l’uomo – per quanto brillante, geniale e preparato possa essere – vuole prendere il posto della divinità, ma prima di tutto della natura, giocando al padreterno in camice e mascherina e, fondamentalmente, per alimentare le casse delle multinazionali farmaceutiche e dello stesso sistema globalista che pretende di ficcare ovunque il suo adunco naso per lucrare, monetizzare e controllare in nome di un universalismo malato che finisce per asfaltare ogni ideale e valore più elevato. La pretesa di piegare persino l’etica e la vita umana medesima al capriccio relativista è una distruttiva follia fomentata dall’affarismo e dall’orrenda esigenza, del mondialismo, di liquidare ogni ostacolo lungo il proprio sradicatore cammino.

La manipolazione genetica, le staminali, la clonazione, la “vita” in laboratorio, la maternità surrogata, l’inseminazione artificiale/fecondazione assistita, l’utero in affitto, la “vita” in provetta, e tutto il resto della macelleria genetica consumato sulla vita in fieri, gli embrioni, ma anche su ciò che porta la vita ed è dunque a suo modo sacro, come il seme maschile e l’ovulo femminile, rappresenta una sconcia manifestazione dell’arroganza umana, che vorrebbe prendere il posto di tutto ciò che, non solo è etica, ma è pure natura, normalità e di conseguenza tradizione. Accanto a queste esecrande pratiche trovano dunque spazio i sedicenti “diritti civili”, null’altro che aberrazioni postmoderne tese a colpire società e famiglia, e nazione, per accelerare la demolizione completa di identità e tradizione, ovviamente d’Europa. Mettere sullo stesso piano coppie omosessuali ed eterosessuali e addirittura pensare di affidare degli innocenti, dei bambini, a queste coppie omosessuali diventa a mio avviso un infame attentato alla salutare normalità del focolare domestico, perché ogni bambino esistente sulla crosta terreste necessità di padre e madre, che sono uomo e donna, maschio e femmina, e non di persone disturbate che scambiano egoistici capricci per “amore”.

Un figlio non è un bambolotto, un giocattolo di cui disporre a proprio piacimento (arrivando persino a credere di poterselo comprare coi propri sozzi quattrini), è un dono che se arriva bene, altrimenti si deve andare avanti comunque, al limite adottando qualche povero orfano europeo. Ogni forzatura umana assume i perversi tratti del mondialismo, che non sono altro che quelli della peggior feccia partorita dal grande capitale, a cui gli stessi “diritti civili” arcobalenati appartengono. Si cestinano i diritti sociali per crearne di nuovi (e inutili) buoni solo per bisbetiche minoranze, ricche e borghesi, il che è ampiamente auspicato dalla finanziocrazia globale che non di uomini ma di burattini animati da bassi appetiti ha tremendamente bisogno, per affermare appieno il proprio demoniaco dominio.

La dignità dell’essere umano, a partire dal primo stadio della sua formazione (siamo stati tutti embrioni, ricordatelo agli abortisti), va sempre tutelata, il che significa che spesso l’eutanasia è necessaria per evitare accanimenti terapeutici, e state certi che le pratiche da laboratorio suddette, così come le tragicomiche farse arcobalenate, la dignità umana l’hanno in totale non cale perché al primo posto si trovano le inique mire del capitalismo, del liberismo e della marcescente “morale” democratica volta ad arricchire il sistema a scapito del benessere comunitario. Chi spalleggia l’aborto indiscriminato, il suicidio assistito (cosa ben diversa dall’eutanasia, a mio avviso, perché nel primo caso si rischia di arrivare a situazioni demenziali e molto pericolose), la manipolazione genetica e la “vita” creata in laboratorio (come se la vita potesse sul serio essere ridotta ad un freddo automatismo ficcato in provetta…) così come la nefanda propaganda dei “diritti civili” non fa altro che prostituirsi ai deliri capitalistici dell’alta finanza globale, fintamente filantropiche.

Dare la vita e tutelarne la dignità è un atto d’amore e l’amore non asseconda mai i pericolosi capricci del singolo perché ha a cuore il bene della comunità, della famiglia e dell’individuo che si realizza non a scapito dei propri simili ma portando frutto per sé e il proprio ambito etno-culturale, in maniera assertiva. L’amore porta frutto, è fecondo, e preserva una comunità nazionale perché ne è il patriottico motore, ed è per questo che, personalmente, non vedo alcuna forma di amore o comunque di sentimento e valore positivo nella bioetica in chiave relativista, così come non ne vedo nelle pagliacciate variopinte di chi scende in piazza per reclamare “diritti” che non gli appartengono e che vengono invece strappati (o ridicolizzati) – in nome della daneistocrazia – ai loro legittimi detentori.

Il relativismo inquina, rovina e distrugge quanto di più puro, bello e genuino, naturale, abbiamo e, calpestando così la sacralità della vita e i diritti sociali si inventa la loro, dannosissima, caricatura: i surrogati da laboratorio, l’etica piegata ai voleri del pensiero unico globalizzante e i diritti civili. Odio spacciato per amore, odio per ciò che è naturale, tradizionale e normale, cioè sano e forte e che reca con sé buon frutto.

Ave Italia!

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Scegliamo l’ethos, scegliamo la Vita

Premessa doverosa: la stima che nutro nei riguardi dei pannelliani e delle loro battaglie “civili” è pari a zero e il più delle volte cede il posto al ribrezzo che mi suscita il loro sciacallaggio consumato sulla pelle di poveri diavoli disperati. Dico ciò perché la mia posizione su bioetica, aborto ed eutanasia non è in linea coi dettami di “santa romana chiesa” e dei suoi reggicoda reazionari, duri a tirare, ideologicamente, le cuoia negli ambienti destrorsi d’Italia.

In linea di massima condanno la macelleria genetica da laboratorio perché nasconde l’affarismo di chi gioca a fare il padreterno e la meschinità del modernismo scientifico, decisamente inquadrato nei ranghi del mondialismo e del pensiero unico di cui esso si fa latore; ciò che è naturale non va soffocato con le trucide mire delle multinazionali del farmaco e delle manipolazioni genetiche, altrimenti anche l’uomo verrebbe drammaticamente snaturato e ridotto ad una cavia su cui sfogare tutta l’arroganza di dottoroni ideologizzati messi a libro paga del virtuale stato mondiale dell’Occidente postmoderno.

Tuttavia su alcune delicate questioni come l’aborto e l’eutanasia mi fermo a riflettere perché così come è sbagliato sentirsi onnipotenti e al di sopra della natura sovrana, è sbagliato anche accanirsi inutilmente su soggetti terminali oppure pensare di voler far nascere a tutti i costi delle vite che sarebbero spacciate sin dal loro esordio. Dell’aborto ho già parlato settimana scorsa, spiegando i casi in cui sarei contrario e quelli in cui invece sarei favorevole, mentre oggi mi soffermo sulla tematica calda della settimana appena conclusasi, relativamente all’eutanasia, al tizio a cui hanno “staccato la spina” in Isvizzera, e a tutti gli annessi e connessi del caso.

I radicali sono decenni che cavalcano in lungo e in largo i temi della bioetica e i casi (umani) individuali che di volta in volta balzano agli onori delle cronache anche per via delle strumentalizzazioni fatte dai pannelliani stessi (gente che, politicamente, non conta nulla, ma riesce sempre a far parlare di sé quando si tratta di sfruttare malati terminali et similia). Costoro hanno campo libero in Italia perché tutte le altre forze politiche continuano a cincischiare e a dare un colpo al cerchio e uno alla botte per evitare di spazientire il Vaticano ma, al contempo, anche per evitare di perdere voti. Le ingerenze della Roma clericale durano da due millenni circa, ma sembra che ormai la gente lo abbia accettato come un dato di fatto, e preferisce dunque girarsi dall’altra parte. I mestieranti sinistrati saltano in piedi gridando allo scandalo quando il papa lancia anatemi contro le posizioni laiciste relative alla bioetica, appunto, perché a loro avviso sono scandalose ingerenze, ed è sicuramente così. Peccato poi che i sinistrati in questione si dimentichino di scagliarsi contro il Vaticano quando, nella persona del Bergoglio, auspica porte aperte a tutti i “fratelli migranti”, abbattimento di muri in luogo di ponti, fratellanza giudeo-cristo-islamica e tirate d’orecchi ai vari Trump, Le Pen, Salvini ecc. Forse la condanna delle intromissioni vaticane negli affari di stato italiani, e non, va a targhe alterne?

Il papa dovrebbe tacere, e con lui tutti quelli che lo condannano o tollerano a seconda delle loro convenienze politiche. Con Francesco, invero, il defunto Pannella è stato sdoganato già prima che tirasse le cuoia, ed infatti oggi sembra esserci più sintonia tra radicali e Chiesa cattolica postconciliare vieppiù conscia del suo ruolo anti-identitario e anti-tradizionale che le hanno inculcato Roncalli e suoi successori: sembra che si risveglino, di tanto in tanto, tradizionalisti quando si tratta di difendere la “vita”, sebbene la concezione di “vita” cristiana sia la solita sbrodolata assistenzialista e terzomondista.

Io credo che l’eutanasia sia legittima, laddove serva ad alleviare per sempre le sofferenze di un malato terminale (indi in uno stato irreversibile) inchiodato al suo letto (magari cieco e tetraplegico come l’Antoniani delle recentissime cronache) e credo anche che vada messo nelle condizioni, a casa sua, nello stato in cui versa le tasse e che dovrebbe erogargli servizi decenti (senza dunque prendere la via dell’esilio volontario), mediante cliniche specializzate. Oltretutto, dovrebbe essere interesse anche dello stato, prima del cittadino, quello di legalizzare l’eutanasia perché grazie ad essa si potrebbero risparmiare un bel po’ di quattrini, che verrebbero invece scialati invano nell’accanimento terapeutico di casi irrecuperabili, instradandoli invece nelle migliorie da apportare al servizio sanitario nazionale, per il benessere di tutti i cittadini che ne hanno davvero bisogno. Anche l’aborto servirebbe, in questo senso, naturalmente in casi tragici che potete tutti immaginare, e non come infame scorciatoia per lavarsi le mani di un innocente che rischia di mandare all’aria i piani di soggetti scriteriati.

I proprietari e i responsabili della nostra esistenza siamo noi stessi, e ci sono casi in cui certe scelte vanno ad influenzare la vita comune della collettività. L’aborto per un capriccio stronca una vita in fieri che andrebbe a ravvivare una demografia europea ferma al palo, ma l’eutanasia, per motivi decisamente seri, permetterebbe di reimpiegare al meglio delle risorse altrimenti sprecate. Il termine “suicidio” applicato all’eutanasia a mio dire stona, perché c’è vita e non-vita: nel primo caso il suicidio diventa un abominio ma nel secondo il “suicidio” è una liberazione sia per chi decide di interrompere il suo tragico ed irreversibile cammino terreno, sia per sgravare lo stato, per non parlare del sollievo di cui beneficerebbe la famiglia del soggetto. Patetico chi crede che l’eutanasia spalancherebbe le porte al suicidio di massa, perché per quanto riguarda il “mal di vivere” delle giovani generazioni ci penserebbe una salutare rieducazione comunitaria a rimettere in riga la nostra smarrita gioventù.

L’Europa falcidiata da un drammatico calo delle nascite, indigene, ha indubbiamente bisogno di una sana iniezione di vita, ed è per questo che l’aborto per capriccio e leggerezza assume i contorni dell’omicidio; non così per l’eutanasia perché quando applicata per porre fine ad atroci sofferenze non pone certo fine, con esse, ad una esistenza degna di essere vissuta, essendo questa al capolinea già prima della (presunta) interruzione. Del resto, è da ipocriti condannare l’eutanasia e chi sceglie di “staccare la spina” quando non ci si trova nella situazione del soggetto malato o gravemente disabile. Pure Turoldo, Wojtyla e il cardinal Martini hanno rifiutato l’accanimento terapeutico, e se rifiutano loro dovrebbero forse esimersene i laici? Oltretutto la testardaggine che tiene inchiodato ad un letto un individuo che tira avanti (si fa per dire) con dei macchinari è qualcosa di innaturale, di strafottente e di ostinatamente stupido, da parte di chi pensa di decidere per l’invalido. Perché le balle della Chiesa cattolica, o di chi per essa, dovrebbero sostituirsi al naturale corso delle cose, oppure costringere chi non vuole a rimanere “in vita” lungo un trascorrere dei giorni che diventa solamente un doloroso prolungamento di atroci sofferenze o di stato vegetativo?

L’etnonazionalista deve sempre scegliere la Vita, ossia la luminosa esistenza degna di essere vissuta sino in fondo perché preziosa per sé stessi, per la propria famiglia e per la comunità. Ma ci sono casi in cui non si può più parlare di Vita e non per chissà quale velleità superomistica ma perché diventa solo un atroce limbo prima che cali per sempre il sipario, una gabbia e una condanna in cui a languire non è mai una sola persona, ma pure i suoi cari e la sua comunità. Seguiamo il solare ethos dei Padri, non la tenebrosa morale cristiana dei levantini.

Ave Italia!

http://www.ereticamente.net/2017/03/scegliamo-lethos-scegliamo-la-vita.html

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